Tutto può succedere… 10. Come siamo diventati brutti! Stampa
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 07 Febbraio 2015 08:14

["Il Galatino" anno XLVIII n. 2 del 30 gennaio 2015, p. 5]

 

“Io pure, una volta, ero bello,

ma mi sono imbruttito a forza di presunzione…”.

Saul Bellow, Herzog.

 

Voglio raccontarvi quello che mi ha detto un amico qualche giorno fa. Ero appena entrato in un bar per prendere un caffè, ed ecco che l’amico entra dietro di me, guadandosi intorno. Io lo saluto e lo invito a bere il caffè; egli accetta e, mentre il barman lo prepara, comincia il racconto di quanto gli era accaduto la sera prima.

-         Certe cose non si dovrebbero mai fare…

-         Che cosa? – gli chiedo.

-         Erano trent’anni – mi risponde – trent’anni che non incontravo i miei compagni di liceo. Ti consiglio di non fare mai questo errore.

-         E’ un errore incontrare i compagni di scuola dopo trent’anni? Io la considero una bella rimpatriata.

-         Sì, ma ti è mai capitato di fare mai questa “bella rimpatriata”?

-         No, almeno non ancora… ma…

-         E allora senti che cosa mi è successo. Qualche giorno fa mi telefona un mio compagno di scuola e mi dice: “Ci vediamo tutti in pizzeria”. E così è stato. Immagina una ventina di uomini e donne di una certa età, seduti intorno a un tavolo, che si guardano con qualche imbarazzo. Poi ci siamo sciolti e abbiamo cominciato a rievocare i vecchi tempi.

-         E questo non ti sta bene?

-         A dire il vero i rigurgiti di nostalgia non mi sono mai piaciuti. Ma non è questo... Il fatto è che i miei compagni di liceo erano diventati tutti molto brutti. Il mio ex-compagno di banco, che neanche a farlo apposta s’era messo a sedere propria di fianco a me, me lo ricordavo come un capellone. Ebbene, ieri sera non si voleva togliere il cappello neppure a tavola e così qualcuno gliel’ha tolto di soppiatto scoprendogli una zucca pelata; una compagna che una volta aveva due seni gonfi da non farti dormire la notte, era diventata piatta come una lavagna: seno sparito, prosciugato, succhiato dai figli; un altro per poco non lo riconoscevo: da mingherlino era diventato grasso come un maiale e aveva una faccia che sembrava dover scoppiare da un momento all’altro; una signora aveva più rughe lei, dalla fronte al collo, d’uno Shar Pei: colpa della dieta, diceva, ma si capiva che era invidiosa delle sue ex-compagne, che sembravano uscite allora allora dalla sala operatoria di qualche chirurgo estetico: avevano due labbroni come due canotti e neanche una ruga sulle guance siliconate; e poi c’era uno che si diceva tra noi avesse fatto un sacco di soldi con non so che commercio e aveva due occhi che sembravano uscire fuori dalle orbite: malato di tiroide; un altro ancora aveva la faccia piena di bozzoli, di nei, sì, insomma, cheratosi o angiomi o fibromi, come delle escrescenze tumorali: che facevo, dopo tanti anni, non lo baciavo? Ma ti dico che mi ha fatto un po’ di ribrezzo. No, no, se l’avessi saputo, non ci sarei andato all’appuntamento. Un conto è incontrare un vecchio compagno di scuola per caso, per strada o al bar, un altro conto è incontrarne venti tutti insieme in una sera, tutti così brutti.

-         Forse sono solo invecchiati.

-         Certo, sono invecchiati e sono diventati brutti. Pensa che c’era uno che non faceva altro che raccontare barzellette, proprio come al tempo del liceo. Ma si vedeva che interpretava una parte, giusto per dire che nulla era cambiato. Ed invece no: era tutto cambiato. Ero cambiato pure io, perché davanti a tutta quella bruttezza, ho capito che non potevo costituire un’eccezione, e dunque anch’io ero diventato brutto.

-         Ma no, non essere così pessimista, anche tu sei invecchiato, come i tuoi compagni – andavo ripetendo,  mentre sorseggiavo l’ultimo cucchiaino di caffè.

-         Sì, è così, sono invecchiato e sono diventato brutto. Ma tu non ci andare, se ti invitano i tuoi ex-compagni di scuola, non ci andare. E’ una trappola per farti scoprire quanto siamo diventati brutti – e così dicendo improvvisamente mi coinvolgeva nel discorso. Ed in effetti, mentre posavo sul banco la tazzina ormai vuota, riflettevo che io e il mio amico avevano all’incirca la stessa età, anzi io forse ero un anno o due più anziano di lui.

-         D’accordo – gli dico, farò tesoro di quanto mi hai raccontato. – Tiro fuori il portafoglio per pagare, alzo lo sguardo in cerca del barman, ed ecco che vedo la mia immagine riflessa nello specchio di fronte, dietro il banco.

Ho pagato e poi, uscendo a braccetto col mio amico, ho detto: “Comunque, è vero: come siamo diventati brutti!”.

 

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