Programma maggio 2022
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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Rifaldone club PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Martedì 02 Luglio 2013 16:36

Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione.

Walter Benjamin, I "passages" di Parigi [N 2a, 3].

 

 

Ci ritrovavamo sul muretto della villa piccola, in Piazza Fortunato Cesari, vicino alla fontana. I primi giorni di settembre sembrava che la vita cittadina si stesse risvegliando piano piano, dopo un lungo torpore durato due mesi. Alcuni amici erano in città, altri in campagna, altri ancora, se il tempo era buono, continuavano a recarsi al mare in motorino senza far caso che l’estate fosse finita, con la speranza di trovare qualcuno per passare la serata. Presto sarebbe ricominciata la scuola. La fine dell’estate ci sorprendeva increduli e straniti, ancora dispersi tra il mare, la città e la campagna, quasi incapaci di prevedere quale sarebbe stato il nostro futuro. Sarebbe giunto l’autunno e poi l’inverno, e noi non avevamo un posto dove andare, non avremmo saputo come impiegare il nostro tempo, che in quelle sere di settembre ci appariva privo di una qualsiasi prospettiva. Avevo quindici anni, qualcuno ne aveva sedici o diciassette e cominciavamo a non vivere più alla giornata.

Fu in una di quelle sere di settembre che uno di noi disse che avremmo avuto bisogno di un luogo tutto nostro, lontano dal mondo degli adulti, dove ritrovarci la sera e trascorrere insieme l’inverno.

Rolando parlò con i suoi genitori e un pomeriggio ci portò a vedere lo scantinato di Via Orfanotrofio 9. Una porticina tutta scarrupata si apriva su una stanzetta piccola e bassa, senza altro pavimento che di terra battuta, piena di buche, dalla quale, attraverso uno stretto passaggio, si penetrava in un antro buio - la gran pancia della casa soprastante -, che riceveva una debole luce da una finestrella, chiusa da due sbarre di ferro a croce, allogata all’estremità opposta della cantina, nella quale erano stati ammassati cumuli di materiale di riporto, scaricati lì dopo la recente ristrutturazione della casa. In un’altra stanzetta, troppo bassa per starci dritti in piedi, si accedeva attraverso un porticina non più alta di un metro e mezzo. Eravamo nelle fondamenta fatiscenti e prive di pavimento di una vecchia casa, una cantina dalla volta a botte sbrecciata: l’ideale per noi che non solo vi avremmo trovato un rifugio, ma anche l’occasione per mostrare che cosa eravamo capaci di fare.

Cominciò allora l’opera di ristrutturazione di quella cantina, che si sarebbe protratta per almeno un mese, coinvolgendo un gran numero di amici. Ci munimmo di secchi e di vanghe, di cazzuole e di pale, e trasportammo altrove, a bordo dei nostri motorini, tutto il materiale che vi avevamo trovato; poi, a sera, rubavamo dai cantieri della città decine e decine di secchi di breccia e di sabbia – Galatina era in piena espansione edilizia e c’erano almeno trenta cantieri aperti, sicché per ciascuno di essi il prelievo fu indolore -, che utilizzavamo come sostrato del pavimento e per l’impasto del cemento; e infine anche diversi sacchi di cemento, qualcuno lo prendemmo a prestito dal cantiere della mia scuola, dove erano in corso dei lavori di recinzione dell’edificio.

Una mattina me ne stavo appoggiato sul mio banco, mentre un professore scandiva l’esametro greco, e volgevo lo sguardo al cortile della scuola, quando vidi entrare nell’atrio il commissario di Polizia accompagnato da due agenti. Erano lì per me e per alcuni compagni che si erano imbarcati con me in quell’impresa? Ci scambiammo un’occhiata tremebonda. Presto saremmo stati convocati in presidenza, il bidello ci avrebbe accompagnato davanti a uno stuolo di inquisitori, dopo molte pressioni avremmo confessato, ci avrebbero denunciato e processato e sarebbe finita lì la nostra vita scolastica ed anche la carriera appena intrapresa di operai edili. L’opera sarebbe rimasta interrotta e quello che doveva essere il nostro rifugio sarebbe stato chiuso prima d’essere aperto. Ma per fortuna non avvenne nulla di tutto questo. Forse non avevano le prove o forse misero tutto a tacere perché eravamo solo dei ragazzi, non lo so. Sta di fatto che in breve facemmo un massetto di cemento niente male e il nostro pavimento fu pronto con tanto di sedili ai bordi della grande stanza. Le ragazze cucirono i cuscini e i sedili risultarono comodi e confortevoli. Costruimmo una pista sopraelevata per ballare e un bancone di regia dove Gigi manovrava lo stereo che aveva messo a disposizione di tutti, con tanto di casse per la musica. Ancora mi sembra di vedere Pietro mentre mi leva di mano la cucchiara e, dicendo nun è pe tie, ca vai allu classicu, col disprezzo che si riserva a un incompetente, si mette all’opera per piastrellare l’ingresso della cantina con una maestria degna di un piastrellista di mestiere: piastrelle multicolore e di forma diversa, si capisce bene perché… La porticina d’ingresso, grattata e dipinta più volte d’un verde smeraldo, divenne come nuova. Antonello che studiava da perito elettrotecnico curò l’impianto di illuminazione. Pochi soldi a testa e comprammo i faretti colorati e il filo elettrico necessario per avere le luci psichedeliche ben disposte tutt’intorno alla sala, come nelle migliori discoteche. Antonio teneva i conti su un registro (uscite-entrate) con la precisione di un ragioniere. Chiamammo quel posto RIFALDONE CLUB.

