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Letteratura
Domenica 29 Luglio 2012 12:14

[Pubblicato in Zibaldoni.it, seconda serie, il 10 e il 24 marzo 2005]


Le dottrine passano - gli aneddoti restano
E. M. Cioran, Quaderni 1957-1972


Questa antologia contiene una scelta di aneddoti raccontati dagli scrittori italiani del XX secolo, i cui protagonisti sono gli intellettuali, gli artisti, gli uomini di cultura e i medesimi scrittori del secolo trascorso.
Qualche anno fa, durante la lunga malattia di mia madre, io non facevo altro che sfogliar libri. Stando molte ore ogni giorno al suo capezzale, non avrei potuto leggere un libro da cima a fondo, ma soltanto voltare le pagine nei momenti in cui lei era addormentata, o quando una diversa distrazione le allontanava la mente dalla stanza linda linda dell'ospedale o dalla sua camera da letto, dove ormai passava la maggior parte del tempo. Allora, prendevo in mano il libro che avevo con me, e lo sfogliavo con grande disaffezione, riuscendo a soffermarmi soltanto su alcune pagine, nelle quali le parole catturavano la mia attenzione e, per pochi secondi almeno, mi allontanavano dalla situazione presente. Avevo con me un taccuino, sul quale ricopiavo quelle pagine, certo che mi sarebbe piaciuto rileggerle. Ogni tanto, mia madre, risvegliandosi, mi chiedeva che le leggessi le parole che stavo trascrivendo e io subito attaccavo, per farla sorridere.
Questa raccolta di aneddoti è nata nella stanza da letto di mia madre, ed è rimasta incompiuta alla sua morte. Non potrò mai capire a sufficienza il nesso tra la mia ricerca aneddotica e la malattia di mia madre, ma so che soltanto in quella circostanza io avrei potuto attendere con qualche ragione a un siffatto lavoro. Dice E. M. Cioran che “l'aneddoto è all'origine di ogni esperienza fondamentale. È per questo che è assai più accattivante di qualsiasi idea.” (Quaderni 1957-1972, Adelphi, Milano, 2001, p. 727). In effetti, io allora avevo proprio bisogno di fare qualcosa di accattivante, che mi tenesse vivo nel momento in cui facevo la fondamentale esperienza di che cosa volesse dire morire. Per tenersi in vita, difatti, non ci vogliono idee, sulle quali sorvolavo con una incredibile leggerezza, sorprendendomi capace di fermarmi, quasi per una sorta di divinazione, alla pagina giusta, una su mille, la pagina aneddotica.

Poi ho avuto modo di riflettere su che cosa sia l'aneddoto, sulla sua antichissima storia, su come esso nasca, trovando in molti scrittori spunti e riflessioni davvero interessanti. Per esempio, ecco il racconto (leggilo in questa raccolta) dei funerali di Leo Longanesi scritto da Indro Montanelli nel decennale della morte (1967) dell'editore: gli amici, in pianto dietro il suo feretro, avvertono chiaramente l'inadeguatezza dei loro discorsi tristi, che l'amico non avrebbe approvato, e finiscono col trovare l'unica risposta possibile alla domanda che pone la morte nella rievocazione gioiosa del defunto, dei suoi atti e detti memorabili, gli aneddoti, appunto.

E poi ancora ho avuto modo di riflettere sull'origine perlopiù orale dell'aneddoto. Ne parla Manara Valgimigli nel prologo a un aneddoto carducciano (leggilo in questa raccolta):

Questo episodio l'ho sentito raccontare da persone diverse e, com'è naturale, con qualche diversità ogni volta. Si sa come vanno e corrono cose di questo genere, che sono generalmente di tradizione orale, e quindi materia mutevole e mobile: verità e non verità, verità più o meno, sono distinzioni difficili e spesso anche inutili e sciocche; balena talora dagli occhi e tra le parole di chi racconta, massime se chi racconta conobbe e amò le persone del suo raccontare, un lampo del volto, uno scorcio della figura, un atto un aspetto un gesto improvvisi e vivi, e tu ascolti e vedi. Che cerchi di più?

Nell'oralità l'aneddoto ha la sua incubazione e la sua nascita. Solo in un secondo momento, esso trova la sua collocazione nella risposta ad un'intervista, in un necrologio, in una autobiografia, in una recensione, eccetera, come inserto piacevole e divertente. Per questo motivo, l'aneddoto non ha nulla di storiograficamente accertato, è pura voce, pura storia, malgrado chi lo racconti spesso insista a dire che si tratta di storia vera, di cui è stato testimone e partecipe. Molti sono gli esempi di aneddoto raccontato per sentito dire, non si sa bene da chi, privi, dunque, d'ogni referente storico individuabile. Non ci si meravigli se l'aneddoto risulti inventato di sana pianta, come nel caso riferito da Orio Vergani (lo si legga in questa raccolta) alle prese con un narratore di aneddoti durante i funerali di Benedetto Croce.

Tutte queste cose si possono apprendere leggendo gli aneddoti, dacché gli scrittori talvolta hanno riflettuto sul perché un impulso vitale li ha indotti a scrivere queste storielle di poco conto che rispondono alla definizione di aneddoti.

E tuttavia sarebbe sbagliato considerarli come storielle che fanno solo ridere, piccole nugae prive di ogni valore, da consumare come momenti di intrattenimento, occasioni di hilaritas derivante dalla battuta o dal caso strano che vi si racconta. In realtà, l'aneddoto, proprio perché nasce sempre in un'humus di umanità dolente, proprio perché sovente lo si incontra incorniciato e quasi reso immune in discorsi ufficiali o entro i normali ritmi di prose letterarie, proprio per questi motivi l'aneddoto appare come il racconto per eccellenza, depurato da ogni istanza soggettiva, privo di ogni supponenza autoriale, voce anonima, di cui, pur affannandoci a ripercorrerne la storia, non verremmo mai a capo.

Qualche volta, nei momenti in cui mia madre trovava sollievo al suo male, le leggevo una storiella per farla sorridere. E lei si stupiva pensando a come gli scrittori si fossero persi in chiacchiere, raccontando cose da nulla e prendendosi in giro tra loro; e aggiungeva che doveva essere ben curiosa questa letteratura, di cui mi occupavo io, nella quale si leggono cose così strane e certamente poco serie. Le rispondevo che non era come lei credeva, che sì, gli scrittori hanno sempre amato sfottersi a vicenda, trovando in ciò più che un'occasione di racconto, ma che una letteratura delle storie inventate sul conto degli scrittori doveva ancora essere scritta. Chissà che qualcuno domani non ci provi!

Poi chiudevo il mio taccuino, e lei si riaddormentava.

Galatina, febbraio 2005

 


1
Ugo Ojetti - Giovanni Pascoli

Ugo Ojetti visita Piétole, la patria di Virgilio, e scrive un "pezzo", datato Mantova 22 febbraio 1922, che conclude con un aneddoto avente per protagonista l'ultimo poeta latino, Giovanni Pascoli. Questi, giunto a Piétole per vedere i luoghi di cui avrebbe discorso in un suo poema sulla patria di Virgilio, legge un brano delle Georgiche al popolo di ragazzi e contadini che si era adunato nei pressi della statua del poeta; con il risultato che si leggerà.

