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L’umanesimo integrale di Donato Moro PDF Stampa E-mail
Sallentina
Giovedì 06 Marzo 2014 09:39

Cultura, laicità e impegno politico in un civis galatinus del nostro tempo

 

[in Umanesimo della terra. Studi in memoria di Donato Moro, a cura di Giuseppe Caramuscio, Mario Spedicato e Vittorio Zacchino, Edizioni Grifo, Lecce 2013]

 

Conobbi, tra il ’95 e il ’97, un galatinese già anziano, dal tratto bonario e spesso paterno, concreto e di poche parole, fermo nelle sue convinzioni, ma aperto al dialogo e capace di ascolto; chi non lo conoscesse già non poteva avvertire che egli era uno dei grandi cittadini di Galatina della seconda metà del ‘900. Ed è bene che la sua città non lo dimentichi: io, da parte mia, non posso fare altro che dedicargli questo scritto, che ha per me, e così vorrei fosse valutato dai lettori, il valore di una dovuta testimonianza di memoria e riflessione.

Pur avendo studiato ed insegnato per molti anni nelle scuole superiori di Galatina, ho conosciuto Donato Moro solo negli ultimi anni della sua vita, quelli caratterizzati  dal suo ritorno ad un impegno diretto nella vita politica ed amministrativa. Certo, di lui avevo sentito parlare, soprattutto con riferimento alla sua alta funzione di ispettore centrale della Pubblica Istruzione, cui il mondo della scuola galatinese e della provincia si rivolgeva per avere indicazioni e suggerimenti; ne avevo anche sentito parlare in famiglia, dato che egli abitava, e la moglie vi abita ancora, in via Liguria, oggi civico 26, in una palazzina “degli impiegati”, un po’ più avanti di quella in cui andavo ogni tanto a trovare la zia Concettina Leuzzi e suo marito Menotti Mazzarella, entrambi maestri e genitori di Maria, per tanti anni apprezzata docente di matematica al Liceo Colonna.

Il fatto che non avessi mai avuto a che fare con lui favorì tra di noi, che, pur provenendo da esperienze e culture politiche assai diverse, ci incontravamo nel ’95 nel segno dell’Ulivo di Romano Prodi, un rapporto libero, non condizionato, direi quasi alla pari, se non fosse stato per la differenza di età e per il rispetto naturale che la sua figura ispirava negli interlocutori, che mai però avvertivano il peso di una ben più profonda cultura e di un profilo  così alto nella professione, nelle lettere e nella vita civile.

In effetti il distacco di Moro dalla politica ad alto livello durava da circa trenta anni, ed era stato scandito dal suo rifiuto a ricandidarsi per il Consiglio Provinciale di Lecce verso la fine del ‘64.

E sì che egli era stato tra i protagonisti della vita politica cittadina e provinciale dal ’56 al ’64, quando, nel pieno di un impegno che con ogni probabilità lo avrebbe proiettato anche verso più ambiziosi traguardi e riconoscimenti, rifiutò la ricandidatura richiestagli dai vertici del suo partito, la Democrazia Cristiana, con una lettera datata 18-10-64 inviata al suo segretario provinciale, che soprattutto oggi suona, a chi voglia leggerla, come altissima lezione morale, civile e politica nel senso più alto del termine (1).

Ma sicuramente l’impegno politico-sociale di Donato era cominciato già prima della fine della guerra, con la  presenza non solo nella F.U.C.I., l’organizzazione degli universitari cattolici molto attiva a Galatina, ma anche nella fase di costituzione della DC galatinese, che avviene sotto la guida soprattutto di don Salvatore Podo, che imprime un carattere fortemente confessionale al nascente movimento, ma anche di don Antonio Dimitri, assistente spirituale della FUCI e del più giovane don Pippi Tundo, quando questi rientrerà a Galatina dal nord Italia nel maggio del 1945.

Su questa primissima fase del suo impegno civile mi pare importante richiamare quanto egli ricorda nel lungo,  commuovente ma antiretorico discorso di commemorazione di Aldo Moro tenuto il 25-3-85 nell’aula magna dell’Istituto Statale d’Arte di Galatina, dinnanzi ad una sala gremita e a alla presenza di Vitalone, De Giuseppe, Cossiga, De Maria, che Il Galatino riporta integralmente nel numero del 29-3-85, pp. 8-9: “Conobbi Aldo Moro -dice Donato- nei primi mesi del 1942 ad un convegno della Fuci a Bari: ero ancora studente di terzo liceo, un prefucino, come allora si diceva. Da quando avevo intrapreso gli studi secondari, mio padre, sia per orgoglio di famiglia, sia per incitarmi all’impegno, mi aveva sempre parlato di certi suoi cugini illustri che vivevano lontani. …un suo zio, Salvatore Moro …si era allontanato da casa, sposandosi e trasferendosi da Galatina ad Ugento,… ed aveva insegnato anche a Specchia (ove risulta sepolto, nda). Mi aggiungeva che Salvatore aveva avuto diversi figlioli e che due di questi, Alfredo Carlo e Renato, quest’ultimo ispettore scolastico, in passato erano venuti qualche volta a Galatina, avendo qui degli amici…..Renato sposò Fida Stinchi. Nel periodo in cui egli fu ispettore scolastico nella circoscrizione di Maglie gli nacquero ivi i primi tre di cinque figlioli, e il secondo dei nati a Maglie fu Aldo” . Altro spunto notevole sugli anni ’40 è contenuto in due annotazioni scritte a penna da Donato rispettivamente accanto al titolo e dopo il quarto capoverso della quarta colonna di un bello e corposo articolo dal titolo “I cattolici a Galatina Cinquant’anni di impegno sociale e politico”, scritto da Zeffirino Rizzelli su Il Galatino del 26-3-93,  poco prima della sua elezione a sindaco: articolo che lo aveva non poco indispettito e amareggiato (2).

