L'arte di Katia Giannotta Stampa
Arte
Scritto da Paolo Vincenti   
Lunedì 15 Aprile 2013 16:30

[in www.Culturasalentina.com]

 

Scorrano – Milano, ovvero dal Salento (“lu sule, lu mare, lu ientu”, secondo la più collaudata oleografia) alla Brianza (“velenosa”, come cantava Battisti) e ritorno, nel tempo di una poesia; nel tempo, breve e fuggente (fugit irreparabile tempus), di una manciata di liriche che fanno la memoria di Katia Giannotta, le sue speranze, le sue illusioni e disillusioni, il suo ieri, il suo oggi, il suo “sempre”.

Katia Giannotta è una giovane donna salentina trapiantata a Milano, dove vive e lavora, con l’amore per la poesia. Laureata in Filosofia è direttore del giornale “La Città di Cinisello” (Balsamo) oltre che operatrice sociale e culturale. “Intanto scrivo”, ci dice Katia Giannotta (L’enigma). La poesia nasce proprio da unbisogno forte, da un’esigenza reale, fisica, di mettere nero su bianco le propriepulsioni interiori. La poesia può portare, a volte, ad una forma di parossismo per cui è vero solo ciò che viene fermato su un foglio di carta e tutto il resto non esiste, passa, si annulla. Non è il caso della nostra autrice. La Giannotta sa affidare ai versi le proprie esperienze di vita ma sa anche distaccarsi dalla forma poetica e passare alla prosa oppure, ancora, alla pagina bianca (ci confessa, infatti, di non scrivere già da due, tre anni).

La poesia è per lei esperienza di vita vissuta, servizio sociale (Suicida, La rinascita), rivendicazione di appartenenza. Le parole sono “furtive arie d’altri tempi, visi di bimbe che, scalze ed incaute, traversano sentieri campestri” (La raccolta delle more). Il suo Salento è “odor d’ulivo” (Apulia), è sua nonna e le sue Antiche filastrocche dialettali, sono sua madre e suo padre, ritornati in patria dopo anni di trasferta milanese, è la sua Scorrano,  è la sua perduta Zia Gina. E canta ancora l’amore per il proprio compagno, che conosce da diciassette anni – un’Eternità - con i piccoli screzi, le gioie e le incomprensioni che fanno comunque parte della convivenza (Baruffe). Tra le tracce di questa preziosa produzione troviamo anche il ricordo delle estati felici dell’infanzia quando, insieme con la sua famiglia, percorreva la provinciale che portava al mare (Il Debbio). L’autrice canta gli affanni del vivere quotidiano, l’Apatia, il tedio dei giorni tutti uguali, quel lasciarsi vivere anziché vivere; e poi le attese, i tempi morti, quelli che la Giannotta chiama “interstizi nel tempo”. Ella sa affidare alla poesia le proprie frustrazioni e debolezze – anche i propri fallimenti – e non per “farsi bella agli occhi del mondo”, secondo una forma di autocompiacimento nel dolore comune a molti poeti, ma per trarre da essi  più forza per andare avanti ed affrontare tutti gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento dei propri obbiettivi, al coronamento dei propri sforzi.

La sua scrittura dell’autrice si presenta piana, scorrevole, senza orpelli retorici, con movimenti ritmici costanti, senza impennate e sussulti, senza nessuna deriva ermetica; è apprezzabile la sua disponibilità ad “ascoltare” la poesia, a far sì che sia essa a cantare lasciandola fluire senza sovrapporvisi. Le sue poesie sono leggere e rivelano, in una sintesi estetica estremamente efficace, le paure dell’autrice, i sogni, i sensi di colpa, il desiderio di fuga sempre latente – a volte scopertamente manifesto – e la nostalgia della terra-madre fra le cui braccia l’autrice anela tornare. Ella, infatti, persegue da molto un progetto di fuga dalle brume di Milano, una città che, come dice Raboni, “non è per viverci, in fondo”, per ritornare nel suo amato Salento Iapigio, in Finibusterrae, dove a Katia, come già Bodini, piacerebbe “essere fieno sul finire del giorno portato alla deriva fra campi di tabacco e ulivi, su un carro che arriva in un paese dopo il tramonto in un’aria di gomma scura”.