C'è Musica e... Musica... 11. “Arie” di Primavera Stampa
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Domenica 17 Aprile 2016 06:31

Musica, Arte e Poesie di Stagione


“Primavera vien danzando/ Vien danzando alla tua porta./ Sai tu dirmi che ti porta?/ Ghirlandette di farfalle,/ Campanelle di vilucchi,/ quali azzurre, quali gialle;/ e poi rose, a fasci e a mucchi”.

Questi versi cantabili di Angiolo Silvio Novaro, poeta di vena crepuscolare, rendono bene l'idea della leggiadria coreutica di una stagione che fa del ridestarsi della natura il suo incanto più toccante e gradevole. Viene anche facile associarla alla giovinezza, la stagione della vita più bella e più rimpianta. Poesia e Musica hanno sempre trovato in essa ispirazione e stimoli, l'Arte si è fregiata dei suoi colori e non è strano che proprio il 21 di marzo, giorno canonico d'inizio della Primavera, sia la data istituita dall'UNESCO per ricordare la Poesia nel mondo.

Gli antichi facevano iniziare l'anno col mese di marzo. Marzo viene da Marte, comunemente etichettato come dio della guerra, ma anticamente venerato come dio dei campi e dell'agricoltura, come possiamo anche desumere  dagli antichi testi latini, quelli reletterari, in particolare dal Carmen fratrum Arvalium, il canto che i sacerdoti Arvali intonavano durante le feste primaverili in onore di Cerere, dove troviamo un'invocazione a Marte (Mars e, in forma raddoppiata, Marmar) perché tenga lontane dai campi (arva) pestilenza e rovina.  Il triumpe finale, ripetuto cinque volte, testimonia chiaramente che il canto era accompagnato dal movimento danzante dei sacerdoti.

Il canto si fa risalire al V-IV secolo e solo molto tempo dopo (intorno al 130 a.C.) l'anno si arricchì dei mesi di gennaio e febbraio fino al riordino voluto da Giulio Cesare (calendario giuliano)  con i 365 giorni e l'aggiunta dell'anno bisestile, prima della definitiva riorganizzazione nel 1582 di Gregorio XIII (calendario gregoriano).

Marzo, dunque, dà inizio alla primavera. Un mese in comproprietà con l'inverno, perché risente del flusso di passaggio tra una stagione e l'altra. La patente di pazzarello è giustificata dai repentini cambi di nuvole  e sole,  di pioggia e sereno come ci dice anche una famosa poesia del poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, Marzo, poi  musicata nel 1892 da Mario Costa (col titolo Catarì) autore anche della musica di Era de maggio, altra celebre poesia di questo grande poeta della canzone napoletana classica.

 

Marzo: nu poco chiove                                                   Mo nu cielo celeste,
e n'ato ppoco stracqua                                                    mo n'aria cupa e nera,
torna a chiòvere, schiove;                                              mo d' 'o vierno 'e tempeste,
ride 'o sole cu ll'acqua.                                                   mo n'aria  'e  Primmavera.

Musica e Poesia sono un binomio magico, coinvolgente, vitale, come dice una grande poetessa del nostro tempo, Alda Merini, che ha attraversato i meandri della follia, riuscendo ad “obliare il ricordo del dolore e delle sofferenze inumane dell'internamento” grazie a una poesia lucida e al contempo metaforica dell'esistenza.   A proposito della canzone così si esprimeva la poetessa dei navigli: “La canzone è una forma nuova di poetica, aiuta a vivere” .  Ed è significativo che Alda Merini si sia presentata al mondo proprio il primo giorno di primavera, essendo nata il 21 marzo del 1931 a Milano, dove è morta il 1° novembre 2009.  “Sono nata il ventuno a Primavera - scrive in una sua famosa poesia- ma non sapevo che nascere folle,/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta”. Marzo è un mese folle, ma anche la Primavera lo è, perché è scriteriata, perché è generosa.  “Primavera non bussa, lei entra sicura/ come il fumo lei penetra in ogni fessura” aveva già scritto, reinterpretando le voci dei morti di Spoon River, un grande cantante-poeta, Fabrizio De André.  Il riferimento alle zolle, nella poesia di Merini, con tutti i conseguenti risvegli e squilibri, sembra una metafora della sua condizione di reclusa nell'ospedale psichiatrico.