La lettera del ‘64, scritta quasi mezzo secolo addietro, cadeva in un contesto ed in una temperie politica e culturale già caratterizzata dall’affermarsi in Italia del primo centro-sinistra, anzi nel pieno dispiegarsi della politica dei primi tre governi Moro (‘63-68), si sperava nella politica di dialogo e distensione tra le superpotenze ed erano operanti gli indirizzi di apertura e modernità del pontificato giovanneo e dei lavori “in corso” del Concilio Vaticano II, che chiamavano i cattolici italiani, dinnanzi ai “segni dei tempi”, ad un rinnovato impegno nel sociale e nelle istituzioni. Ma, proprio in quel contesto, e clamorosamente, l’ancor giovane Moro, il numero due della DC dopo De Maria, compie una scelta di vita anomala e in contrasto con la sua forte vocazione politica e col suo già definito profilo di cattolico democratico sensibile alle istanze sociali e alla pratica della politica come servizio ai cittadini e alla comunità, che compare con chiarissima analisi anche nella lettera e che sarà poi la cifra del rinnovato, breve ma intenso impegno politico dei suoi ultimi anni di vita.

Del Moro che vi emerge mi preme sottolineare alcuni elementi:

  • la precisa concezione dell’impegno politico come servizio, da espletarsi senza presunzione di perfezione, ma con abnegazione e spirito di sacrificio, dando tutto quello che si può al fine di realizzare il bene comune;
  • la politica intesa come impegno transitorio, non esclusivo, come servizio a tempo da rendersi alla comunità quando la propria coscienza lo senta come necessario, dopo il quale il cittadino torna alle sue profonde e preminenti vocazioni, che per il nostro erano la professione, gli studi, la pratica della cultura e della scuola, nella convinzione della non indispensabilità e della necessità di uscire di scena con disinteresse, lasciando il campo ad altri, forse migliori di noi;
  • la ricchezza, il completamento culturale ed umano che l’esercizio della politica e dell’amministrazione offrono a chi, come Moro, tale esercizio ha svolto a contatto col popolo e cimentandosi coi problemi anche quotidiani della gente comune; gli anni dell’impegno di un intellettuale avvertiti non come anni persi in “sterili vagabondaggi”, ma come anni che lo hanno fatto sentire “accresciuto di una vasta e salutare esperienza di uomini e cose”, e lo hanno reso più “ricco e provveduto su un piano pratico e culturale”; anzi va più oltre, laddove afferma di aver sempre considerato “con sospetto, se non proprio con disprezzo, il letterato puro, colui che non riesce o non vuole tradurre negli studi letterari un vivissimo impegno morale di uomo del suo tempo, di cittadino esemplare, di amante schietto di una verità civile e sociale”.

Come si vede, una professione di modestia, di consapevole e matura padronanza dei valori veri della vita individuale nel suo necessario rapporto con la polis e la comunità di appartenenza, e, soprattutto, l’impegno politico verificato sul campo come necessario strumento di arricchimento non solo umano e pratico, ma anche culturale: si tratta di una straordinaria lezione che impegna la riflessione generale sul rapporto tra cultura e politica e tra queste categorie e la vita di ognuno. Può essere la politica una professione a tempo pieno e per tutta la vita? E come può la politica così intesa coniugarsi con la libertà, che è presupposto fondamentale per l’individuazione del bene comune, e con la cultura che necessariamente si fonda sulla ricerca continua che deve essere critica sul mondo e autocritica verso se stessi? E, di converso, può la cultura, la conoscenza, l’esercizio della critica astrarsi dal mondo e rinchiudersi in una torre d’avorio estranea e lontana dalla realtà pulsante della vita sociale, da quella “vasta e salutare esperienza di uomini e cose”, come scriveva Moro, che alimenta, arricchisce, integra la cultura stessa, inserendola in un circuito virtuoso e fecondo di dare ed avere?

Una riflessione sulla stessa lunghezza d’onda verrà svolta nel saggio La Resistenza nella Letteratura Italiana,  letto da Moro nel Centro di cultura “Il Leggio” di Bari il 2 maggio 1966, laddove, mettendo a confronto il contributo alla resistenza europea degli uomini di cultura in Italia ed in Francia, imputa al distacco della cultura italiana dalla vita nazionale il ritardo e l’impreparazione che essa dimostrò dopo l’8 settembre del 1943 (3).

A proposito di questo non certo casuale interesse per la resistenza e i valori dell’antifascismo, che saranno una costante nel Moro letterato e politico, egli aveva raccontato alla moglie il vivido, ammirato ricordo che serbava della figura di Carlo Mauro, l’avvocato galatinese protagonista delle lotte politiche e sindacali del proletariato di Terra d’Otranto; in particolare il giovane Moro aveva assistito personalmente, dopo la caduta del fascismo, ad un episodio in cui il vecchio penalista comunista, arrestato per l’ennesima volta ancora nel ’43, ma non tradotto in carcere per l’età avanzata (era nato a Galatina nel 1871), avendo incontrato per strada, nel mentre procedeva insieme ad un gruppo di suoi compagni, alcuni ex caporioni fascisti, nei confronti dei quali i suoi volevano ricambiare prepotenze e soprusi patiti, li avesse perentoriamente invitati a tirar dritto, senza consentire alcuna forma di vendetta o rivalsa.

E Moro ricordava il vecchio Mauro proprio come appare in qualche raro documento fotografico: elegante, serio e deciso nei modi, circondato da carisma e devozione. Egli sarebbe morto il 12 giugno del ’46, a pochi giorni dal voto per il referendum istituzionale e l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente, cui era stato  candidato; non appena, come è stato scritto, “proclamata quella Repubblica che aveva sognato dai lontani anni del Liceo” (4).

