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Sigismondo Castromediano, l'uso civile della storia patria PDF Stampa E-mail
Sallentina
Sabato 27 Novembre 2010 12:40

[Relazione letta al convegno su "La storiografia pugliese nella seconda metà dell'Ottocento", tenuto presso la Biblioteca Nazionale "Sagarriga Visconti Volpi" di Bari nel marzo 1997 e poi apparsa nel volume degli Atti, pubblicati con lo stesso titolo a cura di Raffaele Giura Longo e Giovanni De Gennaro (Levante Editori, Bari, 2002, pp. 131-140)]

 

1- Con il compimento dell'unità d'Italia la lunga e non spregevole tradizione erudita(1) che aveva segnato la storia culturale salentina, subì una brusca svolta. L'entusiasmo per la recente insperata realizzazione, unito alla percezione dei pericoli che la insidiavano, soprattutto nel Mezzogiorno, e alla consapevolezza che l'Italia non poteva essere uno Stato ma doveva diventare una Nazione, spinse molti degli intellettuali che già erano stati protagonisti del Risorgimento salentino a continuare il loro impegno sul terreno politico-culturale. La opera di Sigismondo Castromediano (1811-1895) è non solo emblematica di questa fase storica, ma decisiva per comprenderne le ragioni e gli obiettivi. Membro autorevole di  quel Circolo patriottico salentino che promosse e coordinò le manifestazioni del '48 in Terra d'Otranto(2), prigioniero per l0 anni nelle galere borboniche insieme a Settembrini e a Silvio Spaventa, membro del primo Parlamento italiano, Castromediano è stato per troppo tempo identificato con l'immagine tardoromantica dell'eroe risorgimentale, fissata nel ritratto di Paul Bourget (3), il quale, anche per le delusioni personali, si consola con lo studio antiquario, con la raccolta di reperti archeologici, di vecchi scartafacci, mentre va scrivendo le proprie memorie(4). In realtà proprio l'opera di Castromediano in quei primi anni postunitari fu di grandissima importanza, non solo per le acquisizioni che permise, ma anche per le motivazioni ideali che ne erano alla base e che oggi appaiano non prive di importanti aspetti di attuale riflessione.

Castromediano fu, infatti, l'ideatore principale ed il regista di un complesso progetto di politica culturale, il cui obiettivo immediato riguardava il recupero e la raccolta delle memorie storiche della Terra d'Otranto. Un obiettivo che ne comportava altri due complementari: l) la realizzazione di istituzioni deputate alla conservazione e alla valorizzazione dei materiali (la Biblioteca ed il Museo); 2) l'azione di stimolo e di coordinamento nei confronti delle forze intellettuali potenzalmente interessate a quel lavoro, per farle uscire dall'isolamento a cui sembravano condannate e per farle partecipare non solo a una ricerca collettiva ma anche alla realizzazione concreta del progetto generale. L'anima di quel progetto, occorre sottolineare, era tutta nell'uso politico della storia, nella convinzione,cioé, che la creazione di istituzioni in grado di rendere accessibile la conoscenza del passato, potesse contribuire a creare una nuova e diffusa coscienza civile e quindi, indirettamente a riequilibrare il quadro politico nazionale. Senza mai rinnegare i suoi convincimenti unitari e moderati, Castromediano lavorava per allargare la coscienza liberale, per farne il collante di un'unità del Paese tanto più solida in quanto formata dal basso.

2- Il campo su cui  operare per ricostruire la memoria storica era abbastanza vasto ed articolato. Doveva definirlo lo stesso C. in un articolo apparso su "Il cittadino leccese" nel 1866, con il quale rivolgeva un appello agli studiosi salentini perché ponessero mano al recupero di un patrimonio culturale tanto vasto quanto ignorato e trascurato:

"... Qui si nascondono artistici tesori e letterari ed altre gemme, che a discoprirle v'è d'uopo dello storico, del naturalista, dell'antiquario, dell'economista, e d'ogni altro filosofo e scienziato"(5).