La parola rifaldone non si trova nel vocabolario, come le parole di tutte le cose che non esistono, almeno nell’ufficialità del mondo adulto. Il significato del termine però ci era chiaro: rifaldone era colui che non tiene fede alla promessa data, non rispetta un impegno, insomma, una persona inaffidabile. Di qui l’espressione, usata spesso nel nostro gergo, non ti rifaldare, cioè sii serio, non mancare, non venir meno alla parola data, ecc. Sebbene su questi problemi terminologici mai nessuno di noi abbia speculato più di tanto, il nostro club, almeno secondo il nome, radunava persone inaffidabili, che non mantenevano le promesse, da cui ci si poteva aspettare di tutto. In realtà, non eravamo così malvagi, ma avevamo il senso dell’ironia, e avevamo coniato quel nome per distinguerci meglio dalla società adulta benpensante del paese, che, essendo del tutto priva di ironia, in quel ritrovo di adolescenti non tardò a sospettare un covo di anarchici, dediti al sesso, alla droga e alla musica più sfrenata: sex and drug and rock ‘n’ roll.

Provenivamo da tutte le scuole, professionale, licei, magistrale, tecnico, qualcuno lavorava come apprendista – ed anche questa mescolanza tra studenti e lavoratori era un po’ sospetta e suscitava non pochi mugugni - , età massima diciotto o diciannove anni. Io, come ho detto, ne avevo quindici. La sera c’era sempre gente sin dalle quattro di pomeriggio, si suonava la chitarra, si cantava. Fu allora che io imparai a fumare tabacco, le prime volte mi sentii male da morire, vomitai tutto, ma ebbi la forza di resistere e continuai a fumare con regolarità: cartine, tabacco nazionale trinciato, di quello che costava di meno. D’inverno, verso le nove di sera, prima di rientrare a casa, ci pulivamo la bocca coi limoni presi all’albero della scuola elementare di Piazza Fortunato Cesari - su cui Antonio si arrampicava come una scimmia -, pensando così di toglierci la puzza di fumo e fare fessi i nostri genitori. Giocavamo a unu monte la luna o a cavaddhu barone oppure, quando le serate erano buone e ci andava di stare all’aperto, a scundarieddhi, disperdendoci nei budelli della città vecchia – fu in quell’occasione che imparai a conoscerne le corti e le viuzze più nascoste -.  Facevamo anche un gioco strano che non saprei nominare, ma di cui ho letto la descrizione in uno studio di etnologia relativo ai giovani di una tribù australiana: uno di noi, tirato a sorte, doveva distendersi su una grande panca, frutto di una donazione, e tutti gli altri gli si dovevano gettare sopra. Spesso eravamo in molti, e chi capitava sotto rischiava di rimanere schiacciato. Le nostre compagne, che ci stavano a guardare, intervenivano per sottrarre il malcapitato al soffocamento o al rischio di rompersi qualche costola. Ma non accadde mai nulla di grave.

