La città fantastica 2. La grande cena Stampa
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 10 Luglio 2014 16:05

[Estratto da La città fantastica, capitolo II]

 

Decidiamo di fermarci in città

 

Pieni di curiosità per quanto avevamo visto, chiedemmo ai nostri ospiti se fosse possibile fermarci in città almeno per una notte. Cortesemente ci fu risposto che i cittadini sarebbero stati assai contenti di averci fra loro per tutto il tempo che avessimo desiderato. In città, aggiunsero, arrivavano poche persone, quelle che, non essendo prese dalla grande velocità con cui sfrecciavano sulla vicina autostrada, decidevano di fare una sosta. Quando ciò accadeva, tutti i cittadini erano felici e preparavano subito dei gran festeggiamenti. Vedemmo uno dei nostri accompagnatori, pieno d’entusiasmo, staccarsi dal gruppo e, fendendo un piccolo gregge di pecore e capre che pascolava tra le case all’ombra d’un querceto, raggiungere un altro gruppo per comunicare la notizia del nostro pernottamento in città, almeno così pensammo. Fatto è che nel giro d’un’ora tutti i cittadini erano stati messi al corrente, perché cominciarono a giungerci numerosissimi inviti a cena. Donne e uomini d’ogni età ci si presentavano davanti recando ciascuno un dono: asciugamani, dentifricio, spazzolino da denti, un libro, una penna, un block notes, un ventaglio, e soprattutto abiti di lino colorato. Noi ci schermimmo dicendo che quanto ci sarebbe potuto servire nell’immediato era nelle nostre borse e che avremmo fatto presto a prenderle dal bagagliaio dell’auto lasciata nel Grande Parcheggio sotterraneo, ma non ci fu verso: così voleva l’uso del luogo, che all’ospite fosse assegnato un intero corredo nel momento dell’invito a cena, ovvero nel momento in cui manifestava il desiderio di fermarsi in città per almeno una notte, come segno di amicizia. A noi non rimaneva che accettare per non far torto a nessuno dei cittadini, sebbene ci chiedessimo come avremmo fatto ad onorare l’invito di tante persone dal momento che avevamo deciso di fermarci solo fino all’indomani. I nostri ospiti sembravano aver capito la perplessità che doveva trasparire dai nostri volti, perché ci chiarirono subito che nessuno ci aveva rivolto un invito individuale, bensì ciascuno aveva agito a nome dell’intera città. Devo dire che questa spiegazione lì per lì non ci persuase del tutto – difatti sarebbe stato più economico che un rappresentante della città si fosse fatto avanti a nome di tutti -, ma in quel momento non ci pensammo più che tanto, perché un’esigenza più urgente ci incalzava, di procurarci una camera per la notte. I nostri amici, ancora una volta, sembravano leggere nella mente, perché ci rassicurarono dicendo che subito ci avrebbero accompagnati nella Foresteria, dove avremmo trovato un luogo accogliente. Fu così che rientrammo nella parte vecchia della città, dove in mattinata avevamo già visto l’edificio della Foresteria, che s’allungava sotto un albero di quercia. Con grande sollecitudine ci fu aperto un appartamento spazioso, molto spartano nell’arredamento, ma piuttosto confortevole. Una volta portati dentro tutti i nostri doni, ci accorgemmo che non mancava nulla di quanto avrebbe potuto servirci; per questo, decidemmo di lasciare in auto le nostre borse che - ci fu assicurato – nessuno avrebbe toccato nel Grande Parcheggio. I nostri amici ci salutarono e andarono via, lasciandoci, per la prima volta dacché eravamo giunti in città, soli.

Devo dire che la sensazione che provammo fu d’essere abbandonati in un luogo di cui sapevamo ancora molto poco e che richiedeva d’essere compreso in ogni suo aspetto; un luogo che appariva estraneo alla nostra esperienza, eppure già tanto familiare da indurci alla sosta. La curiosità si era impossessata dei nostri cuori. Con questo stato d’animo ci lavammo e vestimmo i panni di lino colorato che ci erano stati regalati.

 

La lunga tavolata

 

Stavamo per stenderci sul letto per riposare, quando un brusio proveniente dalla strada richiamò la nostra attenzione. Guardammo fuori dalla finestra e vedemmo un gran numero di persone d’ogni età che si dava da fare per allestire una lunga tavolata, tanto lunga che non se ne vedeva la fine. Potevamo fermarci un minuto di più nell’appartamento della Foresteria? La nostra curiosità era tale che subito anche noi fummo in strada, desiderosi di sapere che cosa stesse accadendo.

Potemmo constatare che la tavolata si dipartiva dal centro storico, proprio dalla radura antistante la Foresteria, e si irradiava come una ragnatela nelle strade cittadine, tra alberi e case; e intorno ad essa uomini e donne a lavoro per imbandirla con tovaglie coloratissime, ragazzi e ragazze e anche bambini si davano da fare portando piatti e posate dall’interno delle case, per strada, alcuni attenti a scacciare gli animali (c’erano in giro mucche e galline, maiali e  vitelli, cavalli e asini) che, attratti dal colore delle tovaglie, s’avvicinavano per brucarle, rischiando di tirarle giù per terra con tutto ciò che vi era sopra.