Anche un’esperienza fatta a Pisa intorno al ’43 credo abbia profondamente influito sulle  convinzioni democratiche di Moro. Tra l’altro proprio a Pisa, in ambito universitario, avrebbe incontrato Maria Marinari, studentessa proveniente dall’Istria, a cui si sarebbe legato per tutta la vita. “Egli -rammenta la signora Maria- era entrato in Normale nel ’42; nel ’43 aveva fatto il corso di addestramento paramilitare riservato agli studenti universitari che avrebbero dovuto fare la leva. In quel contesto operava un energico caporione fascista assai temuto per le angherie e i maltrattamenti cui sottoponeva i giovani addestrandi, il quale, non appena caduto il fascismo, fu oggetto di pesanti ritorsioni anche fisiche. Ma poi, con l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale (Donato era per fortuna rimasto bloccato in Puglia), molti di quegli studenti pisani furono mandati nei campi di Mathausen e Auschwitz, seguendo lo stesso destino di Enrico Magenes, illustre matematico italiano”. Egli, già studente a Pisa, poi arrestato a Pavia e deportato a Kottern, sottocampo di Dachau, viene liberato nel ’45 e si laurea a Pisa nel ’47, un anno prima di Moro, costruendo con Donato e Maria un rapporto di sincera amicizia (5).

Le parole di Moro della lettera del ‘64 richiamano la lezione straordinaria di Eugenio Garin, uno dei grandi maestri della cultura europea del Novecento, il più illustre studioso della civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento italiano: egli, dall’alto della conoscenza di quella pagina fondamentale della storia europea, letta in maniera sistemica ed interdisciplinare, ci ammoniva che “non fa cultura chi non opera civilmente nei tempi suoi”, condensando in poche parole quel filone tutto toscano di osmosi tra cultura e politica (o almeno impegno civile) che da Guittone, Cavalcanti e Dante arriva fino a noi (si pensi alla comicità impegnata di quel toscanaccio di Benigni), attraversando l’umanesimo civile, l’esperienza di Lorenzo dei Medici, la lezione di Machiavelli, l’illuminismo toscano e i martiri toscani e pisani, specialmente giovani studenti, del Risorgimento e della Resistenza.

Mi ha sempre stupito ed affascinato il nesso che Garin stabilisce tra la cultura e l’azione civile (quanta ricchezza, che ventaglio di opzioni pratiche legate ai momenti e alle condizioni della storia e della vita di ognuno  in quel civilmente e in quel nei tempi suoi!), Si può e si deve fare cultura operando da civis nel proprio contesto e nel proprio tempo. Quest’opera civile che spetta all’uomo di cultura come proprio dovere morale può inverarsi nell’insegnamento e nell’educazione, nei corpi sociali e nelle associazioni, nel volontariato o nelle opere di carità, nella ricerca scientifica e nel continuo miglioramento della propria attività professionale, ma trova necessariamente nella politica e nella partecipazione al governo della cosa pubblica la sua più alta, complessa e nobile espressione, quando, come scrive Moro, la politica è servizio, disinteresse, consapevolezza di poter essere utili, ma mai indispensabili ed insostituibili. Del resto, che la politica sia la più alta forma di carità è concetto presente da secoli nello stesso magistero della Chiesa Cattolica.

Certo, la Galatina del dopoguerra fu uno straordinario contesto e sarebbe quanto mai interessante scavare ancora nei rapporti che si tessevano tra le forze e gli uomini che erano stati in campo tra il regime giolittiano e il fascismo e le nuove figure che assumono la guida della città nel crogiuolo degli anni 43-45; Luigi Vallone, figlio di  quell’Antonio Vallone, che, repubblicano convinto e “progressista” sul piano sociale, dal 1900 fino al ’24 era stato eletto deputato per ben quattro volte, domina la politica locale nei primi decenni del dopoguerra (6).

Ma la figura che emerge in maniera prepotente nell’area politica dei cattolici è quella di Beniamino De Maria: nato nel 1911, eletto già nel ’46 all’Assemblea Costituente e sempre confermato deputato fino al 1976, per poi passare ad esercitare la carica di sindaco di Galatina dal ’78 all’89, a chiusura di una vita interamente dedicata, come una missione, alla medicina, alla politica ed all’amministrazione.

Tutta la storia politica galatinese del dopoguerra ruota intorno allo scontro tra il vecchio potentato liberale dei valloniani, che tuttavia erano interpreti di una sorta di civismo-autonomismo galatinese di stampo paternalista e clientelare, e la nascente impetuosa forza della dc, che, in linea con la spinta a radicare nei territori grandi partiti di massa di profilo nazionale,  trova da subito in De Maria l’assoluto protagonista, con effetti elettorali decisivi soprattutto nelle consultazioni politiche; una forte presa sul governo cittadino, infatti, venne sostanzialmente  mantenuta, pur tra momenti di scontro, forzata collaborazione con la stessa DC, giunte anomale e diversi commissariamenti, dalle liste civiche valloniane (l’Orologio nel ’46, la Bandiera nel ’51, le Chiavi nel ’56, nel ’60, nel ’62, quando compaiono anche la Campana e le Tre Torri, sempre di area civico-valloniana, nel ‘66 e ancora nel ’67) sino alla fine del ’72, quando, con la morte di Vallone e le elezioni che porteranno a sindaco il senatore liberale Mario Finizzi, spariranno liste civiche di peso e la politica cittadina si “normalizza”, almeno nei simboli e nei nomi delle liste (7).

De Maria in effetti ha segnato la storia di Galatina e del suo comprensorio in nome di un impegno nutrito di principi e valori cattolici sentiti come assoluti e spesso interpretati in maniera esclusiva, se non intollerante: per lui l’impegno in politica non fu mai la “conseguenza di una decisione autonoma,…e, meno che mai, un disegno personale di carriera” (8).

Ma, accanto a De Maria, la cultura cattolica della città ha espresso anche altre figure importanti di politici, amministratori, studiosi, di lui più giovani, e non solo Donato Moro e Zeffirino Rizzelli, ma anche Paolo e Pietro Congedo, Pietro Gaballo, Giovanni Fedele, Carlo Stasi, Mario Signore, Gino Di Napoli, Michele e Antonio Benegiamo e tanti altri ancora: un contesto vivo di impegno, cultura e passione civile.

