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Recensioni
Venerdì 15 Luglio 2011 10:49

-          Le due sponde del Tevere (recensione a Mario Casella, Gli ambasciatori d’Italia presso la Santa Sede dal 1929 al 1943, Congedo Editore, Galatina, 2009), “Il Galatino” di venerdì 15 gennaio 2010, p. 3.

-          Il dialogo delle religioni (recensione a Roberto Muci, L’Italia e l’Islam, Congedo Editore, Galatina, 2009),  “Il paese Nuovo” di giovedì 28 gennaio 2010, p.  7.

-          Buon compleanno, professor Uggeri! (recensione a Palaià Philìa. Studi di Topografia Antica in onore di Giovanni Uggeri, a cura di Cesare Marangio e Giovanni Laudizi, Mario Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. 653, cm 21/28), ne “Il Paese Nuovo” del 6 febbraio 2010, p. 7.

-          Che etica nei media? (recensione a Paolo Pellegrino, Etica e media, Congedo Editore, Galatina, 2009), “Il Paese Nuovo” di venerdì 19 febbraio 2010, p. 6.

 

 

 

 

Le due sponde del Tevere

Il professore Mario Casella, docente di Storia Contemporanea nell’Università del Salento, da anni è impegnato in una disamina puntuale e tutta fondata sulla documentazione d’archivio, della storia del cattolicesimo in età contemporanea, un cattolicesimo indagato nei vari rapporti con lo Stato, la Chiesa, le associazioni, e considerato come centrale nella società italiana. E’ trascorso appena un anno dal suo ultimo Chiesa e società in Italia tra fascismo e democrazia. Il conflitto sulla laicità dello Stato (1943-1948), Congedo Editore, Galatina, 2008 (da me recensito su questo foglio); e già si pubblica dello stesso Casella un ponderoso volume di 647 pagine, dal titolo Gli ambasciatori d’Italia presso la Santa Sede dal 1929 al 1943 con  sottotitolo Profili di Cesare Maria De Vecchi, Bonifacio Pignatti Morano Di Custoza, Dino Alfieri, Bernardo Attolico, Raffaele Guariglia, Galeazzo Ciano, Congedo Editore, Galatina 2009, col quale l’autore aggiunge un altro tassello a quella che è ormai da considerare come la sua ricerca privilegiata.

Questa volta Casella si è avvalso soprattutto di due archivi, da cui ha tratto gran messe di documenti: l’Archivio Storico e Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri e l’Archivio Segreto Vaticano, che gli hanno permesso di ricostruire i rapporti tra il Vaticano e lo Stato italiano in un quindicennio cruciale per la storia del Novecento, dal 1929 al 1943, ovvero dal Concordato alla caduta del fascismo. I protagonisti del volume sono naturalmente, come da titolo, gli ambasciatori italiani, in tutto sei (De Vecchi, Pignatti, Alfieri, Attolico, Guariglia, Ciano), e i Segretari di Stato vaticani che si susseguono nel tempo: i cardinali Gasparri, Pacelli e Maglione; sicché, di riflesso, il libro contiene non solo il profilo dei sei ambasciatori, ma anche quello dei loro interlocutori. Di più, alle loro spalle si stagliano i profili di chi in definitiva prendeva le decisioni finali e determinava la politica del tempo, ovvero Mussolini, con Grandi e Ciano come Ministri degli Esteri, da una parte, e il papa Pio XI e Pio XII dall’altra. Questi, dunque, i protagonisti e, se non fosse per i limiti tematici imposti dall’ambito della ricerca – ma, si sa, ogni storico sceglie il suo campo d’indagine -, sembrerebbero essere gli unici contendenti della storia italiana di quel periodo.

Casella li fa parlare in modo diretto, senza intermediazioni di sorta, o quasi. In realtà, lo storico funge per così dire da regista e organizza i materiali d’archivio e li dispone secondo una precisa strategia, volta a dipanare una storia che, contro ogni resistenza delle gerarchie ecclesiastiche (si ricordi il motto cardinalizio di papa Pacelli: “Opus justitiae pax, Pace nella giustizia” p. 292), conduce lentamente verso la catastrofe della seconda guerra mondiale.

