L’Osceno del villaggio: forma e contenuto Stampa
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Scritto da Franco Melissano   
Giovedì 01 Dicembre 2016 18:45

Ne L’Osceno del villaggio, raccolta di articoli già apparsi su diverse testate giornalistiche e blog pubblicata quest’anno da Paolo Vincenti per i tipi della ArgoMenti Edizioni, il contenuto si sposa magnificamente con la forma prescelta.

Non si intende qui fare riferimento allo stile giornalistico utilizzato, giacché la stessa natura di quegli scritti lo imponeva necessariamente. D’altra parte Vincenti lo dichiara apertis verbis, sebbene sempre con il solito taglio ironico che lo caratterizza, allorquando in L’Oscena Italia gioca a più riprese con la preoccupazione, tipicamente giornalistica, delle “battute, spazi inclusi”.

La forma qui è data, invece, soprattutto dal linguaggio con il quale Vincenti tesse la trama dei vari pezzi.

Un linguaggio moderno, giovanile, a volte molto vicino a quello in uso nei mass-media e nel mondo della musica leggera, soprattutto dei cantautori. Non è un caso che più di un esergo sia tratto da canzoni di Dalla, Venditti, Vecchioni, Ligabue eccetera.

Molti neologismi derivano dal linguaggio dei giovani. Ad esempio, parlando dei cine-panettone e dei Vanzina, Vincenti ne mette in risalto il “loro portato di flatulenze, rutti, sbroccamenti e volgarità varie”. Ecco. Sbroccamento - termine romanesco, che sta per perdita totale di ogni controllo – è chiaramente mutuato dal linguaggio giovanile.

Non possono sfuggire i numerosi forestierismi: francesismi, ma soprattutto anglismi. Vincenti li usa con grande naturalezza e scioltezza, persino quando forse si potrebbe utilizzare il corrispondente termine italiano. Ma ciò egli fa sempre con naturalezza, senza snobismi intellettuali di sorta.

Anche qui un solo esempio: a proposito dei ragazzi di oggi che riescono a pronosticare molto rapidamente se un film gli piacerà oppure no, scrive che essi riescono a farlo dal “primo frame”. Non dalla prima immagine. No. Dal primo frame.

Spesso ricorrono delle forme volutamente popolari o comunque dell’uso corrente. Così ad esempio “Euri” al posto del più paludato “Euro” (maschile invariabile). Non mancano alcuni toscanismi. Parlando di un pubblico scaltrito, scafato, non facile da raggirare, ci imbattiamo nell’espressione “non certo facile da imbecherare”.

Tuttavia, l’uso di questi termini moderni, frizzanti, vivaci non impedisce a Paolo Vincenti il ricorso alla citazione culta. E così con nonchalance, senza citarlo espressamente, egli richiama l’Orazio dell’Ars Poetica (“in tema di utile dulci”); oppure apre il toccante ricordo del compianto Sergio Torsello con l’acronimo R.I.P. (Requiescat in pace).

La robusta cultura classica dell’Autore emerge prepotentemente, contribuendo ad arricchire ulteriormente un linguaggio estremamente articolato, composito, variegato, sempre piacevole ed accattivante.

 

Altre volte invece le citazioni sono esplicite. Il lettore ne troverà a bizzeffe: da Dante ad Ungaretti, da Dione Crisostomo all’Apocalisse di Giovanni, da Breton a Corrado Guzzanti e Pippo Baudo, tutti sono citati con estrema naturalezza all’interno di un discorso asciutto, rapido, essenziale.

Quanto ai contenuti occorre premettere che Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro. E questa sua tendenza a contrastare sempre, immancabilmente, l’opinione dominante, ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali. Come quando, ad esempio, in Privilegi arriva a criticare papa Francesco per l’uso della Ford Fiesta o il Presidente Mattarella per il ricorso al treno.

Vincenti – uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita - si consente il lusso di scagliare i suoi strali in tutte le direzioni, contro tutto e contro tutti. E tuttavia lo fa sempre senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì “con il sorriso sulla bocca”, ritenendosi egli “un disimpegnato”.

E questo è vero, ma solo parzialmente; perché, se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente al cinismo.

Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) e la difesa della Grecia come gelosa salvaguardia della cultura e della civiltà occidentale, fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori (amore per la cultura, onestà, impegno nel lavoro e nella vita, coerenza, aspirazione ad una società migliore ecc.) che l’Autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno.

D’altra parte gli articoli che compongono l’antologia ben si possono definire di satira sociale e politica, e la satira, come insegna Giovenale, nasce sempre, immancabilmente da una potente reazione di sdegno, di profonda indignazione (Facit indignatio versum).

Il libro, arricchito dalle stupende vignette di Melanton, è estremamente interessante e si offre ad una lettura piacevole.