Un bambino ci venne incontro salutandoci con un grande sorriso; ci disse che era contento “di darci da mangiare”. Allora ci fu chiaro che quella grande tavolata era stata allestita in nostro onore e che, dunque, quanto ci avevano detto poco prima i nostri ospiti a proposito dei “grandi festeggiamenti” si stava traducendo in realtà. Noi camminavamo per le strade della città, tutte pervase da una musica piacevolissima proveniente dai chioschi posti in capo ad ognuna di esse, attratti ora dai vivi ora dai morti, giacché quell’aria operosa che preparava la festa non ci impediva di leggere qua e là, sotto i nostri piedi, il racconto dei morti che si veniva sviluppando sul selciato come commento didascalico inciso sulle tombe. Seguivamo il bambino che ci faceva da guida – egli aveva dato la mano a uno di noi -, sempre lungo la tavolata multicolore su cui a poco a poco comparivano zuppiere fumanti e pietanze d’ogni tipo, composizioni di frutta e di dolci assortiti di finissima fattura.

Stava calando la sera e migliaia di uccelli si erano appollaiati, facendo un grande strepito, sui rami degli alberi, sicché, come si può immaginare, ogni tanto dalle fronde soprastanti un uccello in procinto di addormentarsi lasciava cadere le sue deiezioni sulla lunga tavolata; il che mandava in visibilio i commensali. Il bambino ci spiegò che tutti credevano alla buona fortuna che non sarebbe mancata a chi fosse seduto nella porzione di tavolo colpita dalla deiezione; dopo averla ripulita, s’intende.

Camminavamo guidati dal bambino da circa un quarto d’ora, meravigliandoci che, dopo i numerosi inviti di qualche ora prima, ora nessuno si curasse di farci accomodare, sebbene non mancassero i posti liberi. Ormai avevamo attraversato tutta la città e ci trovavamo sul limitare della selva cittadina, dove iniziavano i campi coltivati, oltre i quali si estendeva la brughiera attraversata dall’autostrada che la mattina avevamo lasciato, ma invisibile dal luogo dove eravamo. In quel punto aveva termine la lunga tavolata e lì, ad un cenno del bambino,  ci potemmo sedere per la cena. Erano i posti a noi riservati – ci disse il simpatico bambino - ; ma se solo avessimo voluto, nessuno ci avrebbe impedito di occupare una porzione di tavolo nell’interno della città. La nostra guida si sedette con noi e ci presentò ai nostri vicini.

 

Con chi e di che cosa si parlò durante la cena

 

Si trattava di una coppia di berlinesi di passaggio, arrivata in città il giorno prima di noi con l’intenzione di ripartire l’indomani mattina, ma che poi aveva deciso di fermarsi qualche altro giorno per capire bene come funzionasse quella città, di cui non aveva mai sentito parlare e che neppure era riuscita ad individuare nella guida del Touring. Alloggiava come noi in un appartamento della Foresteria, e, come apprendemmo dalla traduzione del bambino, era stata accolta dai cittadini con lo stesso trattamento che era stato riservato a noi, cioè con “grandi festeggiamenti”. Questa, dunque, per la coppia berlinese, era la seconda cena con lunga tavolata a cui partecipava, solo che ora sedeva alla nostra destra,  mentre noi risultavamo essere a capo tavola. I nostri nuovi amici non avevano assistito a nessun crollo di antichi palazzi, del che li informammo noi, ma avevano avuto modo di approfondire alcuni usi cittadini. Riporto tra virgolette la traduzione fornitami dal bambino-interprete a proposito del ruolo dei vigili.

“Il lavoro del vigile urbano è quello più diffuso. Si fregiano del titolo di vigile urbano tutte le persone che la comunità considera giuste e cioè quelle che lavorano a favore della comunità, che un giudice non ha condannato e che non hanno accumulato debiti. Costoro sono divisi per sorteggio in dodici schiere, ognuna delle quali rimane in carica un mese all’anno, cosicché nell’arco dell’anno solare tutti i cittadini hanno avuto modo di vigilare sul corretto governo della città”.

Alla domanda: come si diventa cittadini di questa città? Risposero – e, traducendo, il bambino sorrideva – che si poteva diventare cittadini di questa città solo in un modo: volendolo!

Noi ringraziammo della informazioni i due berlinesi e, non so perché, avemmo l’impressione che stessero pensando di fermarsi in città più a lungo di quanto avessero previsto, ma fossero ancora piuttosto incerti. Fatto è che mangiavano con molto appetito, il che ci indusse a fare altrettanto: verdure e ortaggi e vegetali d’ogni tipo, provenienti dall’orto cittadino, sementi cucinate in modi straordinari, che rendevano le pietanze molto gustose e appetitose: “olive di due colori, corniole autunnali in salsa liquida, indivia, rafano, formaggio, uova, e poi un “sopratavola” di noci, fichi secchi, datteri, prugne, mele, uva appena raccolta, e intorno del miele”, come ci disse il bambino indicandoci ogni tipo di cibo.

