Dove Amalin guarda il Presepio di Michele Massari e incanta Stampa
I mille racconti
Scritto da Maurizio Nocera   
Mercoledì 24 Dicembre 2014 08:07

["Il Galatino" anno XLVII n. 21 del 19 dicembre 2014, pp. 6-7]

 

Amalin non conosceva ancora Lecce, la città del Salento dove -si diceva- ci fossero bellissimi palazzi, balconi rossi di gerani, chiese antichissime, fortezze principesche, torri di bei-luoghi con ninfei per donne che -si favoleggiava- si rincorrevano alla ricerca dell’acqua più salubre. Di tutto ciò, Amalin aveva sentito solo parlare.

Un giorno accadde che sua madre, la vecchia Romanì, la portasse per davvero nel capo-luogo. L’occasione fu data per via di una sua brutta infezione alle ovaie, che da settimane le procurava dei forti dolori alla pancia. A Casarano, la sua città, i medici le avevano diagnosticato la causa di quei dolori, però, per assicurarsi che alla ragazza Rom fossero fatte tutte le cure del caso, preferirono indirizzarla ad uno specialista.

Si era sotto Natale, e nei paesi, perfino nei più sperduti villaggetti dell’antica Messapia, i bimbi cantavano Tu scendi dalle stelle,  sillabando le belle parole scritte molto tempo fa da Gaetano di Thiene (1480-1547). Dappertutto si paravano le strade di luminarie, di stele filanti, di bandierine colorate, di rami di pino o di abete, ma soprattutto nelle case la gente allestiva il presepio, che sempre appariva uno diverso dall’altro. In ogni famiglia ed in tutti c’era un grande raccoglimento ed un forte senso di unità familiare.

Nella casa di Amalin però non c’era tutto ciò, perché in essa c’era ancora tanta povertà. La famiglia Rom, anche durante il periodo natalizio, doveva industriarsi per far fronte alla vita di tutti i giorni. Ciononostante, ugualmente lì c’era un grande raccoglimento. Anche se mancava la neve. Amalin ne aveva sentito parlare spesso, qualche volta le era capitato pure di vedere fioccare un pulviscolo simile ad un qualcosa da paragonare alla neve, ma non le era accaduto ancora di affondare i suoi delicati piedini in questo elemento di sogno e di fate. Ricordava che solo al tempo della sua prima infanzia aveva visto fioccare la neve a Casarano, ma in fondo, allora, si trattò di una spolverata che imbiancò appena appena i tetti della case e tutt’intorno, nelle campagne, Amalin vide appena un misto di colori tra il rosso della terra bauxitica ed il bianco immacolato della neve.

La mattina che decisero di andare a Lecce, le due donne presero il treno abbastanza presto, arrivando a destinazione verso le dieci. Percorsero il lungo viale che dalla stazione porta al centro città, poi s’infilarono lungo la strada che costeggia la sede della vecchia Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”, passarono affianco dell’antico convitto “Palmieri”, dove Amalin ammirò la statua di Giosuè Carducci, e da lì, zigzagando per le viuzze del centro storico, s’infilarono nello stretto corridoio dell’antico Teatro romano, oltre il quale, superata piazzetta santa Chiara, arrivarono giusto giusto in piazza sant’Oronzo. Qui, lo studio dello specialista si trovava appunto in una strada che s’affaccia sulla piazza. Salirono una scala scolpita tutta in pietra leccese e s’affacciarono nella sala d’attesa del ginecologo. L’infermiera le informò che il medico, a causa di un contrattempo, sarebbe stato assente per circa un’altra ora e mezza; per cui invitò le due donne a ritornare verso le dodici.

La vecchia Romanì rimase alquanto contrariata di questo ulteriore ritardo, però, alla fine, lo accettò come volontà di Dio. Per lei significava ritornare alla sua casa alcune ore dopo il tempo previsto.

Scesero nuovamente in piazza e cominciarono a guardarsi intorno. Mamma Romanì conosceva già Lecce; certo, non proprio bene bene, ma la conosceva abbastanza. Cercò di orientarsi per imbucare una strada che servisse a far vedere a sua figlia qualche meraviglia della città. Scelse la strada che direttamente porta al castello di Carlo V.

