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Recensioni
Martedì 12 Luglio 2011 16:07

-          La “bella scola” (recensione a La ”bella scola” federiciana di Aldo Vallone, a cura di Pasquale Sabbatino, ESI,  Napoli, 2007), “Il Paese Nuovo” di sabato 23 ottobre 2009, p. 6.

-          Ordini religiosi e santità globali (recensione a Ordini religiosi, santi e culti tra Europa, Mediterraneo e Nuovo Mondo (secoli XV-XVII), a cura di Bruno Pellegrino, Congedo Editore, Galatina, 2009, 2 tomi), “Il Paese Nuovo” di mercoledì 28 ottobre 2009, p. 6.

 

-          Oh!  Novecento (recensione a Antonio Lucio Giannone, Modernità del Salento, Congedo Editore, Galatina, 2009), “Il Paese Nuovo” di mercoledì 18 novembre 2009, p. 6; poi col titolo La linea novecentesca salentina della letteratura e dell’arte, “Il Galatino” di venerdì 18 dicembre 2009, p. 3.

 

 

La “bella scola” di Aldo Vallone

Nel corso dell’ultimo quarto del XX secolo (dal 1972/1973 fino al 1986/1987), Aldo Vallone ha svolto la sua attività di docente presso l’Ateneo federiciano di Napoli. In quella sede, dunque, è naturale che si siano riuniti i suoi amici, ad un anno dalla morte, avvenuta il 23 giugno 2002, per rendergli onore nell’unico modo che si addice ad uno studioso, esaminando la sua varia produzione critica e letteraria. I risultati di questa riunione sono pubblicati in un bel libro collettivo dal titolo La “bella scola” federiciana di Aldo Vallone, con sottotitolo Storia dialettica della letteratura meridionale e critica dantesca nel secondo novecento, Giornata di studi – Napoli, 12 maggio 2003, a cura di Pasquale Sabbatino, con presentazione di Fulvio Tessitore, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007, pp. 394, n. 7 della Collana Viaggio d’Europa Culture e letterature, diretta da Sebastiano Martelli e Pasquale Sabbatino.

Dopo la Presentazione di Fulvio Tessitore, il Saluto del Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Antonio V. Nazzaro, e quello del Direttore del Dipartimento di Filologia moderna dell’Università federiciana, Raffaele Giglio, il saggio d’apertura è affidato a Giancarlo Vallone, figlio di Aldo,  Aldo Vallone giovane, pp. 13-56 (Giancarlo apre e chiude il volume, giacché in conclusione aggiorna ed integra la Bibliografia cronologica degli scritti di Aldo Vallone (pp. 305-365), già edita da Leonardo Sebastio in P. Sabbatino, L. Scorrano, L. Sebastio, R. Stefanelli, Dante e il Rinascimento, Rassegna Bibliografica e studi in onore di Aldo Vallone., Firenze, Olschki, 1994, pp. 7-74), che si conferma qui come il primo esegeta del padre (si ricordi che Giancarlo ha curato gli Scritti Salentini e Pugliesi di Aldo Vallone (Mario Congedo Editore, Galatina, 2003, premettendovi un saggio dal titolo Storia e ricerca meridionale nell’opera critica di Aldo Vallone). Egli ricostruisce la giovinezza del dantista galatinese, dagli studi al Liceo “P. Colonna” di Galatina dei primi anni Trenta alle ricerche dantesche della fine degli anni Quaranta (“Forse è qui” scrive Giancarlo, “in Dante, che termina la giovinezza di Vallone” (p. 347), passando attraverso gli studi universitari a Firenze e a Torino e l’esperienza drammatica della guerra. Giancarlo segue tutto il curriculum paterno, senza dimenticare amici (Farinelli, Pézard, Pietrobono, ecc.) e nemici (“il nemico Russo” p. 346), alla fine congedandosi con parole nelle quali lo zelo dello studioso consuona con l’affetto filiale: “Ricordo sempre mio padre giovane, e non lo era; né so se questo è per virtù mia o sua. E poi, quando finisce la giovinezza? Forse, quando s’imbocca l’ultima via, quella che non s’abbandona più e nella quale s’è giovani sempre” (p. 348).