Un gran bon om

Veniamo al pratico: gli scrittori della "Ronda", vindici e custodi della tradizione, dovrebbero preparare un pellegrinaggio a Piétole, con pubbliche letture di Virgilio, e dovrebbero stampare, per le signore neoclassiche, un manuale di "Sortes vergilianae" adatto ai tempi e ai nuovi casi. Un mantovano entusiasta ha addirittura inventato un verbo: - Virgiliamoci -, e l'ha stampato in fronte a un opuscolo di propaganda. Lo so, è più facile ammirare la Madonna della Seggiola che leggere l'Eneide. Ma bisogna provare ed insistere.
Giovanni Pascoli ci provò. Venne qui con le Georgiche in tasca, prima di scrivere il poemetto su Piétole, raccolse ai piedi della negra statua del poeta i ragazzini che erano venuti a curiosargli intorno, e cominciò a legger loro e pazientemente a tradurre nel secondo delle Georgiche le lodi della vita rustica. Aveva il Pascoli anche nell'aspetto qualcosa di timido e di paesano, come narrano avesse Virgilio, e i ragazzi gli facevano corona, e dietro i ragazzi s'accalcavano gli adulti. Quando fu giunto al gran verso


et patiens operum exiguoque adsueta Juventus

ed ebbe spiegato il senso di quell'esemplare giovinezza di una volta, paziente al lavoro e contenta del poco, si fermò giustamente preoccupato dell'effetto che un consiglio siffatto poteva produrre sui contadini, oggi, del Mantovano. Chiese, cauto: - Avete capito che anima aveva il vostro poeta? Avete capito chi era Virgilio?

Un ragazzetto interpretò l'animo degli ascoltatori:

A l'era un gran bon om!

Pascoli chiuse il libro.

Ugo Ojetti, Cose viste I, Treves, Milano 1925, pp. 103-104.


2
Ardengo Soffici - Luigi Concòni

Questo aneddoto scritto da Ardengo Soffici -che riferisce il racconto di un anonimo amico- "dimostra a meraviglia a che punto possa arrivare l'infatuazione intellettualistica di una certa categoria di esteti, i quali cercano nell'arte, invece del bello, che è sublimazione del vero, la singolarità, la stranezza delle forme, ch'essi confondono con l'originalità, e di queste ubbìe si pascono fino a perderne ogni facoltà di retto giudizio, ed a far la figura di solenni imbecilli" (op. cit. in basso, pp. 32-33). Il protagonista dell'aneddoto, il pittore e architetto Luigi Concòni, ordisce una beffa a danno di un collega ferrarese, un certo M., che ostenta una competenza in materia di arte indiana, che di fatto non possiede; e, dunque, viene facilmente smascherato. L'aneddoto è del 1928.

Picnic indiani

Un amico mio mi raccontava questo aneddoto. Il pittore ferrarese M. ebbe un tempo una vera manìa per certe forme arcaiche d'arte, e specialmente d'arte indiana. L'indianismo era il suo chiodo: non parlava d'altro, sfoggiando su tale argomento un'erudizione che sbalordiva i suoi colleghi, infastidendoli anche un pochino. Il pittore Conconi, che era fra questi, artista spiritosissimo e amico delle burle, annoiato anch'egli da tanta dotta stravaganza, pensò un giorno di combinargliene una che vendicasse un po' tutti, e mettesse fine a quella persecuzione d'arcaismo e d'indianismo della malora.

Prese dunque una striscia di cartone, sulla quale incollò in guisa di teoria un certo numero di quei biscotti goffi che i fornai foggiano per i ragazzi, rappresentanti massaie col loro paniere, cavallini, omini in più atteggiamenti, e che a Milano chiamano picnic e in altre città quaresimali o befane; e macchiato poi il tutto con acquerelli, fondiglioli di caffè ed altri ingredienti, fotografò con luce opportuna la composizione in modo da cavarne come l'immagine di un fregio a bassorilievo, che poteva parere di marmo, di pietra, di legno o di qualsiasi altra materia, come di qualsivoglia grandezza, data la mancanza di ogni termine di confronto. Ciò fatto, andò a trovare il nostro M.; e mostratagli la fotografia:

- Tu che t'intendi di cose indiane - gli disse - guarda qui. Si tratta di una recentissima scoperta inglese fatta in quei paesi. Ho potuto procurarmi questa scultura; vorrei però saper da te, che sei tanto competente in materia, che cosa ne pensi. A me pare una cosa molto bella.

- M., che già al primo vederla, aveva dato segni di grande interesse, osservò a lungo con attenzione profonda la fotografia; finché, volgendosi tutto illuminato al collega pittore, esclamò con entusiasmo:
- Altro che! Ma l'è una roba straordinaria. L'è veramente una cosa potente, grandiosa!

- Dunque è proprio vero? Tu che sei perito in opere di questo genere. Infatti anche a me sembrava...

- Ah, una meraviglia! - E con gravità M. concludeva:

- E, vedi, di una tale grandezza e semplicità di stile qui da noi non ne abbiamo neanche un'idea.
Al che, Concòni cavando di tasca una manciata di quei picnic e buttandoli sulla tavola davanti al buon M.:
- Ebbene, to' ; quand'è così - disse - ma tu puoi farne delle diecine di questi capolavori!

Ardengo Soffici, Periplo dell'arte, in Opere V, Vallecchi, Firenze 1963, pp. 31-32.


3
Antonio Gramsci

Seguendo la sua riflessione e i suoi studi sull'Italia meridionale, Antonio Gramsci si imbatte nell'aneddoto sugli avvocati-paglietta contenuto nelle Osservazioni su alcune parti d'Italia (1704) dello scrittore inglese Joseph Addison, già riportato in un articolo di Carlo Segré, Il viaggio di Addison in Italia, "Nuova Antologia", 16 marzo 1930 (anno LXV, fasc. 1392), pp. 164-80, ma cfr. in particolare p. 171. Così, di libro in libro, il breve aneddoto approda nei Quaderni del carcere, in cui Gramsci stigmatizza un ceto intellettuale responsabile in buona parte dei guai di quelle province d'Italia.

Paglietta

§ (59) Sull'abbondanza dei paglietta nell'Italia Meridionale ricordare l'aneddoto di Innocenzo XI che domandò al marchese di Carpio di fornirgli 30.000 maiali e ne ebbe la riposta che non era in grado di compiacerlo, ma che se a Sua Santità fosse accaduto di aver bisogno di 30.000 avvocati, era sempre al fatto di servirlo.

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 6 (VIII), 59, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 2001 (la prima edizione è del 1975), p. 728.


4
Giorgio Pasquali - Ulrico di Wilamowitz-Moellendorff

Giorgio Pasquali pubblica in "Pègaso", gennaio 1932, il necrologio del filologo tedesco Ulrico di Wilamowitz-Moellendorff, nel quale compare l'aneddoto della pera che Wilamowitz dona a un esaminando, salvo poi ordinargli di nasconderla quando entra nell'aula un collega, il Vahlen, "freddo e acido", che non avrebbe capito il gesto. E' una delle "storielle scherzose" (la definizione è di Pasquali) che condiscono il necrologio alla maniera dei Greci che, spiega il Pasquali, amavano inserire nei necrologi degli uomini illustri detti e fatti memorabili anche di carattere scherzoso; e poi, com'egli conclude, "Nella casa delle Muse non ha posto il pianto". L'aneddoto conferma qui la sua carica vitale, di antitesi ad ogni neghittoso atteggiamento dello spirito, contro il lutto che vorrebbe impedire la libera espressione della creatività umana.
Lo stesso aneddoto è raccontato tale e quale da Manara Valgimigli,
Carducci allegro, Cappelli Editore, Rocca San Casciano, 1968, p. 525, che avverte di averlo udito dalla viva voce di Pasquali.


La pera di Wilamowitz

Un pomeriggio di lauree nell'università di Berlino: nella sala della Facoltà si tengono, come si suole o soleva colà per risparmiar tempo, parecchi esami contemporaneamente, e ogni esaminatore, seduto al suo banco, interroga il proprio candidato. Membri della Facoltà vanno e vengono. Il dottorando del Wilamowitz era uno che è divenuto ora un filologo dei più celebri: egli aveva naturalmente frequentato la casa del suo professore, tanto più che abitava nelle vicinanze; aveva anche stretto amicizia con la famiglia. Il Wilamowitz comincia l'esame offrendogli una pera riuscita molto bene: "E' del mio giardino, gliela manda mia moglie con i suoi augùri". In quel momento s'apre la porta alle spalle del candidato, ed entra il Vahlen, grande dotto, ma chiuso e riservato più che non sogliano professori tedeschi, perché freddo e acido, come capita a chi il produrre non riesce più facile. Il Wilamowitz a voce sommessa: "Presto dentro la pera, ché c'è Vahlen!". Regalar un frutto a un candidato durante l'esame, qui da noi sembrerebbe bizzarria; ma è probabile che anche nell'università tedesca, pur tanto più libera e umana, pur tanta meno formale, non avvenga ogni giorno.