Dopo un’Introduzione (pp. 7-24), nella quale, tra l’altro, Casella ci rammenta la “felice coincidenza”, per la quale “questo volume… esce nell’ 80° anniversario di vita dello Stato della Città del Vaticano e dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede” (p. 24), lo storico scandisce il suo racconto in sei parti, tante quanti sono gli ambasciatori di cui si tracciano i profili. Ma non bisogna pensare a dei veri profili a tutto tondo, a dei per così dire medaglioni. Certo, la peculiarità e il carattere di ciascun ambasciatore risultano chiari: De Vecchi, fondatore dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede, è fautore della creazione di un “clero nazionale”, ovvero sempre riconducibile nell’orbita del potere statale; Pignatti, più distaccato rispetto alla politica mussoliniana e, dunque, maggiormente gradito negli ambienti vaticani rispetto a De Vecchi; Alfieri, l’organizzatore della visita dei sovrani italiani in Vaticano il 21 dicembre 1939 e di Ribbentrop a Pio XII l’11 marzo 1940; gli dà il cambio Attolico, già ambasciatore in Germania, riprendendo il progetto già di De Vecchi di un “clero nazionale”, da realizzare attraverso la clericalizzazione dell’Azione Cattolica; Guariglia, diplomatico di carriera, definito da Casella “il più libero e il più cattolico degli ambasciatori d’Italia in Vaticano tra il 1929 e il 1943” (p. 18); e infine Ciano, ambasciatore solo dal febbraio al luglio 1943, mesi cruciali che precedono la fine del fascismo. Ma Casella, come si è detto, rifugge dai ritratti a tutto tondo, preferisce far parlare i documenti, ovvero i frequentissimi rapporti scritti che gli ambasciatori indirizzavano ai loro referenti (Ministro degli Esteri e Capo del Governo), le comunicazioni, i resoconti, le lettere, che fittamente mettevano in relazione le due sponde del Tevere e, su ognuna delle due sponde, i diversi palazzi. Oltre a ciò, lo storico fa uso delle memorie scritte dei protagonisti (De Vecchi, Alfieri, Guariglia e Ciano, gli “Appunti” del cardinale Pacelli, ecc.). Ne risulta un racconto articolato e complesso dei rapporti tra Stato italiano e Vaticano, avente sullo sfondo le vicende più importanti della storia d’Italia del quindicennio in esame. Il Concordato del 1929 anziché pacificare gli animi sembra suscitare una marea di polemiche sull’interpretazione della norma. Quale ruolo doveva avere la stampa cattolica (“L’Osservatore romano” che Casella definisce la “spina nel fianco del fascismo” p. 584)? quale l’Azione Cattolica? E chi doveva occuparsi, e in che modo, dell’educazione dei giovani? Vi erano o no degli ex popolari (De Gasperi) annidati nel Vaticano? E quali dovevano essere i rapporti tra Vaticano e nazismo? e tra Vaticano e fascismo, soprattutto dopo le leggi razziali del 1938? E che dire della guerra d’Etiopia, della Guerra di Spagna, e dell’entrata in guerra dell’Italia di Mussolini? I fatti della grande storia scorrono uno dopo l’altro nei resoconti degli ambasciatori, nelle direttive dei ministri e capi di Stato, nelle loro perenni polemiche; e tutti sembrano più che artefici, vittime di vicende che non sono in grado di controllare e delle quali riescono a tracciare appena una sommaria descrizione, un incerto resoconto; almeno così a noi pare, a noi che ragioniamo col senno di poi. Finché la seconda guerra mondiale giunge inesorabile, coi suoi orrori e le sue distruzioni, a riportare gli uomini alla giusta considerazione del proprio essere, a ridimensionare tutte le manie di grandezza che avevano portato l’Italia in un vicolo cieco. La caduta del fascismo del 25 luglio 1943 segna la fine di un governo inviso alla maggior parte degli italiani, ma non la fine della guerra, che ancora molti lutti porterà sul suolo italiano. Verso Verona è l’ultimo paragrafo del libro: si allude alla fine dell’ultimo ambasciatore fascista presso la Santa Sede, Galeazzo Ciano, ma anche ai mesi dell’agonia del regime che seguiranno quella fine.

E’ da notare che Casella non riporta solo i grandi eventi della storia, ma anche alcune note di costume, attraverso le quali è possibile farsi un’idea precisa della mentalità dei nostri nonni e della loro reazione psicologica in presenza di alcune situazioni particolari. Si legga, per esempio, il rapporto in data 1 settembre 1938 al Ministero degli affari Esteri dell’ambasciatore Pignatti che, prendendo spunto dalla censura inflitta dalle autorità ecclesiastiche alla Nave di D’Annunzio (ma già tutte le opere del pescarese erano all’Indice), lamenta l’intransigenza dei vescovi italiani sulla questione dei “costumi da bagno, come se fosse una specialità delle donne italiane di stare sulla spiaggia in costumi succinti”, quando invece nelle spiagge francesi “s’incontrano donne con il petto completamente scoperto e indossanti costumi che richiamano, per le loro minuscole dimensioni, la leggendaria foglia di fico” (p. 252); o ancora la significativa lettera dell’informatore Carlo Costantini indirizzata in data 2 dicembre 1940 a una non meglio specificata “Eccellenza” (forse mons. Tardino o mons. Montini), che, scrive Casella, “ci dà un’idea … della sfrenata voglia di divertimento che la gente mostrava in quei primi mesi di guerra” (p. 403): “Devo qui rilevare la straordinaria frequenza del pubblico agli spettacoli cinematografici e di Varietà. Le sale, specie nei giorni festivi, sono gremite a tal punto da costringere spesso le Autorità a diffidare gli impresari… E’ poi ancora cosa impressionante ed incredibile ad un tempo vedere il pubblico abbandonarsi durante lo spettacolo ad una gioia pazzesca e a risa così clamorose e deliranti da chiedersi se siamo in pieno carnevale…” (p. 404). Come dire che nel corpo delle gente, nella sua voglia carnevalesca di ridere, rimaneva inscritta la volontà determinata di non cedere alle distruzioni della storia.