La poesia poi continua con un'altra strofa dove appare la figura mitologica di Proserpina (rapita da Plutone e divenuta sua sposa viveva sei mesi nel mondo dei morti e poi tornava sulla terra tra i vivi portando con sé la primavera), che piange vedendo cadere la pioggia sulle erbe e sul frumento, anch'ella ignara delle ragioni di tutto quel sommovimento: “Così Proserpina lieve/ vede piovere sulle erbe/ sui grossi frumenti gentili/ e piange sempre la sera./ Forse è la sua preghiera”. Di questa e di altre poesie di Alda Merini il musicista e cantautore Giovanni  Nuti ha composto la musica. Il risultato sono delle canzoni molto belle interpretate splendidamente dalla cantante Milva.

La primavera evoca  immagini di luce, spesso associate alla figura della donna amata, come in una poesia giovanile “Va l'amor mio luminoso” di James Joyce:  “L'amor mio è vestita di luce/ in mezzo ai prati della Primavera/ dove i lieti venti più bramano/ di correre insieme”. E certamente en plein air con luminosa felicità si muove anche la Primavera leopardiana de Il Passero solitario:

Primavera d’intorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sí ch’a mirarla intenerisce il core.

Tutta la natura (campi, greggi, augelli, ciel) festeggia il suo arrivo:

Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore.

Certo, con tutto questo contrasta la condizione di esclusione, l'appartarsi del poeta in perfetta sintonia con la condizione del passero, la consapevolezza della propria perduta e rimpianta giovinezza di fronte alla spensierata gioventù del loco che per le vie si spande per farsi ammirare tutta vestita a festa. Ma che immagini, che capacità di far sentire i suoni (odi greggi belar/muggire armenti) e di fare vedere il movimento  festoso dei giovani!  Fa pensare alle Danze primaverili nel balletto La sagra della Primavera, che Igor Stravinskij rappresenterà a Parigi nel 1913 a quasi un secolo di distanza dalla composizione dell'Idillio leopardiano, la cui prima stesura si fa risalire al 1819 e poi definitivamente inserita nell'edizione napoletana dei Canti (1835) per le maggiori affinità di stile e contenuto con i cosiddetti “grandi idilli”.

La contrapposizione tra la natura fiorita e ridente e la condizione personale melanconica fa parte comunque della tradizione lirica a cominciare da una rimatrice fiorentina (o, secondo alcuni, forse un rimatore, che per ghiribizzo si è voluto dare un senhal, un nome fittizio al femminile), Compiuta Donzella. Dei tre sonetti che le si attribuiscono il più famoso è A la stagion che 'l mondo foglia e fiora, dove troviamo la rappresentazione della primavera come la stagione dell'amore, che acresce gioia a tut[t]i finamanti, di cui però la poetessa non può godere a causa della volontà del padre di darla contro la sua volontà in sposa ad un uomo che lei non ama (“ donar mi vole a mia forza segnore,/ ed io di ciò non ho disìo né voglia,/ e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;/  però non mi ralegra fior né foglia”). Analoga condizione di contrasto personale con la natura troviamo nei sonetti di Petrarca quando lamenta l'assenza di Laura. In particolare in “Zefiro torna, e 'l  bel tempo rimena “, dove le immagini coloristiche della rinascita primaverile (...e i fiori e l'erbe …/ e primavera candida e vemiglia./ Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena...) alternate ai rifermenti mitologici (… e garrir Pogne, e pianger Filomena,/... Giove s'allegra di mirar sua figlia) non riescono  a confortare l'animo del poeta, reso arido e desolato dalla perdita di Laura (quella ch'al ciel se ne portò la chiavi).

