FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 20. Il brutto abete Stampa
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 23 Gennaio 2014 22:10

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


In un bosco misto, parlante danese, crescevano alberi parlanti danesi che si esprimevano tra loro nell'unica lingua che conoscevano,  il danese.

Nelle giornate caldissime di sole, spossati dalla calura, gli alberi parlavano tra di loro sottovoce, talmente piano, che persino gli uccelli dall'udito sensibile non potevano distinguere una parola di ciò che sussurravano. Però, non appena si alzava il vento, nel bosco si sollevavano dei discorsi tanto agitati e rumorosi che chiunque avrebbe potuto ascoltare facilmente i loro temi.

Il più chiacchierone di tutti era il Tremolo. La sua voce sonante di undicimila foglie non si zittiva neppure a mezzogiorno. Il Tremolo adorava darsi al pettegolezzo, come, peraltro, la Betulla. L'Abete invece era fatto di una pasta opposta a loro due. L'Abete era estremamente taciturno e pensieroso. Lui, a differenza dei suoi belli e slanciati fratelli, veniva su non tanto bello. Anzi, diciamolo pure, cresceva proprio brutto: tutto da una parte e storto.

L'Abete non era benvoluto dai confratelli del bosco, anche se a nessuno di loro aveva fatto alcun male. Non copriva loro il sole, non gettava loro ombra, non li privava dell'umidità, non frusciava per disturbare il loro riposo, come facevano, per esempio, il Frassino e il Rovere. Insomma, il suo comportamento era molto tranquillo. Gli alberi, però, avevano una pessima maniera di rapportarsi tra loro, privilegiando su ogni cosa l'aspetto fisico, l'abito, la bellezza dei rami e la conformazione delle fronde. L'Abete invece non era attraente, era brutto. Proprio questo servì da pretesto perché fosse perennemente deriso dal narcisista Frassino, dal giovane bellissimo Acero e dalla Betulla, il cui vanto maggiore era, oltre a tutti gli altri, di avere dei rami raffinatamente sottili.

Tutti loro non volevano bene all'Abete, in virtù anche di un altro importante motivo. Infatti, uno Scrittore di favole che godeva di grande rispetto presso tutti gli alberi e gli altri abitanti del bosco, ma che proprio al brutto Abete mostrava maggior riguardo e attenzione, spesso si sedeva sotto l'Abete con i suoi quaderni per scrivere le sue favole o soltanto per sognare pensierosamente.

Nessuno sapeva perché preferisse proprio la sua ombra, ma c'erano tante chiacchiere nel bosco a questo proposito.

Il Frassino sosteneva che lo Scrittore di favole, così come l'Abete, era solo, brutto e spilungone. L'Acero trovava la ragione nel fatto che l'Abete, per farsi ben volere, faceva cadere apposta per terra i suoi aghi più morbidi perché lo scrittore stesse seduto più comodo. La Betulla diceva certe cose che sarà molto meglio non ripetere. Comunque, non vogliamo di certo assumere il ruolo del Vento, che senza ritegno spargeva tutte le insensate voci nel bosco. Peraltro bisogna adesso passare agli avvenimenti più importanti del nostro racconto...

...Un giorno nel bosco arrivarono i tagliaboschi ed abbatterono il vecchio Rovere. Si sentì il pianto disperato degli altri alberi: piansero figli, nipoti, pronipoti e amici del vecchio Rovere. Avevano la sensazione che tutto fosse finito per sempre. Soprattutto dopo che il vecchio Rovere fu segato in tanti ceppi e portato via dal bosco.

Nel momento in cui tutta la parentela della quercia-rovere pianse sul fresco taglio del ceppo rimasto del Rovere, apparve lo Scrittore di favole. Gli dispiacque tanto che il bosco fosse stato privato del suo verde Ercole, il grande, fronzuto Rovere di tre secoli, cosicché pure una sua lacrima cadde sul taglio fresco del ceppo rimasto.

