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Programma febbraio 2021
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Home Saggi e Prose Letteratura Le misteriose ragioni della voglia di scrivere - (7 luglio 2012)
Le misteriose ragioni della voglia di scrivere - (7 luglio 2012) PDF Stampa E-mail
Letteratura
Domenica 08 Luglio 2012 16:39

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 7 luglio 2012]

 

Dice Antonio Pennacchi che da quando ha vinto lo Strega con “Canale Mussolini” non riesce a scrivere più. Il successo lo ha frastornato, bloccato.

Poi ci sono scrittori che invece confezionano prodotti soltanto per vincere qualcosa, piegano la scrittura al trend, alle esigenze del mercato, spesso riscaldano una minestra avanzata, vendono libri come saponette, patrocinati da potenze editoriali che stringono d’assedio le librerie.

Scritture di stagione, di cui nessuno si ricorda appena finita la stagione. Per scrivere Horcynus Orca, Stefano D’Arrigo ci ha messo vent’anni: una stesura nella seconda metà degli anni Cinquanta, un lavorio di correzioni e varianti  per tutti gli anni Sessanta, la pubblicazione nella metà degli anni Settanta.

Un capolavoro che non passerà mai di moda, perché non è mai stato di moda.

Vincenzo Consolo si dannava per settimane alla ricerca di una parola: perché doveva essere esattamente quella e non un'altra, non poteva essere un’altra, perché il pensiero, il suono, il ritmo pretendevano quella parola, insostituibile, assoluta. Consolo ha sempre avuto pochi lettori, eppure è tra i più grandi scrittori che il Novecento ha generato.

Di Joyce è proverbiale la lentezza nella scrittura. Si racconta che un amico, capitato un pomeriggio in casa sua, lo abbia trovato in stato di totale abbandono, con la testa riversa sul tavolino. Allora l’amico gli domanda cos’abbia. Lui gli risponde che aveva scritto sei parole. Allora l’amico gli dice: ma come? Per te sei parole sono un record. E James: sì, ma non so in che ordine vanno.

Che cosa siano i libri di Joyce, è assolutamente inutile dirlo.

Invece, di questi tempi, sempre più frequentemente s’incontrano best sellers scritti con una sciatteria da far spavento. Provocano l’immediato pentimento per la spesa (che non è neanche poca). Nonostante, con molta probabilità, siano stati sottoposti ad una terapia intensiva di editing.

Ci sono forse innumerevoli ragioni per le quali si scrive, si dipinge, o si gioca a pallone, si vola a 300 all’ora su un’auto da corsa, si scalano montagne, si indagano fondali. Ciascuno ha il diritto di fare quello che vuole, per la propria ragione e a suo modo.

Ma c’è una cosa, probabilmente, che costituisce la radice profonda di quello che fa, senza la quale tutto diventa terribilmente banale. Questa cosa si chiama passione. A proposito della scrittura, più o meno un anno fa ho letto un saggio di Duccio Demetrio intitolato “Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione”. Anche lo scrittore di professione, dice Demetrio, ritorna sempre ad una naturale condizione amatoriale, incerta ed eccitante, inquieta e disponibile a lasciarsi stupire dalla vita, dalle persone, dai fatti, dal dubbio, dall’ignoto. Nessuno potrà mai essere uno scrittore autentico, se avrà cessato di dare ascolto ai propri tormenti interiori, se di tanto in tanto non si ripassa quella frase di  Simenon: “Scrivere non è una professione ma una vocazione all’infelicità. Non credo che un artista possa mai essere felice”.

Certo, si potrebbe anche rovesciare questa posizione e dire che la scrittura può essere una vocazione alla felicità, che si scrive per corteggiare l‘illusione di essere felici. Ma come che sia, di sicuro c’è che felicità o infelicità non dipendono dal successo, ma da quello che accade dentro. Aveva ragione Einstein quando diceva che non è importante il successo ma il valore.


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