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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 89 - (14 luglio 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Domenica 14 Luglio 2013 17:46

I punti deboli del piano giovani

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 14 luglio 2013]

 

Il “Piano lavoro” del Governo Letta prevede sgravi fiscali per imprese che assumono giovani disoccupati di età compresa fra i 19 e i 30 anni nel Mezzogiorno, attingendo risorse ai fondi comunitari 2007-2013 destinati alle aree più deboli del Paese (nelle quali la disoccupazione giovanile supera il 40%). E’ prevista una revisione della “riforma” Fornero del mercato del lavoro, con il ripristino degli intervalli di 10 e 20 giorni per il rinnovo dei contratti a termine, innalzati con quella riforma a 90 giorni.

Dopo un biennio di politica economica nel quale la preoccupazione principale, se non unica, del Governo è stato il perseguimento del rigore di bilancio, ben venga un’iniziativa che, almeno sul piano simbolico, sembra costituire un elemento positivo di discontinuità. Ma, a fronte di questo, vi sono non pochi elementi di criticità, così sintetizzabili.

1) L’importo stanziato – circa un miliardo di euro – come evidenziato da Confindustria, è del tutto insufficiente per far fronte al problema. Ciò anche in considerazione del fatto che eventuali ulteriori risorse recuperabili dovranno essere stanziate per analoghi provvedimenti a favore dell’occupazione giovanile nel Centro-Nord.

2) Come già nella riforma Fornero, non è chiaro per quale ragione sia previsto un intervallo temporale per il rinnovo del contratto di lavoro. Certamente ciò costituisce una penalizzazione per il lavoratore, penalizzazione tanto più forte quanto minore è il “salario di riserva” di cui il lavoratore dispone. Il salario di riserva è il salario minimo al quale un lavoratore è disposto a offrire i suoi servizi ed è maggiore di zero nel caso in cui si disponga di redditi non da lavoro (proprietà mobiliari, immobiliari). La dilazione del rinnovo del contratto ne riduce, conseguentemente, il potere contrattuale, ponendo l’impresa nella condizione di imporre condizioni di lavoro peggiori nelle successive assunzioni.

3) La detassazione dell’occupazione – in un mercato del lavoro ormai quasi completamente deregolamentato – può generare effetti perversi, dal momento che le imprese potrebbero trovare conveniente assumere giovani (avvalendosi degli sgravi fiscali) e, contestualmente, licenziare o non rinnovare il contratto a lavoratori già assunti, per i quali non si prevedono agevolazioni. In altri termini, il rischio di questa operazione consiste nell’amplificare i “conflitti orizzontali” – fra lavoratori – dal momento che assegna trattamenti diversificati esclusivamente a ragione della data di ingresso nel mercato del lavoro. Se dovesse realizzarsi questo effetto, si potrebbe trattare di un gioco a somma zero, con flussi in ingresso uguali ai flussi in uscita.

A fronte di questi rilievi, va posta un’osservazione di carattere più generale. L’elevato tasso di disoccupazione giovanile - in Italia come negli altri Paesi europei - non dipende dall’eccessiva imposizione fiscale che grava sulle imprese, ma dalla carenza di domanda aggregata. In altri termini, è difficile immaginare che le imprese assumano se, come in questa fase, hanno aspettative pessimistiche in ordine alla possibilità di realizzare profitti. Le aspettative possono migliorare se le imprese sanno che ciò che producono troverà mercati di sbocco sufficientemente ampi e, in un contesto di calo dei consumi e degli investimenti, non vi è altra possibilità se non praticare politiche fiscali espansive e/o attuare politiche di redistribuzione del reddito. Come evidenziato da un’ampia letteratura teorica ed empirica, le famiglie con più bassi redditi esprimono una propensione al consumo più alta delle famiglie con redditi più alti. Ciò per l’ovvia ragione che, con redditi bassi, le risorse monetarie disponibili devono essere destinate a consumi, per raggiungere almeno il livello di sussistenza.

Mentre la prima strada (l’aumento della spesa pubblica) è resa sostanzialmente impraticabile dai vincoli europei, la seconda strada non comporterebbe costi addizionali rispetto ai costi che lo Stato sostiene per la detassazione delle imprese. Occorre, dunque, chiedersi per quale ragione si sia scelta quest’ultima opzione.

La redistribuzione del carico fiscale è profondamente influenzata dal potere contrattuale di cui dispongono imprese e lavoratori in sede di contrattazione politica. In una condizione di elevata disoccupazione, è verosimile attendersi che il potere contrattuale dei lavoratori – nel loro complesso – sia notevolmente inferiore al potere contrattuale delle imprese. Ciò soprattutto nel caso in cui le imprese abbiano la possibilità di delocalizzare i loro investimenti, dal momento che è sufficiente la sola “minaccia” di delocalizzazione per indurre il Governo ad accordare loro trattamenti privilegiati.

In questo scenario, si profila – per le imprese – un conflitto di obiettivi fra accumulazione e “legittimazione” del sistema. Ovvero: per le imprese nel loro complesso, un elevato tasso di occupazione è reso non conveniente dal fatto che a questo si associa un elevato potere contrattuale dei lavoratori, sia nel mercato del lavoro (con maggiori rivendicazioni salariali), sia nell’arena politica (con maggiori rivendicazioni in ordine alla ripartizione del carico fiscale). D’altro canto, un elevato tasso di disoccupazione può “delegittimare” il sistema, attivando pressioni conflittuali che, per le imprese stesse, risultano non desiderabili.

L’evidenza empirica, su fonte OCSE, mostra che le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro accrescono il tasso di disoccupazione e riducono i salari. Le misure di detassazione delle imprese per agevolare assunzioni sono già state adottate, in Italia, da almeno un ventennio, con esiti pressoché nulli. Se l’esperienza storica, e le risultanze fattuali, contano, occorre decretare che la reiterazione di provvedimenti inefficaci non è altro che, appunto, commettere di nuovo errori già commessi.


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