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Recensioni
Giovedì 21 Luglio 2011 08:09

-          Quest’atomo opaco del male! (recensione a Andrea Carrozzini, Da Myricae a Odi e inni. Percorsi tematici e testuali della poesia pascoliana, Congedo Editore, Galatina, 2009), “Il Paese Nuovo” di sabato 20 febbraio 2010, p. 6; poi ne “Il Galatino” di venerdì 16 aprile 2010, p. 3.

-          Conservatorismo salentino (recensione a Gianni Donno, Cresce un altro Sud, Congedo Editore, Galatina, 2010), “Il Paese Nuovo” di mercoledì 24 marzo 2010, p. 7.

-          Un ospedale tra luci e ombre (recensione a Pietro Congedo, L’ospedale di Galatina dal XIV al XX secolo, Torgraf, Galatina, 2010), “Il filo di Aracne” a V – n. 2, marzo-aprile 2010, pp. 20-21; poi col titolo Un antico ospedale italiano ne “Il Paese Nuovo” di giovedì 6 maggio 2010, p. 6.

 

-          Per una poetica della lettura (recensione a Carlo Alberto Augieri, Leggere, Raccontare, Comprendere. Narrazione come Ermeneutica, Liguori Editore, Napoli, 2009), “Il Paese Nuovo” di sabato 3 aprile 2010, pp. 6-7.

 

Quest’atomo opaco del Male!

 

“Il solo progresso umano possibile sta nel procedere della conoscenza del vostro destino. E’ l’orrore davanti la natura la quale vi minaccia continuamente, e ciecamente vi affligge e stermina, che deve essere base, ‘radice’, della giustizia e della pietà. E quest’orrore bisogna che non lo vinciate dando retta ad ingannevoli promesse; voi lo dovete provare intero e assoluto. Progredire la società umana non può che verso al verità, e la verità è questa: la morte.” Giovanni Pascoli, La Ginestra (cap. XII)

 

Il poeta che chiude la stagione poetica ottocentesca ed apre quella novecentesca, a cui le generazioni seguenti guarderanno come a maestro di poesia, imitandolo e raramente eguagliandolo, è Giovanni Pascoli, il poeta di San Mauro di Romagna. A questo poeta, scolastico quant’altri mai, nel senso che non c’è studente che nel corso degli studi non ne abbia imparato a memoria qualche poesia - anche oggi, in tempi in cui la memoria difetta a tutti non poco -, a questo poeta, dicevo, un dottore di ricerca in Italianistica dell’Università del Salento (Dipartimento di filologia, linguistica e letteratura), Andrea Carrozzini (Lecce, 1974), dedica un libro meritevole di segnalazione, dal titolo Da Myricae a Odi e inni, con sottotitolo Percorsi testuali e tematici della poesia pascoliana, Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. 269.

Il volume, avverte l’autore nella Nota introduttiva, “rientra nel panorama degli studi di carattere testuale e tematico” (p. 7), ovvero si occupa di indagare e descrivere, attraverso una disamina dei testi, i temi della poesia pascoliana. Si va dalla raccolta Myricae, studiata nelle successive stratificazioni delle varie edizioni (dal 1891 al 1900 se ne contano ben cinque), ai Canti di Castelvecchio (1903), dai Poemi conviviali (1904) ai Primi poemetti (1904) a Odi e inni (1906); e poi ancora i Nuovi poemetti (1909), i Poemi italici (1911) e i Poemi del Risorgimento (usciti postumi nel 1913; senza dimenticare i testi in prosa, che accompagnano a guisa di commento esegetico la poesia pascoliana, Il fanciullino in primis, e poi i saggi su Dante e Leopardi, autore, quest’ultimo, che funge da vera cartina di tornasole per comprendere le scelte di poetica di Pascoli.

