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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 95-96-97 - (12 luglio-9 e 25 agosto 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Domenica 25 Agosto 2013 09:20

Le politiche economiche espansive e le restrizioni del credito

 

[in “Keynesblog” del 9 agosto 2013]

 

Le principali banche centrali dei Paesi industrializzati – BCE inclusa – stanno, da tempo, inondando di liquidità il sistema economico, adottando politiche monetarie definite “non convenzionali”. Con quali risultati? Ci si aspetterebbe un aumento degli investimenti e dell’occupazione. Ci si aspetterebbe anche un aumento del tasso di inflazione. Per contro, sta accadendo il contrario o comunque non si stanno verificando i risultati attesi. Su fonte ISTAT, si registra che, in Italia, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione del 3.3%, il tasso di disoccupazione è aumentato, dal 2012 al 2013, di circa un punto percentuale e le (più ottimistiche) previsioni indicano un tasso di crescita nell’ordine del -1.4%. Il tasso di inflazione resta sostanzialmente fermo su valori di poco superiori all’1%. Le principali motivazioni che spiegano la sostanziale inefficacia delle politiche monetarie espansive nell’attuale configurazione del capitalismo sono così sintetizzabili.

1) In una condizione di aspettative pessimistiche, la riduzione dei tassi di interesse non costituisce un incentivo rilevante per effettuare investimenti o, al limite, è una condizione totalmente irrilevante nelle decisioni di spesa delle imprese. Si osservi che le aspettative non sono un dato ma dipendono in modo cruciale dall’andamento della domanda. In fasi recessive, caratterizzate da bassa e declinante domanda di beni di investimento e beni di consumo, è del tutto ovvio che le imprese posticipino i loro investimenti, attivando un circolo vizioso che, in assenza di interventi esterni, è destinato ad autoalimentarsi. La riduzione degli investimenti, infatti, contribuisce a generare ulteriori riduzioni della domanda aggregata e ulteriori aumenti del tasso di disoccupazione. La riduzione della domanda, a sua volta, disincentiva gli investimenti.

2) Un basso tasso di inflazione – attuale e atteso - costituisce un ulteriore fattore di freno agli investimenti, dal momento che gli imprenditori assumono rischi se ritengono di poter vendere a prezzi tali da consentire loro di acquisire margini di profitto ‘normali’. In tal senso, la riduzione del tasso di inflazione definisce una condizione per la quale i costi inizialmente sostenuti per attuare un progetto di investimento eccedono i ricavi attesi. Se si ammette che gli investimenti crescono al crescere del tasso di inflazione, non si capisce per quale ragione la BCE continui a darsi un target del 2%, oltre il quale si ritiene obbligata a intervenire riducendo il tasso di inflazione. D’altra parte, il target del 2% non trova riscontro in un fondamento ‘scientifico’ inoppugnabile, e riflette una decisione esclusivamente politica.

3) Il fattore più rilevante che motiva l’inefficacia delle politiche monetarie espansive risiede negli effetti che queste producono sulla gestione del credito da parte delle banche commerciali. Come documentato dalla Banca d’Italia fin dal 2010 (http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_63/QEF_63.pdf; http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td10/td764_10/td_764_10/en_tema_764.pdf), in Italia (e nei principali Paesi OCSE) è in atto una rilevante restrizione del credito combinata con una altrettanto rilevante riduzione della domanda di finanziamenti da parte delle imprese. Da qui un apparente puzzle. Come è possibile tenere insieme una consistente immissione di liquidità da parte delle banche centrali con la riduzione del credito da parte delle banche commerciali? Si consideri che i profitti bancari sono in costante aumento. I principali istituti di credito su scala globale fanno registrare incrementi di utili eccezionali: si stima che, su base annua, JP Morgan, Citibank, Bank of America, Morgan Stanley e Goldman Sachs abbiano, in media, più che raddoppiato i loro profitti. In una condizione “fisiologica”, nella quale le banche raccolgono risparmi per erogare finanziamenti, i profitti bancari sono dati dalla differenza fra i ricavi ottenuti dal rimborso del debito maggiorato con interessi da parte delle imprese e gli interessi dovuti ai risparmiatori (più i costi di gestione). Nella condizione attuale, è da escludere che i profitti siano generati dagli interessi pagati dalle imprese, proprio a ragione della restrizione del credito in atto. La gran parte dell’incremento degli utili bancari va, dunque, imputato all’attività speculativa, ovvero all’acquisto e alla vendita di titoli sui mercati finanziari, e a operazioni di acquisizione e fusione (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Denaro-denaro-denaro-il-ciclo-della-finanziarizzazione-11445).

