Racconti sovietici 7. JURIJ OLJOŠA: Amore Stampa
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 06 Gennaio 2014 17:51

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Šuvalov attendeva Lelja nel parco. Era un caldo mezzogiorno. Sopra un sasso apparve una lucertola. Šuvalov pensò: sopra questo sasso una lucertola è vulnerabile, è facile vederla. «Mimicry» – pensò. Il pensiero del mimetismo gli fece venire in mente un camaleonte.

«Buona notte!» – disse Šuvalov. «Ci mancava solo il camaleonte!»

La lucertola fuggì.

Šuvalov, in preda ad irritazione, si alzò dalla panchina e si diresse a passo spedito lungo la stradina. Era stato sopraffatto dalla stizza, sentiva il desiderio d’opporsi a qualcosa. Si fermò bruscamente e, a voce piuttosto alta, disse: «Accidenti! Come mai sto pensando ai camaleonti e al mimetismo? Non so, decisamente, che fare di questi pensieri!»

Giunse ad un praticello e si sedette su un ceppo d’albero abbattuto. Volavano gli insetti. Trasalivano gli steli delle piante. L’architettura del volo d’uccelli, mosche, scarabei, maggiolini era illusoria, tuttavia si poteva captare qualcosa di una linea tratteggiata di contorni e sagome d’archi, ponti, torri, terrazze d’una misteriosissima città, in continua, istantanea trasformazione e velocissimo spostamento.

«Comincio a non essere più padrone di me stesso» – pensò Šuvalov.     «L’ambito della mia attenzione è inesorabilmente intaccato. Divento un eclettico! Mi sento d’essere gestito, ma da chi, da che cosa? Sto iniziando a vedere quello che non esiste!»

Lelja non arrivava. La permanenza di lui nel parco si era protratta troppo. Si mise a gironzolare, come se facesse una passeggiata. Dovette costatare l’esistenza delle specie più disparate di insetti. Lungo uno stelo camminava un minuscolo coleottero, lo acchiappò e se lo mise sul palmo della mano. All’improvviso vide brillargli l’addome. Si infuriò a questo punto: «Al diavolo! Un’altra mezz’ora e diventerò un naturalista!»

Gli steli erano molteplici, le foglie, gli arbusti; notò i fili d’erba a nocche, articolati come il bambù; rimase stupefatto dalla policromia e dalla varietà di erbe di quello che comunemente viene denominato “prato” o “macchia d’erba”; la policromia dello stesso terreno, risultava per lui, adesso, una totale sorpresa.

«Ma io non voglio diventare un naturalista!» – implorò Šuvalov. «A nulla mi servono tutte queste osservazioni, del tutto casuali!»

Di Lelja nessuna traccia. Šuvalov aveva fatto alcune deduzioni statistiche e aveva stabilito una qualche classificazione. Poteva oramai asseverare perfino, che dentro questo parco vi erano, in prevalenza, alberi dal largo arbusto e fronde ed a foglie grandi a forma di fiori del mazzo di carte. Riusciva a distinguere ed a riconoscere il ronzio degli insetti. La sua attenzione, lungi dalla sua volontà, si era riempita di contenuto per lui alquanto indifferente.

Di Lelja neanche l’ombra. Invece di Lelja arrivò un uomo sconosciuto con il cappello nero che si sedette vicino a Šuvalov sulla panchina verde. L’uomo stava seduto un po’ abbattuto, appoggiando su ogni ginocchio una bianca-pallida mano. Era giovane e quieto. In seguito si è saputo che il giovane era afflitto da daltonismo. Attaccarono discorso.

«La invidio» – gli disse il giovanotto. «Dicono che le foglie sono verdi. Io, invece, non ho mai visto le foglie verdi e persino sono costretto a mangiare le pere blu.»

«Il colore blu non è mangereccio» – disse Šuvalov. «Mi verrebbe il voltastomaco nel mangiare le pere blu.»

«Io mangio le pere blu» – ripeté afflitto il giovane.

Šuvalov trasalì.

