FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 14. Il pastorello e al viola Stampa
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 23 Ottobre 2013 16:00

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Lei nacque nella bottega di un falegname-melomane di uno sperduto villaggio. La sua bellezza faceva stupire persino i grandi maestri liutai. Si diceva che il falegname avesse soffiato la propria anima all'interno del suo corpo, per farle avere il suono vivo e la splendida voce.

Ogni persona che passava nei pressi della bottega del falegname non riusciva a non fermarsi pe

r ascoltare la sua stupenda voce, mentre cantava del cielo e del sole, del bosco e dei ruscelli ciarlieri, dei campi dorati e delle fioriture dei giardini del suo natio villaggio ceco.

Per ascoltarla si mettevano a tacere gli uccellini canterini. Soltanto il miglior usignolo di tutti gli usignoli del circondario ardiva, a volte, di farle eco con il suo canto. Le toccò, però, l'infausta sorte di finire nelle mani di un Asino che si finse un musicista.

L'Asino si presentò come apprendista, ma, alla morte del falegname solitario, si impossessò di tutti i beni del maestro, fra cui la stupenda Viola.

Un destino tremendo. Obbligando Viola a suonare i valzer dei cani, le rapsodie dei ciucci, i galoppi dei ronzini, l'Asino la fece diventare presto irriconoscibile. Le sue corde finissime e melodiose si resero simili a scompigliati lacci di scarpe. La tavola armonica si ricoprì di brutte scalfitture e di macchie. La sua cordiera da un bel colore nero divenne tutta grigia. I piroli traballanti si allentarono da matti. L'Asino arrivò persino a suonarla come l'ultima delle balalajke, completando con ciò la sua devastazione.

Un giorno nel tendone degli artisti-girovaghi del circo ambulante, l'Asino vide un pagliaccio suonare la sega con l'arco. Ora curvando, ora drizzando la sega a nastro, il pagliaccio riusciva ad ottenerne una specie di melodia che su alcuni spettatori, compreso l'Asino, faceva un'impressione irresistibile.

Da lì a poco l'Asino acquistò dal pagliaccio la sega e abbandonò Viola nel buio della soffitta di casa. Allora non le rimase altro che, impolverandosi, ascoltare, nelle lunghe notti invernali, l'ululato lamentoso del vento nel camino e, durante le lunghe giornate autunnali, beccarsi l'umidità gelida, scollarsi nelle giunture e così via, fino ad arrivare all'inservibilità definitiva.

Non si può senza lacrime amare, senza sentirsi offesi nel profondo del cuore, raccontare ogni sorta d'ingiustizia e sofferenza subite dalla povera Viola infelice. Umiliata ed offesa a tal punto che qualsiasi suono esterno, pervenuto in soffitta dall'abbaino, suscitava in lei profonde emozioni. Nella sua anima ritornavano i ricordi del passato: il canto dell'allodola, il fischiettar sibilante della cinciallegra e il lontano suono capriccioso dello zufolo di un Pastorello.

Giorno per giorno il suonare del Pastorello migliorava sempre più e diveniva sempre più espressivo, anche se il suo zufolo aveva soltanto due o tre toni e gli mancavano sicuramente dei chiari acuti sonori. Queste note mancavano soprattutto nel canto mattutino del risveglio, quando il Pastorello, passando per il villaggio, invitava la gente a svegliarsi e a liberare le loro mucche dalle stalle per condurle a pascolare sul prato.

Un mattino Viola, senza volerlo, fece aggiungere alla melodia del canto del risveglio al suono dello zufolo, gli acuti mancanti, sonori e chiari; si sprigionarono per conto loro dal profondo della sua anima che aveva patito tante sofferenze per essere stata privata della musica.

Ciò accadde prima dell'alba e nessuno, all'infuori del giovane Pastorello, sentì come lo zufolo di pastore aveva risvegliato nel cuore di Viola il desiderio sopito di suonare.

