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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 46-47 - (14 luglio 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Sabato 14 Luglio 2012 07:44

I falsi tecnicismi della Spending review (II)

 

[“Il Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 14 luglio 2012]

 

“Spreco” è forse il termine più ricorrente nel dibattito politico italiano degli ultimi anni, eppure il suo esatto significato è piuttosto oscuro. Non si tratta, in questo caso, di avventurarsi in una disquisizione linguistica, ma di interrogarsi sugli effetti che l’uso di questo termine ha sulle principali scelte di politica economica. Il recente provvedimento sulla c.d. spending review (revisione di spesa) intende legittimarsi precisamente intorno a questa parola d’ordine, dato l’assunto (tutto da dimostrare) che tutto ciò che è pubblico è fonte di spreco, inefficienza, corruzione. La chiusura di ospedali, il licenziamento di funzionari pubblici, la decurtazione di fondi per la ricerca, la soppressione o l’accorpamento di Enti considerati inutili, la riduzione del numero di Province asseconda appunto il progetto dichiarato di riduzione degli sprechi. Il fine dichiarato è rendere la pubblica amministrazione più efficiente: il risultato consiste nell’ulteriore drammatica manovra di contrazione della spesa pubblica, con inevitabile aumento della disoccupazione e minore quantità (e qualità) di beni e servizi offerti dallo Stato, ovvero riduzione del potere d’acquisto delle famiglie.  Si calcola che le misure adottate generano un effetto di decurtazione della spesa pari a 4,5 miliardi di euro per 2012, 10,5 miliardi per il 2013 e 11 miliardi per il 2014, con particolare riguardo ai tagli dei servizi sanitari (circa 13 miliardi di euro). Il tutto senza ridurre l’aumento dell’IVA, che verrà posticipato e che ammonterà a circa 4 miliardi di euro, in una condizione nella quale – in assenza di queste misure – il tasso di crescita previsto per il 2013 era di segno negativo, nell’ordine del meno 2-2.5%. Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, ha definito questa manovra macelleria sociale. Difficile dargli torto.

Va rilevato che il provvedimento di revisione di spesa parte da un assunto falso, ovvero che, nell’ultimo trentennio, la spesa pubblica in Italia sia sempre aumentata. Su fonte Banca d’Italia, si rileva, per contro, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7% al 50,8% del PIL nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul PIL, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al PIL sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su PIL, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania.

Il documento ministeriale imputa l’aumento della spesa pubblica nell’ultimo trentennio unicamente a una sua gestione inefficiente (p.e. la duplicazione delle funzioni a livello centrale e locale). Anche in questo caso, ci si trova di fronte a una tesi opinabile, per due ragioni.

1. Senza negare che sprechi e inefficienze ci sono (e ci sono stati) nella gestione della cosa pubblica, occorre considerare che l’aumento della spesa pubblica, nel periodo considerato dal documento ministeriale, è stato essenzialmente finalizzato all’ampliamento delle funzioni dello Stato sociale (come del resto è accaduto nella gran parte dei Paesi OCSE, in quel periodo) che, a sua volta, si è reso necessario per venire incontro alla crescente domanda di giustizia distributiva in una fase storica caratterizzata da un elevato potere contrattuale dei lavoratori e delle loro rappresentanze nell’arena politica. Appare, dunque, a dir poco riduttivo ritenere – come fa il Governo – che la spesa pubblica è aumentata perché è stata gestita male.

2. Non è chiaro perché la revisione di spesa venga effettuata a partire dall’andamento dei valori assoluti della spesa pubblica. L’andamento del valore assoluto della spesa pubblica non tiene conto delle variazioni del tasso di inflazione, così che non si hanno informazioni relative al suo andamento in termini reali. In ogni caso, anche assumendo l’ipotesi governativa, si rileva – su fonte Bundesbank – che, con la sola eccezione del 2004 e del 2011, la spesa pubblica in valore assoluto in Germania è costantemente aumentata. Può essere sufficiente rilevare che, nel triennio 2008-2010, la spesa pubblica in Germania è aumentata, nel 2008, del 3,16%, del 4,66% nel 2009 e del 3,8% nel 2010, e ben oltre il tasso d’inflazione, quindi anche in termini reali. L’aumento è imputabile essenzialmente alla crescita degli investimenti pubblici, dei salari dei dipendenti pubblici e della spesa per il pagamento degli ammortizzatori sociali.

