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Il passato che non è mai finito. Su Fiabe e Leggende di Puglia di Antonio Errico PDF Stampa E-mail
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Sabato 02 Marzo 2013 12:46

C’era una volta… la fiaba.

Si raccontano ancora le fiabe ai bambini?

Si dice, oggi, che i bambini siano “nativi digitali” per via della loro precoce propensione a smanettare su tastiere e joystick di ogni tipo.

I bambini nati negli anni del boom economico, cioè della diffusione di apparecchiature elettriche quali soprattutto radio, telefono e televisione, possono essere definiti “nativi telematici”, mentre tutti quelli delle generazioni precedenti si possono definire “nativi fabulativi”.

Per questi ultimi, il mondo virtuale non era il prodotto di un oggetto tecnicamente avanzato posto fuori dalla mente e fruito in modo passivo, perché già dato, preconfezionato, bensì il frutto di un movimento soggettivo del pensiero sollecitato dagli stimoli di un adulto narratore che prefigurava mondi immaginari, reali o derivati dalla fantasia; situazioni ideali, drammatiche o mostruose, tutte generalmente con lieto fine.

Dunque le persone che oggi si apprestano a lasciare il lavoro per il raggiungimento dell’età pensionabile sono le ultime che hanno vissuto la loro infanzia nella categoria dei “bambini fabulativi”. Sono gli unici testimoni diretti della transizione comunicativo-educativa: dalla fiaba letta/raccontata, che lascia spazio all’inventiva personale e alla configurazione di scenari, situazioni, ambienti, colori e relazioni, a quella digitale, che propone un surrogato, un tutto già dato, senza concedere margini di tolleranza, o di  fantasia, o di flessibilità immaginativa al bambino. Sono consapevoli, quindi, dell’importanza di una relazione educativa incentrata sulla disponibilità dell’adulto a colloquiare col bambino, anche perché essi stessi sono cresciuti a pane e fiabe di ogni genere. Risulta quindi particolarmente interessante  l’esperienza di leggere con gli “occhi della maturità” i racconti e le storie che hanno segnato la socializzazione primaria e che hanno favorito sviluppo delle capacità di immaginare il mondo e di essere “creativi” davanti alla dura realtà che generalmente si impone ai sensi e all’intelletto.

La differenza fondamentale tra i nativi digitali e i nativi fabulativi consiste allora nel medium utilizzato: nel primo caso una persona (nonno, genitore, maestra…) mediatrice di tutto un patrimonio socialmente condiviso e umanizzante di significati, sentimenti e principi morali che stanno dietro all’atto interattivo del raccontare; nel secondo caso un oggetto (Pc, Play-station, Tablet…) che, pur interagendo col bambino, lo illude, lo tradisce, lo costringe alla passività, gli prospetta un mondo virtuale, accattivante, fatto di luci, suoni e colori sfavillanti che producono eccitazione sterile; energia psicofisica che non trova sfogo; senso di onnipotenza sistematicamente assecondato dal mezzo inerte, ma che mai costringe a confrontarsi e a ridimensionarsi nel rapporto con la potenza di una realtà umana fatta di saggezza e di esperienza; una frustrazione che deriva dalla incapacità di gestire la sofferenza prodotta dalla solitudine sperimentata dal bambino nella sua cameretta magari super-accessoriata, ma vuota di umanità.

Sono queste alcune delle riflessioni indotte dalla lettura dell’ultimo lavoro di Antonio Errico “Fiabe e Leggende di Puglia”, Capone Editore.

Confesso che il primo approccio al testo mi ha procurato una strana sensazione di inadeguatezza, l’impressione di trovarmi a vivere una situazione “fuori tempo”.

Ma via via che la lettura proiettava come in un cinematografo i vari racconti  nell’immaginario della mia mente, un groviglio di sentimenti, immagini, sensazioni e stati d’animo è riaffiorato nella coscienza, rendendomi ulteriormente consapevole di quegli aspetti metacognitivi dell’attività del fabulare che mai avrei potuto notare nel periodo della fruizione infantile del racconto.

Allora è divertente leggere le fiabe sul tema della stupidità umana:

-         L’asino sopra il campanile, vede protagonisti due fratelli dotati, come dice Errico, “d’intelligenza vivida”;

-         La fortuna di Gasparotto, servo credulone che non finisce mai di attendere la fortuna.

Al classico tema della lotta tra bene e male, buono e cattivo, giusto e ingiusto, vita e morte, che provoca la riflessione e la meditazione personale sulle problematiche dell’esistenza umana, appartengono:

-         I fratelli invidiosi

-         Dom Placido

-         Coraggio e morte di Giulio Antonio Acquaviva

-         Il miracolo dei fanciulli

-         Quando venne tempo di malaria

-         La figlia di re Fierarmata

-         Idomeneo

-         Il tradimento del frate di Otranto

Di questo gruppo mi è sembrata particolarmente suggestiva la fiaba Quando venne tempo di malaria, incentrata sull’eterno e commovente conflitto tra genitori e figli, tra la sfrontata ed onnipotente gioventù e la prudente saggezza degli anziani.

Non mancano, infine, le fiabe sul tema dell’amore nei suoi diversi aspetti:

(tradito)

-         Il più bel fiore che sia mai fiorito

-         Regina per imbroglio

-         Il carnevale del conte

 

(non corrisposto)

-         Il fantasma di Bianca

-         I garofani del Bey innamorato

 

(desiderato)

-         L’incanto

-         Le tre sorelle

 

(proibito)

-         Il frate di Avetrana

-         La rupe della dannata

 

(contrastato)

-         Tumulo e Kalimera

-         Il menestrello

-         Il laùro

 

La fiaba diventa luogo di sedimentazione e acquisizione di nuovi significati, di simboli e tradizioni quasi dimenticate, di saggezza popolare e  insegnamenti etico-morali che si tramandano di generazione in generazione, indicando la giusta rotta da seguire per le strade della vita;

diventa luogo di relazione umana calda, accogliente, attenta, disponibile, empatica, esemplare;

diventa luogo di pensiero in quanto produttrice di riflessione sulla propria storia di vita, sul confronto e la proiezione di sé con/in realtà immaginarie, lontane, fantastiche;

diventa luogo catartico di dissolvimento delle ansie esistenziali che minacciano il regolare sviluppo dell’età evolutiva;

diventa, infine, luogo di sdrammatizzazione di una realtà a volte troppo dura per la comprensione nell’età infantile.


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