Quando Amalin vide le alte mura della costruzione rimase stupefatta. Nella sua città non esistevano edifici così monumentali. Pregò sua madre di girare attorno alla costruzione. Cosa che fecero, ma che però le stancò un po’. Ritornarono al punto di partenza, cioè davanti alla porta principale del castello dove, un po’ per attendere, ma anche per riposarsi, si sedettero su uno dei marciapiedi lì davanti. Amalin era sicuramente un po’ meno stanca della madre per cui, vedendo la porta del castello aperta, chiese se poteva entrare per visitarlo. La madre acconsentì. Il guardiano  vide la signorina entrare e non mosse ciglio. Forse non si era accorto che si trattava di una Rom.

Amalin superò il vestibolo, si soffermò sulle targhe marmoree affisse sulle pareti, tentò di leggerne qualcuna, ma non ci capì molto, per cui tirò dritta. Entrò nel cortile della fortezza, e vide le alte palme del cortile. Si accorse che tutto era in ordine, come se qualcuno avesse da poco fatto pulizia. Sulla destra, vide aperta una porta che dava accesso ad un ambiente molto illuminato. Varcò la soglia e verificò che all’interno non c’era nessuno. Si trovò davanti ad una grande teca illuminata contenente un presepio straordinario, una sorta di fiaba imbiancata. Si trattava di un mondo in miniatura interamente sommerso dal bianco finto della neve. Ad Amalin non occorse molto tempo per capire che l’effetto era stato ottenuto dall’ovatta depositata sui tetti della case e su tutto il piano su cui era appoggiata la raffigurazione. Stupì a vedere tanto bianco. E stupì a vedere dentro a quel bianco splendente i pupi.

Amalin incantava e sognava.

Girò più volte attorno alla teca, e più volte si fermò ad ammirare le statuine che sembravano voler uscire dal chiuso della teca. Ad un certo punto delle sue giravolte su se stessa, sentì addosso come una sorta di stanchezza e nuovamente il risveglio del dolore al basso ventre. Nell’ambiente vide un’unica grande sedia, una sorta di trono regale, molto alta per lei. Però, sentì urgente il bisogno di sedersi, almeno per calmare il dolore, che era sì lancinante, ma che sapeva le sarebbe passato presto. Si sedette tenendosi le mani sul grembo e appoggiando i gomiti sulle spalliere del “trono”. Gli occhi, però, continuò a tenerli fissi sulla teca con dentro il bianco presepio.

Ad un certo punto il dolore alla pancia cominciò a lenire e la testa le cadde sul petto che profumava già di primavera. Amalin sentì come una forza sovrumana che la sollevava dal “trono” dov’era seduta e si sentì spingere nei pressi della teca col presepio. Poi vide un uomo con i baffi e col berrettino nero sul capo che da un lato della teca la invitava a solcare il vetro che in quel frangente si era spalancato come le “persiane” di una finestra. Quell’uomo assomiglia molto a suo padre, che lei di persona non aveva conosciuto perché, quando era nata, lui era morto da qualche mese. Lo aveva visto solo attraverso alcune fotografie che la madre, la vecchia Romanì, teneva su una mensola nei pressi del letto matrimoniale.

Rassicurata dal pensiero che il volto di quell’uomo le ricordava il padre, la sua mente cominciò a fare festa grande e cominciò pure a sorridere rivolta all’uomo con i baffi e col berrettino nero sul capo. Non ebbe paura e varcò il vetro della teca. L’uomo dolcemente le disse: «Vieni bimba bella,/ corri,/ corri anche tu/ vai a salutare il Bambin Gesù». Detto ciò, l’uomo si rintanò in un piega dei vetri della teca e si mise in trasparenza. Cioè si vedeva ma forse non si poteva più toccare.

