Racconti sovietici 9. Maksim Gor'kij: La vecchia Iserghil’ Stampa
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Sabato 11 Luglio 2015 06:04

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


[Dal racconto: La vecchia Iserghil’ (1894)]

 

Ho sentito queste storie nei pressi della città di Ackermann, nella Bessarabia, in riva al mare ...

 

- Perché non sei andato, lì, con loro? - mi domandò la vecchia Iserghil’, facendo cenno con la testa da quella parte.

Il tempo la piegò in due, gli occhi una volta neri se erano offuscati e lacrimavano. La sua voce suonava in modo strano, scricchiolava, come se la vecchia parlasse con le ossa...

Al posto della luna nel cielo rimase un’opaca macchia opalina che a volte veniva completamente coperta da qualche brandello di nube bluastra. Nella lontananza della steppa, a quest’ora oramai nera e spaventosa, come se fosse messa in agguato e nascondesse in sé qualcosa; baluginavano con le vampe delle piccole lucine azzurre. Queste, or qua or là, apparivano per un attimo e si spegnevano, come se tanti uomini sparsi per la steppa, a grande distanza tra loro, accendessero dei fiammiferi che il vento spegneva all’istante. Erano molto strane queste fiammelle azzurre, alludevano a qualcosa di favoloso.

- Tu le vedi, le scintille? - mi chiese Izerghil’.

- Quelle azzurre, lì? - domandai, indicando verso la steppa.

- Azzurre? Sì, sono quelle... Quindi, volano ancora! Bene, bene... Io invece non le vedo più. Non riesco a vederle.

- Che cosa sono queste scintille? - chiesi alla vecchia. Avevo già sentito qualcosa prima circa l'origine di queste scintille, ma desideravo di sentire, come mi racconterà lo stesso la vecchia Izerghil’.

- Queste sono le scintille del cuore ardente di Danko. C’era stato al mondo un cuore che una volta arse di fuoco vivo... Ecco, sono le sue queste scintille. Ti racconterò di lui... Anche questa è una favolosa storia antica...

 

La leggenda di Danko

 

Vissero sulla terra nei tempi antichi certi uomini. Le foreste impenetrabili circondavano su tre lati l'enclave degli accampamenti di questi uomini, e sul quarto c'era la steppa. Si trattava di uomini allegri, forti e coraggiosi. Un giorno venne un brutto periodo: arrivarono da quella parte altre tribù e scacciarono gli uomini di prima nella profondità della foresta. Lì c'erano soltanto le paludi e l'oscurità, perché la foresta era molto vecchia e così fittamente aveva intrecciato i propri rami che non si poteva scorgere il cielo e i raggi del sole appena appena potevano farsi un po’ di strada sino alla palude attraverso il fitto fogliame. Tuttavia, quando i suoi raggi riuscivano a raggiungere le acque delle paludi, nella foresta si sollevava un tale fetore per cui questi uomini morivano uno dopo l’atro. A questo punto cominciarono a piangere le mogli e i bambini della tribù, invece i padri s’impensierirono e caddero nell’angoscia. Dovevano uscire da questa foresta, ma per questo avevano due strade: una - indietro - lì c’erano i nemici forti e spietati; l'altra - in avanti, e lì c'erano alberi giganteschi, strettamente abbracciati l'un all'altro da rami possenti, poderosi, affondando le proprie radici nodose nella profondità del vischioso e tenace limo della palude.

Questi alberi pietrificati stavano silenziosi e immobili nel crepuscolo grigio di giorno e ancora più si stringevano attorno agli uomini di sera, quando venivano accesi i falò. E sempre, di giorno e di notte, attorno a quegli uomini permaneva un anello forte di tenebre, come se volesse schiacciarli, mentre loro erano abituati alle vastità delle steppe. La paura ancor più tremenda li assaliva, quando il vento colpiva le cime degli alberi e la foresta risuonava sordamente, come se minacciasse e cantasse dei canti funebri per questi uomini. Questi uomini erano forti e sarebbero andati a combattere sino alla morte contro quelli che una volta li avevano sconfitti, ma non potevano morire nelle battaglie, perché avevano le loro tradizioni, convinzioni e insegnamenti per cui, se loro fossero morti, con loro sarebbero morti-perduti per sempre per il mondo tutte le loro radici. Così rimanevano seduti a ponderare nelle lunghe notti, nel rumoreggiare minacciosamente sordo della foresta e nel fetore velenoso della palude. Stavano seduti e le ombre dei fuochi dei falò saltellavano attorno a loro in una danza silenziosa, e a tutti sembrava che non erano le ombre a danzare, ma gioivano solennemente gli spiriti maligni della foresta e palude...  Gli uomini restavano seduti a pensare. Ma mai nulla -  né lavoro, né donne - esauriscono tanto i corpi e l’animo degli uomini, come portano all’esaurimento i pensieri angosciosi. E si sono esauriti e indeboliti questi uomini dai pensieri... Nacque tra loro la paura, legò le loro mani forti, partorirono in loro le donne l’orrore col pianto sui corpi dei morti dal fetore e sul destino degli incatenati dalla paura viventi... Fu così che s’udirono nella foresta le parole vili (codarde), dapprima timide e sussurrate, poi sempre più forti e più forti... Ebbero addirittura voglia di andare dal nemico, portandone in dono la propria libertà, e nessuno oramai, spaventato dalla morte, non temeva più la vita da schiavo... Ma arrivò Danko e salvò tutti da solo...

