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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 82 - (16 giugno 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Domenica 16 Giugno 2013 12:18

Scuola e impresa

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 16 giugno 2013]

 

Una delle linee di politica economiche che si sta facendo strada, anche per impulso di Confindustria e tenendo conto delle “raccomandazioni” della commissione europea, consiste nell’incentivare la vocazione imprenditoriale dei giovani, fin dalle scuole superiori, al fine di recuperare un sentiero di crescita economica trainato dall’aumento della numerosità delle imprese, e dalle innovazioni che eventualmente possono derivarne. Si tratta di una buona idea per far fronte alla crescente disoccupazione giovanile e alla recessione in atto?

Vi sono alcuni motivi per dubitarne, per le seguenti ragioni.

1) In una stagione caratterizzata da una profonda recessione dovuta alla caduta della domanda aggregata, appare piuttosto opinabile la convinzione che l’aumento della numerosità delle imprese, in quanto tale, sia un presupposto essenziale per trainare la crescita economica. Ciò per l’ovvia considerazione che, in una condizione di restrizione dei mercati di sbocco (e di restrizione del credito), appare semmai più probabile che accada il contrario di quanto ci si aspetta, ovvero un aumento del numero di fallimenti d’impresa, che andrebbe a sommarsi all’enorme mortalità imprenditoriale registrata negli ultimi anni. Vi è di più. Le nuove imprese, o almeno parte di queste, entrerebbero in concorrenza con imprese già esistenti, il cui stato di salute non è affatto florido. Gli esiti possibili sono due. In primo luogo, se si ritiene che al crescere del grado di concorrenzialità cresca l’incentivo a innovare (il che è tutto da dimostrare), l’ingresso di nuove imprese potrebbe attivare un circolo virtuoso di crescita trainata dalle innovazioni. A condizione che si trovi una domanda adeguata ad assorbire l’aumento della produzione. In secondo luogo, il che sembra più probabile, l’aumento del grado di concorrenzialità potrebbe produrre ulteriori fallimenti. E’ vero che, negli ultimi tre mesi, come certificato dal centro studi di Confindustria, sono circa tremila le c.d. Srl “semplificate”, imprese amministrate da imprenditori di età inferiore ai 35 anni, come disposto dalla Legge 185/2012. Il dato non desta stupore, dal momento che, in una condizione di elevata disoccupazione (soprattutto giovanile) e di crescente precarietà, è fisiologico attendersi che si cerchino occasioni di lavoro diverse dal lavoro dipendente. L’aspetto problematico è che queste imprese sono, al momento, finanziate dallo Stato. Che poi, una volta fatto lo start-up, siano in grado di reggere la concorrenza senza aiuti pubblici è cosa ovviamente non prevedibile, sebbene si possa con certezza affermare che la gran parte dell’imprenditoria italiana sopravvive (ed è sopravvissuta) proprio grazie a sussidi pubblici. In più, occorre ricordare che è almeno dall’inizio degli anni novanta che si persegue la strada del finanziamento dell’imprenditoria giovanile, con risultati – per quanto è dato sapere – sostanzialmente fallimentari.

2) Se, come diffusamente riconosciuto (anche in ambito confindustriale), uno dei problemi dell’imprenditoria italiana consiste nel basso titolo di studio di chi gestisce e amministra le nostre imprese, l’incentivazione all’auto-imprenditorialità in età scolare, con ogni evidenza, non può produrre altri effetti se non perpetuare o accentuare il problema. Come registrato dall’ISFOL, gli imprenditori in possesso di laurea sono più propensi ad assumere lavoratori con alta dotazione di capitale umano e sono più propensi all’internazionalizzazione In linea generale, resta confermato che la propensione all’assunzione di rischi (tipicamente connessa all’attività imprenditoriale) decrescere al crescere del titolo di studio.

3) Se esiste una vocazione “naturale” all’imprenditorialità, non si capisce per quale ragione occorra premiarla. Se, per contro, non esiste, i premi confindustriali non hanno altro effetto se non indurla, mettendo in campo una pedagogia “orientata al mercato”, che, sebbene del tutto legittima, sembra porsi in antitesi con la visione liberale dei processi formativi che pure Confindustria fa propria. In altri termini, proprio da un punto di vista liberale, sembra piuttosto opinabile che un’istituzione esterna al mercato (tale è un’associazione di categoria) sia legittimata a ridisegnare gli incentivi individuali agendo sulle libere scelte dei singoli, soprattutto se non ancora maggiorenni.

4) L’incentivazione dell’imprenditoria giovanile ha effetti redistributivi. Per evidenti ragioni di necessità, gli individui con reddito basso provano a diventare imprenditori; gli individui con reddito elevato possono permettersi di studiare più a lungo, date le rispettive motivazioni e propensioni al rischio. In tal senso, questi provvedimenti spingono nella direzione di far diventare scuole e università sempre più elitarie.

Con ogni evidenza, questi provvedimenti hanno anche effetti sulla rilevanza attribuita ai diversi ambiti della conoscenza, per l’ovvia constatazione che per diventare imprenditori servono certamente più competenze aziendalistiche e scientifiche e certamente meno competenze umanistiche. Il che, in sostanza, significa che – intenzionalmente o meno – Confindustria stabilisce (o contribuisce a stabilire) la “gerarchia dei saperi”, a scuola e in università. Che questo disegno contribuisca a recuperare margini di crescita economica è, al momento, tutto da dimostrare. Che questo disegno non sia affatto neutrale è palese: l’istruzione deve servire, e servire per scopi immediatamente produttivi, il che, dal punto di vista confindustriale è del tutto legittimo. Resta da capire come si concilia l’idea del neo-Ministro Carrozza – secondo la quale l’istruzione in quanto tale traina la crescita – con la visione confindustriale stando alla quale “in classe devono nascere imprese”.


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