Al centro v’è il dramma della vicenda familiare, con l’assassinio il 10 agosto 1867 del padre Ruggero (chi non ricorda i celebri versi “Ritornava una rondine al tetto: / l’uccisero: cadde tra spini: / ella aveva nel becco un insetto: / la cena dei suoi rondinini”, nel X Agosto di Myricae, oppure “O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna” ne La cavalla storna dei Canti di Castelvecchio), cui seguì la morte della madre e quella di una sorella e di un fratello; la caduta, dunque, dopo un stato di prosperità e di benessere, in uno stato di infelicità e povertà. Ma la vera poesia pascoliana non è mero dato biografico, sia pure rivissuto e interpretato in chiave di dolore universale, bensì originale visione del mondo, che Carrozzini si incarica di ricostruire dettagliatamente, testo dopo testo, rinvenendo temi e motivi ricorrenti, e seguendoli nella loro evoluzione semantica. Emerge un Pascoli caratterizzato da una sensibilità molto vicina alla nostra, che non ha nulla di intimistico (come si è spesso voluto far credere), un Pascoli che parla con i morti del mistero della vita e riferisce a noi nella forma del frammento, corrispondente, come ebbe a scrivere Mario Pazzaglia, citato da Carrozzini, “a un modo inedito di vedere e vivere il mondo: l’unico concesso in un universo senza più direzioni” (p. 27). Un Pascoli, dunque, alla ricerca quasi disperata di risposte a domande impossibili, che azzarda uno sguardo sul mistero del mondo, definito, nella già citata poesia dal titolo X agosto, “quest’atomo opaco del Male!”, un Pascoli per certi versi interprete e continuatore di Giacomo Leopardi, “il poeta del dolore”, cui egli dedicò non poche cure esegetiche; questo è il poeta di cui Carrozzini descrive l’opera e che ci affascina ancor oggi con le sue riflessioni riguardanti da vicino la nostra esistenza. Si pensi alla morte che “da una parte rappresenta, scrive Carrozzini, pur sempre un evento tragico, di totale disfacimento e di annullamento, dall’altra appare un fatto inscritto nelle cose e nella vicenda ciclica della natura, come la vita” (p. 93); o si leggano le bellissime pagine che l’autore di questo libro dedica al Ciocco dei Canti di Castelvecchio, sotto il titolo Visioni del cosmo: il Ciocco (pp. 100-108), in cui il motivo della contemplazione astrale, sempre ben presente nell’opera pascoliana, innesca un “parallelismo più diretto tra la sorte degli insetti e quella degli uomini, i quali, non diversamente dalle formiche, nascono e muoiono sotto lo sguardo indifferente e imperturbabile di qualche remota divinità” (p. 103). Come non pensare, ancora una volta, a Leopardi? E in effetti Carrozzini dedica al confronto Pascoli-Leopardi non poche pagine (Tra poesia e ideologia: i saggi su Leopardi e i Primi poemetti, pp. 171-230). “Le due esperienze poetiche, quella leopardiana e quella pascoliana, sembrano condividere lo stesso percorso” (p. 174); eppure, a differenza del Recanatese, per il quale la natura rimane unica dispensatrice di pena, per Pascoli essa è la via per “giungere alla serena accettazione della vita” (p. 183). Per questo la poesia, di fronte alla desolazione arrecata dalla morte, è motivo di conforto per gli uomini e in più è considerata da Pascoli “come l’unica occasione concessa di riaffermare la vita” (p. 133), scrive Carrozzini. Egli individua in Pascoli I caratteri di una poetica ideologica-parenetica, ovvero il risultato cui perviene la ricerca poetica pascoliana, che dalla considerazione della morte passa all’esortazione degli uomini. Il poeta si rivolge a tutti gli uomini con l’intento di fare dell’uomo un homo humanus: “dopo il sentimento della morte e quindi dopo il riconoscimento della finitezza dell’individuo umano, scrive Carrozzini, vi è l’idea di una nuova società che fondi i suoi presupposti sull’amore e sulla solidarietà” (p. 256).

Insomma, c’è in Pascoli una tensione utopica verso un futuro di pace e di amore, che la poesia si assume il compito di anticipare e di additare all’uomo come unico destino possibile. Per Carrozzini, è questo l’approdo ultimo del poeta di San Mauro, coerente con tutta la sua ricerca, di cui egli ha rintracciato, passando in rassegna l’intera opera, i “presupposti stilistici, tematici e ideologici” (p. 262). Un approdo facile, si potrebbe dire, se non sapessimo quale retroterra esso nasconde. Pertanto, a conclusione del libro, il lettore non dimentichi la critica forte all’idea di progresso che sta dietro gli sviluppi finali dell’opera pascoliana. “Il solo progresso umano possibile sta nel procedere della conoscenza del vostro destino. E’ l’orrore davanti la natura la quale vi minaccia continuamente, e ciecamente vi affligge e stermina, che deve essere base, ‘radice’, della giustizia e della pietà. E quest’orrore bisogna che non lo vinciate dando retta ad ingannevoli promesse; voi lo dovete provare intero e assoluto. Progredire la società umana non può che verso al verità, e la verità è questa: la morte.” La Ginestra (cap. XII).

Parole sante, quanto mai attuali, e che sempre dovremmo ripetere a noi stessi per resistere alle “ingannevoli promesse” del mondo attuale.

 

 

Conservatorismo salentino

 

Tenterò di esporre nella forma riassuntiva che si addice ad una recensione il pensiero politico del conservatorismo salentino quale si evince dal libro di Gianni Donno dal titolo Cresce un altro Sud, sottotitolo con note su Fatti e Personaggi dell’eterna questione meridionale, edito a Galatina da Congedo in questo anno 2010, pp. 125. Il libro raccoglie gli articoli che l’autore, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università del Salento, ha pubblicato come editorialista del “Corriere del Mezzogiorno” negli ultimi quattro anni, ora qui presentati “in ordine cronologico decrescente” (p. 10), come dice Donno, ovvero inverso (non sempre per la verità rispettato), cosicché il lettore, risalendo il corso dei fatti raccontati e delle idee espresse, potrà farsi un’idea di un pensiero politico che si confronta con le grandi questioni del presente nell’arco temporale che va dal governo regionale attuale, presieduto da Vendola, alla fine di quello presieduto da Fitto qualche anno fa. E’ inutile dire che le simpatie di Donno, sia pure venate da riserve, sono tutte per Fitto (e per Poli Bortone), mentre alla giunta Vendola (e a Pellegrino) non si risparmiano critiche molto severe. Ma non è su questo che voglio richiamare l’attenzione del lettore, bensì, come dicevo, sul pensiero politico che si ricava dal libro. Questo pensiero si condensa, per così dire, nella prima parte dell’opera, intitolata Cresce un altro Sud, la parte che dà il titolo al tutto, scritta per l’occasione come introduzione generale alle questioni particolari, qui riunite per argomento: la questione meridionale, i trasporti, la sanità, la politica dei verdi sull’energia, lo stato dell’ università, la cultura del Sud e, in ultimo, alcuni personaggi del Sud.