Zefiro, il vento primaverile, Progne e Filomena, le due sorelle del mito greco trasformate in rondine e usignolo dopo essersi vendicate del seduttore Tereo, a sua volta trasformato in upupa, Giove che si bea di Venere, sua figlia. Tutte figure che il dotto poeta, imbevuto di cultura greca e latina e anticipatore dell'Umanesimo, ha saputo evocare con vividi tratti come un quadro in versi. Dopo più di un secolo (1478) dalla morte del cantore di Laura il pittore fiorentino Sandro Botticelli  compose il suo dipinto (tempera su tavola) più famoso, La Primavera, oggi alla Galleria degli Uffizi a Firenze. E proprio Zefiro, il vento del sonetto petrarchesco, è la prima figura che incontriamo sospesa a mezz'aria, a destra in un boschetto di aranci (il quadro va letto da destra a sinistra), mentre soffia facendo sbocciare fiori dalla bocca della ninfa Clori, che ha rapito e fecondata. La stessa rinasce come Flora, simbolo della Pimavera, che con il suo bel vestito fiorito avanza spargendo i fiori tenuti in grembo con un lembo della veste. La parte centrale del dipinto è occupata da Venere, che col movimento delle braccia tiene in equilibrio le due parti del quadro, come a frenare la passionalità ferina del mondo antico per favorire gli ideali di humanitas del mondo nuovo. L'opera era stata inizialmente commissionata da Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzo detto il Magnifico, per la nascita del figlio Giulio (il futuro papa Clemente VII) avuto da Fioretta Gorini, che sposò in segreto nel 1478. Il quadro, non ancora ultimato, dopo che Giuliano fu ucciso nella congiura dei Pazzi, fu “riciclato” dal cugino Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici per rappresentare una sorta di allegoria del suo matrimonio con Semiramide Appiani, sposata qualche tempo dopo la tragica uccisione di Giuliano in Santa Maria del Fiore. La Venere come humanitas, che ha pensieri rivolti al bene, è anche espressione di quella visione neoplatonica operante nella corte medicea che, con la sua concezione del bello e dell'amore ideale,  tentava una fusione coi concetti più nobili del cristianesimo.

Nella luce cilestrina dello sfondo Botticelli ha dipinto le fronde di un mirto (pianta sacra a Venere) sì da ottenere con  la delimitazione dei tronchi degli aranci e con l'amorino saettante dall'alto la morfologia bronchiale dei polmoni, quasi a darci la sensazione del respiro della natura, come se la Primavera respirasse davvero a pieni polmoni.

Le tre donne  che danzano con i loro leggeri veli fluttuanti, dando l'illusione del moto, sono chiaramente le Grazie. Esse rappresentano la Sensualità, a sinistra, la Bellezza a destra e al centro, di spalle, la Castità. Dall'alto un Eros dispettoso sta scagliando una freccia infuocata proprio verso la Castità per coinvolgerla nei giuochi d'amore. Chiude la rappresentazione, sulla parte sinistra del quadro, un disinteressato Mercurio che volge le spalle a tutte le altre figure. Col braccio levato verso l'alto muove il caducèo (una verga con due serpenti che si attorcigliano)  per preservare un'eterna primavera scacciando  nubi  e venti, tranne Zefiro cui egli, proiettato verso l'esterno del dipinto, in qualche modo si ricollega, in una perfetta circolarità. Varie specie di fiori riconoscibili (papaveri, margherite, iris, viole, ranuncoli, gelsomini, ecc.) colorano il morbido terreno su cui si muovono i protagonisti della scena. Questo hortus conclusus vuole rappresentare il paradiso in terra, il luogo della felicità dell'uomo attraverso le virtù, il pensiero, la cultura,  in una parola i valori dell'humanitas. E' un quadro tra i più misteriosi dell'intera storia dell'arte, ricco di rimandi,  di allegorie e di simboli, che non smette di proporre sempre nuove interpretazioni. Non ultima quella di chi ha voluto vedere un calendario abbreviato della bella stagione a partire da febbraio (Zefiro) a settembre (Mercurio)  culminante in maggio (Venere) in una sorta di Primavera senza fine.

