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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 37 (1° maggio 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Martedì 01 Maggio 2012 08:40

Il cortocircuito banche-crescita

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 1° maggio 2012]


Circa il 51% delle micro imprese italiane che si sono rivolte ad una banca negli ultimi tre mesi ha denunciato un aumento delle difficoltà di accesso al credito, sia per quanto attiene alla mancata erogazione, sia per quanto attiene agli (elevati) interessi applicati sui finanziamenti. E’ quanto emerge da un’indagine della CGIA di Mestre. E’ interessante rilevare che, stando a questa stessa indagine, le piccole imprese che hanno denunciato maggiori difficoltà sono localizzate nel Nord-Est. Ciò smentisce, almeno parzialmente, il convincimento diffuso secondo il quale il razionamento del credito deriva dall’elevato rischio connesso all’erogazione di finanziamenti, a sua volta imputabile al contesto socio-economico nel quale opera l’impresa e, segnatamente, alla presenza di criminalità organizzata. Questa convinzione porta a ritenere che, contrariamente all’evidenza, sono le imprese meridionali – in quanto localizzate in aree con elevata presenza di criminalità organizzata - a scontare tassi di interesse più alti e/o a vedersi ridotti i finanziamenti bancari. Su questo punto occorre porre due precisazioni. In primo luogo, come diffusamente attestato, la criminalità organizzata – purtroppo – è ormai un fenomeno nazionale, e non vi è dubbio sul fatto che la sua esistenza contribuisca a disincentivare l’erogazione di credito dal momento che accresce la rischiosità degli investimenti. In secondo luogo, la restrizione del credito è essenzialmente causata dalle piccole dimensioni aziendali, dal momento che imprese di piccole dimensioni sono (almeno presuntivamente) più facilmente soggette a fallimento, così come, per converso, le grandi imprese vengono ritenute “troppo grandi per fallire”.

La restrizione del credito è uno dei principali fattori che contribuisce ad accentuare l’intensità della crisi, per le seguenti ragioni.

1) In primo luogo, la restrizione del credito si manifesta sotto forma di maggiore difficoltà nell’erogazione di mutui. E’ vero, da un lato, che la “prima crisi” (2007-2008) è stata precisamente generata dalla bolla immobiliare derivante dall’erogazione di credito al consumo anche a individui privi di garanzie reali e, tuttavia, occorre riconoscere innanzitutto che ciò è accaduto negli Stati Uniti e solo in minima parte in Italia e che, soprattutto, nelle condizioni attuali, la contrazione del credito al consumo frena la crescita della domanda interna, agendo soprattutto sul settore immobiliare e contribuendo a determinare caduta dell’occupazione e fallimenti di imprese in quel settore e nel suo ampio indotto.

2) In secondo luogo, la stretta sui finanziamenti alle imprese rischia di generare i medesimi effetti (fallimento di imprese e aumento del tasso di disoccupazione) soprattutto in un’economia – quella italiana – nella quale è prevalente la presenza di imprese di piccole o piccolissime dimensioni. A seguire, ciò può rendere possibile o incentiva (come, peraltro, già sta accadendo)  fenomeni di acquisizione da parte di imprese di più grandi dimensioni, di norma collocate nelle aree centrali dello sviluppo capitalistico. Vi è qui un duplice problema. Da un lato, vi è il problema della conservazione – se non del potenziamento – della nostra struttura produttiva: problema che origina dalla sostanziale assenza di politiche industriali, che data almeno nell’ultimo ventennio, volte al rafforzamento delle imprese italiane, alla loro crescita dimensionale, alla loro propensione all’innovazione e alla loro collocazione competitiva nei mercati internazionali. Dall’altro, va rilevato che i fenomeni di acquisizione accrescono il potere di monopolio delle imprese di grandi dimensioni, che possono utilizzarlo (e, di norma, lo fanno) per ottenere profitti non mediante l’aumento della produzione, ma mediante l’aumento dei prezzi. Da ciò segue la compressione del potere d’acquisto delle famiglie.

Occorre riconoscere che la riduzione dei finanziamenti da parte delle banche ha un suo fondamento di razionalità. Il fondamento di razionalità, almeno nel caso italiano, si rileva nel fatto che al ridursi dei profitti delle nostre imprese, si riducono le garanzie che queste possono offrire ai loro creditori e, di conseguenza, l’accesso al credito non può che diventare sempre più difficile o sempre più oneroso. Né, nelle condizioni attuali, si può ragionevolmente ritenere che gli investimenti siano finanziabili attraverso altri canali, ovvero mediante il ricorso ai mercati finanziari e/o all’autofinanziamento. Il primo canale è di fatto marginale in quanto accessibile solo alle poche imprese quotate in Borsa, in una condizione nella quale la gran parte delle imprese italiane, in particolare le imprese meridionali e le imprese di piccole dimensioni, non possono o non sono in condizione di emettere titoli e di renderne conveniente l’acquisto. In secondo luogo, un’economia – quella italiana – popolata da imprese di piccole dimensioni è un’economia che è strutturalmente dipendente dalle dinamiche del mercato del credito, dal momento che, ottenendo bassi profitti, le nostre imprese non possono che attingere a pochi fondi interni così da generare – in assenza di flussi di liquidità addizionali – aumenti irrilevanti di investimenti. Da questo punto di vista, non sembrano efficaci gli interventi ‘punitivi’ che il Governo ha cercato di mettere a punto contro il sistema bancario, provocando le dimissioni in massa dei vertici dell’ABI. Sarebbero più efficaci, almeno in un’ottica di medio-lungo periodo, e per l’obiettivo di ripristinare le condizioni per la ripresa della crescita economica in Italia, politiche industriali che consentano alle imprese italiane – e maggior ragione a quelle meridionali - di fuoriuscire dalla gabbia del loro nanismo.


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