E ricordava i suoi anni giovanili:

"A venticinque anni io soleva correre questa nostra provincia da un capo all'altro, raccogliendo pruove e documenti della sua storia, delle sue tradizioni, delle sue leggende, e dei suoi fasti; e ne osservava dei suoi abitanti l'indole, i costumi, le industrie loro, i commerci, l'agricoltura, e descrivendone le sue bellezze naturali, le sue antichità, e quanto altro mi appariva degno di essere registrato, raccoglieva tutto in un medesimo lavoro durato dieci anni, e perduto, o per incuria, o per ferocia della polizia borbonica negli altri dieci anni di mia politica galera.

Non me ne resta, che qualche frammento, qualche pagina lacerata, e pruovo uno strazio nell'anima ogni qualvolta queste carte, così come le ho dette, mi riappaiono sott'occhio. Ma basti; e sia pure cotesto un altro dei miei poveri sagrifizi finora compiuti sull'altare della patria"(6).

Se prima dell'unità quel lavoro gli appariva probabilmente non importante dal punto di vista politico e comunque 'sterile' di fronte alle urgenze dell'impegno per la "difesa di una santissima causa"(7); dopo, anche per la conoscenza della avanzata realtà politico-culturale torinese, collocò quegli interessi in un diverso orizzonte e esorta:

"... Ora è tempo di svegliarci...", perché la Terra d.Otranto rimane non solo per il forestiero ma per noi stessi una regione inesplorata!".

L'appello fatto sul giornale dei moderati leccesi non cadde nel vuoto. Dovevano seguire  almeno altri due interventi degni di nota: quello di Luigi Giuseppe De Simone e quello di Luigi Maggiulli che, da punti di vista diversi e con le dovute riserve, si dichiaravano disponibili a partecipare a quel lavoro collettivo. In particolare Maggiulli osservava:

"Tante richezze archeologiche, glossografiche riscontrate in un solo paese ci fa certi, Sig. Duca, che gli amatori di tali studi hanno gran messe da mietere nel restante della nostra Provincia...". E commentava:" Però è del decoro de' moderni salentini di  far rivivere le vetuste lor glorie, di illustrarne i monumenti... e raccogliere e dare alle stampe i lavori filosofici, storici, filologici, ecc. ecc. della Provincia. Uniscansi in fratellevole consorzio gli amanti di tali studi, si aiutino nello scabroso cammino e faranno opera di sentito patriottismo" (8) .

De Simone,  che aveva già per suo conto tentato un recupero delle testimonianze culturali di Terra d'Otranto, doveva con rinnovato slancio mettersi al lavoro. Nel 1877 a Firenze pubblicava  Vita della Terra d'0tranto e sempre a Firenze nel l888 uscivano gli Studi storici di Terra d'Otranto del Sig. Ermanno Aar, una raccolta di studi storico-eruditi già apparsi sul prestigioso "Archivio storico italiano". Maggiulli doveva, tra l'altro, compilare una Monografia numismatica della Provincia. di Lecce e una raccolta di Iscrizioni messapiche, in collaborazione con lo stesso Castromediano. Due esempi di contributi individuali che in realtà esprimevano un impegno storico-erudito assai diffuso. Il centro propulsore di questi lavori fu la Commissione archeologica nata nel l868 con il sostegno politico-finanziario del Consiglio provinciale. Le relazioni che Castromediano scrisse come presidente della Commissione per il Consiglio, tra il '69 e il '75, sono il più limpido documento di un'attività di scoperta e di acquisizione che, per i tempi e i mezzi a disposizione non può che definirsi eccezionale(9).