Lasciamo l'arte e torniamo alla poesia.  Ancora Leopardi, La quiete dopo la tempesta:

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

 

Immagini ariose di vita quotidiana. Si sente la gioia di rivedere il sole dopo la paura del temporale. La bella natura si riprende la scena, l'illusione offre qualche scampolo di felicità, una pausa per rilassarsi dal dolore (“gioia vana , ch'è frutto/ del passato timore, ...Uscir di pena/ è diletto fra noi). La gente prima chiusa in casa apre balconi, terrazzi e logge. Riprende la vita di ogni giorno con i suoi suoni e le sue fatiche. Torna a proposito l'invito di una vecchia canzone, Aprite le finestre, interpretata da Franca Raimondi, vincitrice del Festival di Sanremo del 1956, quello delle  “voci nuove”  (organizzato dalla RAI allo scopo di contrastare il predominio dei discografici che imponevano canzoni e cantanti).

Aprite le finestre al nuovo sole,
è primavera, è primavera.
lasciate entrare un poco d’aria pura
con il profumo dei giardini e i prati in fior.
Aprite le finestre ai nuovi sogni,
bambine belle, innamorate.
E forse il più bel sogno che sognate,
sarà domani la felicita!
Nel cielo, fra le nuvole d’argento,
la luna ha già fissato appuntamento…
Aprite le finestre al nuovo sole
è primavera festa dell’amor.

Con Leopardi la primavera è di casa. Non solo nei titoli (Alla Primavera) o nei versi (“Primavera dintorno brilla...” ne “ Il passero solitario”), ma anche nelle immagini e nei fiori. Famoso il “mazzolin di rose e di viole che la “donzelletta” de “Il sabato del villaggio”  reca in mano”

per adornare    “dimani, al dì di festa, il petto e il crine”.

Famoso, ma anche contestato da un altro grande poeta, Giovanni Pascoli, che in un saggio del 1914 “Il Sabato” sottolineò “l'errore dell'indeterminatezza (colpa comune e ricorrente della poesia italiana), per la quale, a modo d’esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d’indeterminatezza che si alterna con l’altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole , tutti gli uccelli a usignuolo”. E un po' sarcasticamente concludeva: “Avrei voluto vedere il  mazzolino, se era proprio “di rose e di viole„! Rose e viole nello stesso mazzolino campestre d’una villanella, mi pare che il Leopardi non le abbia potute vedere. ..., viole di marzo, ..., rose di maggio!”. Per quanto mi riguarda, Pascoli (che oltretutto è un poeta a me molto caro) può fare il precisino quanto vuole, ma la poesia non è botanica esposizione e il poeta non è un fioraio che vende fiori  con tanto di etichetta. E dunque viole e rose messe assieme, come in una splendida canzone-poesia di Fabrizio De André: La canzone dell'amore perduto

Ricordi sbocciavano le viole
con le nostre parole:
"non ci lasceremo mai,
mai e poi mai"
Vorrei dirti, ora, le stesse cose
ma come fan presto, amore,
ad appassire le rose
così per noi.

 

La giovinezza, raffigurata nella donzelletta leopardiana, è un simbolo ricorrente della primavera, stagione della vita indimenticabile e irripetibile. La troviamo mirabilmente rappresentata dal nostro massimo poeta neoclassico, Ugo Foscolo, nel III  libro delle Grazie, dedicato a Pallade, dea della virtù, dove Erato indica a Flora i colori dell'arcobaleno da usare per dipingere il Velo, che preserverà le Grazie dalla sempre rinascente ferinità degli uomini. Dei cinque quadri rappresentati  il primo e più significativo  è quello in cui campeggia al centro del velo la Giovinezza, che ardita balla discendendo un lieve pendio, che nessuno può risalire.

Mesci, odorosa dea, rosee le fila;

E nel mezzo del velo ardita balli,

Canti fra 'l coro delle sue speranze

Giovinezza: percote a spessi tocchi

Antico un plettro il Tempo; e la danzante

Discende un clivo onde nessun risale.

Quando la giovinezza sarà sfiorita, i fiori fatti sbocciare dalle Grazie al suo passaggio resteranno a testimonianza del suo valore e profumeranno  sopra la sua tomba.

Il tema più famoso in campo musicale rigurdante la Primavera è quello che apre Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi composte nel 1725. La Primavera, in tonalità di MI maggiore, si sviluppa, al pari delle altre stagioni, in tre movimenti descrittivi degli aspetti della stagione: l'allegro iniziale, dopo l'attacco orchestrale, evoca dapprima il canto degli uccelli con l'impiego di violino principale,  violini e viole, poi il mormorio dei ruscelli eseguito in tono basso e, dopo la ripetizione della I frase, il brontolio dei tuoni (contrabasso) alternato ai lampi (violino solo) annuncia l'improvviso temporale primaverile. Infine le nubi vengono scacciate,gli uccelli tornano al canto e per due volte viene ripetuto il tema principale.

