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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 36 (28 aprile 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Sabato 28 Aprile 2012 12:09

Valutazione farsa per declassare le Università

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" del 28 aprile 2012

 

Il dibattito sulla valutazione della ricerca scientifica in Italia è estremamente rilevante ed è da salutare con favore il fatto che Quotidiano abbia ospitato interessanti interventi sul tema. Si rende, così, di pubblico dominio ciò che fino a qualche mese fa era oggetto di discussione solo nell’ambito della comunità dei professori universitari, e che riguarda i numerosi studenti dell’Università del Salento e le loro famiglie. L’oggetto del contendere è il primo effettivo esercizio di valutazione del sistema universitario nazionale. L’esercizio – denominato VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) - è affidato all’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR) ed è finalizzato a fornire una valutazione di ciò che i Dipartimenti universitari hanno prodotto nel periodo 2004-2010. I risultati saranno utilizzati per effettuare una ripartizione dei fondi pubblici finalizzata a premiare le Università nelle quali lavorano i docenti più ‘meritevoli’. E’ agevole intuire che non si tratta di una questione che riguarda esclusivamente gli accademici, poiché disporre di maggiori finanziamenti significa poter offrire agli studenti maggiori e migliori strutture, e maggiore quantità e migliore qualità della offerta didattica.

Occorre chiarire preliminarmente che il sistema universitario italiano nel suo complesso è già stato oggetto di valutazione, da parte, in particolare, del CNRS francese e dell’ARWU (l’Academic Ranking of World Universities). Stando a queste valutazioni, risulta, nel primo caso, che la ricerca scientifica italiana è, per quantità e qualità, collocata al quarto posto in Europa e all’ottavo posto nel mondo: nel secondo caso, si certifica che le Università italiane, nel loro complesso, sono collocate al dodicesimo posto su scala globale. Ciò a fronte del fatto che, come rilevato dall’OCSE, la spesa pubblica e privata per la ricerca scientifica si è assestata, in Italia, prima delle massicce decurtazioni operate dal Ministro Gelmini, a meno dello 0,9% del PIL contro una media dell’1,5% dei principali Paesi industrializzati. Dunque, a dispetto di quanto si è voluto far credere prima dell’approvazione della cosiddetta riforma Gelmini, i ricercatori italiani non sono affatto improduttivi. Anzi, almeno in alcuni ambiti disciplinari, le Università italiane sono fra le più produttive e qualificate in Europa.

Appare poi alquanto singolare il fatto che il Governo italiano riduca i fondi per la ricerca e, al tempo stesso, ne destini un ammontare stimato a circa 300 milioni di euro per valutare la stessa. Tale, infatti, sembra essere il costo di funzionamento dell’ANVUR. Il condizionale è qui doveroso dal momento che si tratta di una stima non ufficiale (su fonte ROARS), e tuttavia sufficientemente attendibile se si considera che saranno oggetto di valutazione 108.000 “prodotti della ricerca”, 1.700 strutture, 64000 ricercatori. Non vi è dubbio che si tratta di un’impresa titanica, che, peraltro, per impulso del Governo, va fatta in tempi molto rapidi e, dunque, con inevitabili (e rilevanti) errori o imprecisioni nella scelta dei criteri di valutazione. Per dar conto delle criticità del modello di valutazione, si può considerare che le strutture di ricerca saranno valutate oggi secondo criteri e parametri che l’ANVUR stabilisce oggi, ma che verranno utilizzati per dare punteggi a ciò che si è fatto nel periodo 2004-2010, quando questi criteri e parametri erano del tutto ignoti ai ricercatori. E per dar conto dell’enorme difficoltà dell’impresa, può essere sufficiente ricordare un’analoga esperienza fatta in Australia, dove, dopo circa cinque anni di sperimentazione di modelli di valutazione, si è stabilita l’impossibilità di strutturare un modello di valutazione sufficientemente ‘oggettivo’ e ampiamente condiviso dalle Associazioni Scientifiche.