Il ragionamento si snoda a partire da una riconsiderazione della famosa questione meridionale, che per Donno è “una questione culturale, che attiene al modo con il quale governanti e cittadini del Sud interpretano la ‘dimensione pubblica’ ” (p. 11). I due mali del Sud sono il particolarismo e il localismo, che spingono “in direzione contraria alla cooperazione, alla progettualità solidale. Il localismo politico è la trasposizione nella dimensione territoriale della spiccata propensione individualistica, del familismo amorale, propri del costume diffuso del Sud” (pp. 11-12). Questa constatazione, in sé giustissima e condivisibile, induce l’autore a salutare con favore la decisione del governo Berlusconi di fondare una sorta di authority centralizzata che faccia “giustizia di un quindicennio di autonomie di regioni e province del Sud” (p. 11), in considerazione del fatto che le politiche dell’assistenza hanno fatto il loro tempo e non sono più riproponibili. Da una parte, dunque, Donno auspica la diffusione, soprattutto tra i giovani,  di “una cultura civica, fatta di riflessione autocritica” (p. 16), dall’altra vorrebbe limitare ogni libertà progettuale autonoma delle genti del Sud, poiché ha sfiducia nella capacità o volontà della classe dirigente locale di gestire il denaro pubblico senza malversazioni e ruberie. Sul che, non è dubbio che Donno abbia perfettamente ragione, poiché i continui scandali e i continui casi di corruzione confermano il giudizio dell’autore; e tuttavia come essere d’accordo con lui, quando sostiene che “i nostri giovani, come i loro nonni ieri, sono internazionalizzati, non temono la cosiddetta emigrazione” (p. 17)? “L’emigrazione dal Sud fu una grande pagina culturale e morale, che i giovani d’oggidì apprezzano, laddove, sino a un decennio addietro, appariva disdicevole riferire che padri e nonni avevan fatto gli emigranti. Ora la sfida del lavoro e del miglioramento, che costoro in gran parte vinsero, è considerata con orgoglio dai loro discendenti…” (p. 17). Credo che questa falsificazione della storia, fatta nel nome della lotta agli “stereotipi del catto-comunismo” (p. 17), debba essere individuata e smascherata come il presupposto ideologico del conservatorismo meridionale. Con l’argomento del miglioramento delle condizioni di vita delle nuove generazioni, infatti, si copre la dura lotta tra capitale e lavoro, in cui il capitale vincitore impose (e impone) anche la deportazione di intere masse contadine (oggi il fior fiore dei giovani laureati), che non ebbero la terra (come oggi non hanno il lavoro), ma solo una scatola di cartone per emigrare. Ancor oggi, di chi è la terra del Sud?

Bene dice Donno nel suo titolo di pagina 16: “Si va dove c’è lavoro, prima ragione di vita”. Certo, ma l’idea neanche tanto sottintesa è che a dirigere il movimento è il lavoro, non il lavoratore. In altri termini, è il mercato che decide dove il lavoratore deve andare, non viceversa. Così Donno può esser ben contento se nei nostri giovani sta nascendo “una cultura civica”; ma che se ne fanno di questa cultura, se essi sono semplicemente povera merce di scambio nel mondo del lavoro? In fondo, non è proprio la classe dirigente tanto biasimata da Donno la prima responsabile del mancato sviluppo del Meridione e, dunque, della nuova forzata emigrazione dei giovani verso il resto del mondo? Ma per l’autore il nostro è “un giovane meridionale ardimentoso” (p. 20), un nuovo ardito alla conquista del mondo. Per giunta, “i giovani che si muovono in cerca di lavoro e lo raggiungono, cominciando così a realizzarsi, danno un contributo forte al problema del Sud. Ne alleggeriscono le clientele, prosciugando l’acqua nella quale si muove la grandissima parte del personale politico meridionale” (p. 20). E’ vero il contrario: i giovani che vanno via non tornano più, depauperando così il tessuto sociale del Meridione. Inoltre, chi va via è esattamente chi non fa parte delle clientele e delle consorterie e non ha nulla a che spartire con il personale politico meridionale. Spesso va via per non cedere a ricatti e compromessi. Il giovane corrotto, invece, rimane perché il politico gli fornisce un posto, e rimanendo perpetua all’infinito questo stato di cose. Con questo non si vuol dire che tutti quelli che lavorano nel Sud siano corrotti – ogni generalizzazione appare inevitabilmente fuorviante -: ma è altrettanto vero che non corrisponde a verità quanto scrive Donno, e cioè che “i giovani del Sud volano via, senza rimpianti”, come recita un altro titolo (p. 21). E che cosa dovrebbero fare, mettersi a piangere, sapendo di lasciare un mondo inospitale, dove non avrebbero nulla da fare senza scendere a patti coi poteri locali? A questi “giovani meridionali ardimentosi” l’autore augura buona fortuna. Ogni volta che qualcuno parte, le classi dirigenti locali tirano un sospiro di sollievo: uno in meno da “sistemare”, pensano, ovvero da corrompere, da inglobare nel sistema delle clientele, dove purtroppo non c’è posto per tutti. Donno fa il loro gioco, augurando agli arditi buona fortuna! In realtà, non c’è nessuna fortuna in tutto ciò, ma solo la dura necessità del lavoro che i nostri giovani potranno trovare solo altrove. Un lavoro precario, sottopagato, spesso in nero, come tanto lavoro precario, sottopagato, spesso in nero, che una gran parte della classe imprenditoriale salentina fornisce a coloro che rimangono. Ma di questi temi, che fanno la vera questione meridionale insoluta dall’Unità d’Italia ad oggi, Donno non si occupa, preferendo lanciare i suoi strali contro la cultura no-global, erede della cultura comunista-gramsciana, con le sue pulsioni anticapitalistiche e antiamericane, contro il cattocomunismo, gli intellettuali professionisti del Meridionalismo, contro il “pensiero meridiano”, ecc.: cortine fumogene che nascondo la realtà della vera condizione del Sud, in cui si continua un’alleanza strategica tra classi dirigenti locali e capitale internazionale, in cui le prime non esitano a sacrificare il destino dei giovani sull’altare del profitto capitalistico, avendone in cambio la perpetuazione del proprio potere.

