Lecce nel Seicento Stampa
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Scritto da Michele Paone   
Domenica 27 Gennaio 2013 10:49

[“Archivio storico pugliese: organo della Società di Storia patria per la Puglia”, a. 21, 1968, fasc. 1-4, p. 173-179]


Divido col milanese Stendhal il rimpianto di non aver potuto vedere Venezia nel 1760 ed il cruccio per quell’inappagabile visita, anziché esser lenito, s’adagia in una trepida commozione all’incanto, che in me sempre si rinnova, per le luminose vedute di Canaletto e le liquide armonie di Vivaldi e di Arbinoni, che sono i geni musicali della città, così come della sorridente sua parlata ne è Goldoni l’interprete più felice.

E ho un altro rimpianto ancora, quello di non aver potuto vedere Lecce nel Seicento, nel secolo in cui la città, divenuta dimora di case religiose ed area di residenza, di richiamo e d’interessi a titolati di antica e recente nobiltà, ai nobiliter viventes per professione di legge e di medicina, a banchieri e mercanti veneziani, genovesi, fiorentini, bergamaschi, lucchesi, milanesi, giudei, greci, ragusei e albanesi e ad una schiera di artigiani, espresse nelle lettere e nelle arti la misura della sua civiltà, che è civiltà essenzialmente barocca, con quel grumo di Spagna e di Controriforma che il termine racchiude, ma, almeno quanto alle arti plastiche, col gusto amabile di una schietta variazione locale al noto sapore romano e napoletano.

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