«Mi dica» – domandò, – «Lei si è mai accorto del fatto che, quando attorno volano gli uccelli e gli insetti, si può scorgere una città, da una certa sagoma creata dalle linee ipotetiche?...»

«Mai accorto» – rispose il daltonico.

«Ciò significa che lei percepisce tutto il mondo in modo giusto?»

«Tutto il mondo, tranne qualche dettaglio cromatico.» Il daltonico volse verso Šuvalov il suo pallido volto.

«Lei è innamorato?» – domandò.

«Sono innamorato» – ammise Šuvalov onestamente.

«E’ solo una qualche confusione dei colori, per il resto è tutto alquanto naturale!» – disse il daltonico allegramente e mentre si esprimeva, fece verso l’interlocutore un gesto protettivo.

«Comunque, le pere blu non sono una sciocchezza» – ghignò Šuvalov.

Lelja apparve in lontananza. Šuvalov fece un salto. Il daltonico s’alzò e, sollevando un po’ il cappello nero, si diresse per andare via.

«Per caso, lei è un violinista?» – gli domandò alle spalle Šuvalov.

«Lei, caro signore, vede quello che non c’è» – rispose il giovanotto.

Šuvalov gridò nella foga: «Lei sembra un violinista!»

Il daltonico, allontanandosi, proferì qualcosa ed a Šuvalov parve di sentire: «Lei è su una strada avventata…»

Lelja camminava in fretta. Lui si alzò e le fece qualche passo incontro. Oscillavano i rami con le foglie a fiori delle carte da gioco. Šuvalov stava fermo in mezzo al sentiero. I rami delle piante facevano rumore. Lei camminava, accompagnata dall’ovazione delle foglie. Il daltonico, avviatosi a destra, pensò: «Ma che ventaccio tira oggi» – e guardò in su, sulle foglie. Il fogliame si comportava come qualsiasi altro fogliame, agitato dal vento. Il daltonico scorse le oscillanti fronde blu. Šuvalov vide le fronde verdi. Šuvalov, però, fece una deduzione innaturale. Pensò: «Gli alberi incontrano Lelja con un’ovazione.» Il daltonico sbagliava, ma in modo ancor più madornale sbagliava Šuvalov.

«Io vedo quello che non esiste» – ripeté, un’altra volta.

Lelja si era avvicinata. In una mano teneva un cartoccio pieno di albicocche. L’altra mano diede a lui. Il mondo si mutò all’istante.

«Che cos’è questa smorfia? Come mai stai raggrinzendo la faccia?» – domando lei.

«Mi sembra d’avere gli occhiali.»

Lelja tirò dal cartoccio un’albicocca, strappò le sue piccole natiche e buttò via il nocciolo. Il nocciolo cadde nell’erba. Lui si girò, spaventato. Si era girato e vide: nel punto della caduta del nocciolo era cresciuto un alberello, sottile, un alberello splendente, un meraviglioso ombrello.

Allora Šuvalov disse a Lelja: «Mi succedono cose assurde. Ho cominciato a ragionare per immagini. Per me stanno smettendo di esistere le leggi della natura. Tra cinque anni su questo posto crescerà un albicocco. E’ davvero possibile! Questo sarebbe in pieno accordo con la scienza. Io, invece, a dispetto di tutte le leggi naturali, l’ho visto adesso, cinque anni prima. E’ assurdo! Sto diventando un idealista!»

«E’ l’effetto dell’amore» – disse lei, perdendo tutto il succo della sua albicocca.

 

Lei stava seduta sopra dei cuscini, aspettando lui. Il letto era spinto nell’angolo della stanza. Sulla carta da parato luccicavano d’oro i fronzoli dei disegni arabescati. Lui le si avvicinò, lei lo abbracciò. Lei era così giovane e così minuta, che svestita, nella sottoveste, sembrava innaturalmente denudata. Il primo abbraccio era stato impetuoso. La medaglietta infantile spiccò il volo al di sopra del suo petto e le s’impigliò tra i capelli come una mandorla d’oro. Šuvalov si chinava verso il suo volto – lentamente, come sul volto di una moribonda che sprofondava nel cuscino.