Gran messe di documenti, si è detto, quella presentata dallo storico, al quale il lettore specialista dovrà essere grato per l’accesso diretto alle fonti; ma, da un punto di vista più attento alle esigenza del lettore medio, si deve far notare all’autore, in conclusione, qualche eccesso di citazioni, spesso molto lunghe, con ripresa del discorso in note tanto numerose (ne ho contate più di 1300) quanto abbondanti. Che questo sia un segno che ancora i nostri professori universitari snobbino la divulgazione di alto livello, che tanto utile può tornare agli studi storici nel loro complesso?

 

 

Interculturalismo, ovvero il dialogo delle religioni

Nella collana Pontos dell’Istituto di Culture mediterranee della Provincia di Lecce, fondata e diretta da Gino Pisanò, col numero VI, è stato pubblicato il massiccio volume di Roberto Muci, L’Italia e l’Islam con sottotitoli: Profilo storico e teologico. Possibilità di dialogo interreligioso. Problematiche dei flussi migratori, Presentazione di Maria Rosaria De Lumé, Prefazione di Gino Pisanò, Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. 429.

Il volume è diviso in tre parti: nella prima, intitolata Necessità di conoscere l’Islam (pp. 23-114), l’autore racconta l’aspetto storico e teologico dell’Islam, nella convinzione che la conoscenza reciproca sia il primo passo verso la fine di ogni spirito di contrapposizione: “Il rapporto tra culture – scrive Muci nell’Introduzione – richiede in primo luogo la conoscenza perché più conosciamo, più si va oltre la contrapposizione intellettualmente povera e umanamente pericolosa; ma la conoscenza da sola non basta” (p. 20). Di qui, la seconda parte del libro, Possibilità di dialogo tra Cristianesimo e Islam (pp. 115-234), nella quale l’autore individua l’unica chance di superare le reciproche incomprensioni: il dialogo interreligioso. Muci ripercorre i rapporti tra le due religioni monoteistiche a partire dal Medioevo fino ai nostri giorni, fino a quella svolta epocale costituita dal Concilio Vaticano II, nel quale per la prima volta, in coincidenza con il processo di decolonizzazione, Giovanni XXIII dà espressione all’esigenza di dialogo interreligioso. “Fino a qualche decennio prima, la constatazione che due terzi della popolazione mondiale professavano religioni non cristiane non intaccava la coscienza di un mondo cristiano, che considerava le culture del mondo coloniale inferiori e irrimediabilmente destinate a scomparire” (p. 188). Da quel tempo data, dunque, l’avvio di un dialogo tra le tre religioni monoteiste: cristianesimo, ebraismo e islamismo; dialogo che si è venuto via via intensificando con Paolo VI e con Giovanni Paolo II, il papa viaggiatore, per il quale valeva lo spirito di Assisi, così riassumibile: “riunire i credenti ponendo l’accento sulla preghiera per la pace” (p. 212); fino al papa Benedetto XVI, che, in continuità col suo predecessore, rinnova la volontà della Chiesa di mantenere sempre aperto il dialogo tra le religioni. Da questo punto di vista, il libro di Muci si segnala perché fa il punto sull’attuale indirizzo della Chiesa cattolica relativo ai rapporti con le altre religioni monoteistiche, ed in particolare con l’Islam. La dottrina cattolica appare stretta tra la necessità del dialogo con l’Islam (come non dialogare con i circa 24 milioni di islamici che vivono in Europa?) e volontà missionaria ed evangelizzatrice, che mal dissimula il suo intendimento egemonico in Europa ed altrove. Nella terza parte del libro, Aspetti socioculturali dell’Islam e presenza in Italia (pp. 235-408), Muci analizza il mondo islamico dal punto di vista socio-economico, e passa in rassegna le problematiche legate alla condizione di straniero dell’islamico immigrati,  ai flussi migratori, alle condizioni giuridiche e allo status delle comunità islamiche. Si tratta di un nodo di problemi difficile da sciogliere, che Muci districa sempre a partire da “quel polo orientativo…. rappresentato dalla fede cristiana” (p. 10), come scrive Pisanò nella citata Prefazione. Muci oppone al neoliberismo imperante, che tutto riduce all’utile, l’etica della giustizia sociale, come quando affronta in questi termini il tema del terrorismo: “Nessun sistema di armamenti, nessuna strategia militare può fermare gli attacchi terroristici a cui si continua ad assistere. Nessuna strategia offensiva né difensiva risolverà il problema del terrorismo. L’unica soluzione sta nella giustizia sociale” (p. 269). Come realizzarla? Si sa, la fede muove le montagne, ma, in concreto, che fare? Muci non lo dice, limitandosi ad auspicare una “società che include le differenze… dove tutti si riconoscono uguali, ma, nello stesso tempo diversi per tradizioni, usi e costumi, insomma per cultura” (p. 324). A questo fine è essenziale il dialogo, il riconoscimento dell’altro, del suo punto di vista (viene citato Gadamer, p. 321). Al multiculturalismo, cioè alla coesistenza tra le culture, impraticabile secondo Muci, l’autore oppone la società interculturale come unica “prospettiva da perseguire” (p. 348), nella convinzione che “il problema non è più quello del mantenimento delle culture, quanto quello della loro evoluzione” (p. 349). Purché sia ben guidato, s’intende! Ed infatti, un ruolo di primo piano viene affidato alla scuola cattolica: “La scuola cattolica … non rinuncia al suo modello educativo globale, cioè all’educazione cristiana. L’approccio alla figura di Gesù non va sottaciuta o accantonata. Tuttavia, occorre insegnare a tutti il rispetto della religione altrui…” (p. 372); e alla scuola in generale, “che resta la via migliore per conoscere l’altro…” (p. 413), scrive Muci in Conclusione, confermando l’assunto principale del libro, ovvero la necessità di una “conversione etica”, “la conversione all’ospitalità” (p. 412). E in questo afflato moralistico, che conta su una coscienza religiosa e un senso di responsabilità individuali e collettivi di là da venire, è il senso della ricerca di Roberto Muci.