Da quel giorno ogni mattina il Pastorello comunicava tramite il suo canto con la Viola sconosciuta che affascinò il suo orecchio al punto che una notte, per conoscerla, volle salire furtivamente nella soffitta della casa dell'Asino.

L'incontro tra loro avvenne al buio. Un indimenticabile incontro vicino al fumaiolo.

«Come sei bella!» – disse il Pastorello a Viola.

«Se mi vedessi di giorno...» – rispose la povera Viola, – «il mio aspetto ti farebbe inorridire.»

«Ma no, no, calmati» – ripeté il Pastorello, sfiorandole la cordiera con le sue dita delicate e sottili. «Non esistono ferite inguaribili.»

Un giorno Viola, fiduciosa nelle parole del Pastorello, durante il loro ormai consueto incontro, disse: «Desidero tanto che mi porti via da questa brutta soffitta. Tuttavia è impossibile, perché saresti processato per furto... In questo caso bisogna agire con intelligenza e un po' d’astuzia.»

Dell'astuzia femminile non era priva neanche la nostra Viola. Consigliò al Pastorello di suonare il suo zufolo davanti alle finestre dell'Asino, con l'ululato straziante del lupo finito nella trappola di un cacciatore.

E così lui fece. L'Asino andò in un'indescrivibile estasi e subito propose al Pastorello di fare scambio dello zufolo con la sua stridula sega e, in aggiunta, offrendogli anche Viola.

Il baratto avvenne. Il Pastorello, abbandonando la stridula sega, prese, con ogni riguardo e premura, la povera Viola. Stringendola al petto, portò Viola ammalata a casa, dove abitava con la madre.

La madre liberò delicatamente Viola dalla polvere e dalle ragnatele e, dopo averla imbacuccata in un soffice panno, consigliò il figlio di portarla subito in città dal migliore dei dottori liutai.

Il dottore liutaio fece tutte le operazioni e mise in atto tutte le procedure necessarie. Rinforzò i piroli traballanti, incollò la tavola armonica, cambiò le corde e levigò la Viola a specchio. Quando il Pastorello la vide in tutta la sua splendente bellezza, e sfiorando delicatamente le sue corde, sentì il suo suono, che gli faceva girare dolcemente la testa e il cuore sentiva un mancamento, con le lacrime sugli occhi disse: «Non sono degno di averti. Tu sei meravigliosa! Dovresti suonare in città grandi, famose, saresti davvero sprecata nel nostro piccolo, sperduto villaggio.»

«No» – contraddisse la Viola. «Se suonerò, come prima, ciò sarà soltanto nelle tue mani.»

E così successe. Nessuno poté tirarne fuori un solo suono, il silenzio divenne la sua risposta a tutti i tentativi. Viola smise di essere ingenua e fiduciosa. Il Pastorello, invece, non appena sfiorava le sue corde, obbligava tutti gli ascoltatori a rimanere in religioso silenzio.

La sublime musica che ascoltava il pubblico erano i canti di gioia del violinista e della sua Viola, ritrovatisi l'un l'altra nel grande mondo.

Molto presto il Pastorello con la sua Viola furono conosciuti in tutta la nazione. La gente li ascoltava trattenendo il fiato. A nessuno mai passò per la testa che c'era un tempo in cui Viola era stata abbandonata da un Asino in una buia soffitta, dove era rimasta a lungo nell'offensivo oblio. Comunque, anche se qualcuno lo avesse saputo, non avrebbe di certo dato a questo fatto alcuna importanza.

Non sono poche le storie tristi, ingiuste e rudi che accadono in questo nostro mondo! Basta soltanto non permettere loro di cancellare l'intera vita. Il Passato viene sempre riparato dal Presente, se è grande, luminoso, autentico, il Vero Presente. Era proprio così il presente di Viola, riuscita, nonostante le brutte prove e le immani sofferenze, a preservare la purezza dell’animo umano che le aveva soffiato dentro un nobile falegname di campagna, il vero melomane della Grande Musica.