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Alessandro Tomaso Arcudi di Galatina PDF Stampa E-mail
Reprint
Giovedì 23 Agosto 2012 11:59

Schizzo di un minore letterato insofferente e geniale

 

[in “Apulia”, giugno 1992]

 

Quando Alessandro Tomaso Arcudi di Galatina pubblicò, nel 1697, la sua prima opera, aveva già superato la quarantina, ed era quindi piuttosto avanti negli anni. S'intitolava: Miniera dell'argutezza scoperta dal sig. Silvio Arcudi ed illustrata dal P. Alessandro Tomaso Arcudi, suo pronipote, de' Predicatori ed era inserita nella Galleria di Minerva, Tomo II, presso Girolamo Albrizzi, in Venezia, MDCXCVII, alle pp. 297-306. Del suo bisavolo l'autore utilizzava "alcuni abozzi di questa vasta materia, quasi affatto logorati e consunti non so dagli anni o dalla trascuragine degli credi" (p. 297). E davvero c'è da credergli; perché, tra l'altro, verso la fine dell'opera, vengono citati, dei Tesauro, il Cannocchiale Aristotelico, che apparve nel 1654, ricordato qui come strumento già ampiamente divulgato; e anche le "Lettere missive", cioè Dell'arte e delle lettere missive, che videro la luce vent'anni dopo; né il bisavolo poteva esserne a conoscenza. Dunque, l'aggettivo illustrata del titolo non val quanto "annotata", perché in effetti "miniera" e "illustrazione" fan tutt'uno. La "vasta materia" è quella delle argutezze, cioè dei mille modi di manipolare (spostando, anagrammando, aggiungendo, togliendo ecc.) i nomi propri e le parole comuni, ricavandone impervii e sorprendenti significati.

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