Di tutto questo Donno sembra non avere coscienza (o forse confina la questione nel zona d’ombra di una cultura gramsciana in ritardo?), preferendo limitare la sua battaglia al rinnovamento morale della classe dirigente salentina, chiamata ad una oculata e onesta gestione del denaro pubblico. “Il cuore della questione meridionale, egli dice, è nella gestione amministrativa, nazionale e locale degli interventi” (p. 52), o, per dirla in altre parole: “Il problema oggi è questo: in che modo si potrà ricostruire quell’antico senso di comunanza solidale?” (p. 56). La risposta di Donno è nello spostamento del centro direzionale di pianificazione della spesa pubblica fuori dal Sud, presso un’autorità (l’Agenzia per il Sud) che non sia collusa con le classi dirigenti locali. Ma, come si è detto, è una soluzione fortemente illiberale, nella quale si sottintende con la irresponsabilità, l’irredimibilità delle genti del Sud. In realtà, ogni prova di forza suggerisce l’impotenza della proposta politica che la determina. Non si ha il coraggio di dire, invece, che è nella logica dell’attuale mercato, disciplinata solo dal capitale internazionale e mediata dalla ingordigia della classe dirigente nazionale e locale, è in questa logica il vero problema, il male incurabile del Sud. Quale “comunanza solidale” potrà mai esserci tra le nostre genti e una multinazionale che dall’oggi al domani decide di delocalizzare la sua impresa, senza che la politica voglia muovere un dito per impedirlo? E così pure, una volta considerato che “non esiste una Banca propria del territorio meridionale; esistono le filiali delle banche del Nord più attente alla raccolta che agli impieghi (ho taciuto diplomaticamente sul fatto che, dopo aver raccolto risparmio dal Sud, queste banche lo impiegano quasi esclusivamente nel Nord!)” (p. 32), perché non se ne trae la normale deduzione che siamo in presenza di un annoso problema di sfruttamento del capitale che si alimenta facendo terra bruciata intorno a sé?

Notevoli e condivisibili le pagine nelle quali Donno depreca lo sperpero di denaro pubblico nelle estati salentine. Il conto che fa delle spese sostenute con soldi pubblici nel solo mese di agosto 2009 in “Salentoland” è spaventoso: 17 milioni e 540 mila euro andati in fumo in feste paesane, sagre, concerti, “il parco divertimento più grande del Mezzogiorno” (pp. 95-96). Ora, va bene deprecare e spiegare che questo è il frutto di una classe dirigente sprecona e corrotta; ma, oltre ogni moralismo, va anche detto che il Salento in festa è ancora una volta il risultato di una demenziale politica che tende a occultare dietro gli apparati di lampadine luminose la scelta precisa delle classi dirigenti locali di immettere nel circuito del turismo di massa il nostro territorio, a qualunque costo; a costo cioè di drogare per due mesi all’anno il tessuto sociale destinato a fare i conti con una crisi di astinenza che durerà per tutti i mesi a seguire e che la popolazione sconterà in tutti i settori della vita associata: meno sanità, meno scuola, niente biblioteche, meno lavoro sano. Anche in questo caso, come si vede, capitale internazionale e classe dirigente locale si danno la mano, a danno di chi in questo perverso meccanismo rimane irretito, cioè tutti noi.

Non seguiremo nei dettagli delle varie questioni l’argomentare dell’autore di questo libro. Ci basti considerare che esso rappresenta davvero, nel suo piccolo, una summa del conservatorismo salentino, che, come spesso accade, si limita alla stigmatizzazione moralistica del presente al fine di evitare un’analisi concreta e realmente critica delle ragioni che hanno portato a questo stato di cose.

Pertanto, dal momento che nei lontani anni Sessanta Gianni Donno fu allievo al liceo di Nicola Carducci, non sarà fuor di luogo chiedergli in conclusione: che cosa oggi penserebbe di tutta la questione il “maestro” Carducci (p. 98)?