La lampada era accesa.

«Spengo» – disse Lelja.

Šuvalov stava sdraiato sotto una parete. Gli pareva che l’angolo della stanza fosse avanzato. Šuvalov seguiva con un dito il disegno arabescato della carta da parato. Aveva compreso: quella parte del disegno generale della tappezzeria, quell’area della parete sotto cui si stava addormentando, avevano una doppia esistenza: l’una solita, alla luce del giorno, per nulla straordinaria – comuni fronzoli di arabeschi e basta; l’altra – notturna, percepibile e concepibile soltanto cinque minuti prima di sprofondare nel sonno. D’un tratto, avvicinandosi strettamente, i particolari dei disegni arabescati si erano ingranditi, erano divenuti dettagliati e cambiati. Sull’orlo del sonno, ravvicinato alle sensazioni infantili, lui non aveva nulla da protestare contro la metamorfosi delle forme conosciute e naturali, tanto più che la trasformazione era commovente: invece degli svolazzi, dei fronzoli e degli anelli, lui scorse una capretta e un cuoco…

«Ed ecco una chiave di violino» – disse Lelja, cogliendo il suo pensiero.

«E un camaleonte…» – biascicò lui, sopraffatto dal sonno.

Si svegliò di buon mattino. Molto presto. Si svegliò, si guardò attorno e mandò un grido. Un suono felice uscì dalla sua bocca. Durante la notte, il cambiamento, cominciato nel mondo sin dal primo giorno del loro incontro, si era completato. Si svegliò sulla nuova terra, nel nuovo mondo. Lo splendore rilucente del mattino riempiva la stanza. Lui vedeva il davanzale della finestra e sul davanzale i vasi con le piante fiorite di mille colori. Lelja dormiva, girandogli la schiena. Stava sdraiata arrotolata, la sua schiena s’era incurvata, sotto la pelle s’era evidenziata la spina dorsale – un fuscello di canna sottile. «La canna da pesca» – pensò Šuvalov. «Il bambù.» Su questa nuova terra e nel nuovo mondo tutto era emozionante, commovente e leggermente ridicolo. Attraverso la finestra aperta, dentro la stanza entravano le voci. La gente parlava delle piante fiorite, esposte sul loro davanzale.

Lui si era alzato, si era vestito, rimanendo con piedi per terra con grande sforzo.  Non esisteva più la forza d’attrazione terrestre. Lui non aveva ancora concepito le leggi di questo nuovo mondo, perciò agiva con prudenza, con circospezione, temendo con una qualche incauta azione di produrre un effetto assordante. Persino semplicemente pensare, percepire gli oggetti in modo comune era diventato rischioso. E se, durante questa notte, lui avesse acquisito le capacità di materializzare i pensieri? Aveva ragioni da vendere per supporre una tal evenienza! Così come, per esempio, si erano abbottonati per conto loro tutti i suoi bottoni! Così come, per esempio, quando lui dovette inumidire la spazzola per rinfrescare la testa e per sistemarsi i capelli, si sentì all’improvviso uno scrosciante rumore delle gocce d’acqua cadute. Lui si voltò. Sulla parete sotto i raggi diretti del sole, emanava una luce viva, con tutti i colori delle mongolfiere, il mucchio dei vestiti di Lelja.

«Sono qua» – si sentì, da sotto quel mucchio, la voce del rubinetto.

Così lui trovò, sotto il mucchio, il rubinetto e il lavandino. C’era lì anche un residuo di sapone rosa. Adesso Šuvalov temeva di farsi passare per la mente qualcosa di pauroso. «Nella stanza è entrata una tigre», – era pronto a pensare contro la sua volontà, ma era riuscito a distrarre se stesso da un tale pensiero... Aveva guardato, tuttavia, con orrore verso la porta. La materializzazione avvenne, ma, in quanto il pensiero non era stato esplicato in modo completo, anche l’effetto della materializzazione era lontano e approssimativo: dalla finestra era entrata al volo una vespa… era a strisce ed assetata di sangue.

«Lelja! La tigre!» – si mise a strillare Šuvalov.