Giorgio Pasquali, Ulrico di Wilamowitz-Moellendorff, in Pagine Stravaganti di un filologo, I, a cura di Carlo Ferdinando Russo, Le Lettere, Firenze 1994 [1933], p. 87.


5
Pietro Pancrazi - Benedetto Croce

Nell'ottobre del 1932 Pietro Pancrazi in una lettera all'amico Diego Valeri racconta una delle "cose amene" che aveva udito dalla viva voce di Benedetto Croce durante un soggiorno del filosofo a Cortona. Si tratta di "un grazioso campione dell'aneddotica crociana", secondo la definizione di Gianfranco Folena, cui si deve la pubblicazione della lettera; secondo Folena "Forse la motivazione dell'aneddoto crociano sta nella prima poesia dell'Allegria intitolata ETERNITA'-ETERNO, che come tutti sanno suona: "Tra un fiore colto e l'altro donato / l'inesprimibile nulla". E così mi piace intitolare questo aneddoto.

L'inesprimibile nulla

E' passato da queste parti Benedetto Croce; e anzi ieri gli feci vedere Cortona e l'accompagnai ieri sera a Perugia. Tra le tante cose, anche amene, che m'ha detto c'è questa:

- Come avete fatto a dare il premio del Gondoliere a Ungaretti?

- Veramente non gliel'ho dato io.

- Lo so. Avete dato il vostro voto a Valeri, e faceste benissimo. Ma dopo il premio ho voluto vedere il libro di Ungaretti...

- ?...

- M'ha fatto tornare in mente un certo pittore di cui parla Maupassant. Dipingeva misteriosamente, si sapeva ch'era un maestro, ma nessuno aveva visto nulla. Alla fine decise di svelare il suo capolavoro; e radunò gli ammiratori dinanzi al quadro "Il passaggio del Mar Rosso". Si toglie la tela, e... non si vede niente. - E gli Ebrei dove sono? - Son già passati. - E gli Egiziani? - Devono ancora passare. Lo stesso effetto, ha fatto a me la poesia di Ungaretti.

Te la racconto perché mi pare bellina.

Pietro Pancrazi, lettera a Diego Valeri, in Gianfranco Folena, Valeri e Pancrazi: un'amicizia più che letteraria, in Filologia e umanità, a cura di Antonio Daniele, Neri Pozza Editore, Vicenza 1993, p. 327. Il saggio comparve per la prima volta nel volume dal titolo Una precisa forma. Studi e testimonianze per Diego Valeri, Editoriale Programma, Padova 1991, pp. 117-126.


6
Alberto Savinio - Pablo Ricasso

Alberto Savinio, in uno scritto apparso per la prima volta nel "Corriere d'informazione", 4-5 ottobre 1947, racconta un fatterello memorabile che ha per protagonista Pablo Picasso, la cui pittura non sembra essere gradita al grosso pubblico. L'aneddoto interviene come esemplificazione di un atteggiamento dettato da ignoranza, di cui si dichiara vittima lo stesso Savinio, da alcuni disprezzato per la sua attività di pittore.

Un furto impossibile

Alla fine dell'estate 1932, Pablo Picasso faceva ritorno in automobile da Dinard a Parigi, e le tele che aveva dipinte su quella spiaggia elegante, erano collocate parte sul portabagagli dietro l'automobile, parte nell'interno della vettura. Arrivato a Parigi, Picasso si accorge che le tele collocate su portabagagli non ci sono più e va al più prossimo Commissariato a denunciare il furto. Il commissario vuole qualche schiarimento sulle tele rubate, e Picasso, mostrandogli le tele rimaste dentro la vettura, spiega: "Erano come queste". Il commissario sta un po' a guardare, poi dice: "Non è possibile che gliele abbiano rubate".

Alberto Savinio, Collaboratori ciechi, in Opere. Scritti dispersi. Tra guerra e dopoguerra (1943-1952), Bompiani, Milano, 1989, p. 585.


7
Antonio Baldini - Alfredo Panzini

Antonio Baldini scrive nel 1948 un ritratto di Alfredo Panzini. A titolo esemplificativo, Baldini rievoca una scampagnata nel fuoriporta romano, dove Panzini si abbandona ad una inaspettata quanto tardiva confessione d'un vecchio amore nutrito in segreto molti anni prima per l'anonima donna che li accompagna, la quale bonariamente gli rimprovera la sua scarsa o nulla intraprendenza.

Troppo tardi!

Dagli scrittori come scrittore, e dalle scrittrici, anche come uomo, non fu mai stimato un essere "pericoloso". Non già ch'egli fosse, fisicamente, uomo da buttar via! Solidamente piantato, eretto sulla persona fino ad età ben avanzata, nella sua chiara onesta faccia gli occhi azzurri avevano una luce rinfrancante. Né è da dire che le donne non lo interessassero; ma forse proprio perché lo interessavano troppo, sempre, e tante, egli mancò di quella facile e impudente intraprendenza che (quando non guasti) accomoda tutto per la via più spiccia.
Uno dei più graziosi ricordi di vita letteraria io l'ho d'una scampagnata fatta nel fuoriporta romano in compagnia di Panzini, del suo editore e d'una scrittrice che, vent'anni prima, si diceva essere stata bellissima, piacentissima, biondissima e spiritosissima. Posammo sotto il pergolato d'un'osteria e fui lì, davanti ai litri del biondo Frascati, che, lasciandosi andare tra patetico e burlevole sull'onda dei ricordi del suo buon tempo milanese, Panzini finì con lo scoprire certe vecchie batterie: come e quanto cioè la nostra compagna di gita gli fosse allora piaciuta e come e quanto nel suo segreto l'avesse un giorno sospirata e desiderata. Madama, ascoltando, faceva certe sue risatine tentennando il capo e, con un lampo negli occhi che la ringiovaniva di tutti quei vent'anni intercorsi, se lo stava a guardare con un affettuoso ironico compatimento. E quando il vecchio amico ebbe finito di confessarsi, "Ma caro Panzini" ella disse"chi vuol cogliere qualche frutto bisogna almeno che faccia un piccolo sforzo per salire sull'albero!".
Panzini aprì la bocca per rispondere, ma tacque avvilito. E non trovò di meglio ch'empirsi il bicchiere, e beverci sopra.

Antonio Baldini, Buoni incontri d'Italia, ne Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace, Sansoni, Firenze 1953, pp. 452-453.


8
Arrigo Cajumi - Giorgio Prinetti - Giovanni Giolitti

Nel gennaio 1903 Giorgio Prinetti, ministro degli esteri del ministero Zanardelli-Giolitti, fu colpito da paralisi e si trovò nell'impossibilità di esercitare le sue funzioni. Le dimissioni, che tardavano a venire, furono sollecitate da Zanardelli; ma solo Giovanni Giolitti riuscì nell'intento. Esse furono rassegnate nell'aprile dello stesso anno. E' quanto racconta con penna caustica Arrigo Cajumi, che non si limita a stigmatizzare il comportamento di Prinetti, ma mette bene in luce la spregiudicatezza di Giolitti, che sa come trattare certi affari di Stato.

Tre metri di nastro

Aneddoti giolittiani. Quando a Prinetti venne un accidente, e bisognava liquidarlo, non potendo tenere un ministro paralitico, Zanardelli cercò invano di persuadere il malato a dare le dimissioni. Con la testardaggine degli sminuiti, egli rifiutava, e neanche la moglie ci arrivò. Allora, si incaricò Giolitti di trovare una via d'uscita. Vedendolo tornare dopo poco dal domicilio di Prinetti, con un "Tutto fatto!" ci fu qualche emozione. "Ma come...! - Lo faremo gran croce o gran cordone di...", non so più quale ordine. La cosa scandalizzò. E ci fu chi chiese a Giolitti: - Ma che valore attribuisce alla gran croce...ecc.'