Le imprecisioni del modello ANVUR contribuiscono a generare un atteggiamento di diffusa ostilità nei confronti dell’operazione che si sta compiendo. Pressoché tutti i documenti redatti dalle Associazioni scientifiche che lo criticano premettono che è opportuno che la ricerca sia valutata, salvo poi rilevare le criticità del modo in cui si valuta. Va, tuttavia, osservato che il dibattito rischia di avvitarsi su sé stesso, dal momento che non esiste alcun criterio scientifico per fornire una valutazione oggettiva di un articolo scientifico. Ciò discende da una considerazione più generale che attiene al fatto che non esiste nessuna metodologia che consenta di quantificare il “merito”. A ciò si può aggiungere che qualunque attività di valutazione è distorsiva nel senso che orienta l’attività di ricerca e, in tal senso, è per sua stessa natura (e indipendentemente dai criteri adottati), non pluralistica. Da questo punto di vista, non sorprende il fatto che alcuni commentatori abbiano rilevato che la VQR soggiace a una logica puramente politica, finalizzata a relegare in secondo piano le “voci critiche”. Il che vale maggiormente per alcuni settori della ricerca - prevalentemente in ambito umanistico e nell’ambito delle scienze sociali - e meno in altri (i settori delle cosiddette scienze ‘dure’: matematica, fisica, ingegneria), nei quali i criteri ANVUR sono convenzionalmente già utilizzati. Ma, va da sé, il fatto che siano utilizzati su basi convenzionali, non li rende automaticamente esenti da critiche.

Al di là degli aspetti tecnici della questione, occorre chiedersi se, ad oggi, l’Università italiana ha davvero bisogno di essere valutata, ovvero se è questa la priorità. La domanda potrebbe apparire stravagante, soprattutto se calata in un contesto nel quale l’impellenza di valutare è diffusamente avvertita come cruciale. Eppure è una domanda che appare rilevante dal momento che il sistema della ricerca italiano, nel suo complesso, è già valutato positivamente in sede internazionale; dal momento che il dibattito sulle politiche formative in Italia è interamente declinato sul tema della valutazione; dal momento che l’ANVUR costa; dal momento che, anche per effetto dell’attesa dei pareri ANVUR su alcuni decreti attuativi della “riforma” Gelmini e del conseguente blocco del reclutamento, l’Istituzione è in completa paralisi. Sarebbe stato più che sufficiente, oltre che molto utile, “limitarsi” alla identificazione di zone di completa inefficienza, calcolando la sola produttività dei ricercatori (intesa come numero di pubblicazioni in rapporto agli anni di servizio), e affinando, con maggior tempo a disposizione, i criteri di valutazione del merito, in necessaria condivisione con le Associazioni Scientifiche. I ritmi serratissimi che l’ANVUR si è data (circa 40 pareri e documenti redatti in meno di un anno) lasciano pensare che, per chi oggi guida le politiche formative in Italia (Confindustria e Bocconi in primis), è di massima urgenza “americanizzare” il sistema, andando rapidamente alla certificazione di Università di serie A e di serie B, con queste ultime ulteriormente sottofinanziate. Sembra, dunque, che al fondo dei tecnicismi dell’ANVUR, e dietro la retorica della valutazione, si gioca una partita di portata molto ampia, che riguarda l’appropriazione di finanziamenti, e l’accreditamento in serie A delle sedi nelle quali lavorano, da parte di “cordate” di docenti universitari con elevato potere economico e politico. Non si tratta di una mera congettura: il responsabile della VQR, Sergio Benedetto, in un’intervista rilasciata a Repubblica il 4 febbraio scorso, ha dichiarato: “Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta”. Il fatto che ciò vada oltre i compiti istituzionalmente assegnati all’ANVUR poco conta. Dopo tutto, in nome dell’emergenza anche il rispetto della normativa vigente può passare in secondo piano.

 

 


 


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