Il 4 marzo l867, mentre si svolgeva la discussione tra Castromediano,  Maggiulli e De Simone, usciva il primo volume della Collana di Opere scelte edite e inedite di scrittori salentini diretta da Salvatore Grande, che  avrebbe poi collezionato, in circa nove anni, 22 volumi. Quella collana doveva apparire a Castromediano non solo un'opera complementare alla Biblioteca e al Museo, ma quasi la materializzazione della sua idea di una  "civiltà salentina", fatta di personalità notevoli (il Galateo, il Grandi, il D'Aquino) e poi di storie municipali come quella di Francavilla Fontana, che doveva rivelare il talento di Pietro Palumbo,  quella di Mesagne, affidata a Antonio Profilo, quella di Muro Leccese scritta dal Maggiulli, ma anche di un patrimonio naturale descritto ne La flora salentina del Marinosci, la Fauna salentina del Costa e  Degli ulivi del Presta: storia e natura, scavo storico-erudito e indagine scientifico-naturalistica non si contrapponevano, ma concorrevano a costruire un unico disegno. Un disegno a cui doveva dare un contributo decisivo la personalità straordinaria di Cosimo De Giorgi, dove si univano in un raro equilibrio rigore scientifico e poliedricità di interessi, senso dell'utilità della scienza e sensibilità sociale, sul quale occorrerebbe fare un discorso a parte(10).

Non c'è da meravigliarsi se, dunque, quanti venivano da fuori descrivessero una provincia "a parte in un cono dell'Italia, dove non ci si aspetta di trovare una simile cultura"(11). Ma il rapporto con gli stranieri, non dei touristes, bensì scienziati spesso di notevole livello, intersecava almeno due questioni centrali: 1) la necessità di assumere un metodo scientifico per il reperimento, il recupero, la conservazione e l'interpretazione di materiali archeologici e storici, come condizione per uscire da un'ottica puramente erudita, e in questo senso inevitabilmente provinciale; 2) la complementare necessità di cercare nella cultura un orizzonte politico che fosse in grado di rimettere in moto una volontà che la recente conquista unitaria sembrava aver pesantemente mortificato.

Relativamente al primo punto, di fronte ai risultati concreti è  sostanzialmente da condividere l'osservazione di Mario Marti per cui in quelle iniziative "C'era bensì adesione e consapevolezza storica; scarseggiava invece la coscienza critica e filologica, e insomma prevaleva l'interesse dell'informazione e tutt'al più della cultura, non certo della scienza"(12). Ma ciò che qui si vuol sottolineare è proprio l'importanza di tale consapevolezza: non solo in ordine alle carenze di metodo che poneva, quanto anche alle motivazioni etico-politiche da cui muoveva. Per quanto occorre dire che, che pur ragionando in termini di 'civiltà' (di 'Kultur') e non di 'scienza', Castromediano, per non parlare di De Giorgi, era perfettamente consapevole dell'importanza decisiva che la padronanza degli opportuni strumenti critici aveva nella piena realizzazione del suo progetto. Non a caso l'articolo del '66 già citato, Un mucchietto di gemme, riprendeva, nello stesso titolo l'appello lanciato poco prima sul giornale napoletano "La Patria" da Vittorio Imbriani e dallo sfortunato Antonio Casetti, nipote di Castromediano, per invitare gli studiosi alla collaborazione per la raccolta di quei Canti popolari delle provincie meridionali, che doveva uscire nel 1871-72 presso Loescher, nella collana diretta da Domenico Comparetti e Alessandro D'Ancona. Come ha mostrato Alberto Cirese l'importanza di quell'articolo sta tutta nello sforzo di fissare i criteri metodologici generali per la raccolta stessa(13). D'altra parte il contatto con i grandi storici tedeschi che si interessavano alla Terra d'Otranto, spingeva i salentini a darsi un metodologia. Quando il 4 dicembre l875 Ferdinando Gregorovius lesse la sua relazione su Gli studi storici nell'antica Calabria, oggi Terra d'Otranto alla sezione storica della R. Accademia bavarese del Scienze non mancò di osservare come Lecce fosse divenuta il centro di una nuova attività letteraria  e sottolineava: "Gli sforzi scientifici in quella contrada hanno trovato finalmente un solido centro in una Commissione di Archeologica...". Castromediano fece subito tradurre da Salvatore Stampacchia quella relazione, il cui manoscritto andò postillando attentamente(14).

Non c'è qui la possibilità di seguire il tema del rapporto intercorso tra gli storici tedeschi e gli eruditi salentini del secondo Ottocento, si può solo rilevare che la loro influenza contribuì non poco a sensibilizzare sulla possibile rilevanza politica dell'indagine storica e di ogni attività relativa all'uso della storia. In questo senso aveva ragione Mommsen che, in una lettera a Castromediano sottolineava quanto fosse "la ricerca storica cara agli italiani come agli alemanni"(15).