 

 

Un ospedale tra luci e ombre

 

La pubblicazione che mi accingo a recensire appartiene alla tipologia di libri aventi per argomento la storia locale, essendo l’intento dell’autore di contribuire a mantenere vivo il ricordo di persone ed eventi che hanno segnato la storia del luogo in cui lo scrittore vive. “La presente monografia … ha lo scopo di mantenere viva la considerazione e duraturo il ricordo nei miei concittadini, specialmente nei più giovani, relativamente ad eventi ed istituzioni che hanno dato lustro e decoro alla nostra Galatina”. Così, nella Nota introduttiva dell’autore, p. 13, scrive Pietro Congedo, presentando la sua ultima notevole fatica, L’ospedale di Galatina, con sottotitolo: dal XIV al XX secolo. Luci ed ombre dell’esistenza plurisecolare di uno dei più antichi nosocomi italiani, Torgraf, Galatina, 2010, pp. 269, supplemento al n. 5/2009 de “Il filo di Aracne” (con Prefazione del Direttore amministrativo Luigi Muci e del Direttore  medico Giuseppe De Maria, entrambi attuali dirigenti dell’Ospedale “S. Caterina Novella”, pp. 9-12).

Mai come in questo caso l’oggetto dell’opera, l’ospedale di Galatina appunto, sembra coincidere, per sineddoche, con la città di Galatina, poiché la storia dell’uno segue pari pari la storia dell’altra, dal Medioevo al 1967, anno da cui, scrive Congedo, “decorre il periodo del quale è inopportuno descrivere le vicende dell’Istituto di cura galatinese, perché sono molto vicine ai nostri giorni” (p. 14).

La narrazione, dopo una Premessa e un inquadramento storico generale (capitoli I e II), si snoda per ben ventisei capitoli, prendendo le mosse, dunque, dalla fine del 1300, inizi del 1400 (“come il 1391 è la data limite della costruzione del tempio cateriniano, così il 1403, scrive Congedo, può essere considerato la data limite dell’edificazione dell’attiguo Ospedale”, p. 33) quando l’Ospedale “S. Caterina” fu fondato dal conte Raimondo del Balzo Orsini (vero e proprio genius loci), per giungere fino al 1861. Con l’Unità d’Italia, il processo di modernizzazione investe anche il Comune di Galatina, imponendo agli amministratori l’espansione e migliore regolamentazione dell’ospedale. In questi quattro secoli e mezzo si passa dalla grande decadenza degli anni tra il 1495 e il 1710, dovuta alla trascuratezza degli Olivetani, intenti a costruire  l’Abbazia e l’annessa Chiesa di “S. Caterina Novella” (l’attuale S. Biagio), su cui riversarono le ingenti risorse del cosiddetto Statarello di Santa Caterina (si legga il capitolo V, pp. 41-44), agli anni della ripresa, tra il 1711 e il 1860, nei quali le attività dell’ospedale gestito in proprio dai galatinesi riprendono nuovo slancio. Questo lungo periodo è perlopiù ricostruito da Congedo sulla base di un’accurata ricerca bibliografica, che si avvale degli studi di B. Papadia, B. F. Perrone, A. Antonaci, M. Montinari, R. Rizzelli, per citare solo alcuni.

A partire dal 1861 fino al 1967, il bibliografo lascia il posto al ricercatore d’archivio, incredibilmente scrupoloso nel riportare la documentazione rinvenuta soprattutto nell’Archivio dell’Ospedale “Santa Caterina Novella”. Questa è la parte per così dire originale dell’opera, che rivela in pieno il metodo di Congedo. Egli non tralascia nulla di ciò che incontra nelle sue ricerche, riportando anno per anno regolamenti, delibere, bilanci (entrate, uscite), provvedimenti, tabelle di spese sostenute, insomma i nudi fatti, senza commentarli, se non eccezionalmente e sempre con estrema misura. Lo scrittore si presenta qui in veste di cronista, o meglio di annalista dell’ospedale, che scrive per lo storico avvenire (ad usum historici), cui confida la sua opera: “…mi auguro che ci sia qualche vero storico che ritenga opportuno prendere in considerazione le indicazioni bibliografiche e documentali e comunque i risultati della mia modesta ricerca..” (p. 15). Così si schermisce Congedo, cui invece va ascritta una concezione storiografica ben precisa, che corrisponde a quella già indicata all’inizio di questo scritto: la concezione municipale della storia. Qui davvero concezione storiografica e oggetto di studio sono un tutt’uno. E valgono le cose dette e le cose passate sotto silenzio. Tra le prime, citerei la menzione dei cittadini meritevoli che operarono a favore dell’ospedale: Orazio Congedo (“come pubblico amministratore operò con grande saggezza…”, p. 80),  Vito Vallone (“il quale prestò la sua opera per ben 27 anni con passione e competenze notevoli”, p. 107), Carmine D’Amico (“molto stimato dai suoi concittadini…” p. 123), Beniamino De Maria (“nume tutelare [che] vegliava sulla crescita dell’istituto di cura galatinese”, p. 247), Palmina De Maria, di cui in molti luoghi si mettono in luce le qualità di abile amministratrice dell’ospedale (per ben 24 anni).  Tra le seconde, cioè le cose passate sotto silenzio, segnalo che, per es., Congedo non spiega le motivazioni del conflitto che contrappose nei primi mesi del 1939 il podestà Angelo Ancora al dott. Carmine D’Amico (capitolo XIX). Quest’ultimo proponeva degli ammodernamenti dell’allora fatiscente ospedale, ma fu trattato piuttosto male. Perché? Ancora: a proposito della vicenda che vide come protagonista Domenico Galluccio (capitolo XXV, pp. 222-227), aspirante al posto di primario, che di fatto  gli venne negato (siamo nel 1963), Congedo scrive: “Comunque per la prima volta nella storia dell’Ospedale di Galatina un posto di primario messo a concorso non veniva assegnato dopo le prove di esame al medico che lo aveva ricoperto come incaricato” (p. 225). Anche in questo caso, e se ne potrebbero fare altri, il cronista non si cimenta in una interpretazione dei fatti, che, a mio avviso consiste nella lotta politica spregiudicata e spesso senza esclusione di colpi che intorno e dentro l’ospedale di Galatina si è spesso scatenata per l’assegnazione dei posti. A ben guardare, la cronistoria di Congedo passa sotto silenzio tutta la vicenda del sottogoverno come sistema clientelare che rimane celata dietro la efficiente gestione amministrativa  e politica di questo ente pubblico. Anzi si ha l’impressione che l’elenco puntiglioso dei concorsi pubblici banditi soprattutto sotto la gestione di Palmina De Maria, e ce ne sono per primari, medici, aiuti, infermieri, portinai, cuochi, inservienti, portantini, lavandaie, sarte, autisti, ecc., finisca col nascondere la vera realtà di una prassi clientelare che utilizzava l’ospedale come importantissimo serbatoio di voti, soprattutto della Democrazia Cristiana. Ma ahimé, questa è anche storia dei nostri giorni…, dalla quale Congedo fa bene a tenersi discosto.

