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Letteratura
Martedì 21 Agosto 2012 16:59

A chi mai non è accaduto qualche volta di ricopiare su un quaderno dei brani curiosi, sui quali si era soffermato, non perché contenessero chissà quale grande verità, ma attratto da un caso umano insolito, descritto con spirito ameno, o da un bel giro di parole che gli aveva suscitato meraviglia o ilarità. A me è capitato un po’ di anni fa (2000-2002): leggevo e ricopiavo, collezionando pezzetti di un puzzle che non avrei mai composto interamente e che anzi presto avrei abbandonato.

Ho ordinato cronologicamente i racconti, almeno quelli ritagliati nelle pagine dei quotidiani; gli altri brani rispondono al ritmo delle mie letture di allora.

Il lettore perdoni la vanità del seguente divertissement, nato nella stessa situazione esistenziale descritta in Aneddotica novecentesca. Anche le motivazioni sono le stesse. Buona lettura!

 

 

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Punto d’onore

 

Che fa il candidato in un concorso a cattedra se, giunto all’orale, si trova davanti una professoressa tutta d’un pezzo che gli chiede di parlare del “messaggio” degli ermetici? Certo, se ci tiene a passare,  non ne fa un “punto d’onore” e si accontenta di riproporre la solita minestra precotta dei manuali scolastici. Sandro Onori si comportò  diversamente:

“… durante gli orali di quel concorso, si rifiutò di rispondere alla maestrina che gli chiedeva conto e ragione del "messaggio" degli ermetici, proprio così: del "messaggio" degli ermetici. Sandro faceva il finto tonto, non si rassegnava a convenire sul fatto che la poesia dovesse essere tradotta in messaggi, finché non giunse in suo aiuto un presidente di commissione colto e intelligente. Questo punto d'onore, per dirla velocemente e un po' alla grossa, gli coincideva con la ricerca e la salvaguardia dell'innocenza, ovunque e in qualsiasi forma fosse possibile reperirla. In questo, solo in questo, Sandro è rimasto fedele all'insegnamento di Pasolini, al suo limite straziato e utopico”.

 

L’aneddoto è raccontato da Massimo Onori nella recensione a Sandro Onofri, Registro di classe (Einaudi, Torino, 2000), dal titolo A salvaguardia dell'innocenza. Spietati indizi di un uomo antico innamorato della scuola, "L'Indice dei libri del mese", Settembre 2000, anno XVII - N. 9, Settembre 2000, p. 4, recensione che si risolve in un elogio funebre di Sandro Onofri, scomparso prematuramente il 20 settembre del 1999.

 

 

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Contrappasso

“Truffata la filologa Maria Corti: trenta milioni alla finta bancaria” titola il “Corriere della Sera” di mercoledì 22 novembre 2000, p. 17 con un articolo di Francesco Battistini, cui si rimanda da un trafiletto della prima pagina. Dichiara la Corti appena truffata: “E dire che non sono una di quelle vecchiette rimbambite. Io dirigo il Fondo manoscritti dell’Università di Pavia. Ho appena ricevuto la donazione degli autografi di Federico Zardi, un miliardo di lire. Per gennaio sto preparando una mostra al Teatro Strehler. Insomma, ho 85 anni, ma sono una lucida, lucidissima”.

Così sembra scusarsi - non si sa con chi - la filologa che s’è vista involare trenta milioni da una donna “trenta-trentacinquenne bruna ed elegante” spacciantesi per funzionaria della sua banca, accompagnata da un altrettanto elegante chauffeur. Ma intanto è stata fregata, e Belfagor ha facile gioco, diavolo com’è, a dire che “una conoscitrice di beffe medievali come la cruscante Maria Corti” s’è fatta beffare da una “avvenente volpe bancaria” (“Belfagor”, 2001, LVI, 1, p. 127). Ottimo contrappasso, non è vero?

 

 

 

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Un miracolo di Giovanni Papini

 

Scrive Antonio Baldini nei Buoni incontri d’Italia, ne Il libro dei buoni incontri  di guerra e di pace, Sansoni, Firenze 1953, pp. 317-318, riferendo una pagina del pittore fiorentini Armando Spadini: “Sono sempre stato un marito fedele. Solo mi ricordo d’essere stato lì lì per cedere alla tentazione un giorno che ero rimasto in casa solo  con Jolanda”.