In questo contesto occorre collocare e valutare anche  quella sorta di "ideologia della salentinità" che accompagnò pressoché tutto l'arco di quel progetto culturale: l'affermazione, cioé, di una presunta primazìa della "civiltà salentina" rispetto al resto della penisola, che doveva poi essere ripetuta infinite volte. Era stato Francesco Casotti nella Lettera proemiale ai suoi Scritti inediti e rari nel 1865 a tracciarne i caratteri fondamentali.

"...par cosa certa che le più antiche genti della penisola, onde possiamo avere qualche notizia, ci sono del pari dai miti, dalle più antiche leggende, dai resti delle più antiche favelle e dall'affinità dei luoghi indicate tutte come genti venute da fuori e per via del mare.

E poi mostrando di credere a quelle fonti di tradizione latina che vedevano in Pitagora e Archita il risultato d'un processo millenario di una civiltà autoctona, esclamava:

Noi ci troviamo condotti ben innanzi ai tempi omerici e alla etrusca civiltà. Questa prodigiosa antichità, questa priorità di origine e di coltura dei tarantini su tutte le altre razze italiche si appalesa meravigliosamente dal vedere non meno che i nomi delle genti e dei luoghi procedere da quest'angolo alla restante Italia, la lingua eziandio, i miti, la filosofia e l'arte di quella civiltà che fu di poi detta romana"(16)

Ora, considerata con il dovuto distacco, più che una ideologia la tesi della 'salentinità' si mostra come una sorta di 'mito', cioé come una costruzione intellettuale che catalizza energie per motivarle e caricarle in vista della ricerca e dell'organizzazione culturale.

3- A questo punto la domanda centrale a cui occorre rispondere è la seguente: quale fu il senso politico, o etico-politico, posto alla base del progetto culturale di Castromediano e di quanti lo fecero proprio?

Nel già il citato intervento del 10 maggio '67 su "Il cittadino leccese" Luigi Maggiulli  muoveva dal ricordo della infelice esperienza fatta dalla Associazione unitaria costituzionale a Lecce e quindi implicitamente legava l'iniziativa culturale proposta da Castromediano alle finalità perseguite per via più immediatamente politica. Come è noto, l'Associazione (sorta anche a Lecce nel l864) ed il giornale che ne era l'organo, "L'Italia", erano gli strumenti con cui Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini tentarono di realizzare un programma politico di centro-sinistra, che, come ha scritto Mario Themelly, "intendeva formare un grande partito nazionale che, portando avanti una politica di progresso entro lo Statuto rimanesse indipendente da ogni influenza ministeriale, senza cadere perciò nell'ambito della sinistra"(17). A questa esperienza politica Castromediano fu introdotto con ogni probabilità da  Settembrini, al quale lo accomunava una medesima idea di nazionalità e il medesimo senso  del ruolo dello Stato. In un articolo pubblicato sul "Il cittadino leccese" in occasione delle imminenti elezioni politiche del l865  affrontava la questione centrale del rapporto tra provincia e Nazione tra amministrazione e politica, tra piccola e grande politica:

Primieramente la nazione non è per noi un ente astratto, o un tipo ideale, che vive nella mente degli uomini dello Stato, ma una immensa, e potente realità che costa di popoli di una medesima stirpe, lingua, costumi, tradizioni etc._ La nazione è una totalità viva, autonoma, libera, e le provincie sono appunto le sue prime parti, che collegate insieme la formano. Siffatta totalità non vive che in queste sue parti, perché non è altro che l'unità delle medesime. Ora se sembrerà cosa vile ad alcuni propugnare l'interesse della Provincia, d'una parte cioé della nazione, a noi, ci si perdoni, non sembra tale. Per noi questa verità sembra evidente: Vuolsi lo sviluppo intero di tutte le forze nazionali? Si provvegga ai bisogni dellle Provincie. La vita che produce e crea incominci da questa parte: essa rifluisce immantinenti nella nazione, non potrà uscir fuori, e quando da per tutto quella vita sarà diffusa, la nazione sarà florida, ricca, potente..."(18)