Luci ed ombre, dunque, come da sottotitolo del libro. Ma forse dal contrasto di luci e ombre, per chi voglia leggere a fondo, emerge come risultato un affresco del maggior istituto della città di Galatina, che oggi si vorrebbe potenziato per rispondere alle nuove esigenze dei malati, troppo spesso costretti a recarsi altrove in cerca di adeguate cure mediche. E allora, non appaia inopportuno concludere questa breve recensione con l’auspicio che l’ospedale di Galatina sia sottratto una buona volta alle mani dei politici e restituito a quelle degli unici depositari del sapere medico, ai medici appunto, i quali a loro volta mai dovrebbero dimenticare d’aver pronunciato un giorno il giuramento di Ippocrate; e ai malati, naturalmente, che hanno diritto di essere curati.

 

 

L’odissea della funzione autore ovvero per una poetica della lettura


Il critico cerca la verità la cui fiamma vivente continua ad ardere sui ceppi pesanti del passato e sulla cenere lieve del vissuto.

Walter Benjamin, Angelus novus


Esiste un vasto campo della letteratura - non coltivato dai più, che preferiscono frequentare territori meno impervi, dove si illudono di poter assegnare alla lettura solo uno scopo ludico -, nel quale la riflessione ha la meglio, e cioè un pensiero nutrito di letteratura, che ne ricerca le ragioni d’esistenza e per così dire le regole di funzionamento; un campo però nel quale si sbaglierebbe a non cercare personaggi che agiscono dentro una trama di rapporti mal dissimulata dietro le apparenze di una discorsività molto raffinata e ricca di una precisa strumentazione retorica. E’ il campo della Critica letteraria e dell’Ermeneutica del Testo, che è poi un insegnamento universitario. Nell’Università degli Studi del Salento esso è professato da Carlo Alberto Augieri, che ha appena dato alle stampe un bel libro dal titolo Leggere Raccontare Comprendersi. Narrazione come Ermeneutica, Liguori Editore, Napoli, 2009, pp. 184; un libro che esce come n. 6 della collana Scienze del Testo, diretta da Michele Rak e Fabrizio D. Raschellà.

Diciamolo subito: il personaggio protagonista di questo libro è la “funzione autore”, che trascende  infinitamente la “funzione scrittore”. Già nella Premessa Augieri così chiarisce i rapporti tra queste due “funzioni”: “… l’autore è eccedenza prospettica di senso, nei cui confronti l’essere scrittore è condizione relativa, subordinata” (p. 3). In effetti, il primo vive nel “tempo grande” dell’ermeneutica testuale, ovvero il tempo della nostra lunga tradizione letteraria, l’altro nel “tempo corto” della lingua ch’egli usa in un momento storicamente determinato. A questo proposito, nel primo capitolo, che ha per titolo “Lettura come incontro ermeneutico: comprendere la parola altrui e riconoscersi con la parola dell’altro”, Augieri precisa che “il testo scritto sfugge all’orizzonte finito, esperienziale di chi lo compone” (p. 51), poiché il “significato in sé” che esso contiene diviene “senso” solo attraverso l’opera instancabile dell’interprete nel “tempo grande” della storia. Per questo motivo, il deuteragonista di questa vicenda è il lettore, da intendersi come personaggio che segue passo passo “la funzione autore” ed anzi la determina con il suo “ruolo attivo” (p. 53): “Leggere è incontrare, pertanto, un soggetto di parole, che l’atto di lettura può promuovere ad autore” (p. 10). “L’atto del leggere implica un incontro con l’altro” (p. 7), quindi è atto sommamente dialogico, grazie al quale cambia la visione del mondo di chi legge e si dispiega il senso autoriale di uno scrittore. Stiamo parlando naturalmente della lettura critica, quella nella quale “le parole proprie del lettore ‘competente’ si intrecciano con le parole altrui dell’autore, dialogicamente, senza lasciarsi parlare da esse e senza neppure parlare in loro ‘vece’: la parola critica come parola propria-altrui di due co-autori, che insieme trasformano in senso il significato verbale del testo” (pp. 8-9). Augieri segue qui il pensiero di M. Bachtin, abbondantemente citato, fino a fare propria anche la definizione di “comprensione”. “Comprendersi”, difatti, è il terzo verbo del titolo, e deve essere così inteso: “Comprensione… come “incontro” tra due alterità in dialogo, tra due esotopie che non si annullano, non si neutralizzano, non si fondono, pertanto, non si confondono, non si dissolvono reciprocamente, non lottano per la predominanza di un significato sull’altro, perché la parola del testo faccia tacere quella dell’interprete o questa si sovrapponga alla parola dell’autore… Scrivere e leggere sono entrambe attività della coscienza che si completano in modo differente e correlato, in forma dialogica e rispondente” (p. 29).