Leonardo Sebastio, Aldo Vallone nella Facoltà di Magistero di Bari (pp. 57-65) rievoca il periodo in cui Vallone fu docente di Lingua e Letteratura italiana nella Facoltà di Magistero di Bari (dall’a.a. 1967-1968 all’a.a. 1971-1972), che rappresentò, secondo lo studioso, “il momento più fecondo di risultati scientifici, per molti aspetti determinanti per la dantologia tutta” (p. 64), con la pubblicazione nel 1971 del Dante nella Storia letteraria d’Italia vallardiana. Seguono due scritti, entrambi dedicati a Vallone studioso della “civiltà meridionale”: il primo, di Mario Agrimi, Aldo Vallone per la “civiltà meridionale” (pp. 67-72): è suo il ricordo di una Galatina, dove ebbe a formarsi il Vallone, che “nei primi anni del dopoguerra si collocò in una posizione di particolare prestigio per le sue attività culturali e per una illuminata e vigorosa presenza della tradizione liberale legata alla famiglia Vallone…” (p. 71); il secondo, di Giuseppe Galasso, Aldo Vallone e la genesi della storia letteraria del Mezzogiorno (pp. 73-79), che ricostruisce la genesi del Profilo della letteratura meridionale dalle origini all’unità, pubblicato in Storia del Mezzogiorno, a cura di G. Galasso e R. Romeo, X, t. 3, Napoli, Edizione del Sole, 1992, pp. 335-493, ampliato poi in una redazione monumentale nella Storia della letteratura meridionale, Napoli, CUEN, 1996). Galasso definisce il Profilo come “un quadro… attento anche alla periferia del Mezzogiorno, non solo al suo grande centro napoletano” (p. 77).

Una parte notevole del volume riguarda poi gli studi di critica dantesca di Vallone – peccato che il Dante, invece,  si eccettui l’accenno di Sebastio sopra ricordato, sia stato un po’ trascurato dai convenuti -: due studiosi, Ruggiero Stefanelli, Aldo Vallone storico della critica dantesca (pp. 81-89), e Luigi Scorrano, Strade maestre e scorciatoie: Aldo Vallone e la Storia della critica dantesca dal XIX al XX secolo (pp. 91-137), entrano nel merito degli studi di critica dantesca di Vallone: Stefanelli, più sintetico, definisce il metodo di ricerca di Vallone, “critico della critica letteraria”: “Egli si mosse dapprima, anche qui, per campioni oserei dire, cioè per saggi dedicati a singole figure di interpreti danteschi, dislocando di volta in volta l’attenzione su momenti storici diversi e magari distanti tra loro, oppure concentrandola su scuole e indirizzi rappresentanti cambiamenti significativi o vigorose conferme della fortuna di Dante… Col passare degli anni, inevitabilmente Vallone completò il quadro dello svolgimento storico della critica dantesca col riempire i vuoti attraverso un’infaticabile raccolta e classificazione culturale dei dati anche meno significativi, lentamente approdando a quella storia della critica dantesca  cui aveva sempre ambito…” (pp. 83-84); Scorrano, più analitico, passa in rassegna tutti i secoli studiati da Vallone nella Storia della critica dantesca dal XIV al XX secolo (1981), considerando non solo i grandi nomi della critica dantesca, ma anche i minori e minimi (“oltre le vie maestre è apparso necessario percorrere un buon numero di scorciatoie” p. 112). A seguire, due saggi, il primo di Antonio Palermo, Vallone e la narrativa dell’Otto-Novecento (pp. 139-144), nel quale si dà menzione degli interessi valloniani di critico letterario, il secondo di Carmine Di Biase, Il romanzo napoletano del Novecento in Aldo Vallone (pp. 145-154), che una volta di più dà ragione della predilezione valloniana nei confronti della narrativa meridionale e napoletana in particolare. E veniamo al saggio centrale del volume, che gli dà il titolo, firmato dal curatore, Pasquale Sabbatino, Gli anni della “bella scola” federiciana di Aldo Vallone e la “storia dialettica” della letteratura meridionale (pp. 155-196), nel quale l’autore, riprendendo analoghe considerazioni già abbozzate da Galasso, mette in evidenza “la negazione e la improponibilità della storia unilineare della letteratura italiana” che invece nasce e si nutre “del confronto e della dialettica fra le diverse realtà storico-geografiche, che insieme contribuiscono, pur nella diversità, tra urti e riappacificazioni, scontri e incontri, gomitate e strette di mano,  a disegnare un quadro nazionale non tanto unitario quanto variamente articolato” (p. 169). A seguire, Vincenzo Caputo, Aldo Vallone e le istituzioni accademiche napoletane (pp. 197-231) dà conto dell’attività di Vallone presso l’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, di cui fu a lungo presidente e vicepresidente, e dell’Accademia Pontaniana, di cui fu semplice socio; nelle quali nacquero non pochi studi di Vallone; e Cristiana Anna Addesso, Aldo Vallone e il modulo della “comparazione” di Francesco De Sanctis (pp. 233-274), saggio nel quale la scrittrice passa in rassegna gli studi desanctisiani di Vallone per concludere che “Manzoni, Leopardi e Prati costituiscono per Vallone altrettante prove del nove per dimostrare la centralità del De Sanctis nelle dinamiche della critica letteraria italiana (p. 273). Carlo Alberto Augieri, Campi lessicali della lingua poetica e dialettica temporale tra significazione dei testi e senso delle culture: riflessioni sulla critica di Aldo Vallone (pp. 275-297), sulla scorta del metodo “indiziario” di Carlo Ginzburg, dichiara in apertura di voler “percorrere alcuni segmenti argomentativi del discorso critico di Aldo Vallone” (p. 276) nella convinzione che la critica, “come Vallone ha insegnato, … deve avere la capacità di spiare gli “indizi” testuali, saperli leggere come segni… Vallone ha proposto un “paradigma indiziario” di segni, di cui seguire il tracciato…” (p. 297).