 

 

Buon compleanno, professor Uggeri!

Il nome di Giovanni Uggeri ai molti forse dirà ben poco, e forse è semisconosciuto anche ai frequentatori delle pagine culturali dei quotidiani. Egli è, in effetti, uno di quegli studiosi che operano nel silenzio delle biblioteche oppure in luoghi appartati e fuori mano, alla ricerca di tracce d’antiche strade percorse dai nostri progenitori, di cui abbiamo smarrito la memoria. Solo gli specialisti conoscono questi studiosi, eppure senza uomini del genere tutti noi non avremmo alcuna nozione del passato, che ai nostri occhi si limiterebbe ai pochi anni, di cui facciamo esperienza nel nostro breve ciclo vitale.

Giovanni Uggeri è un topografo antico, uno che esplora e scava luoghi abitati dai popoli del passato e strade da essi percorse in epoche remote, badando soprattutto a individuare le stratificazioni del paesaggio trasformato incessantemente dall’opera instancabile dell’uomo nel corso dei secoli. Questo professore ordinario di Topografia Antica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, nato nel 1939 a Santa Croce Camerina, nel ragusano, sulle propaggini sudoccidentali dei monti Iblei, alla sinistra dell’Ippari, non lontano da Donnafugata, ha avuto la ventura di iniziare la sua carriera universitaria a Lecce nel lontano 1968, dopo aver avuto importanti maestri nell’Università di Firenze, maestri come Giovanni Becatti, Luisa Banti, Giacomo Devoto, Paolo Graziosi e Giovanni Pugliese Carratelli. Ed ora Lecce festeggia i settant’anni dello studioso con una massiccia pubblicazione  miscellanea: Palaià Philìa. Studi di Topografia Antica in onore di Giovanni Uggeri, a cura di Cesare Marangio e Giovanni Laudizi, Mario Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. 653, cm 21/28.

Si tratta di una di quelle pubblicazioni corali, nelle quali gli amici si stringono intorno al festeggiato per significargli la stima e l’affetto (“palaià philìa” significa “antica amicizia”), nell’unico modo consono ad uno studioso: presentando uno scritto, uno studio, una ricerca, che attiene al campo di studi frequentato dal maestro. Non è un caso che la sede scelta per questi studi sia il Journal of Ancient Topography Suppl. IV, ovvero la rivista, unico organo scientifico della disciplina di Topografia Antica in sede internazionale, fondata e diretta dallo stesso Giovanni Uggeri dal 1991.

