E una stella nel cielo brillò Stampa
I mille racconti
Scritto da Maurizio Nocera   
Martedì 31 Dicembre 2013 17:01

Quando il giorno volgeva al crepuscolo, al tempo dell’inverno inoltrato, quasi dentro il giorno della festa della Luce, cioè della Natività, la madre raccoglieva i suoi figli intorno al braciere e, seduti su dei minuscoli scanni, li comandava al Rosario; un Rosario che non finiva mai: quanti Credo, Ave o Maria, Padre Nostro, Ora Pro Nobis, Anime dei Cari Morti, Suppliche a tutti i Santi del Paradiso, tanti e tanti semini da sgranare, tanti che nessuno dei figli si è mai ricordato quanti. L’interminabile cantilena non finiva se non quando il padre faceva ritorno dal lavoro. Solo allora, inaspettatamente e come per magia, la madre, in fretta e furia, chiudeva con l’Amen il Rosario, e i figli che, finalmente autorizzati, si alzavano dagli scanni e si sgranchivano le gambe quasi ormai anchilosate, che friggevano per l’addormentamento forzato.

Iniziava allora il rito del lavaggio del corpo padre.

Allora si viveva in cinque (padre, madre e tre figli) in un solo vano basso (la cantina), che un tempo era stata la stalla per l’asinello del nonno, alla cui morte, con la gioia che tracimava dalle orbite, era stata ereditata dal padre, povero che più povero non c’era un altro in tutto il paese.

Data l’angustia della stanza, non era cosa semplice il lavaggio del corpo impolverato del padre: il primogenito andava alla fontanina al centro dello spiazzo del quartiere a prendere l’acqua col secchio e, poiché c’era un solo secchio in tutta la casa, occorreva fare più viaggi; il secondo figlio aveva una brocca per mano e, a seconda della richiesta del padre, versava nel catino ora acqua calda ora acqua fredda; la figlia, ultima nata, teneva tra le sue braccine gli asciugamani, uno più morbido per il viso e l’altro più ruvido per le braccia e le gambe.

Solo alla fine del quotidiano rito del lavaggio, la madre, che intanto aveva scaldato il cibo alla fiamma del camino, chiamava tutti attorno alla tavola, faceva congiungere le mani a tutti e comandava la preghiera del Ringraziamento al Signore per il pasto di quel giorno. E con ciò finalmente arrivava anche l’ordine di mangiare.

Si era ormai alla vigilia del 13 dicembre, giorno dedicato a Santa Lucia, e la famiglia povera del bracciante proprio nel rione denominato Santa Lucia abitava.

Allora non si poteva (o doveva?) attardarsi attorno al tavolo e non si doveva (o poteva?) mangiare più di quanto era indispensabile, cioè quasi niente o poco più di una brodaglia di fagioli riscaldata rimasta dal mezzogiorno con un po’ di pane fritto per nascondere ai figli l’azzurro-cenerino della muffa che il tozzo di pane aveva già fatto.

Ma ora era arrivato il tempo di preparare il presepio, perché con il giorno della santa protettrice degli occhi si comandava di riprodurre la Natività: il Bambino radioso come la luce del Sole.

Fuori dalla cantina-casa faceva freddo, tanto freddo. E quell’anno, a scuola, la signora maestra aveva detto che forse dal cielo sarebbe caduta la neve. La neve, oh! la neve, da quanto tempo i figli attendevano i soffici bianchi batuffoli che magicamente scendono dall’immensità. I figli la sognavano e con quel sogno si addormentavano. Una volta il secondogenito, che per punizione era stato messo a digiuno (solo per la cena però), si coricò nel suo lettuccio di paglia d’orzo, donata dal padrone del campo dove il padre quel’anno era andato a fare la mietitura col suo falcione. Non era facile ottenere questo tipo di paglia, più secca e più fresca di quella di grano perché, in paese, tutti la desideravano.

Comunque, come fu come non fu, il secondogenito si addormentò quasi immediatamente e subito (almeno così credette poi) cominciò a sognare. Vide imbiancato il minuscolo campo (poche aree di scogli della macchia) del padre, con quei pochi ulivi quasi sempre sterili, e lui che rincorreva il genitore con delle palle di neve. Il figlio si fermava, si piegava, raccoglieva con le manine infreddolite quanta più neve era possibile, l’appallottolava e poi la lanciava. Per lui era sempre una magia vedere le traiettorie delle pallottole bianche che, volando nell’aria, ad un certo punto andavano a colpire o il tronco di un ulivo, o un basso cespuglio di rosmarino, oppure andavano a frantumarsi sulle pietre del muretto a secco. Con lo sguardo lucido come quello di un gufo, guardava la pallottola volare e subito si entusiasmava nel vedere l’esplosione e i piccoli frammenti che s’irradiavano. Nel sogno, al figlio era stato sempre difficile colpire il padre. Ma stranamente con ciò, era felice lo stesso anzi, accorgendosi che il genitore rimaneva sempre illeso, la sua felicità gonfiava.