Chiude il volume una bella e accurata descrizione della Biblioteca di Aldo Vallone (pp. 299-303) di Leopoldo Tondelli, dove si legge che “sono raccolti circa cinquantamila volumi opuscoli ed estratti” (p. 299). Il lettore rimane sorpreso, avendo letto nello stesso volume che i libri della biblioteca valloniana sono “oltre trentamila” (L. Sebastio, cit. p. 58 n. 3) (L. Sebastio, cit. p. 58 n. 3). Insomma, quanti sono questi volumi? Inoltre, entrambi gli autori (Sebastio e Tondelli) dichiarano che la Biblioteca è aperta al pubblico. Tondelli dice addirittura: “La biblioteca, aperta al pubblico, ha attività continua almeno dal 1974” (p. 299). Che io non me ne sia accorto, pur passando da via Siciliani quasi ogni giorno da almeno quarant’anni?

 

 

Ordini religiosi e santità globale

Vedono la luce per le edizioni di Mario Congedo gli Atti del V Convegno Internazionale AISSCA (Associazione italiana per lo studio dei santi dei culti e dell’agiografia) tenutosi a Lecce dal 3 al 6 maggio 2003, col titolo Ordini religiosi, santi e culti tra Europa, Mediterraneo e Nuovo Mondo (secoli XV-XVII), a cura di Bruno Pellegrino, Presentazione di Gabriella Zarri, Postfazione di Raimondo Michetti, Congedo Editore, Galatina 2009, 2 tomi di pp. compl. 786. Si tratta di un’opera imponente per mole e vasta per contenuti, il cui oggetto di studio, gli ordini religiosi e la promozione di devozioni e culti, spazia nei quattro angoli del mondo, dal Mediterraneo al Brasile, dal Perù all’India. Un’opera di tale vastità non può essere il risultato della fatica di una sola mano. Ed infatti, circa una trentina di studiosi si avvicendano nelle pagine dei due tomi, ognuno col compito preciso di dare un contributo particolare al tema in questione. La mente che ha presieduto a una simile opera ha voluto dare un quadro globale della questione, e per far questo ha dovuto estendere quanto più possibile l’indagine in senso geografico, il che appare motivato dalla dimensione globale del fenomeno della santità nel periodo considerato (secc. XV-XVII). Gli ordini religiosi di quei secoli, Francescani, Domenicani, Agostiniani, Mercedari, e poi i nuovi ordini, i Gesuiti e i Teatini, seguivano da vicino i conquistadores alla Pizzarro e alla Cortes, mercenari, avventurieri, mercanti, portando la croce immancabilmente dov’era giunta la spada. In quest’opera di evangelizzazione, che non riguardava solo il Nuovo Mondo, ma anche le regioni periferiche del mondo cattolico europeo, soprattutto dopo il Concilio di Trento, si inserisce di diritto il tema della santità, a cui l’agiografia s’incarica di dare la forma compiuta del racconto. “E’ proprio perché ogni famiglia religiosa che si rispetti”, scrive Raimondo Michetti (Le raccolte di vite di santi come fonti per la storia degli ordini religiosi d’età moderna, pp. 21-38), “tende a dotarsi della sua raccolta agiografica che noi possiamo studiare in modo comparato, anche mediante le raccolte, la storia e le metamorfosi degli ordini stessi: sia gli antichi ordini monastici sia i vecchi ordini mendicanti sia i nuovi ordini moderni, sono infatti, tutti sincronicamente impegnati nella costruzione, nel rafforzamento, o addirittura nell’invenzione, di una fisionomia religiosa che si avvale, in prima istanza, dell’esaltazione dei propri santi” (pp. 27-28).

