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Leggere racconti per raccontarsi. Prendendo spunto dalla scrittura di Lina Iannuzzi PDF Stampa E-mail
Recensioni
Martedì 05 Febbraio 2013 07:48

[in "Segni e comprensione", 2007, n. 61, pp. 132-135]

 

 

Il volume di Lina Iannuzzi, Sulle tracce di Pitagora. Storie brevi (Ibiskos, Empoli 2005, pp. 128) mi ha riproposto memorie, riflessioni, progetti. Da tempo per motivi istituzionali – prima nel Consorzio Universitario Salentino poi nel Centro di Studi Salentini – seguo dei progetti sulla scrittura femminile salentina, progetti ideati e curati da Rosanna Basso e Marisa Forcina.

Nella ricerca del Centro sono stati previsti anche alcuni “medaglioni” dedicati a scrittici salentine, cioè dell’area leccese, brindisina e tarantina. Su mia sollecitazione uno di quei profili, arricchito da un’intervista, era dedicato a Lina. Dico “era”, perché non so se quello scritto sarà mai pubblicato in quanto la giovane curatrice l’ha abbandonato, presa da altri impegni di lavoro. Cose che capitano (ma che non dovrebbero capitare).

Ho conosciuto Lina Iannuzzi come collega universitaria, discreta nelle relazioni umane, come discreto e “antico” è il suo stile di scrittura. Importanti le sue opere di critica letteraria di cui ricordo soprattutto quelle dedicate a Verga, uno degli autori da me più amati, e D’Annunzio che inserisco tra quelli meno amati, pur essendo io un ricorrente lettore, forse demodé, della poesia decadentistica e, addirittura, crepuscolare.

Il romanzo, o serie di racconti, di Lina Iannuzzi, da cui prende origine questa nota, ha anche una valenza autobiografica, di un’autobiografia ricamata con i fili della memoria e colorata con le sfumature di una tempera letteraria. Vi troviamo pure i luoghi della vita e dell’anima dell’autrice. Dapprima Pescia, dove lei è nata ed ha trascorso l’infanzia. La città natia è presentata come “una piccola metropoli che si stende lungo il fiume omonimo” (p. 37); quindi Bari, luogo degli studi e dell’avvio all’attività accademica; Bari con San Nicola di Mira, “protettore dei fidanzati” (p. 33). Quindi Lecce, definita “città barocca per eccellenza” (p. 42). Si parla, tra i tanti luoghi di Lecce, anche del convento degli Olivetani che fu trasformato in mendicicomio (p. 53). È come ripercorrere la Via Lattea verso San Giacomo di Compostella, avendo meta finale di un esito ignoto.

Altri ricordi ed altre narrazioni, come per contagio non casuale, evoca in me il romanzo di Lina Iannuzzi. Leuca, il mito della mia infanzia. La Leuca, di cui parla una storia di questo libro (A Leuca. Maggio 1945), era “un tempo residenza estiva della haute salentina e ora centro di accoglienza per profughi”. Oggi i diari di quegli anni, dove si racconta dell’accoglienza per motivi bellici, stanno per essere pubblicati. Estensore era stato un francescano, padre Anselmo Raguso, parroco della parrocchia leucana dedicata a “Cristo Re”. In seguito, padre Anselmo sarà anche parroco di Fulgenzio, a Lecce, e ministro francescano dei Frati Minori. Quei diari sono attualmente in corso di revisione, con la cura di padre Corrado Morciano, di origine leucana e psicologo.

Ma Lina parla anche di Villa Daniele, una delle più belle del lungomare di Leuca, che si chiude proprio con questo edificio che ha anche una piccola cascata artificiale. Troviamo nel libro un quadro d’umanità dove vivono insieme la bellezza del luogo e l’illogicità della guerra e del razzismo: “Chinò lo sguardo e fissò le pietraie grigiastre da cui spuntava un fiore. A Gaia si imporporano le gote, poi si fece animo e disse: ‘Perché non lo cogli?’. ‘Perché sono ebreo’ rispose Cristoforo che aveva captato il senso dell’allusione. “Ma che significa?’ replicò lei ed aggiunse: ‘L’amore non ha confini’. Colse il fiore, lo porse al giovane e insieme scesero giù verso il mare” (p. 57).

Altre cose, tante, si potrebbero dire, a proposito di questo volume, per esempio della presenza della natura, costante, viva, compagna: “Lui, da lontano, la rivedeva, con i capelli odorosi di mirto e di nepitella, saltare, agile, di cespuglio in cespuglio in cerca di more selvatiche e di rossi lamponi” (p. 64).