(Questa Jolanda era una servotta di paese che Spadini aveva con sé qualche anno addietro,  rubra di capelli e tutta macchiata  di lentiggini, sudicia e scapigliata anzi che no, ma di sana fresca  costituzione e con dei tratti tutt’altro che antipatici. La sua  figura trovasi abbozzata in parecchie tele di Spadini. Più viva che altrove la vedi nel grande Mosè salvato dalle acque, ed è la figura a sinistra in piedi con un ombrello da sole).

“Era d’estate. Faceva caldo. M’assalì la tentazione. Dissi fra me: Come mai la Pasqualina non ritorna? Misi l’orologio sul tavolino e pensai: se alla tale ora la Pasqualina non s’è vista è segno che la faccio… E così giravo e  giravo intorno alla Jolanda che intanto senza sospettar nulla era dietro alla faccende di casa. La lancetta cammina, arriva l’ora, non si vede nessuno. Col sangue alla testa vado verso Jolanda e sto per abbracciarla, quando si sente di fuori un passo e qualcuno che spinge la porta… Entra Papini! Così fui salvo”.”

Chi ha visto una qualche foto di Papini,  saprà giudicare di questa salvezza.

 

 

 

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Puttane e libri

 

Edoardo Sanguineti intervistato da Oreste Pivetta per il quotidiano l’Unità di Mercoledì 16 maggio 2001, p 23, parlando di capitalismo e cultura di mercato, libri e consumi ha modo di dire quanto segue:

“Nei viaggi dei miei anni estremi, sono stato anche a Kyoto. A Kyoto ho attraversato un quartiere a luci rosse, edifici a otto piani, di tante camere, eccetera eccetera. Però mi sembravano tutti vuoti. Siamo entrati in un bar, per una birra e i proprietari nel vuoto di quel quartiere mi sembravano in preda allo sconforto.  Gli affari non andavano bene. Più di tanto non si può vendere. La domanda si esaurisce.  Un chilometro avanti casa mia sostano nigeriane in disperatissima concorrenza con albanesi e slave. Tutto a prezzi di svendita. Ma il commercio così non paga...

E i libri? Non capisco il rapporto...

Ricordo un modo di dire: le puttane e i libri si portano a letto. Il disastro d’oggi mi pare fotografi l’idea tutta pubblicitaria del libro come merce. In quanto tale ci saranno sempre merci più appetibili.  Siamo sì o no avvolti in una cultura di mercato...”.

 

 

 

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Ardengo Soffici dixit

 

“9 febbraio

- Il sogno dei miei vent’anni – mi diceva un vecchio amico – era l’amore; quello dei miei trenta: la gloria; dei miei quaranta: la ricchezza.

Oggi, a sessant’anni, non desidero più che una cosa: Andare alla latrina una volta al giorno, regolarmente.”

 

 

 

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Du ova

 

Racconta Indro Montanelli in un colloquio con Giorgio Soavi (“Corriere della Sera” di Lunedì 23 luglio 2001, p. 2 dal titolo Dialogo sulla morte. “Sono stufo, non mi diverto più. Non ho più voglia di niente”) pubblicato il giorno dopo la sua morte: “...quando la mia povera madre stava per morire e là, nella casa in Toscana, c’era già il prete e noi intorno, zitti, aspettando un sospiro, muovere un dito. Lei che cosa ha fatto? Ha aperto gli occhi e, da brava toscana,  ha detto: vorrei du ova.  Che tradotto nella tua lingua lombarda vuol dire che voleva due uova. Ma era bella che morta, capisci? Strana razza, la nostra”.

 

 

 

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Cannellini a sazietà, ovvero come morì Giacomo Leopardi:

 

“Il 13 giugno [1837], festa di Sant’Antonio da Padova, Paolina, diciottenne premurosa  sorella di Ranieri, aveva comprato tre cartocci di questi caratteristici confettini[1] e, sicura di fargli [a Leopardi] cosa gradita, li aveva regalati al poeta, il quale naturalmente li aveva accettati con indicibile entusiasmo.

Il mattino del giorno successivo, 14  giugno,  in procinto di recarsi in carrozza insieme con Ranieri in una villa (quella della Ginestra) alle falde del Vesuvio per un periodo di riposo, il poeta - a quanto si è potuto stabilire sulla base di una circostanziata ricostruzione dei fatti - ne fece un’allucinante scorpacciata.