Si è, dunque, in presenza di un fenomeno - la “finanziarizzazione” bancaria - che, per le dimensioni assunte, è decisamente inedito. Tutto ciò è reso possibile, in ultima analisi, da due fattori: la piena libertà assegnata all’intero sistema bancario di operare senza vincoli sui mercati finanziari e, soprattutto, l’attuazione di politiche fiscali restrittive.

La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento dell’imposizione fiscale), riducendo i mercati di sbocco, riduce i profitti delle imprese – fino a determinarne il fallimento. Ciò si traduce, da un lato, in una riduzione delle garanzie che le imprese possono offrire alle banche per ottenere finanziamenti e, dall’altro, nel peggioramento delle aspettative imprenditoriali. Le imprese domandano meno credito e le banche – assegnando maggiore rischiosità ai progetti di investimento – riducono l’offerta di credito. Il conseguente calo della domanda aggregata accresce il tasso di disoccupazione e, a fronte della riduzione degli investimenti (e, dunque, della crescita dell’obsolescenza del capitale tecnico), si riduce la produttività del lavoro. Tassi di disoccupazione crescenti e bassa crescita della produttività non possono che generare continue riduzioni del tasso di crescita. In definitiva, una politica monetaria espansiva che non sia associata a una politica fiscale espansiva è del tutto inefficace (http://keynesblog.com/2012/12/18/smontiamo-i-luoghi-comuni-1-la-finanziarizzazione-delleconomia-rende-obsoleto-il-keynesismo/). E l’assenza di una incisiva regolamentazione dell’attività bancaria, rischia di rendere l’aumento dell’offerta di moneta da parte della banca centrale controproducente per l’obiettivo dell’aumento dell’occupazione e della ripresa di un percorso di crescita economica, rivelandosi – intenzionalmente o meno – esclusivamente funzionale a ridistribuire reddito dal lavoro e dal capitale alla rendita finanziaria.

 

 

 

Sulle liberalizzazioni

 

[“Nuovo  Quotidiano di Puglia” di domenica 25 agosto 2013]

 

Non c’è da aspettarsi che le c.d. “riforme strutturali” portino l’economia italiana su un sentiero di crescita. Ciò soprattutto a ragione del fatto che – declinate innanzitutto sotto forma di liberalizzazioni – esse non producono altro che, nella migliore delle ipotesi, un aumento della numerosità delle imprese. L’esperienza storica, anche recente, mostra che le liberalizzazioni vengono effettuate in settori produttivi popolati da imprese di piccole dimensioni, che, proprio per questa ragione, hanno un limitato potere contrattuale in sede di negoziazione politica. Non vi è, dunque, una ratio macroeconomica che motiva la scelta dei settori sui quali intervenire: questa scelta è, al più, demandata alla capacità – da parte delle grandi imprese, con elevato potere contrattuale in sede politica - di opporsi a normative che agevolino l’ingresso di potenziali concorrenti.

In più, date le piccole dimensioni medie delle imprese operanti nei settori oggetto di liberalizzazioni, il tasso di crescita della produttività del lavoro è, di norma, molto basso ed è basso il numero di addetti. In tal senso, le riforme strutturali non attenuano la recessione in corso, dal momento che essa deriva essenzialmente da un significativo calo della domanda aggregata, in larga misura indotto dalle politiche di austerità messe in atto nell’ultimo triennio.