Amalin venne subito investita da un’immensità di profumi e di odori nuovi. Soprattutto la neve la riempì di gioia. Sorrise all’uomo in trasparenza, gli fece un segno di saluto come per dire “ci vediamo dopo”, e si tuffò in quel grande mare di bianco. Non sentiva più alcun dolore alla pancia. Tutti i fastidi di questo mondo le erano svaniti come per incanto. Sentiva i piedi affondare nella neve fresca e si sentiva leggera come una piuma. Era un po’ come volare, un po’ come scivolare. Spontaneamente cominciò a fare delle capriole e soprattutto a confezionare delle palle di neve che gettava sui tetti della prima grande casa che si vide davanti. Era una casa di forma quadrilatera, allungata ad altri ambienti su di un lato; tutta costruita in legno con un piano terra ed un piano rialzato. Ciò che la incuriosì molto era il tetto, però si accorse che anche gli altri tetti delle altre case, che si vedevano in lontananza, avevano la stessa forma caratteristica: i due lati del tetto erano molto inclinati e quasi vicini, quasi come di mani giunte in segno di preghiera.

Amalin si aspettava che gettando una palla di neve su quei tetti così inclinati la neve dovesse rovesciarsi immediatamente sulla terra lasciando scoperta la superficie del legno. Ma ciò non accadeva. Lei gettava le palle di neve, che sì provocavano la piccola valanga che rovinava giù, ma subito dopo su quello stesso punto dove era accaduta la slavina si formava nuovamente, come d’incanto, della altra neve fresca quasi di bambagia eterna. Giocò così ancora per un po’, poi si incamminò verso l’interno del villaggio che ora vedeva simile a quei villaggi nordici che alcune volte aveva visto sfogliando dei giornali o qualche libro di fiabe scandinave. Più si inoltrava all’interno del villaggio e più gente vedeva che in processione si dirigeva verso un luogo illuminato da una lampadina a forma di stella. Capì che si doveva trattare del luogo dov’era nato il Bambinello. E giocando e ridendo s’accodò anche lei.

Lungo la strada incontrò un gruppo di cammelli, fra cui uno da carico con sulle gobbe un grosso fardello di cose strane, gli altri due, sulle gobbe, avevano solo dei bei tappeti trapuntati; poi vide un piccolo gregge col pastore; e un altro pastore, in piedi e con affianco due lupi, che guardava incantato un punto del cielo dove c’era una stella cometa che brillava più delle altre. Pensò Amalin: “Sicuramente si tratterà dell’ uomo che guarda le stelle”. E le venne in mente il suo professore, Luigi Scorrano, che un giorno, prima delle vacanze natalizie, aveva fatto una lezione su L’uomo che guarda le stelle: «assorto, incantato: sprofondato lo sguardo nell’immenso sciame di astri, ubriacato dalla contemplazione di quegli splendori lontani e misteriosi. La terra [e la neve] su cui poggiano i suoi piedi s’è come allontanata./ Tutta l’energia si concentra nello sguardo, e le braccia a mezz’aria sembrano aperte all’abbraccio di un’indicibile meraviglia. L’uomo delle stelle è un poeta, e lui ha amato i poeti. Come lui, l’uomo delle stelle non cerca la terra, il mondo, la realtà che lo circonda. Lascia che la vita scorra altrove; nel momento in cui ha levato lo sguardo verso l’alto e si è lasciato catturare dallo spettacolo celeste ha desiderato di non tornare più con gli occhi sulla terra. Il cielo del presepio è pieno di promesse e premonizioni. Per una nascita o per una morte...» (Scorrano, in «La Fera», dicembre 1997, p. 3).