Il mondo intero, sconvolto da guerra, carestia, epidemia, le tre furie dell’ancien régime, sembra bisognoso di santità, che gli ordini religiosi si incaricano di incanalare e dirigere secondo precise dinamiche. Il loro ruolo, scrive Elisa Novi Chavarria (Ordini religiosi e santità femminile nel Mezzogiorno spagnolo, pp. 255-275), è “determinante nell’orientare o assecondare determinate scelte devozionali, nella pianificazione di pellegrinaggi, nella raccolta e nel traffico delle reliquie, nel promuovere forme di sostegno organizzato per questa o quella loro beniamina, nella progettazione editoriale di agiografie e raccolte di panegirici destinate alle biblioteche di laici ed ecclesiastici, che ebbero anche un discreto successo editoriale, nel controllare e indirizzare verso i propri santuari i flussi finanziari della carità dei fedeli, non di rado anche in aspra concorrenza tra loro” (pp. 261-262). Va da sé che ogni “affettazione di santità” va combattuta e repressa, proprio perché rifulgano meglio gli esempi di vita santa. E il caso di Filippa Maria Porzii, di Forlì, “la quale asseriva di ricevere rivelazioni e grazie speciali da Dio e di avere virtù profetiche e taumaturgiche” (p. 174), secondo il racconto di Adelisa Malena (La costruzione di un’eresia. Note sul quietismo italiano del Seicento, pp. 165-184). La Porzii nel 1687 fu processata e condannata al carcere a vita dall’Inquisizione.

La funzione degli Ordini, inoltre, fu anche quella di mediatori tra culti popolari e istanze centralistiche della Chiesa romana. Marcella Campanelli (Nuovi ordini e nuovi culti, pp. 297-315), a questo proposito, parla di “complessa dialettica” tra Chiesa e fedeli: “La prima, attraverso le direttive centralistiche che le provenivano da Roma, esercitava il suo potere regolatore e di controllo non solo sulle istituzioni ecclesiastiche locali, ma finiva anche con lo svolgere un’azione di interferenza nel vissuto religioso dei fedeli. Unica interprete dei valori propri della santità e dei relativi culti, la Chiesa controriformistica tentava di incanalare le spinte devozionali verso gli alvei dell’ufficialità scontrandosi con le resistenze opposte dai fedeli, gelosi custodi delle proprie tradizioni e dei propri referenti cultuali. Nello scontro tra spinta collettiva da una parte e esigenza normativa dall’altra, i Regolari finirono con il rafforzare il loro ruolo di mediatori per eccellenza” (p. 309).

Interessante il contributo di Angelo Sindoni (Patronato di santi e storia municipale nella Sicilia moderna, pp. 343-364), che indaga nella Sicilia moderna i patronati dei santi e come la loro storia si intrecci con quella municipale: “Nel santo patrono”, egli scrive, “si identifica l’intera comunità; le feste patronali sono quanto di più coinvolgente si possa registrare nella fenomenologia religiosa” (p. 343); la conseguenza è che le municipalità “cercavano con i nuovi patronati, una sanzione anche religiosa delle nuove realtà politico sociali” (p. 347), rinvenendo in essi la sublimazione religiosa dell’identità cittadina. “Questi patronati”, aggiunge Sindoni, “stabilitisi nel corso del ‘600, perdurano ininterrottamente fino ai nostri giorni” (p. 348), ad ulteriore riprova di come il barocco non sia un fatto culturale concluso della storia, ma si protragga sino ai nostri giorni.

Un tema importante studiato in questo volume è quello della condizione femminile in rapporto alla santità. In un’epoca di grande impatto disciplinare, scrive Katiuscia Di Rocco (Modelli di santità nelle comunità femminili in età moderna. L’esempio di suor Maria Rosa Serio, pp. 453-467), “la condizione fondamentale della vita monastica femminile divenne la clausura con tutto ciò che essa significò: mortificazione e condanna della carne, preghiera, doveri, sacrifici, lavoro e isolamento dalle famiglie di origine…” (p. 454). Queste erano le condizioni per giungere alla santità. Ma chi era, in effetti, una santa? “La santa”, risponde Di Rocco, “era una garante della stabilità del gruppo nel suo insieme e di ciascuno dei suoi membri, per la sua impeccabilità, che faceva di lei un’interlocutrice privilegiata presso Dio, un tramite tra il cielo e gli uomini. I fedeli erano convinti che da viva fosse investita di qualità appartenenti alla sfera divina” (pp. 454-455). Di Rocco fa l’esempio, uno dei tanti che si potrebbero citare, di Suor Maria Rosa Serio, serva di Dio ostunese, vissuta tra 1674 e il 1726, il  cui corpo diventava “il luogo in cui la lotta contro il peccato e il desiderio si faceva più esasperata e la fama di castità eroica ottenuta nella vittoria contro il maligno era fondamentale per il riconoscimento della santità” (p. 462). “La religiosa digiunava fino allo stremo con ripetute preghiere, interminabili genuflessioni, cilici e altri strumenti di mortificazione corporale, quindi la mancanza di sonno, i pianti e i lamenti, l’automutilazione, l’isolamento, le malattie croniche causate da questa austerità, dalla sofferenza mentale e dall’astinenza al cibo…” (p. 463).