- Quello dei tre metri di nastro che servono a mettersela.

Arrigo Cajumi, Pensieri di un libertino, Einaudi, Torino 19702 (1950).pp. 42-43.


9
Orio Vergani

Nel suo diario, sotto la data 21-22 novembre 1952, Orio Vergani riporta le impressioni tratte dalla sua partecipazione ai funerali di Benedetto Croce. Non poteva mancare l'aneddoto, uno fra i molti che circolavano per l'occasione, con uno sviluppo inatteso che dà luogo ad una significativa riflessione sull'aneddotica. L'autore, difatti, dopo aver descritto l'atmosfera funerea che regnava a palazzo Filomarino, conclude con questa affermazione: "Il ricorso al ricordo dell'aneddoto crociano è la boccata d'aria in un'atmosfera nella quale deve essere difficile respirare per ventiquattr'ore di seguito."

Il tabaccaio di Croce

Morte di Benedetto Croce. C. passa tutta la notte, in treno, a raccontare aneddoti sulla vita di Croce. Uno dei tanti è questo. A Croce era stato consigliato di diminuire il fumo e non comprava ormai che cinque sigarette alla volta dal tabaccaio di fronte a casa. Un giorno, entra dal tabaccaio che sta servendo un ragazzetto. Il tabaccaio, premuroso, si affretta a occuparsi del filosofo. Il ragazzetto protesta vivacemente: "Perché servite il signore? Io sono arrivato prima. E che? E' più importante di me?" Il tabaccaio dà sulla voce al ragazzetto petulante, ma Croce dice: "E' vero. E' vero. Dovete servire prima il ragazzo. E' più importante di me. Egli è la giovinezza e io non sono che un vecchio ormai consumato".

L'aneddoto sembra già preparato per entrare in un libro scolastico. C. afferma che ci sono migliaia di aneddoti come questo.

Arrivo a Napoli, vado a cercare la casa di Croce. Davanti a palazzo Filomarino, vedo la bottega del tabaccaio. Entro.

"E' lei, vero, il tabaccaio del povero senatore Croce?"

"Per servirla, signore."

"E' vero che Croce comprava solo cinque sigarette alla volta?"

"Cosa dice? Un signore come il senatore Croce cinque sole sigarette?"

"Quanto tempo è che non veniva più a comprare le sigarette?"

"Non è venuto mai."

"Mai?"

"Mai! Un signore come lui! Mandava la cameriera."

"Ne siete sicuro?"

"Il senatore non è mai entrato nella mia bottega. Credete che me ne sarei scordato se mi avesse fatto questo onore? Mai! Non è entrato mai."

Temo che molta parte dell'aneddotica crociata sia di questa stessa credibilità.

Orio Vergani, Misure del tempo. Diario (1950-1959), Leonardo, Milano 1990, pp. 115-116.


10
Manara Valgimigli - Giosue Carducci

L'episodio carducciano che Manara Valgimigli racconta è preceduto da alcune brevi ma significative riflessioni sul genere dell'aneddoto (cfr. l'introduzione a questa raccolta). Protagonista indiscusso, anche se fuori scena, è qui Giosue Carducci, nelle vesti del severo esaminatore, terrore di generazioni di studenti bolognesi. L'Orco, come lo definiva Annie Vivanti, è ammansito solo dal giovane Renato Serra, che riporta la lode, con soddisfazione di Severino Ferrari, l'allievo prediletto di Carducci. Ferrari infatti aveva individuato in Serra l'unico studente in grado di placare l'ira del maestro infuriato a causa dell'ignoranza degli esaminati. Il brano, datato marzo 1959, compare in Il fratello Valfredo (1961), ed è stato poi rifuso nel volume di scritti carducciani citato in basso. Il titolo del brano è di Valgimigli.

Severino e Renato

Questo episodio l'ho sentito raccontare da persone diverse e, com'è naturale, con qualche diversità ogni volta. Si sa come vanno e corrono cose di questo genere, che sono generalmente di tradizione orale, e quindi materia mutevole e mobile: verità e non verità, verità più o meno, sono distinzioni difficili e spesso anche inutili e sciocche; balena talora dagli occhi e tra le parole di chi racconta, massime se chi racconta conobbe e amò le persone del suo raccontare, un lampo del volto, uno scorcio della figura, un atto un aspetto un gesto improvvisi e vivi, e tu ascolti e vedi. Che cerchi di più?
Si era nel 1903. Dopo il nuovo attacco del 25 o 26 settembre del 1899, il Carducci un po' riavuto si era e abbastanza presto; ma il passo era sempre legato, la parola, a intervalli, impacciata, e il braccio e la mano a regger la penna o il lapis assai renitenti; e questa fu di quel pover' uomo, negli ultimi anni, la pena più grossa. Di mente, come sempre, lucidissimo, e con quei suoi occhi che a guardarli pungevano. E così, tutt'insieme, facile a scattare in collere violente. Pomeriggio di esami. Nell'aula solita di scuola, a sinistra appena entrati. Precedente quell'aula, uno stanzone con nel mezzo un tavolo, e lì attorno stavano i ragazzi ad aspettare ciascuno il suo turno. Nella commissione d'esami c'era col Carducci Severino e un terzo, non so chi. Delle collere del Carducci Severino aveva sgomento: sgomento che gli facessero male, che il male aggravassero, che anche potessero il male portarlo a un punto estremo.

Or ecco, a un tratto, di dentro, sbattere di libri e irrompere la voce di lui: "Vada via, esca, esca". E il disgraziato esce. Entra un altro. Dopo poco si ripete la stessa scena. Esce anche quello. Dietro quello esce Severino. "Bisogna aspettare un momento che si plachi". E volge l'occhi tra i ragazzi che gli stavano intorno. "Ma ci vorrebbe uno bravo". E poi, un po' sorridendo: "...bravo, e sicuro, e che non avesse paura". Vede, tra gli altri, Renato Serra: di placido e signorile aspetto nella sua bella e alta persona. Con Renato Serra Severino già aveva avuto qualche contatto per la tesi di laurea, sui Trionfi di Francesco Petrarca. Racconta anzi il Serra in una lettera alla madre di aver domandato un giorno a Severino: "E questa mia tesi chi la giudicherà, lei o il Professore?". E Severino: "E chi vuoi che la giudichi! Non c'è che lui che sappia queste cose". E così fu che Severino in quel disperato momento, prese per le braccia Renato e gli disse: "Vai tu, vai tu". E Renato andò, entrò. Dentro, ora, tutto silenzio. Ogni tanto, la voce di Renato, ogni tanto la voce di lui. Renato esce. Renato esce. I compagni gli si fanno incontro. "Mi ha dato la lode". E gli esami seguitarono in pace.

Manara Valgimigli, Il fratello Valfredo, in Carducci allegro, Cappelli Editore, Rocca San Casciano, 1968, pp. 361-362.


11
Luigi Russo - Salvatore Di Giacomo - Benedetto Croce

Luigi Russo racconta due aneddoti, i cui protagonisti sono Salvatore di Giacomo e Benedetto Croce. Nel primo, la poesia di Di Giacomo acquista concretezza nel botta e risposta tra il poeta e una popolana napoletana, cui fa seguito una disincantata considerazione del poeta sul trascorrere del tempo; nel secondo, Benedetto Croce decide di riannodare la sua vecchia amicizia con il poeta ormai vecchio e malato, a seguito del resoconto che lo stesso Russo fa di una sua visita al filosofo napoletano, nel quale questi scorge un invito a rompere gli indugi e a rinnovare l'antica dimestichezza.