Cesare Marangio, in limine, nella Presentazione dal titolo Giovanni Uggeri. La figura, il magistero, l’impegno scientifico (pp. 11-26) fornisce un profilo scientifico dello studioso siciliano, che comprende l’elenco in ordine cronologico dei suoi scritti, ovvero l’insieme degli articoli, saggi e recensioni di Uggeri, utile a chi voglia conoscerne l’attività di ricerca, che spazia dall’Italia alle isole greche, dall’Egitto al Sudan al Golfo Persico. Ricordo soltanto, giusto perché riguarda la terra in cui viviamo, che Uggeri è autore di un’importante ricerca su La viabilità romana nel Salento (Mesagne 1983), che chiunque potrebbe leggere con molto interesse per il gran numero di notizie che si ricavano. E’ una di quelle pubblicazioni che, una volta lette, ci fa guardare al paesaggio che ci circonda in modo diverso. Non dico che ci sembra di vedere gli antichi camminare vicino a noi, su altri percorsi o talvolta coincidenti coi nostri, ma poco ci manca.

La miscellanea di Studi, ricchissima di notizie e di ricerche, è divisa in due parti: la prima, intitolata Filologia e storia e la seconda Topografia antica. Anche questo è molto interessante, perché è inteso che la Topografia antica non vive solo di ricerche sul campo, ma anche di una sana conoscenza storico-filologica.

Non è il caso di segnalare uno per uno tutti gli articoli presenti, ma è certo che il lettore colto troverà pane per i suoi denti: nella prima parte, note su Bacchilide, osservazioni su Cicerone, Seneca, San Paolo, i Carmina Burana, ecc.; nella seconda, ricerche su molti luoghi antichi della Penisola italiana: dalle coste del lago Albano alla nostra Brundisium, dall’agro Falisco al santuario etrusco di Castelsecco, dal teatro romano di Parma alla viabilità del territorio di Palma di Montechiaro, giusto per fare qualche esempio preso qua e là dal dovizioso volume. Che è di quelli, come il lettore avrà capito, da non leggere dal principio alla fine, ma pezzetti e bocconi, così, quando si ha voglia di evadere in altri tempi e in altri luoghi, per immaginare, accompagnati da scorte sicure, come (e dove) eravamo tanti e tanti anni fa. Del che dobbiamo ringraziare i due curatori del volume, tutta l’équipe che ha collaborato con loro ed in primis il destinatario di tante primizie, il professori Giovanni Uggeri, a cui, in conclusione, vanno i nostri auguri per il compleanno e l’auspicio che gli anni avvenire possano riservargli (e, dunque, riservarci) molte altre scoperte.

 

L’etica della comunicazione al tempo della globalizzazione

Ciascuno di noi, ogni giorno, ogni momento, fa esperienza della necessità di stabilire cos’è bene e cos’è male, cos’è giusto e cos’è ingiusto. Purtroppo, non sempre si prende la decisione migliore, il rischio di sbagliare è in agguato, vuoi per un deficit di pensiero vuoi perché le circostanze della vita ci traggono in inganno; dovremmo essere filosofi per barcamenarci alla meno peggio, insomma, per avere coscienza dei motivi che stanno dietro alle nostre decisioni, giuste o sbagliate che siano, perché ogni pratica implica un riferimento a ragioni che motivano l’azione. E forse filosofi tutti noi lo siamo davvero, ognuno nella misura in cui ama pensare alle proprie azioni prima di compierle; filosofi della quotidianità, che cercano di orientarsi nelle decisioni da prendere, filosofi etici, dunque, ovvero filosofi dell’esperienza pratica, del comportamento, dei gesti, delle azioni; filosofi impegnati a tenere dritta la barra della fragile navicella con cui navighiamo in un mare percorso da correnti vorticose, il mare magnum della comunicazione globale, sul quale ogni giorno, sin dal risveglio, galleggiamo levando lo sguardo in cerca d’un approdo. Come comportarci, dunque, quali devono essere i nostri mores, quale la nostra etica, ovvero la nostra riflessione filosofica su tali mores, dentro questo spazio così vasto e procelloso?

Ce lo insegna con un vero e proprio trattato Paolo Pellegrino, Etica & Media. Le regole dell’etica nella comunicazione, Congedo Editore,          Galatina, 2009, pp.  293 (n. 6 di Eidos, Collana di testi e saggi diretta dallo stesso Paolo Pellegrino per l’Università del Salento. Centro Interdipartimentale di Studi di Estetica), che assume il binomio espresso nel titolo, etica e media, come oggetto di una riflessione accurata sul nostro destino di uomini viventi nella modernità, oltre che come occasione per ripercorrere la storia di un complesso e tormentato connubio.

