Macrì e il suo Salento fra simbolismo e storicismo Stampa
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Scritto da Mario Marti   
Sabato 28 Luglio 2012 18:35

[in "Apulia", settembre 1999]

 

"...habent sua fata libelli"; così alcuni dicono che pensasse Orazio, ma così invece certamente scriveva Terenziano Mauro nel suo De litteris del 286 dopo Cristo, volendo intendere che il destino di ogni libro è condizionato dalla varia disposizione del lettore. L'intero esametro infatti suona così: "Pro captu lectoris habent sua fata libelli"; la sorte del libro, quale che esso sia, risponde al captus lectoris: una sorprendente ipotesi di sociologia della lettura, formulata più di mille e settecento anni fa. Ma un libro tuttavia tanto più resiste al captus lectoris, quanto più è unitario, compatto, programmato, com'è questo di Albarosa Macrì-Tronci; un libro tutto teso a rilevare da varia direzione il senso, i modi, l'efficacia della componente salentina nell'opera del sempre caro e rimpianto Oreste Macrì, attraverso scritti, suoi e di altri, che si legano alla cultura operante nel Salento a partire dal secondo dopoguerra. Di qui il titolo del libro: Scritti Salentini (con tutte e due le esse maiuscole, probabilmente per enfasi di grafia), ovviamente di Oreste Macrì; il quale contiene anche cinque testimonianze (di Bo, di Bigongiari, di Marti, di Parronchi e di Valli), una introduzione, anche di Donato Valli, e una esaustiva "Nota ai testi" della solerte curatrice, nonché tante altre sue preziose annotazioni lungo tutto il volume su personaggi, avvenimenti e riferimenti bibliografici.

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