Nel largo del secondo movimento i violini imitano il mormorio di fronde e piante, mentre la melodia del violino solista rappresenta il pastore che dorme e le viole il cane che abbaia e gli altri violini  foglie e fronde fruscianti. Pastori e ninfe danzano nell'allegro finale. Trattandosi di musica a programma, la partitura è accompagnata, come le altre stagioni, da un sonetto descrittivo:

Allegro

Giunt' è la Primavera e festosetti

La salutan gl' Augei con lieto canto,

E i fonti allo spirar de' Zeffiretti

Con dolce mormorio scorrono intanto:

Vengon' coprendo l'aer di nero amanto

E lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti

Indi tacendo questi, gl' Augelletti

Tornan di nuovo al lor canoro incanto:

Largo

E quindi sul fiorito ameno prato

Al caro mormorio di fronde e piante

Dorme 'l Caprar col fido can' a lato.

Allegro

Di pastoral Zampogna al suon festante

Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato

Di primavera all'apparir brillante.

Non sempre però la Primavera è sinonimo di gioia e di arrmonia...

“Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale

tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso

e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito”

E' l'attacco della seconda strofa di una poesia di Montale, La Primavera Hitleriana, scritta nel 1939 e pubblicata nel 1947 nella raccolta “La bufera ed altro”. Si riferisce all'incontro avvenuto a Firenze nel maggio del 1938 tra Mussolini ed Hitler, la cui alleanza, per l'occasione rinforzata, rappresenta per Montale il presagio della catastrofe della seconda guerra mondiale. Hitler è visto come un messaggero infernale accolto dai fedeli alleati fascisti al grido di “eja, eja, alalà” e sommerso dal tripudio di un'orchestra pavesata di croci uncinate (il “golfo mistico” era nel teatro di Wagner lo spazio, la buca -e tale è rimasta- dove si collocava l'orchestra. La musica di Wagner fu molto apprezzata dai nazisti che la strumentalizzarono in chiave nazionalista).

Dunque la primavera non porta sempre colori, gioia, vitalità. Porta anche sangue e morte. Ma, ovviamente, non è colpa sua; la colpa è solo degli uomini che schiacciano i loro simili per imporre il proprio potere. Così è accaduto a Praga nel 1968 quando il tentativo riformista e di relative liberalizzazioni operato da Alexandr Dubcĕk fu soffocato dai carri armati sovietici e culminò nel sacrificio di Jan Palach che, estratto a sorte tra altri studenti, di diede fuoco per primo assurgendo a martire per la libertà del proprio Paese. La Cecoslovacchia rimase occupata fino al 1990, quando  la dissoluzione dell'impero comunista diede l'indipendenza          alle ex repubbliche sovietiche. La Primavera di Praga ha ispirato il romanzo di Milan Kundera L'insostenibile leggerezza dell'essere e in Italia Francesco Guccini ha composto la canzone Primavera di Praga.

In anni più vicini a noi, a partire dal 2011, abbiamo assistito al fenomeno delle cosiddette primavere arabe, che partite come pacifiche manifestazioni di piazza sono degenerate in violenti scontri in Siria, Egitto, Iraq,Tunisia, Algeria, Libia  con cruenti cambi di potere e sanguinosi conflitti che hanno acuito il fenomeno della fuga dalla fame e dalla guerra di disperati che hanno attraversato, e attraversano ancora oggi, il Mediterraneo per raggiungere l'Europa, in primis l'Italia e la Grecia, alla mercé di scafisti feroci e senza scrupoli, responsabili delle morti in mare e di tragedie che ben conosciamo. Dittature odiose, lotte tra tribù e gruppi islamici camuffati da ribelli moderati, in parte appoggiati, a seconda delle convenienze, da paesi europei e arabi, hanno ridotto alcuni territori a campi d'interesse economico (possesso e controllo di zone petrolifere) e di guerre civili con larga diffusione in Europa di numerosi terroristi dell'Isis, che hanno operato attentati crudeli ed inimmaginabili a Madrid, a Londra, a  Parigi fino quello, devastante e particolarmente efferato, di Bruxelles del 22  marzo con 35 morti maciullati dagli esplosivi dei kamikaze, proprio all'inizio della primavera . A ciò si aggiunge la grande emergenza umanitaria che l'UE non riesce, non vuole o non sa affrontare. Un quadro davvero cupo con cui dobbiamo fare i conti, dove le belle arie di primavera si sono stemperate e rischiano di precipitarci in un inverno senza fine!