Il libro si articola in cinque capitoli preceduti da un’Introduzione e seguiti da un utile Indice dei nomi, ed è stato pensato, scrive l’autore, come “un manuale per studenti del Corso di scienza della comunicazione, ordinato secondo un filo logico e una scansione per capitoli e paragrafi, denso (o appesantito) di note e di rinvii bibliografici, come dovrebbe essere un trattato, ancorché introduttivo e, quindi, più breve e sintetico di un volume sistematico e approfondito.” (p. 21). Un manuale ad uso degli studenti, dunque, sebbene utile a chiunque voglia avere un quadro completo e ben informato sul tema, con l’obiettivo preciso di “ripercorrere i problemi dell’etica soprattutto lungo il corso del Novecento, esaminando alcuni dei modi in cui si è cercato di chiarirne le ragioni e le conseguenze nel settore dell’informazione e della comunicazione. L’intenzione di fondo – scrive ancora Pellegrino – non è tanto quella di ricostruire una “storia” completa e dettagliata, ma piuttosto fornire una sintetica introduzione, e cioè un colpo d’occhio preliminare sul pensiero del secolo, con qualche occasionale suggerimento per analisi più approfondite” (p. 22). Il punto di vista prospettico, da cui l’autore di questo libro guarda all’argomento, è il pensiero filosofico di Jurgen Habermas, di cui parleremo più oltre, segnalando sin d’ora che già nell’Introduzione lo studioso mette in evidenza “l’importanza della strategia argomentativa ed etica del progetto habermasiano, che qui si vuole indicare a paradigma esemplare di etica della e nella comunicazione” (p. 27).

Il primo capitolo è un “Breve profilo dell’etica” (pp. 31-83), come recita il titolo; insomma, una sintesi delle discussione sull’etica, dall’etica antica, greca, latina e medievale, sulla quale il cavallo di Pellegrino procede al galoppo, passando per quella dell’età moderna, con Hume e Kant presentati come i due paradigmi fondamentali – e già qui l’andatura rallenta – per proseguire al trotto quando oggetto della discussione divengono gli autori dell’ultimo secolo: Adorno, Rawls, Jonas, Apel, Habermas, e altri, ovvero gli autori che ci insegnano a pensare il discorso etico contemporaneo, orientato perlopiù, soprattutto negli ultimi decenni, sui temi dell’etica pubblica: il rapporto con i nostri simili, il vivere in una società giusta, la ricerca della felicità, della verità, ecc., tutti temi che costituiscono il risvolto etico dell’ermeneutica contemporanea.

Il capitolo contiene cinque schede che si inseriscono come altrettanti inserti nella trattazione e si segnalano come approfondimenti di autori e temi di fondamentale importanza: Scheda 1: Hume a Kant: i due paradigmi eminenti e antitetici dell’etica moderna; Scheda 2: Nietzsche e la distruzione epistemologica dell’idea di morale; Scheda 3: Adorno e la teoria critica della morale; Scheda 4: John Rawls e la teoria della giustizia come equità; Scheda 5: Un’etica per la civiltà tecnologica: il principio responsabilità di Hans Jonas.

Nel secondo capitolo, dal titolo Le etiche applicate (pp. 85-147), Pellegrino presenta il dibattito filosofico su alcune problematiche di grande attualità come la bioetica, e le questioni connesse: l’aborto, la fecondazione assistita, l’ingegneria genetica, la clonazione, l’eutanasia; e poi ancora l’etica delle relazioni di genere, l’etica degli animali, l’etica ecologica, l’etica degli affari, delle professioni ecc.; tutte problematiche che attengono al campo delle etiche applicate: “L’etica applicata concerne lo studio delle conseguenze delle teorie etiche in circostanze specifiche” (p. 87); essa “si sviluppa, a partire dagli anni Settanta, come ricerca dei precetti che derivano dall’adesione all’una o all’altra teoria etica nelle nuove situazioni storiche” (p. 88). Anche in questo capitolo cinque schede richiamano l’attenzione del lettore su particolari temi: Scheda 6: I limiti della ragion pratica: il contributo di Erminio Juvalta; Scheda 7: Etica della qualità della vita ed etica della sacralità della vita; Scheda 8: Il futuro della natura umana: la riflessione di Jurgen Habermas; Scheda 9: Sostituirsi a Dio? Interrogativi sul problema della clonazione; Scheda 10: I codici di deontologia professionale.

Segnalo in particolare il passaggio in cui l’autore precisa il significato dell’aggettivo “laico”, che non va confuso con “ateo”, come molto spesso, purtroppo, accade: “… Una bioetica laica, scrive Pellegrino, citando U. Scarpelli, Bioetica laica, è una bioetica elaborata come se non ci fosse un Dio”. Ragionare sulla base dell’ipotesi che Dio non esista non equivale dunque a negarne l’esistenza” (p. 98). Sembra un gioco di parole, ma la definizione è profonda, dal momento che si può essere laici e credere fermamente in Dio.