Ne trangugiò, infatti,  un primo cartoccio del peso di quasi mezzo chilogrammo, dopodiché bevve (udite!)  una tazza di brodo caldo di gallina.

Seguì un secondo cartoccio di “cannellini” di eguale peso, a cui fece seguito - a mo’ di digestivo - una limonata fredda.

Non bisogna dimenticare che Leopardi era da anni affetto da diabete, idropisia e asma, che minavano inesorabilmente la conclamata precarietà delle sue condizioni di salute.

Tutta la roba ingerita quel fatale mattino avrebbe provocato seri disturbi intestinali anche alla persona più sana: si può pertanto immaginare quali rovinosi effetti dovette innescare nel  vulnerabile organismo di Leopardi: dolorosissime, implacabili fitte allo stomaco, la perdita di coscienza, quindi la morte, avvenuta alle ore 17, per congestione intestinale.

Basti pensare che, come si è accennato, all’interno dei confettini da lui ingurgitati, senza magari averli masticati a dovere, c’era un sottile rametto di cannella.

Orbene, moltiplicando per oltre cento confettini ingeriti, si ottiene un grumo di sostanza legnosa che neppure lo stomaco di un poderoso cavallo avrebbe potuto smaltire. Inevitabile il malore, che repentinamente colpì il poeta e nel giro di poche ore ne stroncò la fragile fibra.”

Lo scrive Gennaro Cesaro, Giacomo Leopardi: “curriculum mortis”, in “Nuova Antologia”, aprile-giugno 2001, anno 136°, Fasc. 2218, p. 311.

 

 

 

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Meraviglia!

 

Le gesta di Leonado Fioravanti, medico bolognese del XVI secolo, raccontate da Piero Camporesi, Camminare il mondo. Vita e avventure di Leonardo Fioravanti medico del Cinquecento, Garzanti, Milano 1997, p. 115. Si veda l’episodio del naso d’un gentiluomo staccato da un soldato durante una zuffa e riattaccato dall’intervento pronto di Fioravanti che così, nel suo bel volgare, descrive la scena: il naso “cadette nella rena e io lo viddi, perché eravamo insieme. Fu dispartita la zuffa e il povero gentiluomo restò senza naso; e io che lo avea in mano tutto pieno di arena, li pisciai suso e lavato col piscio gli lo attaccai e lo coscì benissimo e lo medicai col balsamo e lo infasciai e lo feci stare così otto giorni, credendo che si dovesse marcire; nondimeno, quando lo sligai, trovai che era ritaccato benissimo e lo tornai a medicare solamente un’altra volta e fu sano e libero, che tutto Napoli ne restò meravigliato; e questo fu pur la verità e il Sig Andrés lo può raccontare perché è ancor vivo e sano”. Camporesi cita da Leonado Fioravanti, Il tesoro della vita humana, Dell’eccellente dottor & Cavaliere M. Leonardo Fioravanti Bolognese. Diviso in libri quattro, Venezia, Appresso heredi di Melchior Sessa, 1570, c. 64r.

 

 

 

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Il coccodrillo di Montale

In ogni archivio di quotidiano che si rispetti è disponibile il cosiddetto “coccodrillo”, cioè una traccia ben informata pronta all’uso, cioè utilizzabile da chi è incaricato di scrivere il necrologio d’una persona importante. Ma che succede quando codesta  persona importante lavora al giornale, ed ha dunque libero accesso alle stanze dell’archivio? Leggere il proprio coccodrillo non farebbe piacere a nessuno, e se fosse possibile trafugarlo, ognuno di noi non ci penserebbe due volte. E’ quanto fece Eugenio Montale qualche anno prima della morte. Egli infatti non si ricordò di restituire il coccodrillo, perché fosse pronto all’occorrenza. Un semplice lapsus freudiano o un gesto scaramantico?

Ne dà notizia Giulio Nascimbeni, Montale. Il mistero del coccodrillo scomparso in “Corriere della Sera” di lunedì 10 settembre 2001, p. 23.

 

 

 

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Un momento tragico

 

Si vuol sapere come fu svezzato il famoso scrittore abruzzese di Fontamara, di Vino e pane, ecc., Ignazio Silone? Con “uno stratagemma alquanto subdolo”. Lo racconta lui stesso in Ricordo d’infanzia, in Romanzi e Saggi, vol. I, Mondatori, Milano 1998, pp. 1379-1380: “Quando una madre crede sia giunto il momento di svezzare un bambino, senza avvisarlo in alcun modo, si cosparge il seno di grandi macchie nere ottenute con carbonella o altro colorante, e quando il piccolo vuole mangiare gli offre il seno come sempre, come se tutto fosse perfettamente normale”.