Sulle tracce di Pitagora, quindi, è come una collana fatta da storie di luoghi, di eventi, di persone. Si legge, questo libro, come si beve in estate un bicchiere d’acqua fresca di sorgente. Presenta uno stile piano, curato, descrittivo, una “prosa documentaria”, come la definisce l’autrice. È un libro in cui storie vere sono trasfigurate dalla fantasia, dal ricordo, dall’urgenza di dire i valori, che sono sempre valori di una comunità e non del singolo. E cos’era il romanzo dell’Ottocento se non un progetto, un’intenzione del genere? “Si deve avvertire che in queste mie storie brevi, l’uomo non ricopre quasi mai il ruolo di protagonista, ma con la sua personale vicenda s’incunea nella grande storia, che viene ripercorsa con vari escamotage. Tra questi, quello tradizionale del manoscritto ritrovato si recupera uno spaccato della spedizione dei Mille che fa da sfondo alla critica condizione della donna in quegli anni”.

Viviamo fantasmagorie di personaggi: ma veri? immaginari? Una nota acclusa dell’autrice in parte dipana il dilemma: “Anch’io, un giorno, forse dietro una spinta più emotiva che razionale, mi proposi di recuperare eventi e personaggi storici e non, a torto dimenticati”. Perciò è un libro di storia attraverso tante storie: “Erano già trascorsi tre anni dall’annessione delle due Sicilie al Piemonte e Ciccillo, in tutto quel tempo, riordinando le carte degli Acton, segretamente aveva sperato di rinvenire una volta o l’altra le proprie origini, ma la verità era tabù” (p. 79).

E Pitagora, di cui ci si dichiara di essere sulle tracce? Il testo di Lina Iannuzzi, dichiaratamente, non è un’opera di storia della filosofia dedicata a Pitagora, ma uno scritto “su alcuni valori morali e umani attribuiti al leggendario filosofo di Samo: il sentimento della famiglia, l’iniziazione delle donne che dovrebbe guidare al meglio l’umanità, la difesa dei deboli, compresi gli schiavi, una particolare predilezione per la natura con spirito quasi prefrancescano”.

Insomma, è una recherche per ritrovare anche nel secolo XX di cui si parla nello scritto, le stesse idee, le stesse etiche,  gli stessi progetti umani. Per esempio, pensando ai profughi leucani non possiamo non rinviare all’ospitalità dei salentini in occasione degli esodi nel Mediterraneo negli ultimi decenni.

Ma, tra tutti i profili letterari che individuiamo nel testo di Lina, mi piace ritornare sul tema indicato all’inizio. In questa serie di storie, è presente una ricchissima e varia fenomenologia del femminile. È anche introdotto un tema importante: quella della scrittura “di genere”. Ad un certo punto del racconto W il Re, si parla quasi di un’identificazione della scrittura al maschile con quella al femminile. A proposito di Lucia Lombardi, una delle protagoniste dei racconti, leggiamo: “Pure il professore di filosofia, delegato della Gil al coordinamento dei lavori, aveva approvato quella scelta anche se il testo nel complesso gli era parso riconducibile piuttosto alla penna di un uomo” (p. 5).

Questo squarcio è ricco di sviluppi. Si è detto altrove che, se è la vita a guidare la mano di chi scrive, si pone il discorso della “scrittura di genere”. Doris Lessing, ad esempio, non solo parla di letteratura di genere, ma indica anche delle formule stilistiche da cui possiamo individuare la letteratura maschile, dove, per esempio, abbonderebbe l'uso della metonimia, e la letteratura di genere femminile, caratterizzato dall'uso della metafora. La cosa più interessante, però, è che in alcuni suoi racconti Doris Lessing dà esempio contestuale del modo della scrittura maschile e di quello della scrittura femminile. Anche Simone de Beauvoir aveva detto che la scrittura femminile si caratterizzerebbe per un linguaggio “non definitorio” e non “eloquente”.

Il femminile, insomma, è qui tratteggiato con perizia, oltre i luoghi comuni e la retorica invadente. Cucio assieme alcuni brani: “Mancavano armadi e stipetti; il vestiario fu impilato sulle sedie, indubbio segno di una femminilità contestata” (p. 7); Guido “decise di conservare pochi legami con la città natale, ad eccezione di quelli familiari e politici radicati nell’antifascismo. Ne rimanevano estranee le donne che parevano depositarie di misteri infiniti” (Il reietto, p. 41).

Ma un po’ la cartina di tornasole dell’universo femminile (e, per converso, in filigrana di quello maschile) è rappresentata dalla donna che rimane incinta senza essere sposata: “Alle allusioni della moglie, lui aveva detto subito che la persona in difficoltà [Lea] ‘senza dubbio era una di quelle...’. ‘Una ragazza che, per disavventura o per caso, aspetta un figlio per lui sarebbe dunque una di quelle?’. D’improvviso, a Mara si prospettò una situazione delicata, un sentimento nuovo le si fece strada nell’animo. Cominciò a ripercorrere mentalmente le tappe della propria storia: in un decennio da crisalide si era trasformata in farfalla, poi in donna matura e ora, con la riflessione critica, andava scoprendo nuovi tratti della personalità del marito, eppure si conoscevano da tempo” (Sulle tracce di Pitagora, p. 60).