Mario Spedicato dedica un saggio a S. Giuseppe da Copertino (Le virtù eroiche di un santo del Salento: S. Giuseppe da Copertino (1603-1663), pp. 495-512), che interpreta come “non un santo della Controriforma cattolica, bensì un santo della chiesa minacciata dall’Illuminismo e dal riformismo europeo” (p. 496). Sullo stesso frate di Copertino, Dino Levante fornisce una corposa Bibliographia Josephina (pp. 513-597), utile ai futuri studiosi del santo.

Pagine importanti sono riservate all’apostolato itinerante ovvero a quella che la storiografia ha definito la “missione barocca”. Nell’epoca considerata, infatti, scrive Paolo Broggio (Missioni e devozioni nel mondo ispanico: il ricorso al culto dei santi nella pastorale itinerante della compagnia di Gesù (sec. XVII), pp. 601-621), “si andarono affermando delle nuove figure di missionari popolari che, almeno apparentemente, si dedicavano in maniera preferenziale al ministero itinerante e che non limitavano la propria attività pastorale né ai territori nelle vicinanze del collegio di appartenenza, né all’ambito della diocesi” (p. 604). Sono figure molto diffuse nel Nuovo Mondo, soprattutto in quello di area ispanica, dove entrano in competizione con gli sciamani locali, che detenevano fino ad allora l’esclusiva dell’intermediazione tra il terreno e il soprannaturale, attuando vere e proprie “campagne missionarie”, che hanno la funzione di sradicare “i culti locali a favore di culti de-paganizzati e comuni a tutto il paese”. “Le campagne missionarie”, infatti, scrive ancora Broggio, “furono con ogni probabilità uno degli agenti più importanti di quel tentativo di omogeneizzazione culturale e devozionale che a partire dal Cinquecento segnò la storia della vita religiosa dei paesi cattolici” (p. 609). La prova che questo processo di omogeneizzazione non riuscì mai perfettamente, si può rinvenire nella devozione schiavile delle Americhe indagata da Giovanna Fiume (Il Santo schiavo. Devozione e culti a Benedetto il Moro nelle Americhe, pp. 639-671) e nella reinvenzione dei culti di S. Francesco e di S. Tommaso, indagati rispettivamente da  Silvana Maria Brandao de Aguiar insieme a Luiz Carlos Luz Marques (San Francesco, il santo che migrò (pp. 673-695), e da Maria Cristina Osswald (La leggenda di San Tommaso Apostolo in Malabar e i Gesuiti dal Cinquecento al Settecento (pp. 723-743). Il culto di San Francesco in Brasile è “un esempio chiarissimo di inculturazione vera e propria”, una“reinvenzione storica culturale” (pp. 674-675), tanto che San Francesco diventa Sao Francisco das Chagas do Canindé (San Francesco delle Piaghe del Canindé); e così pure S. Tommaso sarebbe morto a Meliapur, in India, leggenda che i colonizzatori portoghesi “appresero rapidamente a sfruttare per giustificare la loro presenza politica e la loro attività missionaria nell’Oltremare” (p. 739).

Il volume volge al termine e così questa recensione. Rimane la fortissima impressione di un grande affresco sul tema della santità, con aperture di ampio raggio, che consentono uno studio comparato dell’argomento. Nella Postfazione Raimondo Michetti (Ordini religiosi, santità e storia religiosa tra Medioevo ed Età Moderna. Nuovi studi e nuove prospettive, pp. 747-754), tirando le somme dei numerosi interventi, molti dei quali non abbiamo citato per mancanza di spazio, ma che non per questo sono meno meritevoli di considerazione, conclude che “i santi non avrebbero avuto nel cristianesimo questo solido prestigio senza la presenza degli ordini religiosi quanto meno tra tardo medioevo ed età moderna” (p. 750). Rispondere al bisogno di santità fu il loro compito principale in un’epoca di diffusa ignoranza e di grandi sofferenze. Ed oggi, quando per istruire una pratica di canonizzazione pare ci voglia un milione di dollari (si veda l’accenno a p. 692), ha ancora senso parlare di santità? Ma questa è domanda che esula dalla ricerca storica, per rispondere alla quale allo studioso conviene un approccio del tutto diverso alla materia.

 

 

La linea novecentesca salentina della letteratura e dell’arte

Sono passati nove anni dall’inizio del nuovo secolo, e già possiamo affermare quanto i nostri antenati salentini di cento anni fa difficilmente avrebbero potuto dire in riferimento al secolo che li precedette, ovvero che la periodizzazione e storicizzazione del Novecento è cosa fatta. Voglio dire che noi disponiamo, grazie agli studi condotti da un cinquantennio in avanti nell’Università del Salento, di una ben precisa narrazione storiografica, suscettibile certamente di aggiunte e aggiustamenti, ma ormai ben delineata nella sua periodizzazione e nelle sue figure fondanti, che gli studi di contemporaneistica hanno messo in luce con non poche pubblicazioni specialistiche. Si legga, a questo proposito, l’ultimo libro di Antonio Lucio Giannone, Modernità del Salento. Scrittori, critici e artisti del Novecento e oltre, Congedo Editore, Galatina 2009, pp. 236, e si avrà la riprova di quanto ho appena detto.