Così fece anche la madre del piccolo Ignazio. Ed ecco la reazione del figlio riassunta così dallo scrittore adulto: “Fu il primo momento tragico della mia vita. Dovetti separarmi per sempre da quelle due cose care, morbide, tonde, intime, affidabili e dolci da cui finora avevo tratto nutrimento in maniera facile e meravigliosa”.

 

 

 

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Ultimo incontro

 

Come esiste un racconto del primo incontro,  così esiste un racconto dell’ultimo incontro. Leggo S.(Savinio), In poetae memoriam / Guglielmo Apollinaire,  articolo apparso sul “Corriere della Sera” dell’11 novembre 1923. Savinio ricorda che quando morì Apollinaire, alla fine della Grande guerra, erano in corso i festeggiamenti per la vittoria e allora

“La festa teneva i morti chiusi tappati in casa. Il povero poeta [Apollinaire] fu lasciato per più giorni imputridire nella sua cameretta bassa di soffitto, davanti l’irresponsabile idiozia dei quadri cubisti, vigilato dagli sguardi degli idoli congolesi.

Apollinaire amava fumar grosso. Tra le sue molte nostalgie, era quella dei sigari toscani.

Giuseppe Ungaretti, ben conoscendo quella sua predilezione,  corse non appena tornato dal fronte di Bligny alla casa dell’amico, salì a quattro a quattro gli scalini dei cinque piani,  entrò in casa  come il fidanzato dalla fidanzata con i mani un magnifico mazzo di “toscani” e trovò Apollinaire sul letto, verdastro, marcio, animato non più di una vita propria, ma di quella dei vermi che gli nascevano dentro”.

Come ultimo incontro non fu molto lieto. Ma può mai esserlo un ultimo incontro? Aggiungi poi l’asprezza di questa prosa. Conclusione: fece bene Savinio ad emendarla in Narrate, uomini, la vostra storia, Bompiani, Milano 1942, pp. 99-106.

Il tutto puoi leggerlo in una nota di Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo. Saggi e interventi, Mondatori, Milano 19864 (la I edizione è del 1974), pp. 986.

 

 

 

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Un anno sfortunato

 

In un’intervista concessa a Ramòn Chao nell’aprile 1978, Jorge Luis Borges (Buenos Aires, Argentina, 1899 – Ginevra, Svizzera, 1986) ricorda  che il 1955 fu un anno particolare per la sua esistenza “perché dal 1955 la cecità mi impedisce di leggere. In quell’anno la mia vita è stata segnata da due eventi cruciali: sono stato nominato direttore della Biblioteca nazionale di Buenos Aires, e quasi contemporaneamente sono diventato cieco. Duecentomila volumi a portata di mano, senza poterli leggere”.

L’intervista  è pubblicata in Le monde  diplomatique Il Manifesto, n. 8/9, anno VIII, settembre 2001, pp. 30-31.

 

 

 

 

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Il violoncello di Toscanini

 

Racconta Arturo Toscanini a Camilla Cederna, rievocando gli anni in cui era scolaro: “ “… le dirò una cosa che non ho detto a nessuno” continuò  rivolta  a me. “Allora, se devo dire la verità, non ero un modello in fatto di abbigliamento. Spesso avevo la divisa in disordine, o mi mancava un bottone agli stivaletti.”

A causa di una mancanza del genere, il piccolo Toscanini, un giorno, venne consegnato per un’intera mattinata (e in collegio le lezioni cominciavano presto) in una delle aule della scuola, dove lo chiusero a chiave insieme col suo violoncello.

“Signor bidello”,” implorò l’allievo dopo qualche ora di reclusione “mi lasci uscire almeno un momentino” e la ragione era la solita, quella per cui gli allievi di tutti i tempi, alzando due dita, ottengono il permesso di allontanarsi per breve tempo dalla lezione. “Figurarsi, signor Toscanini” rispose il bidello da dietro la porta. “Lei lo fa apposta. Resista, ché le farà bene.” Ma il  signor Toscanini, di dodici anni, non poté resistere, e dopo aver pensato più che poteva su come risolvere questo problema così personale senza scandalo, si decise a far pipì nel violoncello. Quindi, scontata la punizione, uscì con i suoi perché era pomeriggio di visita.