La tesi (diffusa) che la crescita economica passi dalle liberalizzazioni nasce da un fondamentale fraintendimento: ovvero dalla convinzione che sia sufficiente rendere i mercati più competitivi per generare innovazione. Sul piano teorico, può essere semmai vero il contrario. Un’economia nella quale i mercati sono perfettamente concorrenziali (o quantomeno si approssimano a configurazioni di concorrenza perfetta) è un’economia nella quale i profitti sono nulli nel lungo periodo, così da rendere impossibile l’autofinanziamento degli investimenti. In più, un’economia di concorrenza perfetta è tale per cui le imprese, di piccole dimensioni, per definizione, hanno difficoltà di accesso al credito e al finanziamento degli investimenti mediante l’emissione di titoli. In tal senso, l’idea che sia la concorrenza a promuovere innovazioni si traduce, in larga misura, in un ossimoro.

Sul piano empirico, come registrato da una recente indagine ASCOM, gli effetti dei provvedimenti di liberalizzazione contenuti nel c.d. Decreto “Salva Italia” dello scorso anno sono o nulli o di segno negativo. In particolare, il rapporto evidenzia il fatto che, a partire dagli inizi del 2012, non vi sia stata alcuna inversione di tendenza per quanto attiene alle vendite nei settori liberalizzati, che, in molti casi, i margini di profitto si sono ulteriormente ridotti e che l’occupazione – in quei settori – non è aumentata, ed è anzi diminuita in alcuni periodi. Viene anche messo in evidenza che i provvedimenti di liberalizzazione, consentendo maggiore deregolamentazione dell’orario di lavoro, si sono, di norma, accompagnati a un peggioramento della qualità dei servizi offerti.

L’esperienza storica mostra inequivocabilmente che i grandi flussi di innovazione sono stati generati da imprese di grandi dimensioni. La motivazione di questo fenomeno è piuttosto ovvia. Le imprese di grandi dimensioni possono produrre sfruttando economie di scala (ovvero ridurre i costi al crescere della produzione) e, soprattutto, hanno facile accesso al credito e al finanziamento sui mercati finanziari. Ciò costituisce una condizione permissiva perché esse attuino innovazioni. La convenienza a innovare dipende essenzialmente dai profitti attesi che, a loro volta, dipendono dalla possibilità di vendere quantità maggiori di beni e di vendere beni “nuovi”. La facilità dell’accesso a fonti di finanziamento consente a queste imprese di modificare le preferenze dei consumatori, soprattutto attraverso le spese pubblicitarie.

Questa diagnosi porta a concludere che sono semmai politiche indirizzate a far crescere la domanda interna a costituire la necessaria pre-condizione per favorire un processo di crescita trainato, contestualmente, da innovazioni e aumento dei consumi. L’aumento dei consumi, con ogni evidenza, deriva dall’aumento dei redditi disponibili, ovvero dall’aumento dei salari al netto della tassazione.

Sarebbero, dunque, auspicabili misure che si muovano in questa direzione, per due ragioni. In primo luogo, come certificato su fonte OCSE, l’Italia è, fra i Paesi industrializzati, quello con la più elevata diseguaglianza distributiva, il che costituisce innanzitutto – ma non solo – un problema etico, che attiene anche alla capacità di legittimazione del sistema. In secondo luogo, come ampiamente documentato sul piano teorico ed empirico, l’aumento dei redditi delle famiglie più povere accresce la propensione media al consumo, con effetti moltiplicativi sulla domanda aggregata e, per conseguenza, sui flussi di investimento e di innovazione. In altri termini, le politiche fiscali espansive producono effetti positivi sia dal lato della domanda, sia dal lato dell’offerta, in quanto incentivano le innovazioni.