Lelja si svegliò. La vespa rimase sospesa al di sopra d’un piatto. La vespa ronzava ferocemente come un giroscopio. Lelja saltò dal letto. La vespa si lanciò su di lei. Lelja si mise a scacciarla – volavano attorno a lei la vespa e la medaglietta. Šuvalov riuscì a fermare, coprendo con il palmo della mano solo la medaglietta e poi entrambi si buttarono ad acchiappare la vespa. Lelja riuscì a coprire la vespa con il suo scricchiolante cappello di paglia.

Šuvalov doveva andare. Si salutarono, restando per un po’ in balia del vento nella corrente d’aria, che in questo nuovo mondo, era sembrato essere straordinariamente energico e polifonico. Il vento spalancò giù dalle scale i battenti del portone principale. Cantava con ululati come un brigante. Aveva fatto arruffare le piante fiorite sul davanzale della finestra della stanza, sollevò nell’aria il cappello di paglia di Lelja, liberò la vespa e la aveva sbattuto nell’insalata. Fece rizzare i capelli a Lelja. Fischiava come un delinquente.

Il ventaccio sollevò la sottoveste a Lelja.

Si separarono e Šuvalov, felice, non avvertendo sotto i piedi i gradini, scese ed uscì nel cortile… Sì, non aveva sentito dei gradini. Poi non aveva avvertito il terrazzino d’uscita, il selciato della strada; solo allora notò che non si trattava di un miraggio, ma della realtà e che le sue gambe stavano veramente oscillando nell’aria, e che stava davvero volando.

«Vola sulle ali dell’amore» – dissero dalla vicina finestra.

Lui volava in aria, la sua casacca di lino divenne una crinolina, sul labbro gli apparve la febbre o un’orticaria; stava volando e leggermente schioccava le dita.

 

Alle due di pomeriggio arrivò al parco. Sfinito di felicità e d’amore, si era addormentato sulla panchina verde. Dormiva, sporgendo le clavicole sotto la casacca sbottonata.

Lentamente lungo la stradina, tenendo mani dietro la schiena, con la posatezza d’un prete cattolico polacco, incedeva un signore sconosciuto, con indosso una specie di sottana, un cappello nero, dei grossi occhiali blu sul naso; che or sollevava in alto or chinava la testa.

S’approssimò e si sedette vicino a Šuvalov.

«Sono Isaac Newton» – disse lo sconosciuto, sollevando un po’ il cappello nero, scorgendo attraverso gli occhiali il fotografico mondo blu.

«Salve» – balbettò Šuvalov.

Il grande scienziato stava seduto molto dritto, sull’avviso, sulle spine. Tendeva l’orecchio e i suoi orecchi annuivano, il dito indice della mano sinistra era proteso nell’aria come se esigesse l’attenzione massima dell’invisibile coro, pronto in ogni secondo ad attaccare una cantata al primo cenno di questo dito. Ogni cosa della natura si chetò a questo punto, come se si fosse messa in agguato. Šuvalov, quatto quatto, si nascose dietro la spalliera della panchina. Una volta sola scricchiolò la ghiaia sotto il suo piede. Il famoso fisico ascoltava il grandioso silenzio della natura. In lontananza, sopra le cupole del verde delle piante, come nell’oscuramento delle eclissi, si disegnò una stella, ed arrivò la frescura.

«Ecco!» – esclamò all’improvviso Newton. «Sta sentendo?..»

Non voltandosi, allungò una mano, acchiappò Šuvalov per la falda e, alzandosi in piedi, lo tirò fuori dal suo riparo. S’incamminarono sull’erba. Le calzature larghe dello scienziato facevano rumore sordo e lasciavano sull’erba impronte bianche. Davanti a loro, voltandosi spesso, correva una lucertola. Attraversarono il fitto della vegetazione, che abbellì di bambagia e di coccinelle la montatura metallica degli occhiali dello scienziato. Davanti a loro apparve un praticello. Šuvalov riconobbe l’alberello cresciuto ieri.

«Un albicocco?» – domandò.