La propaganda governativa fa gioco sullo stato di emergenza e, in larga misura, lo crea, diffondendo il timore di attacchi speculativi determinati da un eccessivo debito pubblico e il conseguente possibile fallimento dello Stato italiano. Occorre preliminarmente rilevare che un elevato debito pubblico non costituisce in sé un problema, se è data alla banca Centrale la possibilità di acquistare titoli di Stato non acquistati da privati. In altri termini, la teoria economica, ad oggi, non è in grado di stabilire il limite di sostenibilità del debito pubblico, se non rinviandolo a fattori extra-economici che, per loro natura, attengono alla sfera delle decisioni politiche. Non si spiegherebbe diversamente per quale ragione, a titolo esemplificativo, l’economia giapponese non ha un problema di eccesso di debito pubblico con un rapporto debito/PIL che supera il 220% (a fronte del 120% italiano).

E’ stato ampiamente sperimentato che le politiche di austerità (riduzioni della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale) sono del tutto inefficaci per l’obiettivo che si propongono, dal momento che, riducendo l’occupazione e la base imponibile, aumentano semmai il rapporto debito/PIL (passato dal 107% del 2007 a oltre il 120% di oggi). A fronte di questo scenario, il prof. Monti, in polemica con il Presidente di Confindustria, ritiene che sono le critiche all’operato del suo Governo a influenzare o determinare l’andamento del differenziale dei tassi di interesse fra titoli italiani e bund tedeschi. Si tratta di una tesi piuttosto sorprendente, soprattutto per le implicazioni profondamente illiberali che ne deriverebbero. Se il Presidente del Consiglio la ritiene vera, dovrebbe, per conseguenza, limitare (o abolire, o anche solo sospendere) il diritto di critica. Sarebbe un ulteriore sacrificio necessario per mettere i conti pubblici ‘in ordine’? Lo stesso prof. Monti, in precedenti dichiarazioni, ha dato risposta: la “credibilità” internazionale del Governo dipenderebbe, per contro, proprio dalla sua impopolarità (tesi esattamente contraria a quella utilizzata in polemica con il Presidente di Confindustria). E’ chiedere troppo al Presidente del Consiglio di chiarire ai cittadini italiani cosa esattamente pensa a riguardo, soprattutto per far capire loro per quale reale ragione devono fare sacrifici?

 

L’UNIVERSITA’ ITALIANA AI TEMPI DELLA SPENDING REVIEW


[in MicroMega online del 14 luglio 2012]

 

Fatti salvi possibili interventi correttivi, peraltro tempestivamente sollecitati dal Consiglio Universitario Nazionale, la “spending review” inciderà sull’Università pubblica su due aspetti: il blocco del reclutamento e l’aumento delle contribuzioni studentesche. Per quanto riguarda il primo aspetto, si dispone che – senza ridurre ulteriormente i finanziamenti alle Università pubbliche – le Università potranno utilizzare le risorse delle quali dispongono come meglio credono tranne che per nuove assunzioni (http://www.roars.it/online/?p=9839#more-9839). Per quanto riguarda il secondo aspetto, si abolisce il vincolo del 20% del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) come limite alla tassazione degli studenti.

Si tratta di due provvedimenti che si inseriscono coerentemente lungo la linea della “cura dimagrante” imposta all’Università pubblica a seguito delle massicce decurtazioni di fondi che hanno accompagnato la c.d. riforma Gelmini. La domanda che occorre porsi è dunque: perché da almeno quattro anni il sistema formativo e della ricerca è considerato un inutile aggravio per le finanze pubbliche?  Si osservi che non è possibile rispondere appellandosi alla (presunta) necessità di mettere in atto politiche di austerità, dal momento che la decurtazione di fondi imposta alle Università pubbliche è iniziata ben prima dell’attuazione di queste ultime.

Si può partire da una constatazione. La ‘riforma Gelmini’, di fatto, è stata costruita intorno a due criteri, in larga misura ereditati dalle precedenti (ma più modeste) riforme: formazione e ricerca devono avere un riscontro di breve periodo e soprattutto devono rispondere a una logica, per così dire, di mercato, stando alla quale ciò che conta è che il sistema formativo produca laureati immediatamente occupabili. A ciò si è aggiunta una massiccia campagna mediatica di delegittimazione dell’Istituzione, che ha contribuito a legittimare una rilevantissima decurtazione di fondi. Su queste basi, diviene razionale ridurre il finanziamento della ricerca scientifica, dal momento che, per assunto, questa è gestita secondo criteri baronali (e, dunque, non meritocratici), così come diviene  irrazionale spendere più denaro pubblico per potenziare l’offerta didattica, dal momento che l’Università italiana produce laureati che, nella gran parte dei casi, non servono alle imprese.

