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Otto poesie (I) PDF Stampa E-mail
Poesia
Mercoledì 06 Giugno 2012 07:54

[Per gentile concessione dell'autore, pubblichiamo otto poesie di Antonio Prete, tratte dalla recente raccolta dal titolo Se la pietra fiorisce, Donzelli, 2012]


Dissonanza

 

Disloca il punto d’osservazione,

porta il pensiero fino all’orlo di una nuvola,

e ancora più oltre, di là dal cerchio lunare :

vedrai allora, in quelle lontananze,

che niente della terra è cancellato.

Il grido della ferita è disarmonia

delle ellissi. L’ offesa all’animale

è imperfezione nel cielo.

Per ogni pena terrestre, lentamente,

si  scompone la geometria delle costellazioni.

 

L’indifferenza degli astri è soltanto

l’apparente fulgore dell’eterno.

 

 

 

 

 

Privazione, con figura

 

E questa che è figura d’ombra, colma

della sua assenza, questo vuoto segno

che, privo d’anni, privo di pensieri,

mostra una vita che è meno di niente,

una vita che pare trasparente,

e ha un volto ch’è soltanto d’aria e vento,

cenere d’ogni desiderio spento,

questo corpo di mancanza che è assillo

nella stanza del tuo rammemorare,

inesistenza che ascolta il respiro

quieto dell’erba e delle pietre, questa

mancata specie, che serba il profumo

di quel che non accade, t’appartiene

certo, come la stella alla finestra,

come appartiene la ferita a questa

materia d’ombra con lampi, che è vita.

 

 

 

 

 

Cade tempo dal cielo

 

Il cane fiuta l’effluvio delle zolle

che annuncia la sera.

Sull’onda rosagrigia delle crete

filari d’alberi scuri risalgono

verso i poggi. Dall’orizzonte dilagando

si versa sulle ultime colline

il giallo del tramonto.

 

Cade tempo dal cielo,

muore silenzioso nel fogliame.

 

Stanno,  animali e uomini, nel cuore

dell’ addio, nel suo battito che è in accordo

col soffio delle piante,

mentre la terra  cerca il sonno,

e la prima stella trapunge sovrana

il mantello della lontananza.

 

 

 

 

 

Rosa dell’infinito

 

Un fagiano, l’ improvviso sfrascare,

il volo verso la linea dei lecci.

Quale nodo o legge lo accorda

al vortice infiammato di un astro

che deflagra e s’inabissa?

 

Che cosa unisce, nell’ombra della sera,

il passo del ragazzo all’urlo dell’onda

sulla scogliera, al sonno del cane sul viale,

all’impeto del vento nel faggeto?

 

Dall’origine gettati nel mondo,

siamo respiro del tempo, diceva,

del suo transito verso l’oltretempo,

mentre si sfoglia e profuma la rosa

dell’infinito, e vola senza posa.

 

 

 

 

 

Mediterraneo

 

El mar se volvía a cerrar sobre ellos

(R. Zurita, Los países muertos)

 

 

Urlando si richiude  sopra i corpi

il bagliore della schiuma.

 

Il desiderio, un sibilo di vento,

il nome, un grido perso sopra le acque.

Il gommone squassato, il suo singulto :

scherno atroce dell’ azzardo.

 

La follia del blu mescolata al gelo

dei superstiti, negli occhi l’insulto

dell’ultima stella,

desaparecidos,

virtute e conoscenza

inghiottite nel gorgo.

 

Il rumore del mare

è il compianto dei sommersi.

 

 

Crociere di stormi,  nel cielo dell’alba,

migrano verso l’isola. Sulla costa

il sole già fruga nel bianco delle case.

Laggiù, l’aria è tersa.

 

 

 

 

Nelle Crete

L’onda di terra e di pensosa dolcezza

che dalla città di pietra e di gridati

vessilli s’allontana verso  balze

di castagni, verso sperduti torrioni,

sventagliandosi in poggi e in sentieri,

ha venti che la carezzano nei solchi

e brividi di giallo che annunciano

la sera, con  la fiorita di stelle

che la sovrasterà.

 

Eppure in quel vuoto d’alberi,

in quella persa allegria di fogliame,

l’orlo dell’estremo niente

si mostra con un tepore

di appartenenza, con un arido guizzo

di prossimità alla sapienza delle ombre,

al loro  dialogo assiduo con la luce.

 

 

Si può avvertire, qui, il suono

della lontananza che lambisce la quiete,

perché  la terra è parte del cielo.

E il silenzio incatena l’arabesco

astrale al volo rapido del fagiano

che cerca il cespuglio,

al tonfo del ranocchio nello stagno,

al filare di cipressi che si adagia

sulla curva e lentamente affonda nel nero.

 

 

 

 

Parvenze

 

Paiono venature di una foglia

oppure veli di nuvole in fuga

quelle che furono figure di un amore,

mentre gli inverni lavavano le strade

e il lento crepitio delle domeniche

incendiava i calendari.

 

Corpi leggeri, ora hanno il passo dolce

delle parvenze che dileguando

mandano un loro profumo :

in quell’ essenza fluttuante traluce,

insieme, il fiore della vita

e la sua immedicabile ferita.

 

Ma è davvero incenerita quella che fu

febbre di abbracci, ebbrezza di calda

prossimità?

Forse volteggia ancora,

invisibile stilla,

là dove nuovi amori aprono i petali,

forse è infinitesima favilla

di quell’ardore che muove in mezzo agli astri

questa sperduta terra.

 

 

 

 

 

Elevazione

 

Dal cuore scuro del carrubo

muovono rami leggeri

che arabescano il cielo.

 

In questa dispiegata luce,

che è oblio di stelle,

volano vuoti i pensieri.

Il rovo della vita non ha spine.

 

In alto a cerchi un falco

traccia lento l’ordito

che è riva dell’infinito.

 

 


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