Amalin avanzò ancora oltre, e vide una dama con un paggetto che le sorreggeva l’abito. Si avvicinò un po’ di più al bambino e gli disse “Ma tu non ti stanchi mai?”. Rispose il pupo: “Nel presepio è questo il mio posto, sorreggere la tunica alla dama, per l’eternità”. Poi le mise fra le mani un foglietto, su cui c’era scritto: “Esco da casa e vedo il Natale// Vedo le luci dai mille colori appese agli alberi e alle case,/ le finestre illuminate e lucenti,/ come un sole d’estate,/ fanno brillare l’acqua caduta dal cielo sulle strade./ Le persone infreddolite corrono ai negozi a far le ultime compere/ per il giorno di Natale./ Le gente si scambia gli auguri,/ baciandosi e abbracciandosi./ Guardo le vie del paese/ illuminate da stelle comete./ Un canto di Natale si diffonde nelle strade. Mi chiamo Ernesto Fumarola, ho tredici anni, e vengo da un paesello salentino denominato Arnesano, che significa luogo dove ci sono molte arnie delle api”.

Amalin continuò il suo cammino: incontrò nuovamente dei pastori, uno di essi aveva una grossa bisaccia sulle spalle; un altro indossava una lunga pelle di pecora; un altro di tanto in tanto si fermava, s’inginocchiava e pregava; un altro ancora denominato “lu Janniellu”, si portava appreso una botticella di vino sulla spalle; poi vide un altro pastore che si tirava dietro un asino cocciuto; e un altro con due cani ed un guinzaglio di corda; ancora un altro con una mano tesa e nell’altra una cesta; vide poi un balestriere con sulla spalla la sua arma da caccia; ed un uomo con una lanterna ai piedi, un recipiente di terracotta ed il sorriso sulla labbra; poi vide una donna con le braccia in conserta in segno di preghiera; ed una donna con una bambina appresso; un’altra con un bambino in braccio; e poi molti altri pastori, mercanti, semplici lavoratori della campagna che portavano chi in spalle, chi in mano, chi sulle braccia pacchi, ceste, recipienti di vimini, di terracotta, di altro materiale. Riconobbe anche una slitta trainata da una renna, con su un pastore seduto e imbacuccato fino alla testa. Passando davanti alla porta aperta di una bottega scorse una panca con su una lanterna, un paniere ed un gatto raggomitolato su se stesso che sonnecchiava.

Amalin guardava, calpestava la soffice neve e incantava. Incantava e gioiva. Sentiva dentro di sé una gioia infinita. Sembrava un sogno, ma sapeva che quella era la realtà che andava vivendo con intensità. Ad un certo punto di quell’infinita processione si trovò davanti una scena straordinaria: un foltissimo gruppo di cavalieri avanzava a passo di trotto. Qualcuno le bisbigliò nell’orecchio che si trovava davanti ad una straordinaria formazione di Maghi, che per l’occasione si erano fatti Magi e re. Gli occhi belli della fanciulla Rom videro allora tutto lo splendore nella bellezza delle forme dei cavalli, nello stupore delle forme degli uomini, nella forza vibrante dei colori dei loro costumi e dei manti degli animali. Effettivamente il gruppo dei cavalieri avanzava in formazione compatta, quasi al centro del villaggio. C’erano cavalli neri, bianchi e banji, alcuni impennati, altri con a passo cadenzato, su ognuno di essi un cavaliere con nelle mani dei candelabri, delle aste con issate delle bandierine, altri che portavano delle alabarde, altre sprovvisti di alcunché ma ugualmente regali nelle loro postura. Amalin guardò incantata il gruppo, fissò gli occhi su alcuni cavalieri. Sul costume di uno di loro vide la scritta: “Io sono Lino Paolo Suppressa”; su un altro: “Io sono Antonio D’Andrea”.