La mattina seguente, senza ricordarsi più di nulla, andò a lezione con gli altri allievi. In un angolo della stanza ardeva il caminetto: al centro,  circondato dai ragazzi sedeva il professore. Stringendo il suo violoncello fra i polpacci (allora i violoncelli non avevano il puntale), Toscanini stava facendo gli esercizi, quando il maestro, volgendosi dalla sua parte,  gridò allarmato: “Allievo Toscanini, ma che ha il suo violoncello che suda?”. E Toscanini , raccontandomi questo episodio della sua vita, rifece per me l’espressione della faccia del professore, meravigliata e insieme indulgente, quando seppe, fra le risate degli altri scolari, l’avventura del giorno prima.

Camilla Cederna, Il meglio di Camilla Cederna, Mondatori, Milano 1987, pp. 58-59. L’articolo è datato gennaio 1957.

 

 

 

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Avarizia

 

Su Matisse, ricco e avarissimo, Orio Vergani riporta questo aneddoto: “Una modella, che posa anche per sua figlia, si vede consegnare da Matisse cinquanta franchi dopo dieci ore di posa. La modella osserva timidamente: “Vostra figlia, maestro, mi dà dieci franchi all’ora…”. Matisse risponde: “Mia figlia può permetterselo. Suo padre è ricco”.”

Leggilo in Orio Vergani, Misure del tempo. Diario (1950-1959), Leonardo, Milano 1990, p. 33, sotto la data 31 ottobre 1950.

 

 

 

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Senex libidinosus

 

Senex libidinosus in Orio Vergani, Misure del tempo (Diari, 1950-1959), Milano 1990, p. 184: “Ermete Zacconi, immobilizzato in letto da una paralisi, risentiva egualmente, ogni tanto, degli effetti stimolanti di una cura ringiovanitrice. Avendo scoperto che la cameriera non accettava le sue offerte d’amore, fingeva crisi terribili del male. La governante accorreva, si chinava su di lui, chiedeva: “Ha bisogno di qualcosa, commendatore?”. Il vecchio attore continuava la commedia. La cameriera gli si stringeva da vicino e domandava sempre più ansiosa: “Le occorre qualcosa, signor commendatore?”. E allora il vecchio Zacconi l’abbracciava, cercava di baciarla e, tornando improvvisamente in vita, rispondeva: “Ho bisogno della tua manina, cara!”.

 

 

 

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I due leoni

 

Giorgio Soavi in Adriano Olivetti. Una sorpresa italiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 70 a proposito della vita presso la Olivetti di Ivrea, dove si diceva che lavorasse  metà degli intellettuali italiani, ricorda come “Ci sembrava di sfiorare con le punta delle dita gli ideali che soltanto i giovani si convincono di poter inseguire per diventare migliori di qualcun altro…”, e subito dopo racconta quanto si diceva in giro, e in particolare “la storiella dei due leoni in preda alla fame che decidono di separarsi per tentare una sorte migliore. Ci ritroveremo qui, tra un anno esatto, dice un leone all’altro. Un anno dopo i due si ritrovano, il primo magro e sfinito, l’altro grasso, sorridente e in gran forma.

Come hai fatto? Gli chiede stupito il leone magro e sfinito.

Vivevo a Ivrea, risponde l’altro leone, mi mangiavo un intellettuale al giorno e nessuno se ne accorgeva.”

 

 

 

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Aneddoto portiano

Aneddoto portiano in Carlo Dossi, Note azzurre, 2742: “Carlo Porta, trovandosi un giorno in cima del Duomo, fa le sue occorrenze. Si forbisce con una lettera, che il vento porta via. Ma la raccoglie un sacrista, che leggendovi il nome di Porta (di cui era entusiasta), va a portarla alla casa di questi. Né la lettera era sudicia, per essere Porta, come il più dei letterati, stitico… Il sacrista trova il Poeta a tavola: gli espone il perché della visita. Porta ne lo ringrazia di cuore, e per dimostrargli in qualche modo la sua riconoscenza, toglie da un piatto tre o quattro biscotti, li avvolge nella restituitagli lettera, e dona il tutto al sagrista.”