Il terzo capitolo ha per titolo L’etica dell’informazione e della comunicazione (pp. 149-183). Qui il discorso etico riguarda l’ “infosfera”, ovvero un nuovo ambiente, frutto delle applicazioni dell’informatica e “costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni e concepito come continuo, finito, ma potenzialmente illimitato e immateriale” (p. 152); un ambiente nel quale i problemi non mancano: “Si pensi, per esempio, ai classici problemi legati alla proprietà intellettuale, alla privacy e alla sicurezza, al furto e alla manipolazione illegale dei software”, ecc. Il computer diventa strumento su cui verte il discorso etico, poiché è chiaro che “chi usa il computer è responsabile del computer stesso e del suo utilizzo” (p. 158), tant’è che appare insensato dare la colpa al computer per un danno prodotto dal suo uso sbagliato da parte dell’uomo.

Così, per i navigatori del cyberspazio, esiste un galateo, un’etichetta della rete, o netiquette, un decalogo della rete di prescrizioni minime: 1. Non userai un computer per danneggiare altre persone; 2. Non interferirai con il lavoro al computer di altre persone; 3. Non curioserai nei file di altre persone; ecc. (p. 160 n. 15). Insomma, non è una nuova religione, ma poco ci manca!

In questo capitolo Pellegrino ci parla anche del modello comunicativo di Jacobson, dei suoi limiti; e poi ancora dell’ “agire comunicativo” di Habermas, a cui è dedicata l’unica scheda, la undicesima, del capitolo. “Si ha agire comunicativo (…), scrive Pellegrino citando Habermas di Teoria e prassi nella società tecnologica, quando “i progetti d’azione degli attori partecipi non vengono coordinati attraverso egocentrici calcoli di successo, bensì attraverso atti dell’intendersi”. L’agire comunicativo, in altre parole, si distingue “per il fatto che tutti i partecipanti perseguono senza riserve i propri fini illocutivi per raggiungere un’intesa che costituisce la base per un coordinamento unanime dei progetti d’azione perseguiti di volta in volta in modo individuale” (p. 173).  L’accento batte sulla necessità di “raggiungere un’intesa” più che sul “perseguire i propri fini”, e in questo è forse l’irriducibile residuo utopico del pensiero di Habermas.

Il capitolo quarto s’intitola Le teorie delle comunicazioni di massa (pp. 185-217). Si parte dall’assunto che “questa realtà, molto spesso, è esperibile dagli individui soltanto grazie alla mediazione dei mezzi di comunicazione di massa, che riescono nell’operazione di rendere vicino e comprensibile ciò che spesso è lontano ed estraneo. Da questo punto di vista, quindi, il potere dei media è davvero forte…” (p. 189). Pertanto, sulla questione si sono esercitate diverse teorie, che l’autore passa in rassegna e descrive: la teoria ipodermica, il modello di Lasswell, la cosiddetta “ricerca amministrativa, la teoria funzionalista, i “cultural studies”, ecc. tutte cose interessantissime e che andrebbero esaminate una per una, ma sulle quali siamo costretti a sorvolare per non tediare il lettore; e poi, perché si scrive una recensione, se non per rimandare il lettore al testo da leggere? Dirò solo che alcune pagine (con scheda annessa, la dodicesima) sono dedicate ad Adorno, uno degli autori di Pellegrino, e sono intitolate “Comunicazioni di massa e industria culturale”. Si legga la sconsolata conclusione cui giunge l’Adorno dei “Minima Moralia. Meditazioni sulla vita offesa”, qui citato da Pellegrino: “Nell’era dell’industria culturale, l’individuo non decide più autonomamente. Il conflitto tra impulsi e coscienza si è risolto con l’adesione acritica ai valori imposti: “quella che un tempo i filosofi chiamavano vita si è ridotta alla sfera del privato e poi del puro e semplice consumo” (p. 205). Seguono pagine molto illuminanti su La teoria critica vs. ricerca amministrativa, metodi di indagine della realtà che intendono i media in modo radicalmente opposto: “per la teoria critica si tratta di strumenti della riproduzione di massa che, nella libertà apparente degli individui, ripropongono i rapporti di forza dell’apparato economico e sociale. Dalla ricerca amministrativa essi sono interpretati invece come “strumenti usati per raggiungere determinati scopi. Questi possono essere vendere merci o innalzare il livello intellettuale della popolazione…”, ecc. (p. 211). La tesi di Pellegrino è che sia più che ragionevole considerare teoria critica e ricerca amministrativa utili entrambe e complementari.

Ottime anche le pagine sulla teoria culturologica e Edgar Morin, di cui si cita L’industria culturale. Saggio sulla cultura di massa: “… l’etica del loisir [il tempo libero, il divertimento], che fiorisce  a detrimento dell’etica del lavoro, accanto ad altre etiche vacillanti, prende forma e si struttura nella cultura di massa. La quale non fa che riempire il loisir (con gli spettacoli, gli incontri sportivi, la televisione, la radio, la lettura dei giornali e dei settimanali), orientare la ricerca della salvezza individuale nel loisir, e inoltre “acculturare” il loisir che diviene stile di vita” (p. 215). Pagina sacrosanta, questa di Morin, su cui si dovrebbe riflettere a lungo, soprattutto in tempi in cui la crisi economica mette in seria discussione un simile modello di vita.