Ma le lacrime non risolvono le disgrazie. Sapendo questo, decise di raccontare una favola su quello che succede agli alberi, quando li portano via dal bosco.

«Signori,» – disse in danese, rivolgendosi agli alberi, – «volete ascoltare una favola sul vostro futuro?»

Nel bosco parlante tutto tacque. Gli alberi drizzarono le foglie e si misero ad ascoltare.

«Nessuno di voi, come peraltro nemmeno io» – cominciò lo Scrittore di favole, – «vorrebbe abbandonare questo stupendo bosco. Ma non tutti, andando via di qua, smettono di vivere. Non tutti, una volta abbattuti, muoiono.»

Il bosco rumoreggiò e aggrottò la fronte. L'inizio della favola sembrò agli alberi solo una consolante menzogna.

Lo Scrittore di favole fece un segno e nel bosco ritornò il silenzio.

«Ditemi, cari signori, se siete a conoscenza che il Rovere vivrà ancora molte centinaia di anni, divenendo il bel soffitto intagliato di rovere di una biblioteca? Quindi, che lui diverrà un soffitto è una certezza! Non è male come futuro, non vi pare, signori alberi?»

Gli alberi cominciarono a stormire in segno di approvazione. A questo punto lo Scrittore di favole, impostosi all'attenzione degli ascoltatori, si accomodò tranquillamente sul tappeto dorato del morbido ammasso di aghi d'abete e si mise parlare loro di quel tempo futuro in cui nel bosco sarebbero arrivati nuovamente i tagliaboschi e avrebbero abbattuto gli alberi maturi, non lasciandoli marcire sulle radici e finire in nulla. In questo modo gli alberi abbattuti sarebbero diventati una casa, un ponte, degli strumenti musicali, dei mobili, dei pavimenti di parquet, per continuare a vivere e servire a generazioni.

«Non è male come futuro, non vi pare, signori alberi?» – ripeté e continuò la favola in cui un Pino sognatore divenne l'albero maestro di un veliero, visitando l'India, la Cina e le isole Kurili... Dopo raccontò di un Tremolo che da uno, era diventato trentatré di numero, tra vasche da bucato e truogoli.

«La trasformazione nelle vasche da bucato e nei truogoli non sarà, probabilmente, una tra le più fortunate prospettive» – disse, – «tuttavia diventare una vasca da bucato o un truogolo è molto meglio che essere nessuno.»

«Certo,» – osservò il Tremolo leggermente rammaricato, – «trasformarsi in una vasca da bucato o in truogolo è sempre più piacevole che diventare legna. Sì, legna» – ripeté, dando un'occhiata di sbieco al brutto Abete e poi misurandolo con uno sguardo ostile dalle radici alla cima.

Notando lo sguardo, il narcisissimo Frassino chiese allo Scrittore di favole: «Perché non ci racconta qualcosa dell'ottima legna d'abete?»

«Ecco, davvero!» – si associò il borioso Acero. «Questo farebbe infondere speranze di successo ad un nostro comune conoscente.»

Lo Scrittore di favole si sentì confuso. Non desiderava amareggiare il brutto Abete. Gli voleva bene. Si dispiaceva per lui. Ma la verità è superiore alla pietà e all'amore.

«Signori,» – disse piano lo Scrittore di favole, – «non è affatto male bruciare per gli altri. Ci deve essere comunque qualcuno per rallegrare i bambini col suo fuoco e riscaldarli nei gelidi freddi d'inverno. Ci deve essere qualcuno per cuocere il pane e fondere il metallo.»

«Sì, ha ragione, signor Scrittore di favole, qualcuno lo deve fare» – concordò il Frassino. «Non potrà negare, tuttavia, che è assai meglio trasformarsi in un tavolo levigato a specchio o in una bella credenza, piuttosto che diventare cenere.»