Più che di analoghe argomentazioni giobertiane, c'è qui l'eco, forse, di una vaga mentalità hegelana, formatasi attraverso le conversazioni conSilvio Spaventa. Da quell'ambiente Castromediano aveva ricevuto anche la particolare concezione della funzione dello Stato, che Sergio Landucci ha ben evidenziato per quanto riguarda lo stesso Spaventa e Francesco De Sanctis:

"...essi non concepirono lo Stato in termini di mera società politica, contrapposta alla concreta società civile (o, quanto meno, da essa separata); ma lo intesero come mediazione tra questi due ambiti, cercarono di farlo penetrare in tutto il complesso della vita associata, teorizzando insistentemente l'intervento dello Stato così nella vita economica, quale elemento di equilibrio delle forze produttive, come ( e soprattutto) nella vita etico-culturale del paese, quale forza assimilatrice e direttiva"(19)

Ciò permette, forse, di comprendere meglio il complesso di relazioni che si pongono tra la creazione degli istituti di cultura, le iniziative di ricerca e l'uso politico della memoria storica; di comprendere cioé l'intenzionalità etico-politica che le salda in unità. Più chiaramente, per Castromediano il recupero e la valorizzazione della memoria storica locale insieme alla costruzione delle istituzioni che dovevano incarnarla, divenivano la condizione per tessere quell'ethos civile su cui basare l'educazione al senso della nuova cittadinanza nazionale. Una posizione certo non nuova o originale, dal punto di vista teorico, ma che tuttavia aveva un senso politico preciso fatta in quel determinato momento storico. Ha opportunamente notato Ilaria Porciani per il dibattito sullo studio della storia nell'Italia immediatamente postunitaria: "La discussione si collocava entro una precisa cornice ideologica alla luce della connessione, radicata anche nella tradizione risorgimentale, tra gli avvenimenti politici e la funzione civile della storia"(20). Ma considerati dal Mezzogiorno quegli "avvenimenti politici" si presentavano certamente come assai problematici. Se per un verso è vero infatti che soprattutto con la guerra del '66 si apre una fase di scoraggiamento e di delusione, che spinge Villari a rilanciare la funzione degli studi storici per rinsaldare e rafforzare l'unità della Nazione; per altro verso non meno vero che, considerando le drammatiche vicende dei primissimi anni unitari, nel Mezzogiorno un rafforzamento della Stato dall'alto, in senso centralistico, poteva tradursi in un'ulteriore perdita di vitalità politica, di autonoma capacità di connettersi alla vita della Nazione. Qui non c'era una tradizione municipale che consentisse di fare della città "il principio ideale" di una storia sentita come propria. Non c'era la possibilità di una terza via tra guelfi e ghibellini: occorreva lavorare ex novo. Ricostruire il tessuto culturale locale, istituzionalizzarlo, si presentava come l'unica via in grado di tenere aperta la valvola che metteva in comunicazione la coscienza dell'appartenenza alla "piccola" patria con quella nazionale.

D'altra parte questa esigenza di una saldatura tra il particolare della provincia e l'universale della Nazione tornava, pur implicitamente, nella specifica concezione della storia cui Castromediano si ispira In una delle parti rifiutate delle Memorie, poi pubblicate da Aldo Vallone, scriveva

"... la storia di consueto suol fermarsi sui fatti più strepitosi che avvengono nei grandi centri e nelle capitali, tenendo in non cale le provincie lontane e i paesi secondari, quasi fossero fuor di tiro. Eppure non sono le sole capitali che costituiscono le nazioni, nè sempre ciò che in quelle avviene v'ànno la vera scaturigine. Nemmeno son esse che sole definiscono la fisionomia d'un popolo: e non è vero nemmeno che i soli grandi fatti costituiscono la storia. Ond'è che se questa vuol essere l'interprete esatta delle vicende dell'umanità, e mantenersi maestra dei venturi coll'esempio del passato deve recarsi tra gli anfratti dei monti e spiare nella oscurità delle borgate, dove s'accorgerà d'addentellati misteriosi, ma utili alle investigazioni e ai fini che la movono. Sappia una volta la storia che per non occuparsi di ciò, di frequente perde gli anelli di congiunzione di ciò che narra e non di rado perde il primo capo della catena, della quale credesi in possesso. Ivi nei luoghi accennati potrà certe volte rintracciare il movente reale di quanto sembra misterioso che così avvenga, o se così non e incontrerà per lo meno dei ruscelli pei quali si gonfia il gran fiume"(21).