Zeffirino Rizzelli, di due anni più giovane di Moro, avrà tantissimi incarichi politici, sarà anche segretario provinciale della D.C., presidente del Distretto scolastico di Galatina, sindaco della città, anzi il primo sindaco eletto direttamente dai cittadini, a seguito della legge n° 81 del ‘93, che riformava profondamente il profilo istituzionale degli enti locali e dei loro organi: egli, eletto ancora consigliere DC nel 1988, aveva poi condotto un’esemplare battaglia di opposizione in Consiglio e nella città contro la “diarchia Sabato-Spoti” del quadriennio 89-93; dopo di che fu trionfalmente eletto sindaco nel giugno ’93, con una coalizione di centrosinistra e con la percentuale di voti più alta in tutta Italia (76.11%), spazzando dalla scena quella classe politica che da anni si contendeva il potere intorno alle spoglie e all’eredità politica di De Maria.

Il nostro Donato, esponente di spicco della D.C. provinciale fino al 1964, come si è detto,  dopo trent’anni di appassionato impegno nella professione, negli studi e nella pubblicistica, ma senza mai isolarsi dalla riflessione e dal dibattito sui temi politici e sociali (del resto sarà ancora eletto, sempre con impressionante consenso, consigliere comunale nel 1966, e sarà spesso presente nel confronto interno ed esterno alla DC cittadina), va in pensione nel ’95 ed immediatamente si rituffa nell’impegno politico diretto.

Viene nominato coordinatore dell’Ulivo per il collegio camerale di Galatina, per poi trovarsi candidato a sindaco nel ’96, dopo la caduta dell’amministrazione Rizzelli. Non ce la fa ad essere eletto per non molti voti, anche a causa di strani movimenti elettorali che tra il primo turno e il ballottaggio si verificano nelle frazioni, in particolare in quella di Collemeto; la sconfitta di Moro che capeggiava una coalizione di centrosinistra avrebbe aperto la lunga stagione di sindacato di Giuseppe Garrisi, che sarebbe durata, pur segnata da un commissariamento, fino al 2006. Nel frattempo egli, pur anziano e già malandato in salute, partecipò attivamente per quasi un anno ai lavori del Consiglio Comunale, ma purtroppo si sarebbe spento di lì a breve, il  22 dicembre del 1997, a causa di un male ai polmoni, che comunque non gli aveva inflitto gravi sofferenze.

La riflessione e la domanda che in questa sede mi sento di fare è come mai dalla stessa incubatrice di quella cultura cattolica che riemerge con forza con la caduta del fascismo e che diventa egemone nell’Italia del dopoguerra vengano fuori nella città di Galatina figure così diverse come i De Maria da un lato (Beniamino e sua sorella Palmina, anch’ella fortissima personalità), con i quali pure ho avuto modo di relazionarmi, da sponde diverse, nei primi anni della mia lunga seppur modesta esperienza politica, e dall’altro, Zeffirino Rizzelli e Donato Moro, che ho conosciuto entrambi solo negli anni successivi. E quali sono stati i rapporti tra questi personaggi, dalle comuni radici, ma così diversi e però importanti per la storia politica e culturale della città e del suo comprensorio?  E ancora: come mai l’uno ha incarnato in una delle sue massime espressioni a livello nazionale i caratteri di una cultura cattolica che si faceva progetto politico in nome di un integralismo confessionale che, almeno nel caso dei De Maria, era gestione politica scevra da interessi personali e spesso illuminata, ma sicuramente accentratrice ed autoritaria nel nome di valori e principi religiosi avvertiti come indiscutibili (da qui l’impossibilità di confronto e contaminazione con altre culture, con altri filoni di pensiero e sensibilità), nel mentre gli altri due, comunque segnati da percorsi politici e da aspetti caratteriali pur molto diversi, avrebbero rappresentato, passata la lunghissima stagione di De Maria, i protagonisti, convinti ed unificanti, di coalizioni di centrosinistra piuttosto variegate ed articolate, ma con la presenza leale e fortemente incisiva del PDS e dei DS, eredi del vecchio PCI?

Sono domande cui non è facile rispondere e che richiederebbero indagini con ricerche e testimonianze ben più approfondite e puntuali di quanto possa fare questo scritto. Ma credo possano essere accettate alcune convinzioni maturate nel corso degli anni, messe a confronto e in larga  parte confermate da colloqui e riflessioni con amici e co-protagonisti di tante vicende vissute. Di particolare valenza documentale è stato per me un lungo familiare colloquio di cui la sig.ra Moro-Marinari mi ha gentilmente onorato.

Anche per motivi di età e di prestigio personale e sociale De Maria doveva esercitare un vero e proprio carisma sui suoi più giovani amici di partito. Tra lui e Moro correvano tredici anni di età, anche se Donato era presente in politica e nella DC già prima di De Maria; questi era stato docente di scienze del giovane Donato presso il liceo Colonna, cosa che sicuramente ne ha influenzato i rapporti; la provenienza sociale di Moro, inoltre, era molto diversa da quella del primo, essendo questi rampollo di una famiglia del buon ceto medio, nel mentre il piccolo Donato era cresciuto in una famiglia povera, rovinata da un nonno che ne aveva disperso il patrimonio, con un padre che prestava servizio come cocchiere presso la ricca famiglia dei Galluccio ed una madre analfabeta, che comunque a costo di enormi sacrifici riuscirono a mandarlo a scuola e, grazie al  brillante profitto che procurava al figlio la borsa di studio, riuscirono a fargli compiere perfino gli studi universitari presso la Normale di Pisa, ambiente che per lui sarà formidabile contesto di formazione anche umana e civile.

Io credo che la diversità di approccio alla politica e alla visione della società tra De Maria e Moro, certo difficilmente visibile nel giovanissimo Moro amico ed ammiratore di Beniamino, possa essere scandita, oltre che dalle diverse origini sociali (e quanto i vissuti dell’infanzia influenzano e determinano le scelte politico-culturali ed esistenziali!), da una sensibilità personale rispetto alla civitas e al mondo laico, che man mano emerge anche dall’atteggiamento e dal diverso posizionamento su alcuni passaggi della politica locale e della storia italiana, fino a raggiungere la polemica aperta nei primi anni ’70, confermandosi poi, pur attenuata, come dato permanente (9).