Mentre la prima argomentazione è tutta da dimostrare (e può essere vera per singoli casi), la seconda argomentazione corrisponde al vero. Su fonte Almalaurea, si registra che dal 2004 al 2010 la percentuale di lavoratori con alto livello di istruzione assunti dalle imprese italiane si è costantemente ridotta, in controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi dell’eurozona. Si osservi che questo fenomeno non è imputabile alla crisi in corso ed è, dunque, da ritenersi strutturale. A ciò si può aggiungere il drastico calo delle immatricolazioni nelle Università italiane e l’elevato numero di abbandoni: fenomeni evidentemente motivati dal fatto che molti giovani italiani hanno imparato che studiare non conviene. Alcuni dati possono dar conto dell’entità del fenomeno: il CNVSU - Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario - ha evidenziato che, nell’anno accademico 2010-2011, si sono immatricolati in Università italiane meno di 6 individui su 10 giovani diplomati. Nel Rapporto OCSE 2010 (“Education at a Glance”) si legge che il numero degli studenti universitari che conclude il percorso di studi si aggira attorno al 30%. Si osservi che ciò accade in un contesto nel quale è già modesto il numero di immatricolati e di laureati. L’Eurostat rileva che, a riguardo, l’Italia è ben al di sotto della media europea: nel 2011 la percentuale di laureati sul totale della forza-lavoro in età compresa fra i 30 e i 34 anni in Italia si è attestato, in Italia, al 20,3%, a fronte di una media europea del 34,6%, con Paesi che superano il 40% (Gran Bretagna, Francia e Spagna). Si può poi ricordare che la Commissione Europea raccomanda a tutti i Paesi membri l’adozione di misure che agevolino l’aumento del numero di laureati, portandolo almeno al 40% nel 2020. Con crescita demografica pressoché nulla e costante riduzione del numero di abbandoni, appare molto verosimile prevedere che questo obiettivo non solo non verrà raggiunto, e che da questo ci si allontanerà molto rapidamente.

Come è stato messo in evidenza (http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/; http://www.roars.it/online/?p=9255), il problema italiano deriva dal fatto che le nostre imprese – in gran parte di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate e poco innovative – non esprimono una rilevante domanda di lavoro qualificato, con il risultato che un numero consistente e crescente di giovani italiani con elevato livello di istruzione viene assunto in condizione di sottoccupazione intellettuale o resta disoccupato o emigra.

Su fonte Almalaurea, si registra che la capacità attrattiva dei nostri atenei è notevolmente bassa - solo il 3.3% degli studenti iscritti provengono dall’estero – mentre è in notevole aumento il numero di studenti italiani che migrano verso Università estere. L’Italia è fra i pochissimi Paesi OCSE nel quale il numero degli studenti che emigra verso università di altri Paesi è superiore al numero di quelli che accoglie.La fondazione “Migrantes” stima che, al 2011, sono oltre 60.000 gli studenti italiani in Università estere, dei quali circa 18.000 partecipano a programmi Erasmus.

Non vi è dubbio che disinvestire nella ricerca significa porre una grave ipoteca sulla crescita futura. Ma vi è di più. Il combinato della ‘riforma Gelmini’ e delle disposizioni della spending review rischia di generare una spirale perversa che si articola in questo modo. La decurtazione di fondi alle Università italiane (così come il blocco del reclutamento, in una condizione di esponenziale aumento dei pensionamenti) peggiora la qualità dei servizi offerti, con conseguente perdita di valore del titolo di studio. Ciò accresce la convenienza, da parte delle imprese italiane, a non assumere laureati, con due esiti: cresce il numero di abbandoni (e si riducono le immatricolazioni) e, contestualmente, aumenta il numero di iscrizioni in Università estere. Con ogni evidenza, il primo fenomeno riguarda individui provenienti da famiglie con basso reddito, mentre il secondo riguarda giovani provenienti da famiglie con reddito elevato. La combinazione di questi due fenomeni genera due esiti, entrambi di segno negativo per l’economia italiana.1. Come è stato messo in evidenza (http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-riformata-e-il-blocco-della-mobilita-sociale/), dal momento che una percentuale rilevante di giovani con basso reddito rinuncia agli studi, ciò contribuisce a ridurre il grado di mobilità sociale, in una condizione nella quale il grado di mobilità sociale in Italia è, insieme alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, il più basso fra i Paesi OCSE.2. Le immatricolazioni all’estero costituiscono un trasferimento netto di potenziale produttivo – oltre che di reddito monetario – a svantaggio dell’economia italiana, generando un meccanismo perverso stando al quale i risparmi delle famiglie ricche italiane finanziano, in ultima analisi, la crescita economica di altri Paesi (dal momento che, i flussi di rientro in Italia sono pressoché nulli). Occorre aggiungere che, poiché l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello con la più diseguale distribuzione del reddito, e, dunque, quello dal quale possono partire i più ingenti flussi migratori di studenti (oltre che di ricercatori) verso Università estere, vi è ragionevolmente da attendersi che questa spirale sia destinata ad amplificarsi, con effetti pressoché inevitabili di aumento delle diseguaglianze sociali, di aumento dei divari regionali e di riduzione del tasso di crescita.


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