Ed eccoci all’ultimo capitolo, il quinto, dal titolo L’etica della comunicazione (pp. 219-286). Pellegrino è convinto che “ l’etica è … l’unico modo per sperare in una società equa” (p. 223) e sa anche che la comunicazione è “una delle principali azioni che l’uomo compie nel mondo per trasformarlo” (p. 224). Il pubblico richiede un’etica della comunicazione nella misura in cui non si rassegna a subire passivamente quelli che l’autore definisce i due “mali oscuri” provocati dai media nel mondo contemporanea: “1) l’effetto di disintegrazione sociale; 2) l’idea del successo senza merito.” (p. 225). A questi mali Pellegrino oppone tre principi che devono informare l’etica della comunicazione e che corrispondono a tre pensatori del Novecento: “In questo orizzonte, assumono particolare rilievo alcune forme contemporanee della ragion pratica. Si tratta del nuovo principio etico dell’agire comunicativo così come lo ha teorizzato Habermas, un agire capace di vedere nell’Altro una persona morale e di cercarne il libero consenso; del principio della responsabilità verso le generazioni future (che Jonas elabora come etica adeguata all’età della tecnica, al fine di prevenire gli effetti della sua immane potenza; …. e infine il principio della giustizia, combinata con l’uguaglianza e la differenza, secondo la proposta di Rawls ...” (p. 229).  Agire comunicativo, responsabilità, giustizia, sono le tre virtù teologali del XXI secolo, che questi scrittori ci consegnano come un’estrema attestazione di fiducia nell’agire etico dell’uomo. Pellegrino se ne fa portavoce, nella consapevolezza che “non c’è una sola etica. L’etica è un territorio concettuale e non una normativa. Esiste però un terreno comune, un minimo comun denominatore…” (p. 230), che proprio nei principi summenzionati può ritrovarsi.

A questo discorso un altro pensatore ha dato il suo contributo, ed è K. –O. Apel, con la sua esigenza, nell’età della scienza, di un’etica razionale e universale. A lui è dedicata anche una Scheda, la 14. Egli identifica, scrive Pellegrino citando i “Limiti dell’etica del discorso. Tentativo di un bilancio intermedio”, “le quattro universali pretese di validità […] che Habermas ha formulato per primo: “senso, verità, veridicità [o sincerità] e giustezza” (p. 248 e 251), che basterebbero a fondare un discorso comunicativo etico valido per tutti gli uomini. “In realtà, - scrive Pellegrino rinvenendo un limite del discorso di Habermas così com’è ripreso da Apel -  qui viene proiettato sulla società il modello di discussione delle piccole comunità scientifiche che si occupano, a partire dagli stessi presupposti teorici, di uno stesso infinitesimo frammento di realtà” (p. 261); e si sa che la comunità globale è ben altra cosa.

Il capitolo contiene anche due schede: la 13: La semiotica di Peirce e la trasformazione del kantismo; e la 15: La Carta dei doveri del giornalista. E siccome è ad un giornale che destino questo scritto, vorrei finire proprio con un riferimento alla figura del giornalista, che è al centro della comunicazione. Escluso che l’audience possa continuare a farla da padrone nei media – come di fatto accade -,  ed esclusa la cosiddetta “neutralità” della posizione del giornalista, occorre richiamare ciascuno al senso della responsabilità (Jonas), da esercitare sempre a beneficio di una comunità. Pertanto, giustamente Pellegrino invita tutti i cosiddetti operatori dell’informazione allo studio della filosofia. Egli dice: “Il valore della verità resta comunque un discrimine di cui deve occuparsi l’etica: l’argomentazione analitica, che è la specialità del filosofo, può certamente giocare un ruolo nell’affinare la percezione. Lo scopo però è quello di affinare la percezione, e cioè rendere ciascuno consapevole in modo più intenso e onesto di ciò che sta dicendo, pensando, sentendo. La filosofia ci invita (forse ora in modo più insistente rispetto al passato, per via della pervasività raggiunta dai media) a chiederci se ciò che diciamo sia vero “ (p. 286).

Così, l’autore, in conclusione, nel mentre motiva, se ce ne fosse bisogno, il richiamo all’utilità della filosofia, rivolge un invito anche a tutti gli uomini - dal momento che tutti noi siamo in definitiva attori della comunicazione -, l’invito ad una nuova percezione delle cose, fondata sull’onestà e sulla consapevolezza, sul senso di responsabilità e sulla ricerca della verità. Sono i principi della comunicazione etica fra gli uomini nel tempo della globalizzazione, i soli che renderanno possibile l’esistenza, che sia degna di questo nome, dell’umanità futura.