«No!» – contraddisse lo scienziato irritato. «E’ un melo!». La ramificazione del melo, la struttura cellulare della sua fronda, leggera e delicata, come l’intelaiatura d’una mongolfiera, traspariva attraverso il suo scarso fogliame. Tutto attorno era immobile e silenzioso.

«Ecco» – disse lo scienziato, piegando la schiena. Per il curvarsi del corpo, la sua voce parve un ruggito. «Ecco!» – Teneva una mela in mano.   «Sa, che cosa significa questo?»

Pareva palese che non era un uomo che aveva dovuto piegarsi spesso: sollevandosi, fece qualche flessione indietro con la schiena, ingraziandosi la spina dorsale, oramai il vecchio bambù del suo corpo. La mela era adagiata sul ripiano di tre dita.

«Sa, che cosa significa questo?» – ripeté, coprendo la nitidezza del suono della frase con il suo gemere. «Per cortesia, mi dica, perché è caduta questa mela?»

Šuvalov guardò la mela, come Guglielmo Tell, un tempo.

«E’ la legge dell’attrazione terrestre» – biascicò.

Allora, dopo una pausa, il famoso fisico domandò: «Lei, a quanto pare, ha volato quest’oggi, caro studente?» – gli domandò il gran maestro. E le sopracciglia gli si sollevarono molto più insù degli occhiali.

«Lei, mi sembra, ha volato quest’oggi, mio giovane marxista?»

Una coccinella si spostò, camminando, dal dito sulla mela.

Newton guardò torto. La coccinella era per lui di un blu sfavillante. Lui raggrinzò il volto. Una volta sopra la parte superiore della mela, la coccinella spiccò il volo, aprendo le ali, tirandole da dietro, esattamente come si tira dal frac un fazzoletto.

«Lei, sul serio, ha volato quest’oggi?»

Šuvalov tacque.

«Porco» – disse Isaac Newton.

Šuvalov si svegliò.

«Porco» – disse Lelja, stando in piedi con la testa china su di lui. «Mi stai aspettando o stai dormendo? Porco!»

Poi gli tolse una coccinella dalla fronte, sorridendo al fatto che l’addome dell’insetto era di ferro.

«Accidenti, al diavolo tutto!» – bestemmiò lui. «Ti odio. Una volta sapevo che la coccinella è coccinella e anche che viene chiamata da noi, nel gergo popolare, la “vacchetta divina” e, oltre a questo, non sapevo di lei niente. Certo, diciamo, avrei potuto anche arrivare alla deduzione che questo suo altro nome ha un certo accenno antireligioso. Ma!.. Da quando ci siamo incontrati, qualcosa è successo con i miei occhi. Vedo le pere blu e vedo che un rosso fungo muscario somiglia alla coccinella, alla cosiddetta “vacchetta divina”.»

Lei cercò d’abbracciarlo.

«Lasciami! Lascia! Non mi toccare!» – si mise lui a gridare. «Sono stufo! Ho vergogna di me stesso!»

Urlando così, si diede alla fuga. Correva con dei saltelli selvaggi, sbuffando come un daino, bruscamente scartando dall’ombra propria e guardando di sbieco. Si fermò, ansimando. Lelja era scomparsa. Lui prese la decisione di dimenticare tutto. Il mondo di sempre, adesso perduto, doveva essere per forza ritrovato, ripristinato!

«Arrivederci» – sospirò lui. «Noi non c’incontreremo mai più.»

Si sedette su un posto in declivio, sopra un crinale, da cui si apriva la vista su una vastissima distesa tempestata da villini. Stava seduto sul vertice d’un prisma, con le gambe in giù del suo pendio. Sotto di lui si aggirava l’ombrello del venditore di gelati, che, con un non so che, faceva venire in mente un villaggio di aborigeni africani.

«Sto vivendo nel paradiso» – disse il giovane marxista con voce rotta.

«Lei è un marxista?» – si sentì vicino.

Il giovanotto con il cappello nero, il daltonico conosciuto ieri, stava seduto in vicinanza.

«Sì, sono un marxista» – rispose Šuvalov.