4- La fase attiva, più produttiva del progetto di Castromediano si concluse intorno al l875. Allora cominciò a venir meno il sostegno politico-finanziario della Provincia; più visibili si fecero gli attriti, i risentimenti, le invidie all'interno stesso del gruppo di intellettuali che lo aveva sostenuto. Ma soprattutto si face strada  la consapevolezza che, al di là di una ristretta cerchia, quel lavoro fosse circondato dalla indifferenza dei più: sorgeva il sospetto, insomma, che non bastava scaldare la coscienza individuale al sacro focolare della memoria storica per produrre un moderno ethos civile e nazionale. Doveva rendersene conto abbastanza lucidamente lo stesso Castromediano  Nel luglio dell'84 a Cosimo De Giorgi, che gli aveva inviato i suoi recenti Cenni di Geografia fisica della Provincia di Lecce, confessava:

"Così si scrivono i libri utili alla scienza in generale, proficui al paese per cui si scrivono. Solo è a dolersi che il paese per cui si scrivono, quei libri non si prezzano quanto meritano, non ànno quel numero di lettori che bramerei, cioé tutti i nostri concittadini, la gioventù specialmente. Ma la nostra gioventù fa a pugni oggi a leggere gli Stecchetti e i Carducci, una letteratura vana e corruttrice non solo del gusto e del bello ma del cuore e dei costumi..." (22)

E tuttavia questa crisi del progetto non impedì certamente che quanti lo avevano condiviso continuassero a lavorare e a produrre opere, spesso di non spregevole valore anche dal punto di vista scientifico. I nomi di  De Giorgi, che aveva attratto l'attenzione del giovane Giustino Fortunato, o di Pietro Palumbo sono d'obbligo. Ma altri occorrerebbe farne, come Giuseppe Gigli o Nicola Bernardini, che continuò l'opera di costruzione della Biblioteca provinciale di Lecce, e tanti altri. Ma occorre ribadire, l'anima di quel progetto si era ormai spezzata. Mentre Bari si imoneva come centro della vita non solo economica ma culturale della regione, Lecce si rifuggiava in una stantia pratica letteraria. Non a caso all'inizio degli anni novanta nella sua 'famosa' conferenza su Lo stato delle lettere in Terra d'Otranto; tenuta a Lecce all'Associazione "Giusti" Giuseppe Gigli invitava, un po' carduccianamente:

"Meglio che il balenio inebriante del fulgido successo del momento, desiderate, o giovani, la tarda gratitudine di posteri, se a questi voi lascerete una pagina che illustri una nostra zolla Dell'antica sapienza, quello che con onore ci è rimasto e rimarrà ancora, è la storia. Lo storico è il critico della vita. Io vorrei che ogni giorno si accrescesse d'un valoroso la legione degli scrittori nostri, che di questi studi amorosamente si occupano. La speranza nostra si poggia su voi. Che Terra d'Otranto possa avere da voi una storia completa, che narri le sue vicende secolari! "(23)

In realtà, egli doveva aprire non solo un'accesa discussione, ma anche segnare l'avvio di una nuova stagione di studi storici culminata con l'esperienza della "Rivista Storica Salentina" di Pietro Palumbo., nel 1903, nella quale si incontrarono vecchi e giovani. Ma ciò non deve trarre in inganno: la realtà salentina era profondamente cambiata. Mentre la crisi economica di fine secolo scuoteva le basi stesse della società, investendo vecchi e nuovi settori produttivi, modificando i rapporti tra città e campagna; rimettendo in gioco antichi equilibri e rimodellando la gerarchia economico-culturale delle città pugliesi, la ricerca storica diveniva il campo di riflessione sulle ragioni della sempre più vistosa arretratezza di Lecce rispetto al resto della Puglia. E mentre si denunziavano le degenerazioni della politica, i danni dell'esecrato "parlamentarismo", ci si chiedeva poi se il progressivo arretramento del Salento fosse la conseguenza dei danni prodotti dalla politica nazionale, o  delle scelte compiute in tempi lontani: del modo stesso in cui era stata compiuta l'unificazione; delle responsabilità di quanti allora la vollero e la portarono a compimeno. Non a caso il centro di questa nuova ondata di ricerca storica fu il Risorgimento stesso. Tutta la politica di Castromediano, le sue scelte culturali, le risorse pubbliche investite divennero non solo oggetto di esame ma anche di non celata critica:

Scrisse pungente Niccolò Foscarini:

"... ci cullammo nel dolce sogno infingardo, come se, mercè nostra, fossimo giunti stanchi dopo lotte titaniche all apogeo della gloria; ed in ogni angolo di via ... vedemmo monumenti del tempo d'oro; ed ogni osso abbandonato dai cani credemmo degno della raccolta preistorica del cav. Botti; e fors'anche domandammo al Governo che Lecce fosse la capitale d'Italia. Tanto i nostri studi storici avevano accertato esser Lecce di gran lunga piú antica dell'antichissima Roma"(24)

Nel 1913 nove anni prima di morire, Cosimo De Giorgi dettò il suo testamento spirituale, dedicandolo alle figlie. Alle spalle c'era la conclusione della guerra di Libia e l'orizzonte non lasciava presagire niente di buono. Il volto della modernità si presentava ai suoi occhi con caratteristiche lontanissime da quelle  per cui aveva lavorato e lottato per tutta una vita. Non da un senile sentimento discendeva, dunque, il velo di malinconia con cui riandava ai tempi passati e in particolare agli anni della Commissione archeologica:

" Fu quella, scrisse,l'età dell'oro per la nostra provincia. Noi della vecchia generazione che abbiamo assistito a quel periodo glorioso ne risentiamo oggi più degli altri il vivo contrasto con i tempi moderni, da un trentennio a questa parte. Si è perduto perfino l'eco dei vecchi ideali nella vasta e bella sala del maggior Consesso della provincia! Da molti oggi si crede ch'essi servano soltanto ad appagare una sterile curiosità, e quindi non sieno più conformi con le esigenze e con le aspirazloni della civiltà moderna. E pure, o mie care figlie, ricordatelo: un popolo che ha di mira la sola sodisfazione degli interessi materiali e non si prefigge di conseguire con fede viva ed operosa un ideale più elevato, è spinto ineluttabilmente indietro verso la barbarie!"(25).

 

NOTE

1) Per un quadro d'assieme ci si deve ancora rifare a Pier Fausto Palumbo, Profilo della cultura storica salentina, Lecce, Centro di studi salentini, 1968.

2) V. Nicola De Donno, La fine del Circolo Patriottico  Provinciale di Terra d'Otranto nel 1848, in Note e documenti di storia e cultura salentina, Maglie, 1967.

3) V. Paul Bourget, Sensations d'Italie, Paris, 1891, pp.225.

4) Le memorie di Castromediano uscirono postume per la cura degli amici col titolo Carceri e galere politiche. Memorie del duca Sigismondo Castromediano, Tip. Editrice Salentina, 1895, 2 voll .

5) V. S. Castromediano, Un mucchietto di gemme, in "Il cittadino leccese",17 marzo 1866.

6) ivi.

7) Lettera agli amici di Cavallino scritta dal carcere di Lecce il 2 aprile 1851, ora in Sigismondo Castromediano, Lettere dal carcere, a c. di Michele Paone, Galatina, Editrice salentina, 1995, pp. 35-6.

8) L'intervento di Luigi Giuseppe De Simone è in "Il cittadino leccese" del 29 dicembre 1866 " e 5 gennaio 1867; quello di Luigi Maggiulli nello stesso foglio del 10 maggio 1867, da cui è tratta la citazione.