Il poeta e il filosofo

Del Di Giacomo mi piace ricordare che egli era poeta nei più minuti particolari della sua vita: ho sempre presente nella memoria una nostra passeggiata dell'aprile del '22 per la piazza S. Ferdinando, quando si avvicinò a noi una donna piuttosto matura, e doviziosa di colori e carica, a giudicare dal viso, di amorose esperienze: "Sarvato', tu cca si? Commo ti si' fatto chiatto!. E il poeta, un po' punto, risponde: "Pure tu ti siì fatta chiatta". Dopo qualche altra breve notizia informativa su donne di comune conoscenza, la interlocutrice si allontana. Il Di Giacomo alza lo sguardo vagante al cielo, e mormora con un compiacimento musicale e con un certo broncio: "Ruderi del passato!", e riprende il suo passo lento di sognatore. L'ultima volta che lo vidi fu nel marzo del 1930. Ero andato a trovarlo nella sua casetta di via Santa Lucia; fui ammesso subito nella sua camera da letto; egli sedeva in una poltrona, intabarrato in un vecchio scialle, e incorniciata da un fazzoletto di popolano la sua bellissima testa. Pareva una vecchia: quando mi vide, premurosamente chiese notizie della mia salute e di una mia grossa malattia avuta nel 1929, ma quella richiesta non era del tutto disinteressata. A un certo punto dice: "E Croce o' sspeva?". "Sì, lo sapeva", "E Croce, è bbenuto?. "Sì, è venuto".
Io raccontai la sera l'aneddoto al Croce, il quale profondamente colpito (da diversi anni i due vecchi amici non si parlavano più, per via di una dedica delle Poesie, soppressa per timore dei fascisti, e della quale io avevo affettuosamente rimbrottato il poeta, e lui mi aveva risposto: "Neh, amico caro, chilli 'là [cioè i fascisti] so' fetienti; so' malamente!"), rivolgendosi alla moglie disse: "Adelì, domani vestiti e andiamo a trovare don Salvatore".

Luigi Russo, Salvatore Di Giacomo, poeta grande del Reame di Napoli, in Il tramonto del letterato, Editori Laterza, Bari 1960, p. 521.


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Guido Piovene - Il maestro Meneguzzo

Guido Piovene rievoca la figura del maestro elementare Meneguzzo, il cui insegnamento era destinato a lasciare più di una traccia nella sua formazione. Era l'epoca, infatti, in cui un buon maestro era "altrettanto importante nella vita di un uomo di un grande professore venuto in anni successivi. Probabilmente più importante." (op. cit. in basso, p. 92). Di questo maestro Piovene ricorda in particolare "un piccolo infortunio", che dà luogo ad un aneddoto raccontato con simpatia molti anni dopo, nel 1961.

L'errore del maestro

[Il maestro Meneguzzo] Leggeva un sonetto dello Zanella: "Di Sirio intanto l'infuocato raggio..." Gli chiesi che cos'era Sirio; fu colto alla sprovvista e rispose sbagliando: "Il sole". Ne fui felice; il sole mi sembrava banale, e Sirio mi piaceva molto di più. Sostituii infatti stabilmente il sole nei miei componimenti: "Era Pasqua e Sirio splendeva..." Il Maestro Meneguzzo, che si era accorto del suo errore, ma non voleva confessarlo, cercava di convincermi a toglierlo; niente da fare. Allora, un po' contro coscienza, cercò anche lui una scappatoia, e mi suggerì che un altro bel nome del sole era Febo. Febo mi piaceva abbastanza e accettai il baratto. Il sole ha una parte notevole nei componimenti infantili. Il maestro fu costretto ad accettare alcune decine di Febo, per liberarsi del suo unico sbaglio.

Guido Piovene, Il maestro Meneguzzo, in Idoli e ragione, Mondatori, Milano 1975, p. 95.

 

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Indro Montanelli - Leo Longanesi

L'aneddoto che Indro Montanelli racconta nel decennale (1967) della morte dell'amico editore Leo Longanesi costituisce una penetrante riflessione sul genere aneddotico, su come esso nasca e fiorisca come vitale reazione alla scomparsa di una persona cara. La testimonianza di Montanelli rievoca il giorno del funerale di Longanesi, precisamente il momento del trasporto funebre, durante il quale gli amici, fra cui Montanelli, sentono che abbandonarsi al dolore avrebbe significato tradire l'amico morto, il suo febbrile desiderio di fare e di vivere. Pertanto, come si leggerà, iniziano a raccontarsi fatti e detti memorabili di Longanesi, per consolarsi con quella hilaritas che è propria dell'aneddoto.

Un viaggio molto allegro

"Dopo l'esequie, la bara fu caricata sul furgone che doveva portarla al cimitero di Lugo, e noi lo seguimmo sulla macchina di Giorgio Cabella. Prima l'uno, poi l'altro azzardammo qualche frase di circostanza ("Stiamo andando a seppellire un pezzo di noi stessi" eccetera) che ci si spense in bocca soffocata dalla paura che Leo ci sentisse. Poi abbandonammo il morto al suo destino, e ci demmo a ricostruire il vivo, i suoi detti, i suoi motti, le sue trovate, le sue impennate, i suoi schiamazzanti monologhi, le sue rabdomantiche intuizioni, le sue fulminanti battute.

Dapprima, nell'antologia dei ricordi, scegliemmo i più patetici, che meglio s'intonavano a quel nostro mesto andare sulla scia d'un carro funebre. Ma poi, ogni aneddoto richiamandocene alla memoria altri dieci, smettemmo di discriminare. Sicché non avevamo ancora passato il Po che ci rotolavamo sui cuscini reggendoci la pancia dal rider alla rievocazione di Leo quando, fuggiasco attraverso le linee tedesche e braccato dal tiro delle artiglierie, aveva cercato riparo sotto un muraglione sbrecciato su cui era scritto: "Il Duce ha sempre ragione", il motto ch'egli stesso aveva coniato e che ora minacciava di crollargli sulla testa; e che poi, guardandosi intorno, aveva scoperto, acquattato un po' più in là, un altro fuggiasco con un occhio coperto da una benda nera, la barba finta, un sombrero in testa, stivaloni e giacca di cuoio, doppia cartuccera a tracolla: ed era il regista Goffredo Alessandrini "travestito da spia per non farsi notare". Di Leo che, redarguito per la sua incoerenza da un vecchio "camerata" che si proclamava "il vero fascista tutto d'un pezzo", ribatteva indignato: "Vero fascista, lei!? Ma i veri fascisti siamo noi...Noi che dapprima non ci credemmo, poi fingemmo di crederci, poi credemmo di fingere, poi lo tradimmo, poi lo rimpiangemmo. E ora... ora non sappiamo più neanche noi né cosa fummo, né cosa siamo, né cosa saremo... Eccoli i veri fascisti!". Di Leo che, invitato a comporre l'elogio funebre di un banchiere suo amico, appena scomparso, lo riassunse così: "Infido, visse di fido". Di Leo che proponeva d'iscrivere, nel tricolore repubblicano, al posto dello stemma sabaudo, il motto: "Ho famiglia". Eccetera.

Ogni tanto tacevamo raggelati dallo sguardo vagamente disgustato dell'autista che ci sbirciava nello specchietto e evidentemente non sapeva come conciliare quell'aneddotica condita di sghignazzi col viso a lutto che gli avevamo mostrato in principio e col convoglio che ci precedeva. Finché Cabella gli diede ordine di sorpassarlo. E allora, liberati anche da questa remora, la nostra ilarità non ebbe più freno. Mai avevo fatto un viaggio così allegro."

Indro Montanelli, Incontri italiani, Rizzoli, Milano 1982, pp. 354-355.