Intanto la madre aveva già preparato il tavolo sul quale bisognava costruire il presepio. Di solito, sceglieva come luogo dove ubicarlo il lato della cantina vicino alla porta dell’ingresso, in modo  che i vicini, passando e guardando dalle imposte aperte, ammirassero il capolavoro. La mamma desiderava che tutti sapessero e vedessero il presepio della famiglia più povera che più povera non c’era in tutto il paese. E che pure questo presepio, sia pure povero, era bello e ammirabile.

Il padre, al ritorno dal lavoro nei campi dei padroni delle terre, senza fare del male a nessuno e men che mai allo stesso albero, aveva spezzato (non rubato) un ramo di pino selvatico (di solito si trattava di un pino d’Aleppo), se l’era caricato sul telaio della bicicletta e l’aveva portato a casa. Per questo, nella cantina ora c’era tanto profumo di resina che i figli chiamavano incenso, perché assomigliava proprio a quello con il quale il prete della chiesa madre incensava gli altari, in quella chiesa dove anche i due figli facevano i chierichetti, mentre la femminuccia era comandata ad accompagnare le pie donne nel canto corale della Messa cantata.

Quasi sempre il ramo di pino era il primo elemento a essere fissato sullo sfondo di quello che poi sarebbe diventato il presepio. Questo compito, date le difficoltà, spettava al padre, mentre ai figli spettava il compito di arrotolare la ruvida carta dei sacchi di cemento, che il padre da tempo aveva provveduto a portare a casa prelevandola (non rubandola) dagli scarti di un cantiere nei pressi della stazione. Con quella carta compressa il padre dava forma alle montagne e al paesaggio che riproduceva i dintorni di Betlem, là dove – narrava sempre la mamma – era nato il Bambino celeste con la luce del Sole negli occhi.

Operazione difficile era poi il collocamento del muschio, che il padre e i figli andavano a raccogliere nelle cave di tufo sulla collina, dove la nonna d’estate seccava i fichi per conservarli e mangiarli durante le difficoltà alimentari dell’inverno. C’erano due tipi di muschio: quello fresco, composto di terriccio ed erbetta verdissima non più alta che di qualche millimetro, e quello secco e stranissimo, fatto di foglie secchie bianco-gialline molto arricciate. Ai figli piaceva questo secondo tipo di muschio, perché non sporcava le mani ed era facile tirarlo dall’incartata.

Con un vecchio specchietto femminile rotto da non si sa quanto tempo, forse di proprietà di qualche zia della mamma, il padre cercava poi di rimediare una sorta di laghetto con degli argini di piccole pietre a secco. Era un’operazione questa che non riusciva quasi mai al padre, per cui la famigliola si doveva accontentare di vedere uno strano catino che sembrava più ad una pozzanghera che ad un laghetto.

Veniva ora il momento di stendere la “tufina”, anch’essa come i muschi raccolta nelle cave della collina. Con essa il padre dava sembianze alle stradine del presepio. Era la volta poi della sistemazione dei pupi, e qui la gioia dei figli diventava veramente eccessiva. Tutti a indicare quale sistemare prima, dove collocarli, quale posizione far loro assumere. Chiudeva il rito della deposizione dei pupi la collocazione della Natività, dei re Maghi e, per l’ultima, la Stella Cometa, che sempre il padre collocava sulla parte più estrema del ramo di pino. Era il momento del grande vociare e della massima agitazione, che rischiava di mettere in pericolo la stabilità del presepio. Ma, in quei momenti, bastava uno sguardo della madre, e tutti si tacitavano, perché ora, come fase finale, c’era qualche operazione difficoltosa.

Il padre cominciava a fare dei nodi con lo spago e insacchettava i mandarini e le arance, che delicatamente appendeva al ramo di pino. Infine arrivava il momento della neve. I figli sapevano – lo aveva detto la signora maestra – che forse quell’anno sarebbe caduta dal cielo. Ma anche altri anni, la signora maestra aveva detto la stessa cosa, e poi la neve non era venuta giù. Per questo ora la mamma sminuzzava piccoli batuffoli di cotone idrofilo (li doveva fare piccoli perché non doveva essere sperperato, in quanta era una delle risorse principali nel caso che qualcuno dei figli si rompesse la testa giocando), li passava al padre il quale, anche in questa operazione delicata, li depositava ora su un punto ora su un altro del presepio.

Ma c’era sempre un luogo dove la ovatta-neve non era messa, allora i figli gridavano «Tata, sulla collina; Tata, davanti alla grotta perché san Giuseppe la veda; Tata sull’albero», e il padre, con la santa pazienza, assecondava le richieste dei figli.

Era allora che arrivava il momento degli abbracci e dei baci per l’Evento degli eventi, intanto che il sonno cominciava a far balbettare le palpebre. I figli avevano già cominciato a dondolare, ora si stavano stropicciando gli occhi. Era arrivato il momento che la mamma li svestiva di quei pochi panni che avevano indosso deponendoli delicatamente sotto le coperte di quei poveri giacigli di paglia d’orzo.

Lei sapeva già che i figli sognavano un mondo di neve e la nuova Luce che arrivava dal cielo.