Nel primo periodo dell’impegno politico di Moro, accanto al lavoro di consigliere ed assessore provinciale, va segnalata anche la sua attività di amministratore locale, impegnato ad ampliare l’influenza della DC galatinese rispetto alla preponderante egemonia dei valloniani a livello amministrativo, di cui la breve esperienza trasversale “milazziana” fatta nel ’56 da De Maria col sindaco dc Gaballo, eletto da una coalizione che comprendeva democristiani, comunisti e missini, fu il tentativo più ardito e clamoroso, con ripercussioni anche nelle alte sfere della Democrazia Cristiana e nella gerarchia (10).

Risale a questo periodo, e ai frutti di quell’accordo “anomalo” del ’56, fatto per isolare i valloniani, un avvenimento tra i più importanti della storia politica successiva, un passaggio di mano nella gestione del vecchio e allora malandato ospedale di Galatina, da una lunga gestione pur positiva del commissario La Forgia a quella del Comitato Amministrativo dell’ECA (Ente Comunale di Assistenza), alla cui presidenza, nella seduta del 3-1-57, viene eletta col voto unanime di tutti i consiglieri presenti, tre democristiani, quattro comunisti ed un missino (i valloniani ne erano fuori), Palmina De Maria, sorella di Beniamino, che nel frattempo si era dimessa da assessore della giunta Gaballo e da consigliere comunale. Si trattò della svolta fondamentale per l’Ospedale di Galatina e la consacrazione del ruolo dei De Maria nella vita politica e sociale della città: nel mentre la tenace e determinata Palmina gestiva l’ampliamento e il potenziamento del vecchio ospedale, che dal 1844 aveva sede nell’antico ex convento dei Padri Carmelitani in via Siciliani, puntando però da subito alla creazione di una nuova moderna struttura in contrada san Sebastiano, il fratello, con altrettanta tenacia ed abilità, tesseva la rete dell’ambizioso progetto nelle alte sfere della politica nazionale, utilizzando ogni influenza politica ed ecclesiastica, nonché gli importanti incarichi parlamentari e di governo cui era chiamato proprio nel settore della sanità.

E’ bello leggere che, dopo quattro anni di gestione De Maria e dopo che dal maggio 1961 l’Ospedale civile “A. Vallone” era stato eretto a Ente Morale, con conseguente nomina di uno specifico Consiglio di Amministrazione composto da cinque membri indicati da diverse istituzioni, sia stato proprio Donato Moro, nominato in quell’organo dal prefetto, ad esprimere a Palmina De Maria, appena eletta presidente del CdA con il voto di tre consiglieri su quattro ed una scheda bianca, la piena soddisfazione per l’esito della votazione, congratulandosi vivamente con la neoeletta, alla quale “diede atto della riconoscenza e del plauso di quanti avevano avuto modo di constatare come, attraverso il suo fattivo impegno e la sua oculata direzione, si era giunti al riordinamento dell’amministrazione dell’Ente, allo sviluppo notevole dello stesso, al continuo richiamo al senso di responsabilità ed alla disciplina di tutti i dipendenti dell’Ospedale” e, nel concludere l’intervento, cui si associarono subito gli altri due consiglieri presenti, Zeffirino Rizzelli e Corrado Villani, assicurava “piena e completa collaborazione per l’incremento dell’Ente” (10bis).

In ogni caso, accanto a questa convinta e sincera adesione alla politica della DC galatinese,  col conforto anche delle attente ricognizioni memoriali della signora Maria, si può ben pensare che, dinanzi all’intransigenza di una DC integralista di stampo confessionale, il maturare della svolta di centrosinistra di cui si avverte la necessità già alla fine degli anni ’50, ma che si realizza concretamente nei primi anni ’60, dopo il trauma del governo Tambroni, vede Donato Moro osservatore attento e disponibile alle aperture sociali e alle speranze di progresso che la collaborazione tra i cattolici democratici e i socialisti aveva fatto intravedere, vieppiù rafforzate dal varo, avvenuto ai primi di dicembre del 1963, del primo dei tre governi Moro-Nenni, che, in un quadro stabile di centro-sinistra, reggeranno il paese fino alle elezioni del ’68.

Ella rammenta, infatti, che, per rimanere in ambito galatinese, perfino la elezione di una giunta minoritaria tutta del PCI, con a sindaco Biagio Chirenti, sostenuta dai valloniani impegnati a loro volta ad isolare la DC, avvenuta nel 1958, aveva trovato Moro su posizioni che spingevano ad una riflessione aperta sulle “anomalie” galatinesi, portandolo a confrontarsi animatamente sulla questione con De Maria e con l’arcivescovo di allora, mons. Raffaele Calabria; lo stesso atteggiamento potremmo dire empirico, volto alla valutazione dei progetti e dei risultati, ha caratterizzato il pensiero di Moro riguardo ai difficilissimi rapporti tra la DC e il PSI cittadini, chiamati in un certo modo e per una lunga fase a tradurre in galatinese le pulsioni nazionali alla normalizzazione dell’asse DC-PSI che hanno percorso tutte le aree del nostro paese per alcuni decenni prima e dopo la fatidica vicenda del compromesso storico e della morte di Aldo Moro.

Ma nella Galatina di De Maria qualunque apertura a sinistra, comunque colorata o sfumata, e per quanto caldeggiata a livello provinciale e regionale, non era operazione possibile: la breve amministrazione Fedele-Spoti, varata dopo le elezioni del ’67, sarà bollata dal leader, da Rizzelli e dai dirigenti locali della DC come assolutamente improduttiva e dannosa per la città, col comprensibile abbandono della DC dell’ex sindaco Fedele e di un altro consigliere del gruppo.

Uno spirito di apertura, volto a capire le ragioni degli altri e a saper distinguere l’errore dall’errante, per stare ad un concetto giovanneo, caratterizza l’atteggiamento di Donato anche in uno dei passaggi più emblematici della storia del cattolicesimo politico in Italia: la battaglia sulla legge che introduceva l’istituto del divorzio e il conseguente referendum abrogativo che si combattè nel 1974.

