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Lunedì 03 Settembre 2012 16:01

Di mondo in mondo verso l’infinito

 

[Articolo apparso su “Il Quotidiano” il 20 luglio 1985, p. 17]


Nel 1975 l’editore Donald Wollheim spronò Carolin Janice Cherryh, giovane professoressa laureata in lettere classiche, a coltivare il suo estro narrativo.

Nei dieci anni trascorsi, l’allora professoressa, si è imposta come una delle più interessanti autrici di science fiction ed heroic fantasy.

Di lei l’Editrice Nord ha recentemente presentato “I Fuochi di Azeroth” nella “Fantacollana”, un romanzo con il quale si conclude la trilogia che ha come primi volumi nelle stesse edizioni “La Porta di Ivre” ed “Il Pozzo di Shiuan”.

Lo schema narrativo dell’opera si dipana in una geografia metamedioevale, la quale presenta caratteristiche proprie dell’heroic fantasy ed è per questo ricettacolo d’archetipi.

L’heroic fantasy è infatti una modalità letteraria che si nutre di queste forme prime, prelogiche.

Protagonista della trilogia, e facente le veci d’archetipo dello spirito, così come lo è il vecchio per Carl Gustav Jung, è Morgaine, una donna in armatura e a cavallo, giovane d’aspetto ma d’origini sprofondate negli anni e nei pensieri antichi. Accanto a lei c’è Nhi Vanye i Chia, l’ilin, scudiero.

La storia scritta nei tre romanzi nasce e si sviluppa nella fantasia. Morgaine è l’ultima superstite di un gruppo organizzato per distruggere le “porte temporali”, veri e propri passaggi tra i mondi, ultime vestigia di una razza non umana, i Qhal, i cui fasti si sono persi nella memoria, al fine di evitare (potenziali) disastri immani. Morgaine va di mondo in mondo a cavallo del suo grigio Siptah, dovendo ogni volta scontrarsi con chi aspira ad usare il potere delle “porte”. È un personaggio malinconico, triste per essere coscientemente, ma senza alternative, portatrice di sventure.

È qui che interviene l’autrice con la sua narrativa ricca di delicatezza ed umanità, analizzando i propri personaggi, osservando le sfaccettature dei loro caratteri; così essi sono “presenti”, e non solo nominalmente, in ogni parte della narrazione nella quale vivono. È il loro spirito la principale costante dei tre romanzi.

Carolin Janice Cherryh si sforza in tutta la trilogia di mantenersi sempre fresca, limpida, pur nel lavorio della pagina scritta. L’autrice cerca una propria “via” la quale si manifesta nel seguire una linea espositiva divergente da quella, ad esempio, di una sua connazionale più famosa e premiata qual è Ursula Kroeber Le Guin, specie nei momenti in cui quest’ultima diventa cervellotica o si autoideologizza. Una differenza, questa, che può essere capita alla luce di due sottofondi culturali distinti: per la Cherryh il mondo classico, per la Kroeber Le Guin l’antropologia del suo padre famoso. Ciò, in fondo, incide notevolmente anche nell’impostazione della scrittura, della pagina narrativa, tenendo in debito conto, però, che i risultati finali dipendono alla fine dalla sensibilità del singolo autore.

Secondo Carolin Janice Cherryh, Vanye “resta, nonostante il suo rivestimento esterno, un uomo orgoglioso e giovane, un uomo di quelli che non saranno mai in grado di accetare passivamente le situazioni senza continuare a rifletterci sopra. Vanye pretende il massimo da se stesso: l’onore che non crede di avere … è duro e arrogante nelle sue pretese e lo spinge a richiedere da se stesso più di quanto non si aspetti di ricevere dagli altri, tranne Morgaine. Paradossalmente, egli intuisce in lei un senso dell’onore altrettanto severo del suo, anche quando la sospetta della corruzione più orribile. Vanye è alla ricerca della propria anima: e non può lasciare Morgaine più di quanto egli possa abbandonare il bisogno di fare domande. In quanto a Morgaine … Morgaine è un paradosso, un assoluto in un universo di sfumature umane, un cavaliere bianco e nero su di un cavallo grigio.”

Nella sua metafora della vita, Carolin Janice Cherryh presenta personaggio tormentati, convinti in fondo dei loro principi, in una continua tensione ad essere coerenti con essi.

Morgaine e Vanye appaiono come complesso contraltare a quel tipo umano che spesso e volentieri nella vita si barcamena, immischiandosi in golose bassezze. Può darsi che Morgaine e Vanye non s’incontrino tutti i giorni dietro l’angolo; non per certo sono meno umani, anzi, sono tanto più umani quanto si differenziano da chi è robotizzato, o si avvia ad esserlo.


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