Una volta decidemmo di fare un sopralluogo notturno nella casa paterna. Eravamo quattro o cinque ragazzi, avevamo comprato due pacchetti di fiammiferi a testa, decisi a perlustrare quel palazzo antico disabitato e fatiscente, che dicevano avesse cento stanze e fosse infestato dai fantasmi. E così una sera saltammo il muro di cinta e penetrammo attraverso il cancello interno ch’era lasciato aperto. Le mura dell’androne, in un canto del quale giaceva un’auto arrugginita, nelle tenebre notturne sembravano minacciose sopra di noi; ma eravamo in compagnia e ci facevamo coraggio l’un l’altro, camminando gomito a gomito; avanzavamo lungo la scalinata e poi nelle stanze interne, attenti a dove mettevamo i piedi, accendendo tre, quattro fiammiferi per volta, sufficienti a illuminare ogni ambiente: in una stanza c’era lo scheletro di un gatto morto chissà da quanti anni, in un’altra una grande cassaforte aperta, da cui sembrava che qualcuno avesse estratto tutto il contenuto, centinaia di contratti agrari e resoconti di fattori sparsi per tutto il pavimento, che un giorno avevano fatto la ricchezza di quella casa, in un’altra ancora ecco comparirci davanti una serie di disegni floreali e animali di cui erano istoriate le volte e i pavimenti; e intanto continuavamo ad avanzare, accendendo tre quattro fiammiferi per volta: temevamo di perderci nel labirinto di stanze e il nostro unico filo di Arianna erano i due pacchetti di fiammiferi a testa che avevamo acquistato dal tabaccaio prima di saltare il muro. Qualcuno faceva uno scherzo agli altri scomparendo dietro una colonna e ricomparendo come un fantasma urlante. Si aveva paura sul serio e a maggior ragione si aveva la forza di scherzarci su. Ritrovammo l’uscita e ritornammo al Rifaldone per raccontare agli altri la nostra impresa.

La domenica si organizzavano le feste e vi invitavamo tutti quelli che volevano venire, anche più grandi di noi; ma facevamo pagare l’ingresso, un’offerta volontaria, che ci serviva per comprare i dischi, la puntina dello stereo, un faretto, eccetera.

Facevamo anche delle cose più serie. Mai come in quel periodo gli studenti ebbero un’organizzazione studentesca così attiva. Preparavamo i volantini ciclostilati per poi stamparli nella sede del vecchio PCI per gentile concessione del segretario, che cercava di darci la linea politica – cantavamo, come fossimo in curva, con tono beffardo: Lucio, dacci la linea, scandendo bene le parole. Infatti, nessuno era iscritto alla FGCI, che non era rifaldona - oppure preparavamo i tatzebao da affiggere davanti alle scuola il mattino seguente, per invitare allo sciopero. Una volta il preside mi chiamò in presidenza dicendomi che nel tatzebao – aveva dato ordine al bidello di strapparlo dal muro fuori dalla scuola e ora lo aveva disteso sulla sua scrivania - mancava un apostrofo e c’era una doppia in più, ma io, da vero rifaldone, gli risposi che non ne sapevo niente.

Discutevamo molto, soprattutto se dovevamo o non dovevamo entrare a scuola l’indomani e ci dividevamo l’incarico di diffondere i volantini, ognuno davanti alla propria scuola. Così, in orario scolastico, c’era sempre qualcuno nel Rifaldone, le porte erano aperte, la luce soffusa, l’impianto psichedelico funzionante, e via con la musica. Si ballava fino all’ora delle corriere, che riportavano a casa gli studenti dei paesi vicini. Nargiare aveva finalmente un senso, chi nargiava sapeva finalmente dove andare.

Qualche genitore fece il diavolo a quattro per far chiudere quel posto di malaffare, dove non circolava che droga e gli studenti perdevano il loro tempo con delle ragazze leggere. Venne anche a trovarci un maresciallo per controllare, ma non vide nulla di disdicevole e se ne andò via. Ora, a distanza di tanto tempo, posso dire che qualche spinello sarà pure girato tra di noi, ma questo è nulla rispetto al disastro degli anni immediatamente seguenti, quando il Rifaldone era chiuso e in piazza vedevi gente distesa per terra, strafatta di eroina, e nessuno che faceva niente. Ma questa è un’altra storia, o meglio la prosecuzione della presente, e chissà che un giorno non mi decida a raccontarla.

Quanto durò il Rifaldone club? Duro il tempo di un anno scolastico, e neanche. Già a maggio, con le belle giornate e col caldo, nessuno se la sentiva di passare il tempo al chiuso, in uno scantinato. Del resto, la scuola, minacciosa più che mai, volgeva al termine. Alcuni di noi furono bocciati, altri ebbero tre, quattro materie da riparare a settembre, io me la cavai con una sola, greco. L’estate ci disperse tutti un’altra volta, e il settembre seguente non eravamo più gli stessi. L’infanzia salentina era finita.


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