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Ennio Flaiano - Luigi Einaudi

Sul "Corriere della Sera" del 18 agosto 1970 si legge un aneddoto raccontato da Ennio Flaiano, che ha per protagonista il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e lo stesso Flaiano. Lo scrittore, invitato a cena al Quirinale insieme ad altri amici del gruppo pannunziano, non esita ad accettare metà di una pera che Einaudi inaspettatamente chiede di dividere con qualcuno. Il maggiordomo, frustrato da questa infrazione all'etichetta, si ritira in disparte con sommo gaudio dello scrittore. L'aneddoto si risolve in una sferzante battuta finale con cui lo Flaiano biasima il malgoverno dell'Italia repubblicana dopo la presidenza di Einaudi: "Cominciava per l'Italia la repubblica delle pere indivise".

La pera del Presidente

La pera. Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam - il Presidente non mi conosceva affatto - ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all'enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Questo maggiordomo, una specie di Hitchcock di più vaste proporzioni ma totalmente destituito di ironia, aveva sulle prime tentato di intimidirci posandoci il prezioso vasellame davanti come se temesse che l'avremmo rotto; e fulminandoci con occhiate di sconforto se non riuscivamo a individuare tra le tante (alcune nascoste persino tra i merletti della tovaglia) le posate giuste.

Poiché il Presidente, nei suoi anni verdi, aveva frequentato una trattoria di via della Croce, la Fiaschetteria Beltramme (che noi ancora frequentiamo), si parlò anche di questa: e dei suoi colleghi di università coi quali vi andava, del proprietario e di altri clienti che egli vi intravedeva: Bruno Barilli, Cardarelli, il pittore Bartoli. Da un argomento all'altro, tra aneddoti che per il gran ridere scuotevano il Presidente come un uccellino bagnato; tra riflessioni che seguivano gli aneddoti, pensieri economici e altri sul futuro, la cena si stava prolungando oltre il lecito. Il Presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta.
Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi francesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c'era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po' sorpreso tanta botanica, poi sospirò: "Io" disse "prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c'è nessuno che vuole dividere una con me?"

Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: "Io, Presidente" dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà sul piatto, e me la posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. "Stai a vedere" pensai "che adesso me la sbuccia, come ai bambini."

Non fece nulla, seguitò il suo giro. Ma il salto del trapezio era riuscito e la conversazione riprese più vivace di prima; mentre il maggiordomo, snob come sanno esserlo soltanto certi camerieri e i cani da guardia, spariva dietro un paravento.

Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla Presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l'Italia la repubblica delle pere indivise.

Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, in Opere. Scritti postumi, I, a cura di Maria Corti e Anna Longoni, Bompiani, Milano 1988, pp. 695-697.


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Piero Chiara - Giancarlo Vigorelli

In uno scritto datato 1975, Piero Chiara racconta un aneddoto che ha per protagonista il critico letterario e giornalista Giancarlo Vigorelli alle prese con un giovane scrittore dalle belle speranze. Si intuisce la trepidazione del giovane non disgiunta da una certa presunzione, e la delusione finale dinanzi al gesto risoluto del critico che non ammette repliche.

Bastano tre pagine

Un giovane autore una volta, viaggiando tra Milano e Roma, si trovò seduto per caso davanti a Giancarlo Vigorelli al quale aveva mandato il suo primo romanzo. Aveva quasi deciso di presentarsi, quando vide che il critico toglieva dalla sua valigia un libro appena apparso, lo sfogliava, lo leggiucchiava e dopo aver scosso la testa lo gettava dal finestrino. La stessa sorte ebbero, uno dopo l'altro, una decine di altre "novità".
Finalmente Vigorelli tolse dalla valigia il libro dell'autore che aveva davanti e ne lesse qualche pagina. Il giovane, trepidante, scrutava il volto del suo dirimpettaio. Quando vide che Vigorelli, dopo aver letto alcune pagine si accingeva a lanciarlo dal finestrino, lo fermò.

"Vada avanti almeno fino a pagina diciotto, quando il protagonista conosce Ermenelinda" gli disse. "Io l'ho letto e dopo pagina diciotto l'ho trovato interessantissimo."

"No" gli rispose Vigorelli "di un libro come questo bastano tre pagine."
E getto il volume dal finestrino.

Piero Chiara, Sale & Tabacchi, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1989, p. 105.


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Leone Piccioni - Giuseppe Ungaretti

Dei molti aneddoti ungarettiani riportati da Leone Piccioni nella sezione Aneddotica ungarettiana del libro citato in basso, ne riporto uno nel quale Giuseppe Ungaretti e, insieme a lui, l'autore dell'aneddoto, ironizza su una moda invalsa nella critica testuale, la critica delle varianti, cioè lo studio delle diverse lezioni rinvenute nei codici o nelle stampe. L'autore precisa che non è in questione l'importanza della variantistica, ma l'abuso che se ne fa, qui ben stigmatizzato dalla pronta risposta di Ungaretti alla richiesta di una gentile signora.

Le varianti di Ungaretti

A proposito di varianti, non già per frenare o sminuire l'importanza per l'attenzione a questi segmenti di poesia (io stesso, del resto, sono stato un variantista ungarettiano - e leopardiano - ed alle varianti ho sempre dato, e do importanza notevolissima), ma per mettere in guardia contro certe tentazioni quasi esclusivistiche o feticistiche, giovi riportare un episodio che ha, ovviamente, Ungaretti per protagonista. Una volta, per non so quale ricevimento o pranzo, una signora s'avvicinò al poeta pregandolo di vergare su un foglio, di sua mano, un testo poetico. Ungaretti oppose di non sapere a memoria i suoi versi, ma la signora aveva con sé un libro. Ungaretti (non sapeva dir di no) pazientemente scelse una poesia - tra le più brevi - e con l'inchiostro verde della sua penna stilografica trascrisse attentamente quei versi. La signora ringraziava, ringraziava molto, ma di una cosa si doleva: "Peccato che non ci siano varianti". "Perché - ribattè Ungaretti - voleva anche delle varianti? Aspetti che ne faccio subito due o tre". E riprese il foglio, aggiunse in margine qualcosa, e fu fatta!

Leone Piccioni, Ungarettiana, Vallecchi, Firenze 1980, p. 210.


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Claudio Magris - Elias Canetti

Ecco un modo tutto particolare di difendere la propria privacy, senza perdere le staffe, anzi, al contrario, divertendosi nel recitare una parte buffa. Elias Canetti finge al telefono di essere una governante inglese per riservarsi la possibilità di parlare oppure no con l'interlocutore, in questo caso Claudio Magris. E' quanto racconta, in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 1981, lo stesso Magris, che sembra anche ricavare un insegnamento dall'episodio: Canetti, il poeta delle metamorfosi, prova nella propria quotidiana esistenza "un'arte difficile, quella di giocare da soli, con e contro se stessi, con tutta la serietà e l'ilarità del vero gioco".

Metamorfosi, ovvero la governante inglese

Due anni fa, prima di partire per Zurigo, avevo telefonato a Canetti, sperando che in quei giorni fosse a casa e che mi fosse possibile rivederlo. Non rispondeva nessuno e provai a fare il numero del suo vecchio appartamento di Londra, la città nella quale aveva vissuto, oscuro e ignorato, per tanti anni - dal 1939, dopo aver abbandonato Vienna occupata dai nazisti - e dove l'avevo incontrato la prima volta. La voce di un'anziana signora inglese, sentito il mio nome, mi disse gentilmente che Canetti sarebbe venuto subito e infatti qualche attimo dopo egli era all'apparecchio, cordiale e affettuoso: diceva che si era ritirato a Londra, lontano dalla famiglia, per qualche settimana, per finire un libro e potersi rendere irreperibile quando ne avesse voglia o necessità, soprattutto per stare solo. "Anzi, aggiunse dopo una pausa, "mi scusi, per un momento fa, sa, ero io al telefono, prima, quando Lei ha chiesto di parlare con me..."
Il poeta che aveva dedicato pagine indimenticabili alla metamorfosi si era trasformato, per un istante, in una sua inesistente governante. Forse, prima di rientrare in se stesso e di tornare al telefono, aveva fatto il giro della stanza; certo si era rivelato maestro in un'arte difficile, quella di giocare da soli, con e contro se stessi, con tutta la serietà e l'ilarità del vero gioco.

