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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 51 – (28 settembre 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Venerdì 28 Settembre 2012 18:25

La “riforma” del mercato del lavoro del 2012

 

[nel “Nuovo Quotidiano di Puglia” del 28 settembre 2012]

 

Il neo-Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, l’ha definita una “boiata”, i sindacati provano in ogni modo a osteggiarla, non piace alla gran parte dei partiti politici presenti in Parlamento, eppure la “riforma” del mercato del lavoro voluta dal Ministro Fornero si deve fare. Si tratta di una “riforma” che, considerata nel suo complesso, dà un ulteriore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, a fronte del fatto che – come attestato dall’OCSE – l’Italia è, fra i Paesi industrializzati, quello che ha sperimentato la maggiore accelerazione della riduzione delle tutele del lavoro dipendente nel corso degli ultimi dieci anni. Fin dal Rapporto Growing unequal del 2008, l’OCSE ha messo in evidenza che le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l’occupazione e hanno il solo effetto di ridurre la quota dei salari sul PIL. La domanda che occorre porsi è dunque: se questa “riforma” non piace alle parti sociali, se le politiche di precarizzazione del lavoro non hanno mai generato significativi aumenti dell’occupazione, per quale ragione il Ministro Fornero la ritiene assolutamente necessaria?

A ben vedere, è molto difficile attendersi un aumento dell’occupazione dalla “riforma” Fornero. La “riforma” viene propagandata come funzionale a migliorare la condizione giovanile, ma è proprio su questo aspetto che rischia di produrre più danni che benefici. Ciò a ragione di una prima motivazione, sotto molti aspetti, ovvia: è, di norma, preferibile un impiego con contratto a tempo indeterminato piuttosto che un impiego con contratto a tempo determinato.

La diffusione di contratti atipici può costituire un forte disincentivo, proprio per i lavoratori più giovani, a offrirsi nel mercato del lavoro, laddove dispongano di redditi non da lavoro. Se si accoglie questa tesi, l’immediato corollario consiste nel fatto che l’ulteriore precarizzazione del lavoro può contribuire ad ampliare la platea dei lavoratori ‘scoraggiati’ e dei c.d. “Neet”  (Not in education, employment or training). I primi sono coloro che, a fronte di un elevato tasso di disoccupazione (e, dunque, di una bassa probabilità di trovare impiego), e poiché la ricerca del lavoro comporta costi, hanno smesso di cercare lavoro; i secondi solo individui di età compresa fra i 20 e i 30 anni, che non lavorano, non studiano, non seguono percorsi di formazione. Si consideri, a riguardo, che l’ISTAT stima un tasso di disoccupazione giovanile circa pari al 30%, un aumento  della percentuale di lavoratori scoraggiati di oltre il 50% dal 2004, e una percentuale prossima al 25% di giovani totalmente inattivi. A ciò si aggiunge il fatto che i salari medi in Italia sono di circa il 35% inferiori alla media europea. Poiché la propensione al risparmio delle famiglie italiane è (o almeno è stata) relativamente elevata, di fronte alla prospettiva di assunzioni a tempo determinato con bassi salari e molto spesso in condizioni di sottoccupazione intellettuale, può rivelarsi razionale sopravvivere attingendo ai risparmi delle famiglie d’origine. La precarizzazione del lavoro può quindi contribuire a rendere ancora più duale il mercato del lavoro italiano: non nel senso convenzionale, secondo il quale il dualismo riguarda la contrapposizione fra lavoratori precari (di norma giovani) e lavoratori iperprotetti (di norma più anziani), ma nel senso di accentuare l’immobilità sociale. Coloro che provengono da famiglie che dispongono di risparmi elevati, possono permettersi di aspettare (o di emigrare), disponendo, per questa via, di un elevato potere contrattuale, a fronte del fatto che chi proviene da famiglie a basso reddito è costretto ad accettare la prima offerta di posto di lavoro. Che, in particolare nel Mezzogiorno, è quasi sempre un’offerta di impiego irregolare o – nella migliore delle ipotesi – regolare, ma in condizioni di sottoccupazione intellettuale e di bassi salari. E’ opportuno rilevare che, anche per l’operare di questi effetti, il grado di immobilità sociale in Italia è il massimo fra i Paesi OCSE, insieme a Gran Bretagna e Stati Uniti, ovvero insieme a Paesi che hanno storicamente per primi sperimentato politiche di intensa deregolamentazione del mercato del lavoro.

Per quanto attiene alla domanda di lavoro espressa dalle imprese, le politiche di ‘flessibilità’ vengono normalmente motivate con l’ipotesi stando alla quale è solo sapendo di poter licenziare che le imprese assumono. In linea generale, si tratta di una proposizione molto discutibile, in quanto fa dipendere le decisioni di assunzione e licenziamento unicamente dalla normativa vigente in materia di disciplina del mercato del lavoro. Si tratta poi di una tesi che – proprio per quanto sostengono le associazioni datoriali – è, oggi, per così dire fuori contesto. La riduzione consistente delle assunzioni (e l’enorme numero di licenziamenti) deriva sostanzialmente da tre fattori, sui quali la “riforma” Fornero non agisce per nulla: l’elevato cuneo fiscale (ovvero la differenza fra salario lordo e salario netto), la bassa domanda aggregata e, non da ultimo, la restrizione del credito. In tal senso, alle imprese italiane non interessa poter licenziare con maggiore facilità: interessa poter vendere i propri beni e servizi (il che presuppone politiche di espansione della domanda interna) e, soprattutto – ma non solo - nel Mezzogiorno, interessa avere più facile accesso al credito bancario. Le perplessità di Confindustria sulle nuove misure di agevolazione dei licenziamenti derivano dal fatto che le imprese italiane, nel corso dell’ultimo ventennio, hanno acquisito un potere contrattuale enormemente superiore alla loro controparte e non è certo la presunta rigidità del mercato del lavoro a impedire loro di licenziare. A pensare che la flessibilità crei nuovi posti di lavoro è rimasta, pressoché sola, il nostro Ministro del Lavoro, che – al di là delle ‘raccomandazioni’ europee – sembra muoversi secondo schemi teorici che possono funzionare bene in un’aula universitaria, ma che possono creare molti danni se applicati nell’economia reale.


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