Danko, uno tra questi uomini, era un bellissimo giovane. I belli - sono sempre arditi.  Egli disse ai suoi compagni: “Non si sposta una pietra dalla strada col pensiero! Chi non fa nulla, non lascerà nulla. Che cosa stiamo a perdere tempo nei pensieri e nell’angoscia? Alzatevi, andiamo nella foresta e la attraverseremo, perché comunque finirà! Tutto al mondo ha una fine! Andiamo! Dài! Hey!..

Lo guardarono e videro che lui era il migliore tra tutti, perché nei suoi occhi rilucevano tanta forza e un fuoco vivo.

- Guidaci! - dissero loro.

E lui si mise davanti a loro...

Danko andò avanti. Tutti gli altri lo seguirono e credettero in lui. Il percorso fu molto duro! Tutto attorno era buio, e ad ogni passo la palude insaziabile spalancava la sua bocca marcia, ingoiando gli uomini, mentre gli alberi sbarravano la strada come una possente cinta muraria. I loro rami s’erano intrecciati tra loro; e come dei serpenti si erano estese le radici, e ogni passo costò tanto sudore e sangue a quegli uomini. Camminarono a lungo... Sempre più fitta diveniva la foresta, sempre meno forze ebbero gli uomini! Cominciarono a mormorare contro Danko, dicendo che era inutile seguire lui, giovane e inesperto, che li stava guidando chissà dove. Danko invece camminava davanti a loro, ed era allegro e sereno.

Un giorno una tempesta si scatenò sulla foresta, gli alberi mormorarono sordamente, minacciosamente. Nella foresta divenne talmente buio come se fossero in quel buio raccolte tutte le notti buie, quante ne erano state nel mondo dal giorno in cui il mondo s’era creato. Gli uomini piccoli proseguivano in mezzo agli alberi grandissimi nel rumore terribile e assordante dei fulmini, proseguivano, mentre gli alberi giganti, ondeggiando, scricchiolavano e cantavano canti di rabbia, e i fulmini, sorvolando le cime della foresta, illuminavano per un attimo con un blu di fuoco freddo e scomparivano con la stessa rapidità con cui arrivavano, spaventando a morte gli uomini. Gli alberi, illuminati dai lampi di una luce fredda, sembravano degli esseri viventi, che si estendevano attorno agli uomini cui proseguivano per uscire fuori dalla prigionia delle tenebre, le loro nodose braccia lunghe, intrecciandole in una fitta rete nel cercare di fermare questi uomini. Dal buio dei rami seguiva i passi dei viandanti un qualcosa di terribile, oscuro e raggelante. Il cammino fu molto duro e gli uomini, stanchi e spossati da esso, si persero d’animo. Però si vergognarono ad ammettere la propria impotenza, per cui riversarono la loro l’ira e la collera su Danko, l’uomo sempre davanti a guidarli. Si misero a rimproverargli l’incapacità di gestire le loro azioni, - è così!..

Si fermarono, e al rumore trionfante della foresta, in mezzo all'oscurità tremante, stanchi e arrabbiati, si misero a processare Danko.

Tu, - dissero - sei un uomo da nulla! Non hai fatto altro che procurarci dei danni! Ti sei messo a guidarci e non hai fatto altro che sfinirci di stanchezza! Per questo tu dovrai morire!

- Voi mi avete detto: "Guidaci!" e io l’ho fatto! - gridò Danko, mettendosi di petto contro loro. - Ho il coraggio a guidarvi, è per questo che l’ho fatto! E voi? Che cosa avete fatto voi per aiutare se stessi? Voi non avete saputo risparmiare le energie e le forze per una strada più lunga! Non avete fatto altro che camminare e camminare come un gregge di pecore!

Ma queste parole li fecero infuriare molto di più ancora.

- Tu morirai! Tu morirai! - ruggirono loro.