Dico “combattè”, perché fu una vera e propria battaglia campale, innescata dalla ferrea  volontà  delle gerarchie ecclesiastiche e di larghissimi settori della DC, allora guidata da  Fanfani, autentico trascinatore della campagna referendaria, di abrogare la legge Fortuna-Baslini approvata dal parlamento dopo aspra battaglia tra le forze politiche. Dietro tanto furore vi era anche l’obiettivo, tutto politico, di ripristinare l’egemonia della dc in un paese scosso da oscure strategie terroristiche e da forti rivendicazioni operaie e studentesche, con un esito elettorale, quello del ’72, che aveva registrato lo stallo di un centrosinistra sempre più frammentato, la fortissima tenuta del PCI che superava i nove milioni di voti e un notevole incremento della destra estrema, a danno soprattutto del liberali, che nel  nostro collegio non riuscirono a confermare il seggio di Finizzi al Senato.

Nel Salento e nell’area di Galatina, ovviamente De Maria trovò nella battaglia antidivorzista un terreno ideale per riproporre le sue ferme posizioni integraliste e dogmatiche. che, dal piano della fede e della morale, investivano una complessiva visione della storia, della vita, della politica e della società. Memorabili i suoi comizi in quella primavera del ’74, così come lo erano stati quelli delle diverse campagne politiche (io ricordo quelle del ‘63, del ’68, del ’72), in cui i toni e gli argomenti erano sostanzialmente gli stessi del furore ideologico del ’48 e della guerra fredda (11).

La sorpresa fu grande per tutti quando i risultati delle urne segnarono la netta vittoria del no all’abrogazione della legge con il 59,1% dei votanti: era la definitiva sconfitta dell’integralismo cattolico e dello spirito di crociata, la dimostrazione che il paese era più avanti rispetto a tanta politica e, soprattutto, che lo stesso mondo cattolico aveva dato un contributo decisivo per il mantenimento di una legge che allineava l’Italia ai paesi civili dell’Occidente.

Il ’74, in verità, è anche l’anno della crisi del primo centrosinistra, delle bombe a piazza della Loggia a Brescia e sull’Italicus, l’anno della cancellazione del monopolio della RAI sulla televisione e della approvazione della riforma sanitaria: un anno ricco di contrasti e segnali divergenti che, anche sulla spinta del referendum, prepara la grande novità politica delle elezioni regionali e locali del  ’75 e poi di quelle politiche del ’76.

Dal suo cantuccio di Galatina, nel quale sempre riapprodava dopo le lunghe trasferte romane, anche Donato Moro, insieme a tanti altri cattolici, contribuì col suo pensiero liberamente espresso e col suo voto convinto e ragionato al mantenimento della legge sul divorzio, a conferma di una distanza divenuta abissale da De Maria e di una capacità di lettura della realtà che cambiava e che ormai imponeva a tutti una rivisitazione delle vecchie convinzioni. Del resto anche Galatina conobbe appelli per il no al referendum lanciati da numerose personalità, sia laiche che del mondo cattolico e democristiano.  Tra i firmatari di un appello per il no, come risulta da Il Corriere di Galatina dell’8 maggio ’74, compaiono i nomi di Aldo Vallone, Ottorino Specchia, Pietro Congedo, Salvatore Ferrol, Mario Serra, Luigi Viola, Giuseppe Virgilio, Piero De Paolis, Mario Palmieri, nonché quello di Maria Moro-Marinari, accanto a tanti altri professionisti e uomini di cultura (12).

Donato Moro, invece, che è da sempre molto vicino politicamente e spiritualmente al suo illustre consanguineo (i rispettivi nonni -egli ricorda- erano fratelli), di cui aveva colto appieno e seguito con convinta adesione la complessa, tormentata e spesso criptica visione politica, sta ormai su sponda opposta rispetto a De Maria, e non solo riguardo alla vicenda del divorzio, ma anche su aspetti assai importanti della politica nazionale e cittadina. Donato mantenne con la famiglia di Aldo Moro un rapporto di costante familiarità (era stato Aldo tra l’altro a fare da testimone di nozze a Donato e Maria nel 1951), di cui è prova anche una bella lettera scritta a mano e datata 29-2-68 inviatagli da Alfredo Carlo Moro, il grande giurista fratello minore di Aldo, che saluta e consola Donato per la morte del padre e gli comunica alcune notizie raccolte sull’origine della loro famiglia. Numerosi e significativi sono anche gli scritti su Moro che Donato affida a riviste e pubblicazioni locali, specialmente dopo la vicenda del rapimento e della morte, che è facile immaginare con quanta ansia e partecipazione spirituale egli abbia seguito (13).

Se, alla luce di questa digressione, torniamo alla scelta del ’64 di abbandonare la politica attiva ad alti livelli per tornare agli studi, sua “preminente e tuttora prepotente vocazione”, non è azzardato pensare che probabilmente agì sulla coscienza di Moro anche l’analisi attenta della realtà galatinese, egemonizzata da un De Maria che, accanto a posizioni politiche intransigenti  e dogmatiche, era probabilmente non solo egemone sul piano ideologico e culturale, ma anche assai ingombrante e poco disponibile, per visione delle cose e carattere personale, a dare spazio a chi magari potesse esprimere posizioni politiche, o almeno sensibilità e disponibilità al dialogo diverse rispetto alla visione “missionaria” della sua azione.

A questo si aggiunga il carattere di Moro, uomo dalle idee chiare e dalle convinzioni profonde, espresse a volte in maniera accalorata e forte, ma mite di carattere, che non amava i contrasti e tanto meno le inimicizie che la politica inevitabilmente comporta; egli sapeva trasformare in amicizia qualunque legame, per cui preferì mantenere rapporti cordiali col leader cui comunque lo legavano sinceri sentimenti di stima e familiarità, capendo però che in quel contesto non avrebbe potuto trovare gli spazi necessari per adeguati contributi politico-amministrativi, senza dover cozzare costantemente con l’impostazione e la pratica politica dei De Maria.