Il totem del rigore finanziario, voluto dalla Commissione Europea e fatto proprio dagli Governi italiani succedutisi nel corso dell’ultimo triennio, va nella direzione opposta. L’annunciato aumento dell’IVA costituisce esattamente ciò che non bisognerebbe fare: non avrebbe altri effetti se non accentuare l’intensità della recessione e, poiché l’IVA è un’imposta regressiva, accentuare ulteriormente le diseguaglianze distributive.

 

Perché il Governo Letta non può agire

 

[in “MicroMega online del 12 luglio 2013]

 

La gran parte dei commentatori sembra essere concorde sul fatto che, in materia di politica economica, questo Governo è sostanzialmente inerte e sopravvive grazie a continui rinvii, soprattutto in materia di tassazione. Si tratta di una valutazione in larga misura condivisibile che, tuttavia, nella gran parte dei casi, viene accreditata con argomenti che attengono alla dialettica politica interna alla maggioranza che lo sostiene. Al di là delle oggettive difficoltà che incontra un Esecutivo “di larghe intese”, può essere utile chiedersi perché il Governo Letta, pur volendo, non può agire. Per provare a fornire una risposta, occorre partire da un dato di fatto. Dopo l’incontestabile fallimento delle politiche di austerità – sul piano dei fatti, ma anche sul piano teorico (si consideri il ripensamento del Fondo Monetario Internazionale e della gran parte degli economisti accademici in merito alla loro efficacia) - ben pochi economisti oggi negherebbero che in un fase di profonda recessione è opportuno mettere in campo politiche fiscali espansive. Realisticamente, immaginare che interventi “a costo zero” possano generare crescita è del tutto inverosimile. E’, tuttavia, ovvio che misure di stimolo alla crescita della domanda interna sono impraticabili per i vincoli di rigore posti in sede europea, per volontà tedesca. Occorre quindi chiedersi per quale ragione il Governo tedesco ha interesse a mantenere (e perpetuare) un’Europa a doppia velocità.

L’economia tedesca, ad oggi, costituisce circa il 23% del PIL dell’eurozona. Nel 2010 ha registrato il più alto tasso di crescita dalla sua riunificazione (+3.7%), nel 2011 il tasso di crescita si è attestato al 3% per poi declinare intorno all’1% nel 2012. Nell’ultimo triennio il reddito pro-capite è aumentato di circa il 3%, generando un aumento dei consumi privati e un aumento del gettito fiscale. La crescita economica tedesca è essenzialmente trainata dalle esportazioni e circa il 60% delle esportazioni tedesche è rivolto ai Paesi dell’eurozona. A fronte di ciò il resto dell’eurozona (i Paesi mediterranei, innanzitutto) fa registrare tassi di crescita negativi, consistenti aumenti della disoccupazione – e in particolare della disoccupazione giovanile – riduzione dei consumi e degli investimenti. Se la crescita economica tedesca è trainata dalle esportazioni, e se le imprese tedesche esportano prevalentemente nell’eurozona, ci si dovrebbe attendere che sia nell’interesse del capitale tedesco consentire agli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria Europa di mettere in atto politiche che accrescano la loro domanda.

Evidentemente, la perseveranza tedesca nell’imporre politiche di rigore contrasta con questa ipotesi, e porta a considerare due fattori che rendono conveniente, al capitale tedesco, l’impoverimento del resto del continente.

1) Al ridursi della domanda estera, le imprese tedesche accrescono le loro esportazioni. Per quanto questo effetto possa apparire paradossale, lo si può spiegare in questo modo. L’aumento della pressione fiscale e la riduzione della spesa pubblica nei Paesi periferici, generando compressione dei mercati di sbocco interni per le imprese che lì operano (e, dunque, riducendone i profitti e accrescendone la probabilità di fallimento), consente alle imprese tedesche di acquisire, in quelle aree, quote di mercato crescenti. Si consideri, a riguardo, che, su fonte ISTAT, la Germania è il primo Paese da cui importiamo beni, per un valore circa pari a 62,4 miliardi di euro, e che l’incidenza dell’export sul PIL tedesco è passata, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1%.