La vicenda di questo libro è già tracciata nelle linee e nei personaggi essenziali: la funzione autore, lo scrittore, il lettore-critico, considerati negli stretti rapporti che li legano. In questo primo capitolo Augieri si accompagna ai maestri del pensiero critico novecentesco, dopo Bachtin,  Benjamin e Ricoeur, che in un’analisi narratologia risulterebbero essere aiutanti dell’autore: “la mia riflessione vuole porsi come un racconto di un ragionevole “incontro” tra i concetti critici dei tre studiosi” (p. 30); e più avanti egli parla di questi “studiosi, trasformati in personaggi ‘critici’ “ che “vengono fatti incontrare … allo scopo di comprendere il sommerso semantico, il suo sottinteso allusivo, fino alle profondità di un senso che appartiene a un autore culturale, ispiratore dello stesso scrittore, ‘scrivente’ del testo” (p. 48).

Benjamin ha ben capito la differenza tra “contenuto reale” di un testo” e “contenuto di verità”: “Il “contenuto reale” è in ciò che in un testo è analizzabile dal lettore ‘chiosatore’, osservatore, e costituisce il materiale compositivo utilizzato dallo scrittore: la materia linguistica con il suo significato ‘proprio’, chiuso entro il tempo corto della scrittura, che è palese lungo il corso della sua durata fruitiva sin dalla sua ‘messa in opera’. Il “contenuto di verità”, invece, costituisce ciò che è ‘nascosto’, sottinteso, in un testo” (p. 31), che solo il tempo, e l’opera infaticabile del lettore potrà metter in luce.

Di Ricoeur, poi, si evidenziano gli studi sull’interpretazione e il primato che egli assegna alla “verità intenzionale della scrittura, a scapito della conoscenza della sua referenza ‘materiale’ e cosale” (p. 56). Come dire che ogni opera è dotata di un’intenzione, sta al lettore scoprirla e renderla attuale.

Se il primo capitolo pone le premesse teoriche e critiche del libro, il secondo immette il lettore nel cuore interpretativo dei fatti letterari. Esso ha per titolo: “Un personaggio-lettore del tardo Impero in cerca d’autore: Agostino e Le confessioni come viaggio intertestuale di formazione ermeneutica”. Si tratta di un capitolo molto interessante, nel quale Augieri legge le Confessioni agostiniane “come un romanzo di formazione di una coscienza interpretante, in cui un lettore personaggio racconta in prima persona la sua azione solitaria e, insieme, dialogica, del leggere” (p. 61). E’ solo un’impressione, ma leggendo quanto scrive Augieri di Agostino, del suo cercare “di ottenere con la lettura, finalmente, la risposta agli interrogativi mentali, umani, esistenziali, di uomo vissuto nel periodo difficile della crisi tardo-imperiale” (p. 61), mi è sembrato quasi di intuire una sorta di identificazione letteraria, come se, insomma, Augieri si ritrovasse appieno nella ricerca del suo personaggio-lettore. Ritornano infatti, a proposito di Agostino, concetti come quello della interpretazione considerata come un “sentirsi dire da una voce”, il leggere come ascoltare e il comprendere come dialogare, la distinzione tra autore e scrittore applicata al testo biblico, Dio “autore primario”, Mosè “autore secondario”, rispettivamente  nel tempo grande e corto della storia umana (pp. 65 e segg.).

Centrale rimane sempre la “funzione autore”, che nel capitolo terzo, dal titolo “La parola testimoniale del personaggio e la de-mitizzazione della funzione-autore: Sartre e Améry”, viene individuata nella “parola ‘testimoniale’ autocosciente e responsabile del personaggio… l’io personaggio non si identifica come semplice soggetto agente, bensì si riconosce come autore del compiere, autore-responsabile degli effetti che il suo agire opera sull’altro, sentito come testimone di ciò che egli ‘fa’ nel suo autodesignarsi e riconoscersi come attore partecipe ed imputato” (p. 103). Insomma, la funzione autore, che per Agostino si identifica con Dio stesso, autore primario delle Scritture, in scrittori come Sartre si invera nello scrivere autobiografico che è “un lento, continuo liberarsi dalla “funzione d’autore” come eccedenza di senso affabulante, responsabile addirittura del sapere mitico, che perdura ancora, secondo il filosofo-narratore francese, pur nella contemporaneità, in quanto la ‘maschera’ dell’autore si è trasformata solo superficialmente…” (p. 107). Così pure in Améry, che racconta l’esperienza di Auschwitz, “i personaggi possono riconoscere il loro sé esperienziale solo raccontandosi essi stessi come autori-testimoni” (pp. 114), in questo modo riassorbendo in sé la funzione autore.