Da ciò la decisione di un “sereno” ritorno agli studi, con la speranza di ottenere una docenza universitaria che sicuramente doveva essere la sua più naturale vocazione, stante anche il profilo ed il livello delle pubblicazioni; una cattedra che forse avrebbe potuto ottenere anche presso  l’Università di Lecce nei primi anni della sua istituzione, ove egli avesse partecipato ai concorsi, superando lo scrupolo di coscienza di essere amministratore provinciale, per giunta direttamente impegnato nello sviluppo e nel potenziamento dell’Istituzione accademica.

Non si può però non osservare come, pur avendo fatto questa scelta predominante, in Moro è sempre presente il fuoco dell’impegno civile ed anche politico nella sua comunità, tanto che spesso scrive, combatte le sue battaglie, è costantemente eletto nel direttivo DC di Galatina, partecipandovi quando possibile; sicuramente si arrabbia pure, incarnando sempre di più la figura del democristiano di sinistra, moroteo convinto, profondamente antifascista e democratico. Uno stato d’animo battagliero, polemico, fortemente sarcastico, che ho registrato soprattutto negli anni della lunga amministrazione Finizzi (dal gennaio ’73 al giugno del ‘78), che va dalla morte di Vallone fino alla elezione a sindaco di De Maria: e Finizzi, in effetti, liberale ma integralista mantenuto da De Maria a sindaco senza tentennamenti, rappresentò il passaggio del testimone alla guida della città tra Vallone e De Maria, le più grandi figure della Galatina del secondo Novecento: un tangibile cambio di fase segnato dallo sfacelo di valloniani e liberali e dalla simmetrica ascesa della DC con De Maria sindaco nel ’78 e poi nell’83, addirittura con la maggioranza assoluta (14).

Ma è proprio contro la DC di un De Maria che, con la giunta Finizzi, guarda sempre a destra, che viene fuori il Moro più battagliero!

Così Il Corriere di Galatina, nel numero del 18-1-74, informa “Il prof. Moro, della sinistra, eletto nel Consiglio Sezionale della dc di Galatina”.  Ed è lo stesso Corriere, nel numero del 7-9-74, a dar conto di una manifestazione unitaria tenutasi a Galatina dopo la strage “fascista” sul treno Firenze-Bologna-Brennero con il titolo “Deciso discorso antifascista del d.c. Donato Moro” e col sottotitolo “Nel corso del comizio l’esponente democristiano, presidente onorario del Centro Studi “Don Sturzo”, richiama alla coerenza politica la DC di Galatina-E’ urgente isolare moralmente e politicamente il neo-fascismo a tutti i livelli” (15).

Un’altra conferma del clima di scontro che vi era nella DC galatinese di quegli anni la si trova sia nel disagio di molti a mantenere in vita una giunta di centrodestra con i voti del MSI, come denunciato da Moro, ritenuta uno scandalo dalla Direzione Regionale della DC (16), sia in un fatto di cronaca di cui fu protagonista involontario il nostro buon Donato e che interessò perfino i vertici nazionali del partito (17).

Contro la giunta di destra Moro tuonava ancora con un lungo ed analitico intervento sul n°1 del gennaio ‘75 de Il Corriere di Galatina, laddove risponde a tre note di Piero De Paolis pubblicate su Il Galatino tra dicembre ’74 e primi di gennaio ‘75, in cui si lamentavano le discriminazioni operate dalla Giunta Regionale di centrosinistra, nella quale vi erano “feudatari assisi non degnamente sui banchi del governo regionale, rei di curare clientele, ai danni di pudiche Amministrazioni civiche, come quella di Galatina, frustrate nelle loro attese di eque assegnazioni di fondi da parte della Regione”. Siccome De Paolis “aveva coperto di contumelie” la giunta regionale a maggioranza dc, qualificandone gli esponenti come “feudatari e mafiosi”, Moro attacca non tanto il De Paolis, quanto i democristiani di Galatina, e in primis il vicesindaco, gli assessori e i componenti del Consiglio Comunale, tra i cui banchi “siedono un deputato democristiano e lo stesso Segretario Provinciale della D.C. (si tratta di De Maria e Rizzelli)”, rei per Moro di non aver mai difeso i loro compagni di partito impegnati nel governo della Regione. L’articolo, dal titolone in prima pagina “Dove sono i “feudatari” che danneggiano la nostra Città?”, si distingue per chiarezza di analisi e per vis polemica nei confronti della classe dirigente della DC locale (18).

Sullo stesso numero de Il Corriere, e, per ironia della sorte, alle stesse pagine 1 e 8, compare un articolo dal titolo inequivoco “La destra DC sempre meno DC”, relativo al terzo Seminario di studi “Rosmini-Sturzo” tenutosi a Stresa dal 4 al 6 ottobre ’74, in cui tutta l’ala integralista e clericale della DC, preoccupata dalla crisi di governo in corso (quella del quinto governo Rumor con dentro i socialisti), da cui sarebbe nato il quarto governo Moro con ministri solo dc e pri, aveva approvato un documento di netta condanna del PCI e della ideologia marxista, “da sempre incapace -perché anticristiana- a formare un fondamento non solo per risolvere, ma neppure per affrontare i problemi dell’umanità; quindi neanche quelli del popolo italiano”, di denuncia della politica “del Partito Socialista Italiano che pretende essere insieme partito di governo e di opposizione”, additato “quale causa principale dello scollamento delle istituzioni democratiche e della grave crisi che travaglia l’Italia”. Tra i tanti partecipanti si registra la presenza di De Maria e Codacci-Pisanelli, ma è De Maria ad avere in quel contesto un ruolo di guida, scrivendo e proponendo la ispirata mozione finale, approvata all’unanimità (19).