Ma il discorso va avanti anche in altri racconti: “Convinta di non poter fronteggiare la situazione, pensò di ricorrere a Lucilla, un’antica compagna di collegio: una donna sola, libera, che non aveva paura dei sentimenti, molto ricca, pudicamente generosa. ‘Domani le telefonerò’ concluse tra sé e, rincuorata da questa risoluzione, sorrise al marito. Il quale si convinse che le donne, anche le migliore, sono strane e che pure Mara era emotiva e umorale. E infine che, sbarcati a terra, si era rassicurata, dimenticando la paura determinata dall’oscurità. Eppure il mare era calmo e non era la prima volta che tornavano di notte da Capo Colonna. Comunque meglio così” (p. 81).

Poi il racconto La ruota che richiama “la ruota degli esposti” del Conservatorio Sant’Anna in Lecce, restituito alle donne, grazie ad un’intuizione mia e, soprattutto, di Marisa, mia moglie. Ma, come avviene in tutte le istituzioni di questo mondo, si conosce chi raccoglie i frutti e non chi ha seminato. Ascoltiamo l’autrice: “Luisa, la madre di Gianna, entrata di nascosto nella cameretta destinata alla creatura che stava per venire alla luce, ancora una volta colse la figlia intenta a ornare la culla con nastri e fiocchi rosa. Le pareva una fissazione e al telefono si sfogò con la consuocera: ‘È ancora lì ad agghindare la culla. È esagerata. Sciupa molto denaro per acquisti inutili. Siamo nel Duemila. Noi eravamo più giudiziose’. ‘Senza dubbio’ le fece eco l’altra e quello era l’unico punto su cui le due madri si trovavano d’accordo [...] ‘Sono immature. Ai nostri tempi era un’altra cosa’” (pp. 105, 109). Generazioni inconciliabili.

Lina Iannuzzi ci narra anche la seconda nascita della donna: quella che coincide con la piena maturità, con la consapevolezza di sé, del proprio ruolo, del chiasma di passioni e ragioni di cui uomo e donna sono costituiti. In seguito alla domanda di uno sconosciuto che le chiede: a che pensi?, Mara riflette: “Poteva essere anche qualcosa di imprecisabile ma diventò un sorriso sul suo volto. Lui vi trovò la risposta e così nacque un idillio che per lei segnò la fine dell’adolescenza. Al suo aspetto di giovinetta felice si andò sostituendo un’impetuosa maturazione, era l’esordio della femminilità” (p. 63). Il tema della seconda nascita della donna non è nuovo. Anche un filosofo a me caro ne ha parlato in uno scritto dedicato alla relazione amorosa. Sto parlando di Soren Kierkegaard e del suo Diario del seduttore. È doverosa la citazione, anche se lunga: “Una fanciulla non si sviluppa per certi riguardi come un fanciullo: non cresce, ma nasce già fatta. Il fanciullo inizia subito il suo sviluppo e ha bisogno, per compierlo, di lungo tempo: la fanciulla ha una lunga nascita, ma nasce già fatta. In questo consiste la sua ricchezza infinita; nel momento in cui ella nasce è già cresciuta; ma questo momento di nascita viene solo tardi. Quindi nasce due volte: la seconda quando va a marito o per dir meglio in questo momento finisce di nascere e solo in questo momento è nata interamente. Per tal modo non a Minerva soltanto fu dato in sorte di uscir già perfetta dalla fronte di Giove, non solo a Venere di levarsi nella pienezza delle sue grazie dal mare; ma similmente accade anche a ogni ragazza la cui femminilità non sia stata guastata da ciò che si vuole chiamare una educazione. Ella si desta non gradualmente, ma in una volta; e in compenso sogna tanto più a lungo, se gli uomini non sono tanto irragionevoli da destarla troppo presto. Questo stato di sogno è per una ragazza una ricchezza infinita”.

Il discorso che si sgomitola da questo libro potrebbe continuare a lungo, anche da parte di chi, come chi scrive, non ha competenza letteraria ma di lavoro con le idee filosofiche. La via tracciata da Lina Iannuzzi è sempre quella di una scrittura e di una narrazione il cui esito finale non è pretederminato. Si tratta di una scrittura che porta ad una salvezza laica, quasi come una “buona novella” che rilegge e ridà senso a eventi, a storie, a valori partecipati dalla comunità.

La salvezza di cui parliamo passa dal narrare e dal narrarsi. Karen Blixen, pseudonimo di Isak Dinesen, aveva affermato che tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi. Sempre secondo l’autrice de La mia Africa, la domanda “chi sono io?” sgorga infatti, prima o poi, dal moto di ogni cuore: la sola risposta, come sanno tutti i narratori, sta nella regola classica di raccontare una storia. Qualcosa di simile, anche se con lessico diverso, ha scritto il nostro Alessandro Baricco, nel romanzo breve Novecento: “Lui diceva: ‘Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla’. Lui l’aveva una... buona storia, Lui era la sua buona storia”.

La narrazione racchiude, come una melagrana, una ricchezza ancora inesplorata per intero. Questa ricchezza è nella scrittura di Lina Iannuzzi, perché è nella sua persona e nella sua vita. Ha ancora tanti “fatti” da raccontare. Li attendiamo tutti per poter continuare a narrarci.

 


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