9) Le relazioni si possono ora leggere in S. Castromediano, Scritti di storia e di arte, a c. di Michele Paone, Galatina, Editrice salentina, 1996. Sulla loro importanza aveva già richiamato l'attenzione Pier Fausto Palumbo, Dalle commissioni d'archeologia e storia patria alla Società di storia patria per la Puglia, Lecce, Centro di studi salentini, 1966 pp. 9-19; dello stesso v. il profilo di Castromediano in Patrioti, storici, eruditi salentini e pugliesi, Lecce, Milella, 1980, soprattutto le pp. 16-9; ma va tenuto presente quanto scrive Giancarlo Vallone, L'eredità di un'identità culturale, in "Quotidiano di Lecce", del 26 agosto 1995.

10) De Giorgi attende ancora il suo storico. Utile è l'antologia di scritti di De Giorgi, Natura e civiltà di Terra d'Otranto, a c. di Michele Paone, Galatina, Editrice salentina, 1982, 3 voll.; interessanti osservazioni si trovano in Lucio Galante, Un intellettuale 'moderato' tra eredità risorgimentali e nuova cultura scientifica, che è l'introduzione a C.d.G., La provincia di Lecce.Disegni illustrativi, Galatina, Congedo editore, 1989.

11) Charles Yriarte, Les bordes de l'Adriatique et le Monténégro, Paris, Hachette, 1878, p. 617.

12) Mario Marti, La vita culturale, in Storia di Lecce , vol II, a c. di Maria Marcella Rizzo, Bari, Laterza, 1992, p. 606.

13) Alberto Mario Cirese, Imbriani demopsicologo, in Studi su Vittorio Imbriani, a c. di Rosa Franzese e Emma Giammattei, Napoli, Guida Editori, 1990, pp. 165 sgg.

14)  La traduzione della relazione di Gregorovius fatta da Salvatore Stampacchia, con le postille di Castromediano è presso la Biblioteca provinciale di Lecce, fondo manoscritti, vol.18, f.V.

15) Lettera di Theodor Mommsen a Castromediano del 10 giugno 1880, ora in Scritti di storia e di arte, cit. p. 385.

16) Francesco Casotti, Scritti inediti e rari di diversi autori della provincia di Lecce, Napoli, 1865, pp. XXVI e XVII

17) Mario Themelly, L'ultimo Settembrini, in Per il centenario di Luigi Settembrini, "Esperienze letterarie", a. II nn. 2-3, aprile- settembre 1977, p.29.

18) Sigismondo Castromediano, Sulle prossime elezioni, in "Il cittadino leccese" del 14 ottobre 1865;

19) Sergio Landucci, Cultura e ideologia in Francesco De Sanctis, Milano, Feltrinelli, p. 260.

20) Ilaria Porciani, L'"Archivio storico italiano".Organizzazione della ricerca ed egemonia moderata nel Risorgimento, Firenze, Olschki, 1979,p. 234

21) In Aldo Vallone, Il Risorgimento salentino-napoletano nelle parti ripudiate delle ' Memorie' di S. Castromediano, in Studi e ricerche di letteratura salentina, Lecce, Centro di studi salentini, 1959, p. 168.

22) Lettera di Castromediano a De Giorgi, del 26 luglio 1884, in Biblioteca provinciale di Lecce, fondo manoscritti, vol.161, f.49

23) Giuseppe Gigli, Stato delle lettere in Terra d'Otranto, Lecce, Tip. Editrice salentina, 1890, pp.29-30; ora in Giuseppe Gigli e documenti vari di cultura, a c. di Donato Valli, Lecce, Milella, 1982, p. 299; su Gigli v. anche l'introduzione di Luigi Marseglia a G. Gigli, Carteggio inedito, Bari, Adriatica; e Antonio Lucio Giannone, L'eclettismo critico di Giuseppe Gigli, in Scrittori del Reame, Lecce, Pensa Multimedia, 1999; pp. 25-47.

24) Niccolò Foscarini, Tra una divagazione e l'altra, in "Corriere meridionale" (Lecce), del 21 agosto 1890.

25) Cosimo De Giorgi, Cenni autobiografici, ora in C. De Giorgi, Natura e civiltà in Terra d'Otranto, cit.,vol I, p.42


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