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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 68 – (8 febbraio 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Venerdì 08 Febbraio 2013 20:25

MONTI, L’EUROPA E LA FINANZA


[in “MicroMega” online dell’8 febbraio 2013]

 

La principale motivazione teorica a sostegno dell’attuazione di politiche fiscali restrittive in una fase di caduta della domanda aggregata risiede nel c.d. effetto di spiazzamento, secondo il quale la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. A ciò si aggiunge che è necessario ridurre (o, con espressione più sfumata, “riqualificare”) la spesa pubblica, dal momento che essa è fonte di sprechi, inefficienze, corruzione. Si tratta di una tesi che sembra non reggere alla prova dei fatti, per le seguenti ragioni.

1) Il Governo italiano non ha attuato politiche di austerità riducendo la spesa pubblica. Su fonte Ragioneria Generale dello Stato (v. tabella 1) si registra che – nel corso dell’ultimo biennio – la spesa pubblica non si è ridotta in modo significativo, e si prevede un ulteriore aumento per il 2013. E’ aumentata soprattutto per l’aumento delle spese rubricate sotto la voce “risorse proprie Cee”, passate da 17.200 milioni di euro del 2010 ai 18.700 milioni di euro nel 2012. Le risorse proprie – che derivano dalla contribuzione dei cittadini - sono accreditate ogni mese all’Unione monetaria europea dagli Stati membri su un conto acceso dalla Commissione europea presso la banca centrale nazionale. Si è ridotta, per contro, la spesa per i redditi da lavoro dipendente, passata da 18.700 milioni di euro nel 2010 a 17.200 milioni di euro nel 2012. Contestualmente, si è registrato un notevole incremento della pressione fiscale, soprattutto nel 2012, generando – nel complesso – una sequenza di manovre fiscali di segno fortemente restrittivo, con la massima accelerazione lo scorso anno (cf. http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/un-governo-maledetto/).

Tabella 1: L’andamento della spesa pubblica in Italia (2010-2013)

2) Su fonte Banca d’Italia, si può verificare che – pure a fronte dell’adozione di politiche fiscali restrittive - non vi è stata una riduzione di entità significativa dei tassi di interesse. Nel periodo considerato, si registra una riduzione dei tassi di interesse sempre inferiore all’1% per i prestiti a famiglie e a società non finanziarie, a fronte di un lieve incremento dei tassi di interesse sui depositi  (http://www.bancaditalia.it/statistiche/SDDS/stat_fin/tassi_int/int_rat_070113/INTR_it_070113.pdf). In più, a fronte della riduzione – seppur modesta - dei tassi di interesse sui prestiti, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione nell’ordine del 9%, e, a fronte della riduzione dei tassi di interesse sui prestiti alle famiglie, i consumi in termini reali si sono ridotti del 3,7%. Il che attesta che, anche se il costo dell’indebitamento di è ridotto, le famiglie italiane hanno ridotto (o comunque non hanno aumentato) il loro indebitamento nei confronti delle banche. Il tasso di disoccupazione è passato dal 9% circa del settembre 2011 all’11% del settembre 2012 e il PIL è diminuito del 2,6% rispetto al secondo trimestre del 2011 (fonte ISTAT). Il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato, in un anno, di oltre 6 punti percentuali. Questi dati segnalano due punti critici, che sembrano contraddire la visione dominante: l’attuazione di politiche fiscali fortemente restrittive non ha effetti significativi sulla variazione dei tassi di interesse, e la riduzione dei tassi di interesse può essere associata a una riduzione degli investimenti e, a seguire, dell’occupazione e dei salari. Con riferimento al primo aspetto, una possibile spiegazione fa riferimento al fatto che i tassi di interesse praticati dalle banche prescindono, in larga misura, dalle politiche fiscali e monetarie attuate. In una fase contrassegnata da una rilevante caduta della domanda aggregata e da un rilevante tasso di mortalità delle imprese, è ragionevole attendersi che le banche riducano l’erogazione di credito, concedendolo alle sole imprese alle quali assegnano una bassa probabilità di insolvenza e mantenendo i tassi di interesse pressoché invariati. In altri termini, politiche di contrazione della domanda aggregata producono (o accentuano) fenomeni di restrizione del credito; e bassi interessi sui finanziamenti combinati con minore erogazione di finanziamenti si associano a una riduzione degli utili delle banche. Con riferimento al secondo aspetto, si può rilevare che la riduzione degli investimenti è causata dall’aumento della tassazione sugli utili d’impresa, dal peggioramento delle aspettative e, non da ultimo, proprio dalla riduzione dei prestiti erogati dalle banche. Il che dà luogo a un circolo vizioso che va dalla riduzione degli investimenti alla riduzione dell’occupazione alla riduzione dei salari. La riduzione dei salari, a sua volta, dipende non soltanto dall’aumento del tasso di disoccupazione, ma anche dal fatto che, con profitti attuali e attesi in riduzione, le imprese sono spinte a comprimere quanto più possibile i costi di produzione. In più, la riduzione dei salari, in quanto si associa alla riduzione dei consumi, unita alla riduzione degli investimenti e all’aumento della tassazione comprime ulteriormente la domanda aggregata, accentuando l’intensità della restrizione del credito e contribuendo ad amplificare la recessione.

In prima approssimazione, sembrerebbe imbattersi in un gioco a somma negativa, nel quale tutti perdono. Con ogni evidenza, la questione non si pone in questi termini. La necessità di attuare politiche di austerità in una fase di calo della domanda aggregata è, nei fatti, connessa all’impegno assunto dall’Italia di contribuire al bilancio europeo, e di farlo in una percentuale superiore alla media degli altri Paesi dell’eurozona. Si consideri che, nel III trimestre del 2012, l’Italia ha contribuito al bilancio generale UE per un ammontare di 3310 milioni di euro, ricevendo dall’Unione circa 1600 euro (http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Attivit--i/Rapporti-f/Le-Pubblic/Situazione/), che il contributo dell’Italia non è molto inferiore a quello tedesco e francese e notevolmente superiore a quello spagnolo (http://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/content/20111107MUN30717/html/MULTIMEDIA-Il-budget-dell'UE). Essere contributori netti del bilancio europeo significa reperire risorse interne - mediante tassazione in primis su lavoro e impresa - per finanziare il c.d. MES (Meccanismo europeo di stabilità, già denominato Fondo Salva Stati). Il MES ha, fra le sue finalità, quella di ricapitalizzare le banche. Fin qui, sembrerebbe di trovarsi di fronte a un disegno in qualche misura “razionale”, dal momento che – per assicurare la stabilità finanziaria dell’Unione – occorre innanzitutto disporre di un sistema bancario in grado di finanziare gli investimenti. Accade, però, che gli “aiuti” forniti alle banche vengano utilizzati da queste ultime per finanziare attività speculative, non investimenti produttivi (http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/chi-paga-la-crisi-e-chi-ci-guadagna/), secondo una dinamica che configura una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito a danno del capitale e del lavoro e a vantaggio della rendita.

Il Monti politico chiede ora di rendere “più equa” la contribuzione italiana al bilancio europeo: perché non lo ha fatto il Monti Presidente del Consiglio di un Governo “tecnico”, prima di dichiarare lo stato di emergenza?

 


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