Gli chiedemmo se tutti in città fossero vegetariani e non ci fosse la possibilità di mangiar carne o pesce, ed egli ci rispose che sì, potevamo servirci di carne in abbondanza – e ci indicò, nei pressi della lunga tavolata, molti animali in libertà, un scrofa con al seguito sei o sette porcellini ancora lattanti e una pecora che aveva appena partorito -, ma avremmo dovuto provvedere da noi alla macellazione perché in città nessuno faceva quel lavoro; quanto al pesce, avremmo dovuto pescarlo nel vicino laghetto, o lungo il fiume che attraversava il bosco, se proprio non ne potevamo fare a meno. Infatti, nessuno in città aveva mai aperto una pescherìa.

Bevemmo moderatamente, tra una pietanza e un’altra, un vino molto gustoso prodotto nei pressi della città, che ci diede una certa eccitazione e ci indusse ad abbandonare il posto che ci era stato assegnato per curiosare altrove, attratti dal vociare diffuso che proveniva dalla lunga tavolata. Salutammo i berlinesi e ci accostammo ad un gruppetto di giovani che, al nostro passaggio, avevano levato in alto i calici per un brindisi alla nostra salute. Siccome lì nei pressi c’erano dei posti liberi, ci sedemmo con loro per ricambiare il brindisi. La nostra conversazione sarebbe presto languita, a causa della nostra scarsa conoscenza delle lingue straniere, se non ci avesse soccorso il bambino-prodigio – tale infatti ci sembrò -, nostra guida e traduttore. Egli ci stupì di nuovo traducendo dal bosniaco le parole dei giovani che venivano da Sarajevo. Costoro ci dissero che erano giunti in città una settimana prima e che avevano deciso di fermarsi “non diciamo per sempre, ma almeno per un bel po’”, il che faceva di loro dei cittadini in piena regola. “Il mese prossimo saremo nominati vigili” aggiunsero con una certa fierezza: “speriamo di cavarcela” conclusero, mentre il bambino-traduttore faceva loro l’occhiolino, confortandoli ad avere fiducia.

Chiedemmo al bambino-prodigio di chi fosse figlio ed egli ci indicò la madre che stava cenando seduta a circa cinquanta metri da noi e conversava con i vicini senza mostrare di curarsi minimamente di lui; del padre non fece alcun cenno. Allora noi pensammo che lo avesse perso a causa d’una morte prematura e facemmo una faccia piuttosto contrita, ma ci ingannavamo; infatti, il bambino ci disse che considerava padre chiunque si prendesse cura di lui, maschio o femmina che fosse, purché lo trattasse bene; mentre dalla madre si andava distaccando giorno per giorno, “mano mano che le sue conoscenze aumentavano”, così si espresse; e presto era certo che avrebbe perso la memoria della sua esistenza, vivendo e lasciando vivere la madre, “senza più gravami reciproci”, disse. Il bambino tradusse queste cose anche in bosniaco e i giovani di Sarajevo annuirono e dissero che avevano deciso di fermarsi e di diventare cittadini (e fra poco anche vigili) per essere certi che queste, e altre cose, che avevano appreso in quei giorni, non fossero solo menzogne.

Mentre stavamo così conversando, improvvisamente tutti tacquero e un silenzio gelido pervase i commensali, almeno quelli seduti nel tratto della tavolata che noi potevamo vedere; e col silenzio, un fremito attraversò le nostre membra, come una gran paura, che ci spinse, senza volerlo, a stringerci gli uni agli altri, fino a toccarci, per riscaldarci e farci coraggio. Stava passando lì vicino uno strano figuro vestito di grigio, solo, curvo, triste; aveva uno sguardo avido e disperato, e la nostra reazione spontanea – noi ci eravamo ritratti quasi a scansarlo - faceva risaltare ancor più la sua solitudine e disperazione, accentuate, a quel che ci era dato vedere nella penombra della sera, dalla sofferenza che era disegnata sul suo volto, senza dubbio dovuta alla stretta della cravatta che, come un nodo scorsoio, gli stringeva il collo. Poi, come fu passato, tutti i commensali ripresero a mangiare, conversando con la solita allegria, come se nulla fosse accaduto. Noi chiedemmo ai nostri vicini se sapessero darci qualche spiegazione e se conoscessero la reale condizione di quel figuro. Un vecchio allora, seduto poco discosto da noi, prese la parola e, in lingua greca, prontamente tradotta dal prodigioso fanciullo, ci raccontò quanto si dirà nel prossimo capitolo.

[Fine del capitolo II. Segue]