Il Vecchio e l’Ombra 7. Quarto dialoghetto Stampa
I mille racconti
Scritto da Giovanni Bernardini   
Mercoledì 22 Aprile 2015 05:36

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, n. 2 / Febbraio 2015, p. 7]

 

“Stasera” disse l’Ombra “te ne stai raggomitolato nella poltrona, rattrappito quasi, che costringi pure me in una posizione così scomoda. Non sarebbe il caso di stendersi un po’, di rilassarsi? Tanto in codesto atteggiamento non riuscirai certo a metter rimedio ai guai”.

“Lo so benissimo purtroppo. Ma che vuoi farci? Mi rannicchio nel groviglio dei miei pensieri, delle mie angosce”.

“Via, raddrizza un pochino la schiena, allunga le gambe. Ti sentirai meglio e farai star meglio anche me”.

“Va bene, ti accontento. Solo che, come ombra, pretendi troppo”.

“Non pretendo, cerco di aiutarti. In fondo siamo legati indissolubilmente. E ciò che ti suggerisco non proviene da egoismo, comporta vantaggio per tutt’e due”.

“Cosa vai cianciando? Quale vantaggio? Solo per te, che magari stai più comoda. Tu non hai un cervello e un cuore”.

“Che vuoi dire?”
“Voglio dire che il mio cervello e il mio cuore, anche cambiando posizione, continuano a soffrire”.

“Qual è oggi il motivo di tanta sofferenza?”

“Non dire ‘oggi’, questo lo sai, che da lungo tempo ho molti motivi, non uno solo. Certo, a volte uno prevale sugli altri”.

“Allora non ho sbagliato del tutto. Qual è dunque il motivo prevalente al momento?”
“E’ lo scrupolo, il rimorso verso mia moglie”.

“Per averla tradita più d’una volta?”

“No, ti sembrerà strano, non ho di questi rimorsi. I miei tradimenti reali, pochi in verità, sono stati sostanzialmente innocui”.

“M’hai rinfacciato che non ho cervello né cuore. Bene. Mi domando però se li hai tu. Come si può affermare una simile cosa: tradimenti innocui?”

“Mi costringi ogni volta a spiegare. Fortuna che per il mio mestiere e larga esperienza ho imparato a esser paziente. Innocui nel senso che non hanno mai inciso sui rapporti familiari”.

“Possibile che tua moglie non si sia mai accorta di nulla? Da un gesto? da una parola? da una telefonata? da un biglietto o che so io e non ne abbia sofferto?”

“Possibilissimo, anzitutto perché lei ha nutrito sempre fiducia in me”.

“Immeritata”.

“Stai diventando maliziosa, cara Ombra. Comunque accetto. Devo tuttavia aggiungere che mia moglie era dotata di grande discrezione e senso dei suoi limiti. Cioè si rendeva conto di           non essere a volte adeguata ai ruoli che, bene o male, ho rivestiti. Avvertiva le sue carenze culturali, di conseguenza approvava, addirittura incoraggiava generosamente le mie amicizie           femminili basate appunto sulla cultura. I miei tradimenti presentano questa radice”.

“Vecchio caro, ho l’impressione che tua moglie fosse troppo indulgente, troppo buona per non dire molto ingenua”.

“Non escludo una dose d’ingenuità”.

“E tu ne hai approfittato”.

“Non mi sembra il verbo giusto. Lo userei nel caso l’avessi fatta soffrire. Come dichiaravo prima, le mie storie sentimental-culturali (chiamiamole così) non hanno mai incrinato la serenità familiare. Anzi mi son sentito in armonia con me stesso, quindi migliore, più disponibile. Insomma hanno esercitato un’influenza positiva sulla mia vita e sulle mie scritture. Se si accendeva, come in ogni coppia, qualche inevitabile litigio, nasceva da ben diverse ragioni”.

“Non vorrai darmi a intendere d’aver vissuto storie puramente platoniche. Ricordati che sono la tua ombra”.

“Proprio perché tale sai bene che la maggior parte sono state platoniche. E nelle altre poche il sesso non ha mai avuto la prevalenza. Sai anche che una notte intera non l’ho mai trascorsa con nessuna donna tranne mia moglie”.

“Allora, se le cose stanno così o se le metti così tu, qual è l’origine reale dei tuoi scrupoli, dei rimorsi?”
“Va ricercata in questi ultimi anni, quelli dell’estrema vecchiaia e dell’aggravarsi delle     malattie”.

“Io Ombra non ho notato nulla di anormale rispetto al tran tran abitudinario di due vecchi coniugi”.

“Rifletti attentamente sugli ultimi mesi”.

“Hai ragione, tua moglie era diventata molto difficile, trasformata. Faceva perdere la pazienza alle badanti, perfino ai figli e a te. Senza colpa vostra”.

“Questo è il punto, qui ci sbagliavamo, medico compreso”.

“Dove stava l’errore? Non riesco a vederlo”.

“Da più parti si diagnosticò demenza senile, mentre si trattava d’un parziale invecchiamento di alcune cellule cerebrali. Così fu precisato troppo tardi. Altrimenti come avrebbe potuto  ricostruire lucidamente tanta parte della sua infanzia e adolescenza, parlare delle sue sofferenze psicologiche, dell’incomprensione di fratello e sorella e anche nostra, quindi della sua solitudine?”

“Accusava tutti”.

“Sì, un vero atto d’accusa. Ed io mi sforzavo a tenerle ragionamenti, che la stancavano senza risultato e forse l’irritavano. Io, il solito razionalista, mettevo in moto il cervello laddove avrei dovuto mettere in moto il cuore. Stava seduta davanti alla televisione, ma ormai non vedeva quasi più. Quando le passavo accanto mi rivolgeva uno sguardo significativo o mi pregava: ‘Non ti fermi un momento qui?’. Io avevo quasi sempre da fare. Era contenta la sera, a letto, se lavoravo al computer nella stessa camera. Le bastava sapermi lì vicino. Ecco, di ciò aveva bisogno, di sentire in qualche modo il calore dell’affetto”.

“Non puoi né devi macerarti in questo rovello. Non serve, poi mi sembra che ti colpevolizzi troppo”.

“Mai abbastanza. Ogni giorno le chiedo umilmente perdono. Cento volte. Anche se non serve. Una delle tante illusioni con le quali gli uomini si aiutano a vivere. O, nel caso mio, cerco di tollerare questo residuo di esistenza”.