«Anche se,» – sghignazzò la Betulla, – «pure la cenere a qualcosa serve. Pare che venga usata per lucidare le pentole e per cospargerne i marciapiedi. Non è male come futuro, non vi pare, signori alberi?» – stormì, ripetendo beffardamente la frase dello Scrittore di favole.

Gli alberi scoppiarono in una risata fragorosa.

Lo Scrittore di favole tacque nuovamente e poi, sfiorando con la mano l'Abete, disse meditabondo: «Del resto, nessuno sa che piega prenderà il destino. Alcuni, promettendosi di vivere nei secoli, vengono scordati ancor prima dell'appassire dei fiori sulle loro tombe. Altri, vivendo senza clamore, modestamente, non pretendendo più di tanto per se stessi, non pensando all'immortalità, tuttavia l'immortalità li attende nel loro futuro. Non si abbandoni alla disperazione, brutto Abete! Non è detta ancora l'ultima parola, forse il destino girerà a Suo favore.»

Da allora passarono tanti anni. Gli alberi crebbero e si rinvigorirono. Sotto il brutto Abete si costruirono una grande casa le formiche. Lo Scrittore di favole da tempo non si faceva vedere nel bosco e, come annunciò il Vento, l'Abete non lo avrebbe mai più protetto con la tenera, fresca ombra dei suoi rami. Due tagliaboschi – Tempo ed Età – avevano fatto il loro mestiere.

«E sì!» – disse il Frassino. «Anche se lui ardeva vivamente... anche se ci portava calore e gioia, però bruciò, come brucia la legna.»

«Ecco, davvero» – confermò l'Acero, divenuto intanto ancor più alto, prestante e borioso. «Esprimendosi in senso figurato, lui, fra gli uomini, non fu più di un brutto Abete. E' l'opposto di noi! Siamo alberi di valore! Possiamo trasformarci in ogni cosa: in una camera da letto della regina e in un trono di un Sovrano.»

L'Abete ascoltò in silenzio i loro presuntosi e autocompiaciuti discorsi e soltanto rivoli sottili di resina scendevano lentamente lungo la sua ruvida corteccia. L'Abete non smise di credere che avrebbe incontrato ancora il suo unico amico – lo Scrittore di favole – e che avrebbe sentito ancora le parole conosciute delle sue favole preferite.

Invano. Con lui ora si poteva incontrare soltanto in sogno. Per questo l'Abete spesso sonnecchiava, sperando di fare un sogno d'oro, che tardava, però, ad arrivare. Arrivarono, invece, i tagliaboschi.

I tagliaboschi abbatterono gli alberi maturi, ognuno dei quali ebbe la sua destinazione. Il Pino abbattuto, dopo che gli furono staccati i rami e la cima, fu portato in un cantiere navale. Il Pino sarebbe diventato l'albero maestro di un panfilo.

Il Frassino, l'Acero e la Betulla furono spediti in un mobilificio. Il Tremolo non sfuggì al suo destino, diventando da uno solo, trentatré tra vasche da bucato e truogoli.

Arrivò il turno del brutto Abete, che segarono in piccoli ceppi.

«E' proprio vero» – pensò l'Abete, – «sono diventato legna. Ora non mi rimane altro che desiderare di poter ardere vivamente come bruciò Lei, caro amico, illuminando tutti con la luce delle Sue favole.»

Preparandosi ad essere spedito nel focolare di una caldaia o di un camino, l'Abete si scordò completamente delle parole dello Scrittore di favole, che dicevano: «Nessuno sa che piega prenderà il destino.»

Il destino del brutto Abete cambiò in modo del tutto inatteso. L'Abete capitò in una cartiera e fu trasformato in consistenti sottili fogli di carta bianca smagliante.

Davanti gli si aprirono le porte a tante possibilità. Poteva diventare delle buste ed effettuare viaggi postali con tutti i tipi di trasporto. Poteva ritrovarsi in veste di giornale o di carta geografica. Poteva diventare un bel cartellone invitante per una rappresentazione teatrale.