Giannone, come molti sanno, è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Salento. Chi meglio di lui potrebbe fornire ragguagli sul canone - si prenda il termine senza alcuna accezione prescrittiva - della letteratura novecentesca salentina?

Il libro di cui parlo è frutto di una raccolta di interventi, articoli, brevi saggi, recensioni, ecc., perlopiù di questi ultimi anni, che lo studioso ha riunito in volume, dividendola in tre parti: la prima, Attraverso il Novecento (pp. 13-143), più vasta delle altre, contiene quattordici scritti sulla letteratura e la critica salentina; la seconda, Tra letteratura e arte (pp. 145-184), contiene sette scritti nei quali Giannone prende in esame i complessi rapporti tra artisti e letterati salentini; la terza, Critica, narrativa, poesia (pp. 185-221), raccoglie dodici brevi recensioni, e può essere considerata come la parte in cui meglio si rivela la propensione dello studioso alla critica militante.

Quale Novecento letterario, artistico e critico, dunque, è quello che Giannone delinea per il Salento?

Alle origini del Novecento letterario salentino figura Giuseppe De Dominicis (detto il Capitano Black). Giannone analizza l’ultima raccolta del poeta di Cavallino, “Spudhiculature”, ovvero “briciole”, del 1903, due anni prima della morte del poeta, rinvenendone il “motivo conduttore che accomuna le varie liriche… il tema della condizione umana” e “una concezione pessimistica e sconsolata dell’esistenza, che a lui sembra caratterizzata, oltre che da caducità e fragilità, da innumerevoli problemi di ogni tipo: fame, miseria, malattia, infermità fisiche e mentali, passioni rovinose come l’amore che può portare alla morte…” (p. 15). Il critico individua in particolare, in alcune delle ultime poesie, “un De Dominicis per certi aspetti sorprendente, con una sensibilità decisamente più moderna e aperto a una problematica e a suggestioni tipicamente novecentesche” (p. 18).

Ma è soprattutto col Futurismo che la modernità fa irruzione nel Salento. E qui si fa sentire lo studioso del Futurismo (si ricordi che Giannone ha scritto L’avventura futurista. Pugliesi all’avanguardia (1909-1943), Fasano, Schena, 2002): “… Lecce anzi, nonostante la posizione periferica e decentrata, può vantare una sorta di primato nella ricezione del movimento marinettiano rispetto a tutte le altre città del Sud e, per certi aspetti, anche rispetto a Napoli. Infatti, fin dal 1909, l’anno stesso di fondazione, questo movimento, oltre ad essere ben conosciuto e ampiamente discusso su numerosi periodici salentini, aveva già i primi adepti e simpatizzanti. Nel 1910, inoltre, a un giovane critico della provincia, Mimì Frassaniti, in contatto epistolare con Marinetti e altri futuristi, si deve il primo, organico tentativo in campo nazionale di delineare le caratteristiche del movimento in uno studio rimasto inedito. A Lecce, ancora, negli anni immediatamente seguenti, operava uno dei primi, misconosciuti seguaci della pittura futurista in tutta Italia, Antonio Serrano” (p. 27).

Dopo il Futurismo, Michele Saponaro, lo scrittore di San Cesario che tanto successo ebbe in vita e che, dopo un lungo periodo di oblio, oggi torna ad essere studiato. Scrive Giannone: “Ora però è giunto il momento, appunto, di “riscoprire” Saponaro. Tanto più che l’Università del Salento possiede da qualche anno il prezioso Archivio dello scrittore, donato dai figli Giovanni e Silvia attraverso la mediazione di Tondo…., nonché tutti i suoi numerosissimi volumi, recentemente acquistati e conservati, insieme all’Archivio, presso la Biblioteca del Dipartimento di Filologia, linguistica e letteratura” (p. 46). Di Saponaro, Giannone studia lo scrittore di novelle e romanzi, ma anche il biografo (di Foscolo, Leopardi, Carducci, Mazzini), l’organizzatore culturale e il direttore di riviste, oltre che l’autore e il critico teatrale, ben consapevole che “siamo solo all’inizio di questo lavoro di riscoperta e valorizzazione che non deve interessare solo gli studiosi - scrive Giannone -, ma si deve estendere agli studenti, agli insegnanti, ai lettori salentini perché un autore come Saponaro sia conosciuto e apprezzato come merita in campo nazionale ma anche e soprattutto nella propria terra” (p. 53).