«A lei è proibito, lei non può vivere nel paradiso.»

Il daltonico giocherellava con una verghetta. Šuvalov sospirava.

«Che cosa potrei fare? La terra è diventata un paradiso.»

Il daltonico fischiettava. Il daltonico si grattava con la verghetta nell’orecchio.

«Sa,» – proseguì Šuvalov, piagnucolando, – «se lei solo sapesse, a che razza di cose son arrivato? Quest’oggi, io stavo volando!»

Nel cielo stava sospeso di traverso un aquilone, come un francobollo.

«Se vuole, glielo faccio vedere… volerò là.» (Protese un braccio).

«No, grazie. Non desidero essere testimone della sua vergogna.»

«Sì, è terribile» – pronunciò Šuvalov, dopo un breve silenzio. «Sono consapevole che tutto ciò è terribile.»

«Oh, come la invidio!» – continuò lui.

«Davvero?»

«Sicuro. Parola d’onore. E’ bello percepire tutto il mondo in una maniera giusta e confondersi solo in qualche dettaglio di colori, così, come succede a lei. Non è obbligato, lei, a vivere nel paradiso. Per lei il mondo consueto non è sparito. Tutto bene, in ordine, come sempre. E io? Pensi, io, una persona del tutto sana, sono un materialista… e all’improvviso, davanti ai miei occhi, accade un’antiscientifica delittuosa deformazione delle sostanze e della materia…»

«Sì, è terribile» – acconsentì il daltonico. «E tutto questo grazie all’amore.»

Šuvalov, con fervore inaspettato, afferrò il vicino per il braccio.

«Ascolti!» – esclamò. «Io sono d’accordo. Dia a me la sua iride e si prenda il mio amore!»

Il daltonico si mise a percorrere il crinale in giù, in fretta e furia.

«Mi scusi» – diceva. «Ho tanta premura. Arrivederci. E lei, continui, continui pure a vivere nel suo paradiso!»

Per lui era difficile muoversi sul pendio. Strisciava giù con le gambe allargate, man mano perdendo la somiglianza umana ed assumendo la similitudine del riflesso dell’uomo nell’acqua. Una volta arrivato su una superficie piana, si mise allegramente in cammino. Poi, lanciando in aria la verghetta, mandò a Šuvalov un bacio e un grido.

«Omaggi ad Eva da parte mia!»

Intanto Lelja dormiva. Un’ora dopo l’incontro con il daltonico, Šuvalov riuscì a trovarla al centro del parco, nel suo cuore. Non essendo un naturalista, non poteva dare una definizione a tutto ciò che lo circondava: nocciuolo, biancospino, sambuco o rosa canina. Da tutte le parti vennero addosso a lui le frasche, un cespuglio infinito, in cui lui si districava come un merciaio ambulante, carico d’un leggero intreccio di rami, infittiti sempre più verso il centro. Per liberarsene, dovette buttarsi da dosso tutte queste “ceste”, che gettavano su di lui foglie, petali, spine, bacche e passeri.

Lelja stava sdraiata supina, nell’abito rosa, a petto scoperto. Dormiva. Lui percepiva come scoppiettavano leggermente le membrane nel suo naso un po’ gonfio dal sonno. Le si sedette vicino.

Dopo le mise la testa sul petto; sotto le dita sentiva il cotone del vestito, la testa era appoggiata sul suo petto un po’ sudato, lui guardava il suo capezzolo rosa con delicate rughette, finissime, come pellicina del latte. Lui non sentiva né un fruscio, né un sospiro, né il crepitio dei rami, né dei ramoscelli.

Il daltonico apparve dietro all’intreccio del cespuglio. Il cespuglio non lo faceva passare.

«Senta» – disse il daltonico.

Šuvalov sollevò la testa con un’espressione addolcita.

«La smetta di seguirmi come un cane» – disse Šuvalov.

«Ascolti, sono d’accordo. Se la prenda la mia iride e mi dia il suo amore…»

«Ma vada a mangiarsi le pere blu!» – rispose Šuvalov.

 

 

1928