 

 

 

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La mano di Diotima

 

Il pensiero di Ulrich mentre stringe la mano di Diotima (R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1996, p. 101): “Ulrich pensava sbalordito alla stranezza della mano femminile, un organo umano abbastanza impudico, in fondo, che si caccia dappertutto come il muso di un cane, ma ufficialmente è la sede della lealtà, della nobiltà e della raffinatezza.”

 

 

 

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Elogio stroncatorio

 

Piero Chiara, Sale & Tabacchi, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1989, pp. 26-27 [lo scritto è datato 1971] riferisce il modo usato da Giuseppe Prezzolino per rispondere ai poeti in erba che si sottoponevano al suo giudizio: “Da molti anni, ai giovani poeti che gli inviano le loro opere inedite da giudicare, Giuseppe Prezzolini usa per la risposta un modello di lettera di sua invenzione,  redatto pressappoco così: “Ho letto le sue poesie e le ho trovate splendide, meravigliose, nuovissime e tali da mettere in ombra non solo i poeti italiani contemporanei, ma quelli di mezzo mondo. Davanti a un miracolo simile, sconsiglio la pubblicazione in modo assoluto. L’apparizione di quest’opera susciterebbe tanta invidia nei poeti accreditati,  che finirebbero con l’influire in tal modo sulla critica da far relegare le sue poesie tra le scorie letterarie. Il che sarebbe un vero peccato. La consiglio quindi di tenerle ben  nascoste, limitandosi a leggerle ad amici sicuri”.”

 

 

 

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Udienza

 

Alessandro Olschki, Marcella, “Nuova Antologia”, Ottobre-Dicembre 2001, p. 124, racconta un breve aneddoto, un detto memorabile di Louis Armstrong: “… nel 1949 Louis Armstrong venne in Italia con la moglie e rimase famosa una sua battuta in occasione di una udienza concessa dall’austero papa Pio XII che, avendo chiesto ad Armstrong se avesse figli, si sentì rispondere: “No, Santità,  ma ci divertiamo molto a provarci”.

 

 

 

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Una carognata (?)

Non si scrivono certe cose, se non si vuole che l’ombra del sospetto rimanga per l’eternità. Sentite cosa “si dice”, e Goffredo Parise (Sui banchi di scuola con Eco e Calvino, in Scritti vari, Opere II, Mondatori, Milano 1989, p. 1531) tramanda, sia accaduto tra Calvino e Eco quand’erano compagni di scuola: “Di Italo Calvino, come del resto di Umberto Eco, non si conoscevano “carognate”. Solo una, ma per sentito dire e dunque tutt’altro che attendibile. Calvino era un appassionato filatelico e anche Eco lo era. Si dice, ma si badi bene, è soltanto un “si dice” di cui non ricordo assolutamente più la fonte, che i due si scambiassero francobolli ma che una volta Eco abbia notato improvvisamente l’assenza di un enorme francobollo delle Iles sous le vent con grandi vele spiegate al vento, forse le vele del capitano Cook. I “si dice” dicevano che, tornato a casa dopo una visita a Eco, Calvino abbia tirato di tasca la chiave (viveva solo, con un padre vedovo) e che così facendo il francobollo gli sia scivolato di tasca in presenza di Eco. Non ci sarebbero stati dubbi sulla antipatica azione ma Eco affermò una volta per tutte, pubblicamente, che il francobollo non era mai stato suo ma di Calvino.”.

 

 

 

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L’aneddoto dell’illustre matematico

 

A proposito di conferenze, della loro serietà e importanza, valga l’aneddoto raccontato da un illustre anonimo matematico a Claudio Magris  e da questi riferito in Oratori e  pubblico  una  folla per nessuno, “Corriere della Sera”, giovedì 14 febbraio 2002, p. 37. L’illustre matematico tiene un corso che avrebbe scoraggiato “gli incompetenti, ossia quasi tutti i miliardi di abitanti della Terra, tranne un pugno di geni sparsi chissà dove”, e si ritrova davanti a un pubblico di tre o quattrocento persone. Scrive Magris: “Ovviamente non fece alcuna concessione all’inclito pubblico, non perché disprezzasse stoltamente i profani ignoranti, come tanti ermetici e sacrali pseudoaristocratici, spesso più incolti delle disprezzate masse, ma semplicemente perché il suo argomento non consentiva semplificazioni divulgative. Persuaso che si trattasse di un equivoco, si aspettava che alla seconda lezione la folla si sarebbe volatilizzata.