E poi ecco due autori centrali del canone novecentesco salentino, Vittorio Bodini e Carmelo Bene (quest’ultimo, a mio avviso, un po’ negletto dagli studiosi locali), accomunati, secondo il critico leccese, da alcuni punti di convergenza: la concezione del barocco, l’interpretazione della figura di Giuseppe Desa da Copertino, i fatti di Otranto del 1480, che Giannone mette in luce al fine di “offrire un contributo al dibattito sulla identità salentina” (p. 55). Su tutti, mi piace riferire l’interpretazione bodiniana del barocco, così come è riassunta dal critico: “Come interpreta il barocco leccese Bodini? Non tanto e non solo come uno stile architettonico e artistico che ha dato a Lecce la sua inconfondibile fisionomia ma come una condizione dello spirito in cui si riflette il senso del vuoto, l’horror vacui, che i leccesi cercano di colmare con l’esteriorità, l’ostentazione, l’oltranza decorativa, tipica delle chiese e dei palazzi della città” (p. 56). Si consideri, a questo proposito, che Giannone ritiene misconosciuta a livello nazionale l’opera di Bodini “che continua ad essere sistematicamente ignorata dalle più importanti antologie della lirica italiana contemporanea (Sanguineti, Mengaldo, Cucchi-Giovanardi, Segre-Ossola)” (p. 191). Lo studioso richiama anche il giudizio di Bodini sulla rivista di Girolamo Comi, “L’Albero”, avente per lui “una chiara impronta ermetica e un carattere astrattamente universalistico” (p. 61). Ragion per cui Bodini fonda nel 1954 a Lecce la rivista “L’esperienza poetica” (cfr. le pp. 61-63).

Proprio alle riviste è dedicato il cuore pulsante della prima parte del libro. Giannone pensa che la storia delle riviste possa ben rappresentare il “panorama dell’attività letteraria nel Salento”, di cui egli fornisce una precisa periodizzazione. Il centro cronologico di questa periodizzazione è il 1970, anno della morte di Bodini, “che dagli anni Trenta agli anni Sessanta aveva caratterizzato la vita culturale leccese con la sua forte personalità e le sue iniziative. Inoltre, perché nel 1970 ha inizio la nuova serie dell’ “Albero”, che – scrive Giannone – deve essere considerata la più importante rivista letteraria salentina (e forse meridionale) del secolo appena trascorso.” (p. 83). Questa nuova serie de “L’Albero”, a cura di Oreste Macrì e Donato Valli, che va avanti fino al 1985, continua “la migliore tradizione letteraria salentina riallacciandosi ai periodici leccesi degli anni Quaranta, da “Vedetta mediterranea” a “Libera voce”, fino al “Critone” (p. 83). Accanto alla nuova serie de “L’Albero”, poi, negli anni Settanta “si formano gruppi e gruppetti d’avanguardia ed escono alcune riviste che si collocano nell’area della più avanzata sperimentazione” (p. 103). Il riferimento è a “Gramma” e a “Ghen” (pp. 103-108), e poi ancora  al “Pensionante dei Saraceni” e “l’incantiere” (p. 121), di cui lo studioso ricostruisce la genesi e i modelli, cita i fondatori e i redattori.

Girolamo Comi, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano restano i nomi più citati (a Pagano è dedicato il paragrafo 6 della prima parte, pp. 65-72), a proposito dei quali lo studioso esprime il suo rammarico per la mancata o incompleta valorizzazione sul piano nazionale: “E se Comi e Bodini purtroppo, nonostante il loro indubbio valore, sono spesso assenti in dizionari, storie letterarie e antologie scolastiche, Pagano poi, in queste opere, non figura mai” (p. 65), scrive con rammarico Giannone; aggiungendo che, se Comi viene solitamente inserito nella cosiddetta “linea orfica”, insieme ad Arturo Onori, e Bodini in una linea sperimentale, tra ermetismo e neorealismo…, di questo scrittore [Pagano] risulta difficile stabilire esattamente la collocazione” (p. 66). Eppure è Pagano che, curando il supplemento letterario del “Critone” a partire dal giugno 1956, “prende il testimone proprio da Comi anche in questo tipo di iniziativa. Pagano ristabilisce il legame culturale tra Lecce e Firenze, nato ai tempi della “terza pagina” di “Vedetta Mediterranea”, redatta da Vittorio Bodini e Oreste Macrì, e dà al supplemento una chiara impronta postermetica…” (p. 120).