Claudio Magris, Lo scrittore che si nasconde, in Itaca e oltre, Garzanti, Milano 1982, p. 55, già pubblicane nel "Corriere della Sera" del 16.10.81 col titolo Canetti, genio misterioso e affabile.


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Goffredo Parise - Filippo de Pisis

Questo scritto di Goffredo Parise comparve per la prima volta sul "Corriere della Sera" del 9 giugno 1981, prima di essere raccolto nel volume Artisti a cura di Mario Quesada nel 1984 per la casa editrice Le parole gelate. L'aneddoto ha per protagonista il pittore Filippo de Pisis che non sopporta di veder diminuita la sua opera di artista, nemmeno se questo può evitargli il pagamento di molte tasse. E di questa vanità, naturalmente, il malaccorto pittore pagherà lo scotto.

Le tasse della vanità

In seguito ebbi modo di vederlo molte altre volte a Venezia e di conoscerlo, per mezzo di Carlo Cardazzo, un noto gallerista. Un giorno lo vidi proprio con Cardazzo: litigavano e dapprima stentai a capire il perché del litigio. Si trattava di questo: erano stati insieme all'ufficio delle Imposte perché de Pisis, in quegli anni e in quella città molto noto era stato colpito da tasse esagerate. Per questo si lagnava e piangeva con Cardazzo. Cardazzo prese in mano la cosa e raccomandò a de Pisis di dire onestamente all'ufficiale delle Imposte che i suoi guadagni non erano poi enormi, che lui era un artista e come tutti gli artisti, povero. De Pisis promise.
Davanti all'ufficiale Cardazzo cominciò l'esposizione diciamo della "povertà artistica" di de Pisis ma questi, via via che Cardazzo parlava, sempre più s'infuriava finché esplose. ""Ma cosa dici, macché artista misconosciuto, macché artista povero, io sono un grande artista, un grande pittore riconosciuto da tutti, un maestro, e i miei quadri valgono moltissimo tanto che non faccio a tempo a farli che sono già venduti." Inutile dire che la transazione Cardazzo andò a monte proprio nel momento in cui doveva andare in porto e de Pisis pagò le tasse della sua vanità.

Goffredo Parise, Artisti, in Opere II, Mondadori, Milano 1989, pp. 1208-1209.


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Piero Bigongiari - Carlo Emilio Gadda

Il poeta e critico letterario Piero Bigongiari intervistato da Giorgio Tabanelli a Firenze il 6 novembre 1981, conclude la sua intervista con questo simpatico aneddoto che ha per protagonista Carlo Emilio Gadda. Il gran lombardo, recatosi in visita a Carlo Bo, nella casa paterna di questi a Sestri Levante, nottetempo si imbatte in un vecchio e burbero zio del critico ligure, che fraintende le intenzioni di Gadda, dando origine ad una situazione comica, della quale i convenuti (Luzi, Bigongiari, Bo) il mattino dopo rideranno di gusto.

Avvenne di notte

Per terminare vorrei citare un aneddoto curioso che accadde quando andammo io e Luzi a trovar Bo a Sestri Levante. Ricordo ancora che la grande casa avita era dappertutto piena di libri. Abbiamo sempre ammirato di Carlo Bo questa sua disponibilità a comprare libri di qualunque specie in quantità enorme, cosa che ci faceva una grande invidia, in po' meno forniti allora - e anche ora - di moneta rispetto a lui. Quando andammo a trovarlo a Sestri, sarà stato verso il '40 o il '41, avvennero cose molto curiose. C'era con noi, ospite, anche Carlo Emilio Gadda. Io e Luzi eravamo in grande amicizia anche con lui. In questa grande casa di tradizione e anche, in questo senso, di grande famiglia, con questi libri, questa grande biblioteca, e questo giovane Carlo Bo che aveva l'autorità della sua presenza nella cultura italiana, successero cose incredibili perché in questa famiglia abituata all'etichetta familiare quale c'era prima nelle buone famiglie dell'alta borghesia come quella di Bo (con la figura della sua angelica sorella che ancora ricordo con nostalgia), Carlo Emilio Gadda ne fece di tutti i colori. C'era nella casa uno zio sordo, loro ospite a vita, e successe che mentre noi, io e Luzi, ci eravamo ritirati a notte alta a dormire in una stessa camera, Gadda, che era a dormire in una camera accanto alla nostra, in piena notte, il caro estroso amico Gadda, che era molto più anziano di noi, ebbe bisogno di distrarsi per qualche bisogno impellente; e non sappiamo come accadde, ma andò a finire nella camera di questo zio Bo, il quale era un anziano signore piuttosto nevrotico e burbero. Egli, risvegliato in piena notte dal Gadda, cominciò a urlare: "Se ne vada! Vada via!". Gadda ritornò in camera, poi, ripensandoci bene, disse:"Bisogna che vada a scusarmi". E dopo mezz'ora tornò a bussare alla camera di questo zio nevrotico dicendo: "Mi deve scusare..." ecc. Il poveretto, che si era appena riaddormentato, risvegliato di soprassalto ricominciò ad urlare ancora più forte: "Vada via! Insomma lei è...!" ecc. ecc. Fu una notte tragicomica e il giorno dopo a stento contenevamo le risate più folli davanti ai due responsabili per la comica situazione creatasi senza scampo tra la cerimoniosità sempre più impigliata e gaffeuse di Gadda e la nevrosi di questo zio di Carlino.

E' un piccolo episodio che appartiene alla memoria della oltre quarantennale amicizia con Bo, ma fatti di questo genere divertito sono infiniti. Ci sono nei rapporti di qualunque amicizia naturalmente anche, se Dio vuole, i momenti allegri, di una gaiezza irrefrenabile, che galleggiano sugli anni come chiarìe improvvise su un orizzonte marino.

Piero Bigongiari, in Giorgio Tabanelli, Carlo Bo. Il tempo dell'ermetismo, Garzanti, Milano 1986, pp. 114-115.


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Cesare Marchi - Basilio Puoti

Per spiegare chi sia un pendante, Cesare Marchi rispolvera la figura di Basilio Puoti, protagonista di due aneddoti, nei quali il famoso purista napoletano riduce ogni giudizio a un fatto linguistico.

Il prototipo dei pedanti

Un pedante molto migliore della sua fama fu Basilio Puoti, letterato napoletano, che aprì a sue spese, nella sua città, una scuola gratuita. Ma più che per questa benemerenza, è ricordato per la sua intransigenza in fatto di purità della lingua, che ne ha fatto il prototipo dei pedanti. Si racconta che, mentre alcuni amici si lamentavano per le dure condizioni di vita della città sotto i Borboni, egli commentasse: "Credete a me, le cose vanno male a Napoli perché da noi non si conosce bene l'uso dei participi". Probabilmente è un aneddoto inventato, ma gli assomiglia parecchio. Un'altra volta un suo amico, per fargli uno scherzo, andò a bussare alla sua porta nel cuor della notte. Basilio si svegliò, si affacciò alla finestra e domandò che cosa volesse da lui, a quell'ora.

- Vorrei che tu ti alzi - gridò l'amico.

- Disgraziato - ribatté il Puoti, fuori di sé - devi dire "che tu ti alzassi, che tu ti alzassi".
La violazione della sintassi l'aveva imbestialito più della violazione del sonno.

Cesare Marchi, In punta di lingua. Divagazioni curiosità aneddoti sull'italiano scritto e parlato, Rizzoli, Milano 1992, pp. 239-240.


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Vittorio Foa - Benedetto Croce - Palmiro Togliatti

Vittorio Foa, nella sua autobiografia politica pubblicata nel 1991, racconta un aneddoto che ha "sentito dire". Protagonisti sono Togliatti e Croce, dopo la svolta di Salerno, nella primavera del 1944. L'incarico di scrivere l'appello agli Italiani per richiamarli all'unità contro lo straniero è affidato a Benedetto Croce, che però deve vedersela con Palmiro Togliatti nelle vesti di dotto umanista. Questi delude chi pensava di dover intervenire con una mediazione diplomatica (Sforza), approvando tutto e avanzando solo un'obiezione di carattere linguistico. Ecco dove va a cacciarsi talvolta la filologia.