2) In considerazione dell’aumento della disoccupazione – soprattutto giovanile e intellettuale – nei Paesi periferici, le imprese tedesche hanno un’ulteriore ragione di convenienza nell’imporre in quei Paesi politiche recessive. L’attrazione di manodopera altamente qualificata, infatti, consente al capitale tedesco di accrescere la sua competitività su scala internazionale, mediante gli incrementi di produttività derivanti dall’occupazione di forza-lavoro dotata di elevato capitale umano.

Queste due considerazioni portano a ritenere che è solo producendo recessione nel resto d’Europa che il capitale tedesco può fare profitti.

In questo scenario, è del tutto evidente che il nostro Governo può far poco o nulla. Nella migliore delle ipotesi, può contrattare vincoli meno stringenti in ordine ai limiti oltre i quali non sono consentiti aumenti della spesa pubblica in rapporto al PIL. Ma, come mostrato dai recenti tentativi in tal senso del Presidente Letta, si tratta di importi assolutamente insufficienti per mettere in atto politiche fiscali espansive anticicliche di entità tali da prospettare il recupero di un percorso di crescita in Italia.

L’elevato potere contrattuale tedesco – che si sostanzia nell’imporre politiche che accentuano l’intensità della recessione nei Paesi periferici dell’eurozona – deriva essenzialmente dal fatto che questi Paesi temono la deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea. E la temono con motivazioni da prendere seriamente in considerazione. Gli attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico dei c.d. PIIGS si sono fermati essenzialmente a seguito degli interventi della BCE di acquisito di titoli emessi da questi Stati, e dell’annuncio del Governatore della BCE di procedere all’emissione di moneta “in misura illimitata” per frenare la speculazione. E’ opinione diffusa – e condivisibile – che qualora un Paese decidesse di tornare alla propria valuta, abbandonando l’euro, subirebbe nuovamente attacchi speculativi sui titoli che emette. In più, un’eventuale fuoriuscita dell’Italia dall’UME non comporterebbe altri vantaggi se non il potersi avvalere di svalutazioni competitive, il cui impatto sulle esportazioni è sostanzialmente imprevedibile, essendo invece prevedibile un aumento dell’inflazione importata (data la nostra non autosufficienza per l’approvvigionamento di materie prime) e, in assenza di indicizzazione, un ulteriore calo dei salari reali. Ma soprattutto l’abbandono dell’euro da parte italiana non avrebbe effetti sull’economia “reale”, lasciando inalterata una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale.

D’altra parte, il capitale tedesco ha ben poco da perdere dal ritorno al marco, anche nella peggiore delle ipotesi, ovvero anche se gli altri Paesi europei dovessero mettere in atto misure protezionistiche. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che una quota consistente delle esportazioni tedesche è già indirizzata altrove: la quota delle esportazioni tedesche intra-UE si è ridotta negli ultimi anni, a vantaggio di altre aree, Cina in primis. Stando così le cose, e considerando gli elevati margini di incertezza che aleggiano sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea, si può ragionevolmente concludere che la tenuta dell’Unione dipende, in larga misura, dalla capacità dell’industria tedesca di accrescere ulteriormente la propria quota di esportazioni in Paesi extra-UE, e che è semmai la Germania, non l’Italia, a poter ottenere i maggiori vantaggi dall’abbandono dell’euro. Rispetto alle dimensioni del problema, dibattere sull’efficacia di misure di “semplificazioni” e di “riforme strutturali” è, in larga misura, fuorviante: un Governo al quale vengono posti vincoli alla gestione della politica fiscale è, per definizione, un Governo condannato all’inerzia.


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