Tutto può succedere… 8. La lettura del giornale Stampa
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 22 Dicembre 2014 07:54

["Il Galatino" anno XLVII n. 21 del 19 dicembre 2014, p. 8].

 

Ci fu un tempo in cui la lettura del giornale per alcuni, seri responsabili del destino del mondo, costituiva la preghiera laica del mattino; per altri, gli edonisti, un piacevole inizio di giornata, meglio se accompagnato anche da caffellatte e pasticcini ancora caldi. In un caso e nell’altro, il giornale assolveva alla funzione di recare notizie a chi ne era privo, suscitare emozioni in chi giaceva in uno stato di forte apatia - uno tsunami, un terremoto, un’alluvione, una guerra hanno sempre il loro effetto -, insomma mettere in comunicazione il mondo degli uomini.

Sin da quando ero bambino, il giornale era una presenza costante nella mia famiglia. Mio padre lo acquistava regolarmente, sempre dallo stesso giornalaio, quasi sempre lo stesso giornale. Alla lettura del giornale dedicava le ultime ore del giorno, ma esso era con lui in tutte le fasi della giornata, come un fedele compagno cui rivolgiamo la nostra attenzione appena le incombenze  della vita ce lo consentono: prima di pranzo, tra una lezione e l’altra, prima di cena, a letto, prima di dormire. Un giornale al giorno, in un anno, fa poco meno di trecentosessantacinque giornali, il che vuol dire che in poco tempo la casa ne sarebbe risultata ingombra. Allora, interveniva mia madre, la custode della casa, che provvedeva a smaltire i giornali in parte bruciandoli nella cucina economica a legna, in parte barattandoli col pescivendolo e col macellaio da cui si recava a fare la spesa, in cambio di un prezzo di favore per i suoi acquisti. I settimanali no, quelli rimanevano accatastati in un angolo dello studio per anni, impilati fin quasi al soffitto, salvo poi essere scaricati tutti insieme in diversi bidoni della spazzatura prima del prossimo trasloco. Insomma, se la mia famiglia non è rimasta sepolta dai giornali, lo deve a mia madre; la quale non esitava a deprecare lo sperpero di denaro profuso da mio padre nell’acquisto quotidiano del giornale, e poi i settimanali e le riviste mensili e bimestrali e trimestrali e gli annuari ecc., come se non bastassero i libri che si accumulavano nello studio e in altre stanze tanto che avrebbero potuto far crollare la casa… Mia madre si arrendeva, o fingeva di arrendersi, solo quando arrivava la giustificazione del marito, che cioè, come diceva Hegel, il giornale era la preghiera laica del mattino… Ma più che una resa, era un omaggio alla cultura di mio padre, e un modo per non scontentarlo. In realtà, se il telegiornale a sera ci dava tutte le notizie di questo mondo, che senso poteva avere leggere il giorno dopo le notizie relative al giorno prima? E i commenti, gli approfondimenti, le opinioni, le recensioni – rispondeva mio padre – come fare ad averli, se non dopo attenta lettura del giornale? E poi te lo immagini – aggiungeva – un professore di liceo che non legge neppure il giornale? Che professore sarebbe?

E così, a tarda sera, alla luce dell’abat-jour posta sul comodino, mio padre protraeva a letto la lettura del giornale, mentre mia madre, girata dall’altra parte, con gli occhi chiusi, prima di dormire, pensava che sì, va bene, lui aveva bisogno del suo giornale, che in fondo non costava poi tanto, e comunque lei sarebbe riuscita a mettere da parte i soldi per la casa ancora da costruire…

Quando, per motivi di salute, mio padre non poté più uscire di casa, fece fare l’abbonamento al giornale; ma già i tempi erano cambiati, perché con il giornale giungevano in casa le cose più disparate: un atlante, uno stradario, libri di teatro, narrativa, storia, filosofia, ecc., cassette (VHS) con film, documentari, vite di uomini politici illustri, ecc., tutte cose non richieste da mio padre che voleva solo il suo giornale. Per mia madre smaltire questa roba non fu un’impresa facile.

Ci fu un periodo di circa un paio d’anni, in cui mio padre continuava a tenere aperto il giornale davanti a sé, e più a lungo del solito, ed io capii che la malattia era giunta in uno stadio avanzato. Non rinnovammo più l’abbonamento, ma, a richiesta, ero io a comprargli il giornale per non privarlo di una cara abitudine. Poi fu lui stesso a lasciarlo chiuso sul tavolo, integro, senza neppure sfogliarlo; si lamentava che il gran numero di pagine lo stancava e che non trovava più la terza pagina, nel frattempo diventata una delle ultime dopo vari indietreggiamenti. Non gli comprai il giornale e lui non ci fece più caso.

Nel frattempo, sin dai tempi del liceo, anch’io avevo preso l’abitudine del giornale. Lo studente politicizzato quale io ero non poteva andare in giro senza una bandiera e la bandiera era il giornale, che infilavo nella tasca posteriore dei pantaloni o in quella del soprabito, in modo che si vedesse bene la testata. Da allora, certo con motivazioni diverse, spesso riconducibili a quelle di mio padre, fino a qualche tempo fa, ho comprato anch’io regolarmente il giornale. Penso che mi abbia accompagnato sempre la segreta speranza che un grande mutamento della mia vita sarebbe derivato dall’acquisto e dalla lettura del giornale. Ora mia madre mi suggerisce di scrivere che se avessi messo in un salvadanaio tutti i soldi spesi in giornali negli ultimi trentacinque anni, avrei da godermi un bel gruzzolo.

Da qualche tempo in qua, come dicevo, non compro più il giornale regolarmente, ma non per rispondere a mia madre che mi chiede di risparmiare, non è questo il motivo, sebbene questo non sia del tutto trascurabile. Il motivo vero è che la mia vita non è cambiata per nulla e per giunta mi è venuta la nausea. Comincio a sentire anch’io la stanchezza nello sfogliare ogni giorno sessanta-settanta pagine inutili di cui si compone un giornale; quando va bene, cioè quando non ci sono dei supplementi di cui si farebbe volentieri a meno. Se poi vai a guardare, le notizie di agenzia, riprese tali e quali da tutte le redazioni, riempiono metà delle pagine, mentre un’altra metà è fatta di pubblicità, con cui mi si vorrebbe convincere a indebitarmi per comprare una gran quantità di merce inutile e costosa; i commenti e le opinioni son tutti dalla parte del vincitore di turno, salvo dirne male quando per lui è giunta l’ora del tramonto; e quelli che sono contrari vorrebbero farti credere che i loro candidati sono i migliori, mentre almeno negli ultimi cinquant’anni non è mai stato così. Tutti vogliono convincerti di qualcosa, vogliono piegarti alla loro opinione, vogliono persuaderti, vogliono sottometterti. Ma io dico no, resisto, ormai alla mia età ho le mie idee e nessuno potrà farmele cambiare. Preferisco prendere un bel libro e leggere trenta pagine del Don Chisciotte anziché sprecare il mio tempo residuo a sfogliare un quotidiano che sembra un’enciclopedia del nulla.

E la preghiera del mattino, e il piacere del giornale e del caffellatte? Sapete cosa mi è successo? Ho scoperto che ne posso fare tranquillamente a meno!

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