Potenza della filologia


Sulla filologia come arma politica di Togliatti voglio ricordare un episodio che conosco ovviamente solo per sentito dire. Nella primavera del 1944, dopo la famosa "svolta", Togliatti era a Salerno ministro nel governo presieduto dal maresciallo Badoglio. Un giorno il ministro degli Esteri, che era Carlo Sforza, chiese che il governo lanciasse un pubblico appello agli italiani delle due parti del fronte per salvare la patria divisa e sofferente. Tutti furono d'accordo e senza eccedere nell'immaginazione diedero incarico di scrivere l'appello a Benedetto Croce, considerato come il più alfabetizzato del gabinetto. Croce si consultò con Sforza: che tono tenere? E se Togliatti farà le sue obbiezioni? Niente paura disse Sforza che era un esperto diplomatico. Croce carichi pure il linguaggio, se Togliatti obbiettava ci avrebbe pensato lui, Sforza, a trovare un punto di compromesso. Così nella seduta successiva del Consiglio dei ministri Croce lesse l'appello e tutti attesero l'intervento del comunista, che sembrava immerso in una profonda riflessione. A un certo punto chiese la parola. Ecco, ci siamo si scambiarono un'occhiata Croce e Sforza. Togliatti cominciò così: "E' un buon documento; sì, proprio buono, all'altezza della situazione. Ho solo un'osservazione da fare (tutti attenti, adesso ci siamo): non si mette il gerundio all'inizio di una frase; ce lo ha insegnato il nostro don Basilio; non è vero, don Benedetto?" concluse rivolgendosi a Croce. Il richiamo al grande purista napoletano Basilio Puoti impediva qualsiasi replica.

Vittorio Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Einaudi, Torino, 1991, pp. 230-231.


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Federico Zeri - Vittorio Cini

Nella sua autobiografia del 1995, Federico Zeri riassume i suoi rapporti con il finanziere e mecenate Vittorio Cini. L'aneddoto suona come un severo giudizio non solo su un uomo, ma su un'intera classe sociale, da lui ben rappresentata, l'alta borghesia italiana, che, in definitiva, sembra conoscere soltanto il valore dei soldi.

Il valore dei soldi

Un episodio riassume nella mia memoria questi aspetti della sua [di Vittorio Cini] personalità e la delusione che io finii per provarne. Nel 1963 avevo conosciuto il miliardario americano J. Paul Getty, dal quale mi recavo quasi ogni mese. Questa relazione incuriosiva, o affascinava, Cini. Si persuase, non so su quali basi, che ne ricavavo enormi somme di denaro e soprattutto credeva che Getty mi avesse concesso una percentuale sui suoi affari di petrolio. Era un'idea del tutto falsa, assolutamente irreale, eppure Cini voleva crederci.
Un giorno verso la fine degli anni '60, mi prese in disparte e tentò di affrontare la questione. Cini e io ci davamo del lei, come usa tra persone educate e di condizioni sociali molto distanti. "Lei è dunque divenuto ricchissimo?" finì col domandarmi, lasciandomi interdetto. Non volevo deluderlo, anche perché ero curioso di vedere dove sarebbe arrivato: gli risposi di sì. Cominciò un elenco di cifre: un milione, dieci milioni, venti milioni di dollari? Rimasi indifferente: "Oh, no, molto di più. Del resto lo sa lei stesso, con una fortuna importante è difficile fissare i limiti". Al che Cini concluse: "Ma allora lei appartiene alla nostra élite! Ora possiamo darci del tu". Come un tipico rappresentante della borghesia italiana non poteva sfuggire a questo spirito di gruppo fondato sui rapporti di forza e di servilismo dove nulla conta, se non il luccichio del potere.

Federico Zeri, Confesso che ho sbagliato. Ricordi autobiografici, Longanesi & C., Milano 1995, pp. 88-89.


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Luciana Bianciardi - Luciano Bianciardi - Giangiacomo Feltrinelli

Luciana Bianciardi, figlia di Luciano Bianciardi, collaboratore di Giangiacomo Feltrinelli, racconta questo episodio ambientato nei primi anni Sessanta. Luciano Bianciardi prende in parola il miliardario editore milanese che si fa interprete della causa del proletariato e gli porta via un cappotto che non avrebbe potuto permettersi di acquistare. Non si registrano reazioni di Feltrinelli.

Il cappotto del proletario

 

Luciana Bianciardi in Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Baldini e Castoldi, Milano 2000, p. 185.


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Gaetano Afeltra - Carlo Bo - Giovanni Spadolini

Gaetano Afeltra, in occasione della morte di Carlo Bo, ricorda un piacevole episodio che ha per protagonista, oltre a Bo, Giovanni Spadolini: insomma, due bibliofili a confronto, che si sfidano bonariamente sul loro terreno preferito, i libri. Il perdente, Spadolini, non esita a mentire sul numero dei suoi acquisti librari, ma è ricambiato dall'indulgente sorriso del rettore urbinate che nella sua più lunga vita ne ha accumulati in numero maggiore.

Libri

Chi andava a fargli [a Bo] visita rimaneva incantato a guardare quelle pareti tappezzate di libri: ne aveva dappertutto, in scaffalature alte fino al soffitto, impilati lungo il corridoio, distribuiti in mucchi in ognuna delle stanze. Per quanto ne so, era l'unico ad avere libri stipati in grande quantità fin dentro il bagno. Spadolini, che era venuto con me a fargli visita nella sua casa milanese di via Maria Teresa, provò forse una punta di dispetto di fronte a quella sterminata biblioteca la cui consistenza superava la sua. Fu così che, dopo aver chiesto a Bo una stima approssimativa del numero dei volumi da lui posseduti, e avutone in risposta un vago "Novantamila", Spadolini si affrettò a correggere il numero dei suoi, precedentemente quantificati in settantamila. "I miei saranno.... ottanta-ottantacinquemila", replicò. Bo ne sorrise, del suo sorriso silenzioso, dolce.

Gaetano Afeltra, Una casa piena di libri ma quando aveva ospiti era lui a fare la spesa, in "Corriere della Sera" di lunedì 23 luglio 2001, p. 35.


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Leone Piccioni - Carlo Emilio Gadda

Conversando con Mirella Serri, Leone Piccioni racconta un aneddoto che ha per protagonista Carlo Emilio Gadda, da lui conosciuto al tempo in cui lavoravano insieme alla Rai. Si tratta di un equivoco fondato sulla presunta omosessualità latente attribuita all'autore del Pasticciaccio o, meglio, che questi temeva di vedersi attribuire. La storiella compare in una recensione del volumetto di ricordi letterari pubblicato da Piccioni, dal titolo De Robertis Pea Bilenchi, Pananti, Firenze 2001.

Colleghi di P/penna

Anche Gadda l'ho conosciuto nel dopoguerra. Oltre che uno dei maggiori narratori italiani era veramente un tipo straordinario. Ho lavorato in Rai con lui per decenni. Tutta l'aneddotica sul suo conto e sulla sua magnifica ingenuità è assolutamente vera. Basta solo questo episodio: gli telefona lo scrittore calabrese Mario La Cava e per presentarsi a lui, un po' pomposamente, gli dice: "Noi siamo colleghi di penna". "Di Penna?", grida Gadda. "Ma, per carità!". E attacca il telefono all'improvviso perché una delle sue ossessioni era di essere fatto oggetto di polemica di scherno per la latente omosessualità e voleva evitare che il suo nome fosse collegato a quello di Penna che invece non mascherava la sua inclinazione.

Leone Piccioni in Mirella Serri, Quando Ungaretti non leggeva Montale per "non sciuparsi", in "Tuttolibri", XXV, n. 1271, 4 agosto 2001, p. 3.


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