Si sa, l'impiego della carta è pressappoco illimitato... Quindi non ci metteremo a costruire supposizioni. Tutto risultò essere assai meglio di quello che avrebbe potuto dipingere l'immaginazione più fervida.

La carta d'Abete fu spedita nella tipografia, dove cominciò a diventare un libro. Quale? C'è libro e libro. Il suo destino era invidiabile, meravigliosamente ebbe inizio la sua trasformazione in uno stupendo libro di favole. Lo avvertirono all'istante, non appena sopra apparvero stampate nitidamente, con l'inchiostro nero e lucido, le parole care al suo cuore...

Erano le favole che aveva ascoltato nell'adolescenza nel bosco parlante.

«Stento a credere che ci siamo incontrati di nuovo!» – disse l'Abete, divenuto carta e vide lo Scrittore di favole.

Apparve sulla prima pagina del libro, il suo ritratto, eseguito con ottimi inchiostri da stampa.

«Adesso vedo» – aggiunse, – «che davvero non tutti, una volta abbattuti, muoiono. Ambedue continuiamo a vivere nel libro di favole.»

Le mani abili del rilegatore si misero a rivestire il libro con un bell'abito con rifiniture d'oro ed un'elegante stampa in rilievo.

Ma quanto era bello adesso! Si poteva ammirarlo per ore e ore, leggerlo o ascoltarlo notte e giorno senza interruzione. Veniva preso con ogni riguardo e sfogliato delicatamente. Le favole generavano allegre risate. Le favole insegnavano la saggezza, elevavano le anime, scaldavano i cuori, svegliavano l'odio verso il male ed affermavano il bene.

Molto presto il brutto Abete, divenuto un bel libro, si trovò su un ripiano argenteo di Betulla del miglior mobile-libreria di Frassino di una biblioteca.

Riconobbe subito questo mobile-libreria. Era rimasto pieno dello stesso narcisismo con cui era cresciuto nel fiabesco bosco parlante. Il mobile-libreria di Frassino si vantava a voce alta del suo nuovo abitante sul ripiano centrale: «Lo vedi, scrivania d'Acero, quale grande tesoro adesso è stato depositato alle mie cure?»

«Sì, lo vedo» – rispose la scrivania d'Acero. «E in questo c'è un'altra conferma che siamo davvero alberi nobili!»

«Come ci invidierebbe adesso il brutto Abete!» – gioì il ripiano di Betulla. «Diverrebbe nero d'invidia se vedesse la nostra stupefacente trasformazione! Cosa mi dici su questo, vecchio Rovere?» – si rivolse il ripiano di Betulla al soffitto intagliato.

Il saggio soffitto intagliato ghignò astutamente dall'altezza dei suoi ingegnosi disegni e, non dicendo una parola, rimase immobile con lo stupendo ornamentale sorriso della sua volta.

Evidentemente aveva compreso tutto.

A questo punto, l'Abete avrebbe avuto motivazioni più che a sufficienza per pronunciare una degna, compunta risposta, indirizzata all'Acero, al Frassino ed a qualcun altro che lo aveva deriso sempre in modo così oltraggioso. Ma non disse nulla, perché era buono, generoso, lui era un vero Abete. E sì che avrebbe potuto redarguirli adesso non soltanto in danese, ma in inglese, in tedesco, in russo, in francese, in italiano, in quanto l'universalmente famoso libro dello scrittore danese di favole parlava in tutte le lingue del mondo. Persino in quelle che non hanno ancora né lettere né grammatica. Avrebbe potuto rimproverarli anche in queste lingue...

Ma è davvero possibile trarre soddisfazione nell'esultanza di bassa, vile passione di vendetta? E' una misera gioia, meschina, propria dei deboli. Per questo non varrebbe la pena di narrare una favola sull'immortalità del bello.

Ecco tutto.