La foresta risuonava e risuonava, riecheggiando delle loro urla, e i fulmini squarciavano il buio in mille pezzi. Danko guardava quelli per i quali si era assunto la briga e vedeva che essi erano diventati come degli animali inferociti. Molti uomini lo circondavano, ma lui non riusciva a scorgere nei loro volti un solo segno di nobiltà, non si poteva attendere da loro alcuna pietà. Il cuore di lui s’infiammò d’ira per lo sdegno, ma, per la compassione verso questi uomini, si spense. Egli amava questi uomini, e pensò che, probabilmente, tutti loro periranno. Il suo cuore si accese del desiderio di salvarli, di guidarli sulla strada piena di luce, e così che nei suoi occhi brillarono dei raggi di un fuoco poderoso... Gli uomini, nel vedere questo, credettero che ciò provenisse dall’ira, e che per l’ira i suoi occhi si erano infiammati di tanta luce, perciò si misero in allerta, come i lupi, credendo che si sarebbe messo a combattere con loro, e cominciarono a circondarlo, per facilitarne la cattura e uccidere Danko. Lui comprese il loro pensiero, per cui ancor più ardentemente s’infiammò il suo cuore, in quanto il loro pensiero ne suscitarono un grande rammarico e sofferenza.

La foresta continuava coll’oscuro canto cupo, rombavano i tuoni e la pioggia era battente...

- Cosa farò io per gli uomini?! - gridò Danko, coprendo con la voce i tuoni.

All’improvviso si squarciò con le mani il petto, si strappò dal petto il cuore e lo sollevò in alto sopra la testa.

Il cuore ardeva di un fuoco tanto luminoso, quanto il sole, persino più luminosamente del sole, e tutta la foresta divenne silenziosa, illuminata da questa torcia del grande amore verso gli uomini, e l'oscurità si arrese a questa luce, si diffuse, e lì, nella profondità della foresta, tremante, cadde nella bocca marcia della palude. Gli uomini, stupefatti, si fermarono come impietriti.

- Andiamo! - gridò Danko e si precipitò in avanti, tenendo alto il cuore ardente e illuminando la strada agli uomini.

 

Loro si precipitarono per seguirlo, incantati. La foresta riprese a rumoreggiare, scuotendo le proprie cime dalla sorpresa, ma il suo rumore fu attutito dal battito dei piedi del correre degli uomini. Tutti correvano velocemente e arditamente, rapiti e trascinati dal meraviglioso splendore di un cuore ardente. Anche ora alcuni perivano, ma senza lamenti e pianti. Mentre Danko era sempre avanti, e il suo cuore continuava ad ardere e ardere di viva fiamma!

Tutto ad un tratto la foresta si divise davanti a lui, si divise e rimase indietro, fitta e silenziosa, e Danko e tutti gli uomini si sono immersi in un mare di luce solare e l’aria fresca, lavata dalla pioggia. La tempesta era rimasta, lì, dietro a loro, sopra la foresta, e qui splendeva il sole, respirava la steppa, l’erba brillava coi diamanti della pioggia e scintillava d’oro un fiume... Era già sera, per i raggi del tramonto il fiume sembrava rosso come il sangue che al caldo flusso sgorgava dal petto squarciato di Danko.

 

Gettò uno sguardo sulla distesa di steppa il fiero, prode Danko, - gettò uno sguardo gioioso su terreni liberi e rise orgogliosamente -, poi cadde e mori.

Gli uomini,  invece, felici e pieni di speranza, non si accorsero della sua morte e non videro che vicino al cadavere di Danko ardeva ancora il suo coraggioso cuore. Solo un uomo cauto se ne accorse, e, come se avesse una paura di qualcosa, calpestò il cuore orgoglioso col piede... Ed ecco che esso, disperso in mille scintille, si spense ...

- Ecco da dove arrivano le scintille azzurre della steppa che appaiono prima della tempesta!

Ora che la vecchia aveva finito di raccontare la sua bella favola, la steppa divenne terribilmente silenziosa, come se fosse rimasta colpita dalla forza e del coraggio di Danko, il cui cuore arse per gli uomini e che morì senza chiedere mai nulla per se stesso come ricompensa. La vecchia sonnecchiava. La guardai e pensai: "Chissà quante altre favole e ricordi rimangono nella sua memoria!”. Pensai anche al grande cuore ardente di Danko e alla fantasia umana che creò moltissime, bellissime e persuasive leggende.

Arrivò una folata di vento e scoprì da sotto i cenci il seno rinsecchito della vecchia Izerghil’, che si addormentava sempre più profondamente. Feci in modo di coprire il suo vecchio corpo e mi distesi per terra vicino a lei. La steppa fu silenziosa e buia. Nel cielo strisciavano e strisciavano le nuvole, lentamente, monotonamente...

Lo sciabordio del mare arrivava sordo e malinconico.

 

 

La leggenda del cuore ardente

Легенда о пламенном сердце

http://www.youtube.com/watch?v=uRIQak4q2Ns

 

Un film a cartoni animati (1967), basato sul racconto di Maksim Gor'kij: "La vecchia Izerghil'" - di fiero Danko che diede agli uomini il proprio cuore ardente.