Letteratura e paese nei libri di Luigi Scorrano e di Antonio Resta Stampa
Recensioni
Scritto da Gigi Montonato   
Mercoledì 17 Agosto 2016 08:05

["Presenza taurisanese" anno XXXIV n. 285 - agosto 2016, p. 6]

 

Ecco due autentiche strenne alieno tempore: un libretto di Luigi Scorrano, fattomi pervenire dall’autore con il comune amico Luigi Marrella, mio paese e altri paesi [tutto rigorosamente in minuscolo] (Tuglie, Tipografia 5 emme, 2016, pp. 78), “stampato in solo 365 esemplari numerati: più uno, secondo il giro del sole. Dono a familiari ed amici”; e un altro, di poco più corposo, libretto di Antonio Resta, Un paese, due mondi. Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale (Lecce, Grifo, 2016, pp. 124), direttamente speditomi dall’autore.

E’ proprio vero – pensai subito tra me e me – accade che senza neppure darsi voce più persone con emozioni ed interessi diversi finiscano sorprendentemente per confluire se non proprio in un comune sentire in una comune disposizione d’animo.

I nostri due autori sono due italianisti; la sanno lunga sulla letteratura italiana e la sua storia. Bisogna dirlo subito, però: il , di cui essi parlano, non ha niente a che fare con lo “Strapaese” di Maccari e di quegli scrittori del primo Novecento, i Longanesi e i Malaparte, che tanto fecero dibattere e che tanto arricchirono la nostra cultura letteraria, con chiari intenti politico-integralistici del regime. Allo “Strapaese”, movimento d’impostazione tradizionalistica e di gelosa conservazione dei valori patriarcali e contadini, la cui massima espressione nazionalistica era il “Comune rustico” del Carducci, si contrapponeva “Stracittà”, con Bontempelli ed altri, movimento tendente a sprovincializzare in direzione modernista l’ambiente culturale italiano e fascista sulla scia del futurismo e del tecnicismo.

I nostri due autori non dimostrano di soffrire di nostalgia né si propongono scopi di alcun genere. Con serena apertura mentale e umorale, parlano dei loro paesi, di quel che erano, di quel che sono e implicitamente fanno pensare a quel che potranno diventare.

Il paese o i paesi di cui parlano sono proprio i paesi con le loro chiese e i loro campanili, le loro piazze, le loro vie, i loro personaggi tipici, che poi ci sono in ogni paese di una regione o di una subregione, come Ennio Bonea definiva il Salento, rivissuti sull’onda del ricordo e della storia. Li narrano senz’altro scopo se non di recuperare e passare agli altri le loro bellezze e le loro atmosfere ormai scomparse, mentre noi immaginiamo sul loro volto un mezzo sorriso di compiacimento e di tenerezza al ricordo di certe presenze umane e sociali.

Luigi Scorrano è di Tuglie, comune vicino a Gallipoli, ma ha insegnato lettere a Casarano e conosciuto altre realtà salentine per la sua attività di conferenziere. Il “suo” paese è dunque il Salento. Le sue “cartoline” a momenti ricordano, per certi lampi metafisici le “Città invisibili” di Italo Calvino. Sono luoghi dell’anima e della mente: Gallipoli, Otranto, Casarano, Parabita, San Cassiano; e poi la campagna, le vie, i personaggi, ovvero le “figure”, ovvero ancora le “facce”. Certo, un atto d’amore e di poesia, che si coglie attraverso una prosa lieve e pur calibrata su oggetti materiali, che le stratificazioni però non hanno appesantito.

Antonio Resta è di Neviano, è un ricercatore e docente universitario e vive da vari anni a Pisa. Vien giù per le vacanze e per le ferie. Il suo trovare sempre una realtà paesana diversa deve averlo spinto a coglierla nel suo lento dinamismo in un racconto narrativamente essenziale e fluido, lessicalmente puntuale. Qui niente è immateriale. L’autore riavvolge il nastro della storia di questi ultimi cinquant’anni facendo “vedere” al lettore scene, luoghi e personaggi che hanno l’incanto della rievocazione personale ma l’approccio scientifico. Pur leggendo di Neviano ognuno ritrova il proprio paese, i suoi abitanti, le sue cose.

E’ un libro che personalmente – appartengo al mondo della scuola – farei entrare organicamente nella programmazione scolastica di tutte le scuole di ogni ordine e grado, perché a tutti, dai più piccoli ai più grandi discenti, si rivolge informando e soprattutto ponendo delle domande, incuriosendo. Nulla è didatticamente più valido di un immediato confronto tra ciò che è stato e cià che è. I due mondi, di cui parla esplicitamente l’autore, sono il prima e il dopo di quest’ultimo cinquantennio, che è stato così rapido e decisivo nei cambiamenti da non sorprendere solo chi vi era immerso. Stando lontani dal proprio paese in genere ci si accorge di più di quel che non trovi più, ritornandovi, e del nuovo in cui ti imbatti. Un processo solo apparentemente paesano; in realtà il processo di omologazione, già in essere ai tempi di Pasolini, e di globalizzazione è assai più vasto. Il valore di questo libro sta nell’osservatorio: i cambiamenti del paese dal paese.