Il capitolo quarto è dedicato a Ernesto de Martino ed è intitolato “Dramma storico e oltrepassamento narrativo del senso: de Martino e la funzione-autore del simbolo”. L’antropologia demartiniana, scrive Augieri, “si caratterizza come opera narrativa”, vero e proprio dramma, con “un uomo-presenza (soggetto d’azione), la storia (scena dell’agire umano), e cultura (datrice di senso all’agire e di ragioni e spiegazioni al soggetto agente)” (p. 117). Quest’ultima, con il suo simbolismo magico religioso, “protegge la presenza dalla drammatica condizione storica di inenarrabilità, riscattandola, liberandola…” (p. 122-123); in essa, dunque, si incarna la “funzione autore”, che rende possibile ogni narrazione. Scrive Augieri: “Ha ragione de Martino: il dramma della modernità, con il venir meno della forma narrativa e, dunque, della possibilità che hanno il simbolo ed il mito di essere significanti compositivi in grado di mettere in forma, dunque di significare metastoricamente la crisi della storia, consiste nello scadere in una apocalisse culturale tra le più angoscianti e drammatiche, perché senza riscatto…” (p. 129); a cui ci si può sottrarre soltanto con un “trascendimento umanistico, aggiunge lo studioso, civilmente costruttivo, in cui l’altro, al quale rivolgersi, è antropologicamente l’altro uomo, l’altro appartenente alla comunità umana plurale, da qualunque cultura, da qualsiasi condizione sociale ed area geografica provenga” (p. 131).

“Fisiognomica zoomorfica in Tozzi, Landolfi, Pirandello: l’animale e il soccorso figurale della funzione-autore: così è intitolato il quinto capitolo, nel quale il critico passa in rassegna, avvalendosi soprattutto dei contributi di Hegel, Lévi-Strauss e Freud, le immagini di animali presenti nella letteratura ed in particolare negli autori menzionati nel titolo. Che c’entra la funzione autore con tutto questo? E presto detto: “… gli uccelli e i cani notturni leopardiani, il corvo di Poe, il gatto di Baudelaire, la gallina di Saba, il ramarro di Montale, l’allodola di Ungaretti… si tratta di animali-immagini che non configurano logiche significanti, né significati enigmatici, ma un sentimento tipicamente contemporaneo: lo spaesamento, derivato dal fatto che l’uomo occidentale oggi vive una ‘crisi di presenza’ non protetta, né riscattata dall’intervento simbolico della sua cultura” (pp. 138-139). L’animale, dunque, “trasforma la fine apparente del personaggio in una possibilità altra di vedere e di sentire: da quello stato di presenza in crisi e di torpore involontario, in effetti, l’uomo ha la possibilità, altrimenti mai realizzabile, di ‘ascoltare’ verità nascoste, censurate, oppure di poter fare esperienza diretta di timori reconditi, di paure presupposte” (p. 154). L’animale diventa il motore della narrazione, dunque, ci par di capire, il depositario della funzione autore.

Infine, il capitolo sesto, “Sul personaggio parlante come autore: Kierkegaard, Mann e la riscrittura del tacere del mito”, nel quale Augieri propone due approcci diversi al mito antico. “La ri-scrittura, egli dice, è … un ritorno, un soffermarsi (un non andare oltre) a quello che la scrittura ha già raccontato: la scrittura ‘perdura’ nella riscrittura…”, secondo il “tempo grande” della funzione autore. Così Kierkegaard riscrive l’episodio di Abramo che deve uccidere il proprio figlio, lasciando muto l’eroe biblico: un autore onnisciente parla per lui, attraverso la muta gestualità del personaggio. Nel Novecento le cose cambiano: la riscrittura da parte di Mann della storia biblica di Giuseppe ha smarrito questo tipo di funzione autore, ma ne ha ritrovato un altro: alla parola mitica che “pretende fedeltà e obbedienza”, Mann contrappone “la parodia…, la carnevalizzazione della parola biblica… relativizzante e irriverente” (p. 177); bachtianamente, “carnevalizzazione” significa cedere la parola all’altro, confrontarsi con l’altro, secondo un parlare dialogico di cui tuttavia, finisce col dire Augieri, rimane responsabile l’individuo contemporaneo: “L’uomo non può sottrarsi alla sua soggettività parlante, conformandosi silenziosamente al senso generale della sua cultura, entro cui perdersi come individuo muto, né includendosi anonimamente in una totalità sineddotica, ma facendosi parte partecipe e contigua di una comunità storica, affacciata a un’etica responsabile… La storia perderebbe un suo gregario, acquisterebbe però certamente e, comunque, un suo testimone e, dunque, un suo personaggio con la responsabilità di parlare, di raccontare come ‘autore’ “ (p. 178).

Questa è l’esito cui perviene quella che lo stesso Augieri ha definito in Premessa come “l’odissea della funzione autore” (p. 4), che, se da una parte dà conto della storia millenaria della tradizione letteraria occidentale, in cui la scrittura e la lettura sono state centrali nella storia dell’uomo, dall’altra lascia aperta ogni possibilità di ulteriore sviluppo del discorso letterario. Pertanto, dal momento che solo dal lettore dipende il futuro della letteratura, al lettore, alla sua capacità critica, in conclusione, si potrebbe rivolgere la difficile domanda: quale funzione autore egli prepara per il futuro?