Infine su un altro cavaliere vide la seguente scritta: «Io sono Michele Massari, autore di questo Presepio Gotico, da me costruito negli anni 1945-47. L’ho costruito, assieme ai miei figli Annamaria e Antonio, lavorando dopo cena per tre lunghi inverni, specialmente nei periodi di Natale. Contemporaneamente ho costruito i pastori in terracotta dipinta ad olio trasparente. Spesso questa terracotta, con le sue ustioni e variazioni e a volte piccole vetrose fusioni, era così bella che bastava la semplice vernice. Le  costruzioni delle case sono in compensato e cartapesta che doveva raccordare gli angoli e creare chiusure ermetiche a impedire fughe di luce, perché -come vedi- le stanze delle “casette” sono illuminate una per una e devono accendersi nel corso di mezz’ora separatamente come accade in un villaggio al tramonto. Questo effetto l’ho potuto ottenere grazie ad un congegno sul tipo di un circuito integrato e con delle batterie. Come vedi, le costruzioni sono tre: una casa con la stalla, il mulino al centro e un’altra casa con al loro interno scale, caminetti, porte con cardini, ballatoi, balaustre, mobili. I piani sono divisi da pavimenti in tavole sostenute da travi che sbucano all’esterno. Le case sono rivestite in legno, a volte sabbia, a volte gesso e colla incisi quando sono ancora freschi, secondo una trama di pietre informi e colorate con colori trasparenti. I comignoli, quando lo si vuole, possono emettere dolce fumo di incenso e pece greca bruciati. La neve è tutta ovatta (cotone idrofilo) e copre tutt’interi i tetti all’infuori degli stessi comignoli, perché riscaldati. Il piano del Presepio, così innevato, dà il senso perfetto e il silenzio della nevicata. Il tetto della stalla-grotta è in tavole sfondate in un punto. Il mulino, che è la “casetta centrale” del villaggio, ha una bellissima e complessa ruota a pale che fa girare la macina e che pesca su un torrente ghiacciato. Alle spalle della ruota c’è una cascata ghiacciata, realizzata con liste di cristallo viste per lo spessore e legate insieme come muscoli da fili elettrici di rame poco più grossi di un capello e invisibili. Accanto alla casetta di destra c’è un ramo spoglio che ha la forma di un albero. Il presepio ha come fondo un grande pannello piegato, color cobalto notte con una selva dipinta di abeti innevati e pesanti di neve».

Dopo aver letto questo lungo scritto, ad Amalin venne come una sorta di capogiro. Si sentiva confusa e non riusciva più a capire dove si trovava, se ciò che vedeva e che toccava era realtà o sogno. Poi, la luce abbagliante della stella-cometa la magò nuovamente e ricominciò a correre diretta verso la stalla-grotta.

Voltò lo sguardo oltre il gruppo dei gagliardi cavalieri e vide non lontano il fienile con molta gente attorno. Capì che quello era il luogo dove il Bimbo, da un giaciglio di assi e paglia, dispensava sorrisi.

Allora anche a lei accadde un qualcosa che aveva visto scritto dall’apostolo Giacomo nel suo Protovangelo. E cioè: «camminava e non camminava./ E sollevava gli occhi alla volta del cielo,/ e vide che era senza moto,/ e guardava nell’aria e la vide invasa da stupore,/ e gli uccelli del cielo non si muovevano./ E volse gli occhi alla terra,/ e vide che vi giaceva una scodella e degli operai,/ distesi a mangiare,/ e le loro mani erano nella scodella./ E quello che stavano masticando, non masticavano più,/ e quelli che stavano prendendo il cibo, non più lo sollevavano,/ e quelli che lo stavano portando alla bocca, non più lo portavano:/ ma i volti di tutti erano intenti a guardare in alto.// E vide delle pecore che erano spinte al pascolo,/ e le pecore rimanevano immobili;/ e il pastore levò la mano per percuoterle,/ e la sua mano si arrestò in aria./ E volse gli occhi alla corrente del fiume,/ e vide dei capretti e i loro musi sfioravano l’acqua,/ ed essi non bevevano./ E d’improvviso, tutte le cose furono risospinte nel loro corso».

Amalin, che già era giunta al cospetto del Bimbo divino, si stava piegando per baciarlo sulle guance, quando si sentì strappinare dal “trono” dov’era seduta, ed una dura voce di un uomo risuonò nell’aria: «E tu come sei arrivata fin qui? Chi ti ha portata? Come hai fatto ad entrare nel castello? Vai via, che questo non è posto per una zingara come te!».

Amalin, sbigottita, guardò negli occhi l’uomo in divisa che le stava di fronte e corse dalla mamma che l’aspettava.

Fuori pioveva. Non c’era neve. E lei che piangeva per avere sognato.

 

 

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