Alle lezioni seguenti, la massa invece aumentava. A un certo punto, incuriosito, egli chiede a una signora, seduta in prima fila con l’aria della tipica assidua consumatrice di tutte le conferenze, se il tema e il suo svolgimento non siano troppo ardui, non presuppongano troppe conoscenze sofisticate, impossibili per un ascoltatore medio. La signora risponde, serafica: “Ah non so, noi siamo qui perché in quest’aula, l’ora dopo di lei, parla il professor X – un letterato allora di gran moda – altrimenti non si trova posto.”. Così il matematico, per tutto l’anno si reca a far lezione a una folla strabocchevole totalmente disinteressata a lui. Sembra di capire, da come la racconta, che la cosa non gli sia dispiaciuta.”

 

 

 

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Wittgenstein contro Popper

 

La serata del 25 ottobre 1946, nell’aula 3 del King’s College dell’Università di Cambridge fu  veramente memorabile. A quanto racconta Popper nella sua autobiografia Unended Quest, Wittgenstein perdente nella disputa con Popper, presente Russell, avrebbe brandito contro il rivale un attizzatoio con gesto di ira. Poi, preso da un senso di impotenza, avrebbe abbandonato l’aula dopo aver gettato per terra l’attizzatoio, mentre Popper pronunciava la frase: “Non minacciare i conferenzieri in visita con un attizzatoio”. Il professor Peter Geach, anch’egli presente in aula, nega tutto, né alcun cenno di tutto questo si conserva nei verbali della seduta del Moral Science Club.

Vedi la recensione a Wittgenstein’s Pocher: The story of a ten-minute argument between two great philosophers, Editore Faber, 2002, di Alessio Altichieri, Wittgenstein contro Popper. Un duello con attizzatoio, in “Corriere della Sera” di Venerdì 15 febbraio 2002, p. 37.

 

 

 

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Ironia del filosofo

La lunga vecchiaia di Hans Georg Gadamer: “Signori miei, grazie di cuore, ma, ormai, non ho più ottant’anni…”: così si schermiva il filosofo da chi lo invitava ad un’ennesima conferenza nei suoi anni più tardi. Lo racconta Emanuele Severino (Un vecchio Socrate a passeggio sulle spiagge italiane) nel necrologio di Gadamer scritto per il “Corriere della Sera” di venerdì 15 marzo 2002, p. 35. La battuta ricorre anche nel cartone animato Gli aristogatti di Walt Disney.

 

 

 

 

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Amici fraterni

 

Lo scultore Francesco Messina da Chianciano, dove si sottoponeva a una cura d’acqua, mandò una cartolina all’amico Orio Vergani: “Caro Orio, il regno dei cieli è per me vicino. Sono a Chianciano per la cura del fegato. Prepara il “coccodrillo”. Ecco la risposta di Vergani: “Caro Francesco, il “coccodrillo” è pronto da tempo ed è molto elogiativo. Riposa in pace. Orio”. Questo sì che significa essere amici fraterni!

L’aneddoto, riferito agli anni Trenta, è raccontato da Gaetano Afeltra nel “Corriere della Sera” di Giovedì 25 aprile 2002, p. 31. Afeltra aggiunge l’aneddoto secondo il quale, durante la guerra, Messina avrebbe fatto celebrare una messa in suffragio di Vergani che si diceva fosse stato fucilato nei giorni immediatamente seguenti la liberazione. Conclusione di Afeltra: “Quei suffragi comunque non andarono persi. Vergani dovette trovarseli in cielo, quando, quindici anni dopo morì nel proprio letto, suscitando un generale rimpianto”.

 

 

 

 

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Sesso?

 

Giulia Borgese (l’intervista è nel “Corriere della Sera” di sabato 1 giugno  2002, p. 25) vuol sapere  da Fernanda Pivano se abbia fatto sesso con Ernest Hemingway a Cortina nel lontano 1950. Per la verità è la Pivano che le suggerisce la domanda. Dice la Pivano: “Lui mi ha fatto sedere accanto a sé, mi chiamava “la mia Giovanna d’Arco”. Siamo stati insieme fino alle quattro del mattino…

Sesso?

Assolutamente niente sesso.”

Che delusione!

[2000-2002]

 

 

 


[1] Si tratta dei cosiddetti “cannellini”, confetti al cui interno si trova un sottile filamento di cannella.


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