Quel che è detto di Pagano a proposito del suo mancato riconoscimento sul piano nazionale, potrebbe essere ripetuto di molti altri scrittori, per esempio Salvatore Paolo (gli è dedicato il paragrafo 7 della prima parte): “Questo ovviamente, precisiamolo subito, non vuole essere un discorso di carattere campanilistico o provincialistico, non tende cioè a rivendicare le grandezze di glorie e gloriuzze locali, ma è invece un discorso di tipo metodologico, cioè un invito a studiare la letteratura di una regione periferica come il Salento in maniera critica, senza farne l’apologia, e mettendola sempre in rapporto con la cultura nazionale, secondo una prospettiva policentrica dello svolgimento della letteratura italiana” (p. 73). Insomma, il pericolo di scadere nel provincialismo c’è, e Giannone lo sa bene. Ma forse è necessario correre questo pericolo, e schivarlo grazie a un surplus di pensiero critico, se si vuole agganciare il treno della storia e non rimanere esclusi dalle correnti moderne della cultura italiana ed europea.

La prima parte del volume si chiude con due saggi: l’uno dedicato a Francesco Politi germanista e traduttore (pp. 123-131) e l’altro a Gli studi novecenteschi di Gino Rizzo (pp. 133-143). Di entrambi gli studiosi, Giannone segue il curriculum di studi, mettendo in luce scelte, predilezioni e metodo.

Nella seconda parte dell’opera, uno scritto sulla Scuola d’Arte di Lecce (pp. 147-152) è l’occasione per una periodizzazione dell’arte leccese dai primi del Novecento al secondo dopoguerra e oltre; il secondo dopoguerra, considerato come il periodo di “maggiore vivacità in campo culturale” (p. 154). Sono poi passate in rassegna alcune figure emblematiche dell’arte salentina novecentesca: Luigi Gabrieli, Mino Delle Site, Cosimo Sponziello, Sandro Greco, Pietro Liaci e Giovanni Valletta. Commentando l’opera pittorica di Luigi Gabrieli, Giannone così scandisce i tre diversi momenti dell’arte leccese novecentesca: “…Gabrieli, nato nel 1904,  appartiene alla seconda generazione dei pittori salentini del ‘900, insieme a Temistocle De Vitis, Pippi Starace, Gaetano Giorgino, tutti del 1904 e Mario Palumbo (1905). La prima è stata quella di Geremia Re e Vincenzo Ciardo, i due maestri riconosciuti della pittura salentina del Novecento, nati entrambi nel 1894. La terza generazione, quella di Della Notte, Carlo Barbieri e Fernando Troso (1910), Roberto Manni (1912), Delle Site (1914), Suppressa e Sponziello (1915)” (p. 154). A proposito di Sponziello, Giannone richiama l’attenzione sugli “intensi sodalizi” che caratterizzarono i rapporti tra artisti e scrittori tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento: “Di quell’esaltante stagione [Sponziello] fu anzi uno dei protagonisti accanto a Nino Della Notte, Aldo Calò, Lino Paolo, Suppressa, Luigi Gabrieli e agli scrittori Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Luciano De Rosa, con i quali quegli artisti sono stati legati spesso da intensi sodalizi” (p. 171). Per venire poi agli ultimi tre decenni del secolo scorso, caratterizzati da “un vivace sperimentalismo”, nei quali la ricerca artistica salentina “continua a dimostrare una sorprendente vitalità, a ulteriore conferma – aggiunge Giannone – della singolare vocazione culturale di questa terra, che ha saputo recepire con prontezza e a volte con originalità i principali movimento artistici e letterari contemporanei, dal futurismo al novecentismo, dall’ermetismo al neorealismo, fino alla neoavanguardia” (p. 183).

Nella terza parte del volume, lo studioso leccese recensisce alcuni libri pubblicati da autori locali negli ultimi anni, sempre stando molto attento a cogliere l’aspetto caratterizzante l’opera e lo scrittore. Così, per fare solo qualche esempio, di Emilio Filieri è messa in luce “la concezione policentrica della storia della letteratura italiana” (p. 193), alla quale va il pieno consenso di Giannone, di Giuseppe Minonne “la vocazione pedagogica del narratore” (p. 197), dei racconti di Maddalena Castagneto Guidorizzi l’aspetto “lirico, evocativo, che lascia le situazioni nel vago, nell’indistinto…” (p. 199), ecc.

In conclusione, bene ha fatto Giannone a raccogliere in volume i disiecta membra della sua produzione sulla letteratura, l’arte e la critica salentina. Il libro, infatti, risulta utile al lettore non solo perché gli permette di entrare nel laboratorio degli studi di letteratura contemporanea dell’Ateneo leccese, ma anche perché gli suggerisce una ben precisa linea di svolgimento della letteratura e dell’arte salentina; di un Salento affacciatosi, forse un po’ tardi, alla modernità, che ora la critica letteraria e la ricostruzione storiografica rivendicano come fondamento identitario di un popolo.