Che gelida manina, se la lasci riscaldar...” Inizia con questa famosa aria dalla Bohème pucciniana la storia d'amore tra Rodolfo, poeta squattrinato, e Lucia, alias Mimì, la bella ricamatrice di fiori di stoffa, in una povera soffitta del quartire latino a Parigi. Una storia che ha un triste epilogo, come quasi sempre nel Melodramma, con la morte di Mimì consunta dalla tisi, il mal sottile, come si diceva nell'Ottocento. I suoi “occhi belli” cantati da un incantato Rodolfo riportano alla memoria gli “occhi... ridenti e fuggitivi” della protagonista di un celebre Canto leopardiano, A Silvia. Entrambe, Mimì e Silvia, vivono la loro primavera accomunate da un triste destino di morte proprio sul fiorire della giovinezza. Due figure artistiche di grande fascino, come solo la grande musica e la grande poesia riescono a creare.

Al canto di Rodolfo segue un'aria altrettanto famosa: “Sì, mi chiamano Mimì ”,dove la protagonista , pur negli stenti della sua condizione, vive il fascino della primavera, che riporta il sole e la vita:

Sì. Mi chiamano Mimì,
ma il mio nome è Lucia.(...)
Mi piaccion quelle cose
che han sì dolce malìa,
che parlano d'amor, di primavere,
di sogni e di chimere,
quelle cose che han nome poesia...
Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo;
ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell'aprile è mio!

Come Mimì canta nell'opera,  così Silvia, nella poesia a lei dedicata, effonde  il suo canto tutt'attorno, beandosi nel maggio odoroso della giovinezza:

 

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

E' un canto struggente innalzato all'amore e alla vita pur nel crollo delle speranze e dell'illusione. Quegli “occhi ridenti e fuggitivi” sono l'emblema della primavera, ma è tutta la lirica ad essere attraversata da immagini di luce e di sonorità. Il poeta stesso interrompe il suo lavoro e si pone in ascolto della voce di Silvia, che canta e lavora di spola senza sentire fatica. Il canto pervade l'animo del poeta e il maggio odoroso colora  e illumina tutto il paesaggio      Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.

Poi il feroce inganno della Natura: la morte di Silvia sulla soglia  della giovinezza (il limitare    di gioventù) al colmo della speranza. Con Silvia muore anche l'illusione del poeta di trovare nella stagione bella della vita la realizzazione dei sogni giovanili. L'arido vero non lascia scampo alla speranza e anche al poeta non resta che la prospettiva della morte.   Dura riflessione e triste conclusione! Tuttavia del Canto rimangono vive le immagini della piena primavera: il maggio carico di odori, il cielo sereno, il caldo brillare del sole nelle vie e tra gli orti, i suoni del lavoro e del canto, i colori del mare e del monte in un accordo di “parole vaghe, sonore e peregrine che concorrono, secondo affermazione leopardiana, a far poesia.

In conclusione  mi piace ricordare alcuni versi di una canzone di Vecchioni , dall'album In Cantus del 2009,  dove sulle note della Primavera di Vivaldi tra i colori di un fiorito giardino un bambino, rievocando immagini di primavera con la madre, vive l'ingenuo incantameno della sua stagione.

"Come eri bella mamma quella primavera,
col cappellino bianco e il tuo vestito a fiori;
io ti guardavo mentre diventava sera
e sorridevi in mezzo ai colori"

Immagine tenera e affettuosa di chi alla primavera si accosta incoraggiato dal sorriso di chin la primavera l'ha vissuta.