De Maria proseguiva con ferrea coerenza nel suo impegno politico:  in parlamento ininterrottamente fino al 1976, e poi, subito dopo, a partire dal 1978 e fino al 1989, come sindaco della città di Galatina.  La giunta Finizzi, risicatissima nei numeri, si era fondata, come già detto, sui voti determinanti del MSI e di un transfuga socialista; la stessa elezione di De Maria a sindaco nel 1978 avviene sulla base della convergenza tra DC, PLI e MSI: la politica galatinese rigettava quei processi che in Italia venivano addirittura già superati dalla storia senza aver mai, invece, aperto una breccia nella città, che in sostanza mai conobbe né centrosinistra né prospettiva alcuna di solidarietà nazionale, In effetti gli undici anni in cui De Maria fu sindaco di Galatina rappresentarono per l’Italia un periodo di profondi mutamenti della politica: in un paese segnato, dopo la morte di Moro, dal progressivo isolamento del PCI di Berlinguer e dalla mancanza di un qualunque progetto politico, se non quello dell’esercizio spartitorio del potere, si facevano man mano strada fenomeni di rampantismo e di un uso spregiudicato delle funzioni pubbliche, che, esplosi nei primi anni ’80, di lì a poco avrebbero portato al collasso della prima repubblica e ad un aumento esponenziale della corruzione legata ad un rapporto malsano tra affari e politica; questo fenomeno, che Berlinguer definiva “la questione morale”, aumentava in maniera costante e vertiginosa, anche perché il livello intermedio delle Regioni, che avrebbero dovuto essere organi legislativi tesi ad avvicinare lo Stato ai cittadini, si rivelava sempre di più ambito e strumento della peggiore e più invasiva pratica di malgoverno, di spreco e clientela che la storia d’Italia abbia mai conosciuto.

Certo, poco dopo la sua elezione a sindaco, De Maria ebbe l’assoluto privilegio, che non è forzato pensare egli abbia vissuto come “segno” del divino, di vedere accolta la “preghiera”, da lui rivolta a “Sua Santità GIOVANNI PAOLO II di ricevere la cittadinanza di Galatina nel nostro aeroporto…”. come egli scrive, con intensa gioia ed emozione, in una nota su Il Galatino del 25-9-80, dal titolo “Il successore di Pietro nella città di San Pietro”.

Il Papa, pellegrino di pace ad Otranto a 500 anni dal famoso eccidio dei martiri, e prima di tornare in Vaticano, anche “…in omaggio -come si scrisse- alla città (Galatina) che diede i natali all’arcivescovo Stefano Pendinelli, il primo dei martiri di Otranto”, nella serata del 5-10-80, concesse un’udienza pubblica presso il locale aeroporto, che invero accolse fedeli di tutto il comprensorio.  Al pontefice venne conferita la cittadinanza onoraria di Galatina, e colpisce ancora oggi vedere, nelle foto di quell’evento e nello scenario di folla festante, che sempre incorniciava la figura del papa polacco, un De Maria raggiante ed estasiato, irriconoscibile (lui sempre cupo ed ombrato), che, fasciato da sindaco, rivolge il saluto al papa e gli presenta le chiavi della città. Anche il nostro Donato, tra l’altro grande “otrantista”, è presente ad Otranto e segue, anche lui con personale emozione, lo storico evento: emozione che poi trasfonderà nelle righe che egli ebbe il privilegio di dettare per la lapide commemorativa collocata, l’anno successivo, nel luogo dell’evento, la spianata del Colle dei Martiri (20).

In verità il De Maria degli ultimi anni, sempre saldo nel consenso ed eletto anche presidente dell’Assemblea della USL, di momenti felici ne avrebbe conosciuti ben pochi:  si leggeva in lui un crescente disagio, una sorta di insofferenza mista a smarrimento e poi anche ad impotenza, per un ceto politico fatto di capi-corrente all’assalto di poltrone e bottino,  che nei Consigli Comunali e nelle Assemblee e Comitati di Gestione delle USL, diventati organi ingestibili e farraginosi, ma leve potenti di carriere politiche ormai innervate soprattutto nei gangli delle Regioni all’insegna della spesa pubblica incontrollata, trovavano terreno fertile per creare o foraggiare clientele, costellando i percorsi amministrativi di imboscate, trappole e trabocchetti: la sanità, ovviamente, divenne il terreno privilegiato, ma non l’unico, delle scorribande dei “politici”.

Lo stesso Rizzelli, per molti anni fuori dai giochi ed impegnato piuttosto nel Distretto Scolastico e in una impressionante attività di studioso, memorialista e pubblicista, guarda esterrefatto a quanto accade nella DC e nella vita politica cittadina (Comune e USL-Ospedale), dandone puntuali ed allarmati resoconti nei vari numeri de Il Galatino, da cui emerge smarrimento e condanna, anche e soprattutto morale. Si ricandida con De Maria nel 1988, ma, eletto, ben presto passa all’opposizione dell’asse DC-PSI che si salda nelle sue diverse componenti, col disegno di aprire per Galatina una “svolta epocale” di sviluppo dopo la lunga stagione demariana;  si spende nella battaglia di opposizione insieme a Giancarlo Vallone e ai consiglieri di sinistra, né risparmia critiche puntuali e documentate allo stesso De Maria, che egli acutamente individua sin da subito come vittima e nello stesso tempo consapevole responsabile della congiura ordita per farlo fuori (21).

Non è certo casuale che, proprio dopo la fine del ruolo di guida del vecchio leader, forse incapace di ri-elaborare politicamente i processi degenerativi degli anni ’80, che pure lucidamente osservava e denunciava, Galatina conobbe la fase più convulsa, schizofrenica ed immorale della sua storia politica; (altro che svolta epocale!, quando, in presenza anche di diversi avvisi di garanzia, nel breve periodo che va dal 1989 al 1993 si succedono a palazzo Orsini ben quattro sindaci diversi dopo De Maria (Lagna, Sabato, Rigliaco e Corciulo), tutti espressione delle diverse correnti della DC, impegnate in una guerra interna del tutti contro tutti, all’ombra di una “diarchia” di potere col PSI, che si combatteva senza esclusione di colpi. De Maria ancora presente in Consiglio Comunale, forse per onorare sino in fondo la sua “missione”, appare sempre più piegato, e non solo fisicamente (perde la sua Palmina nell’aprile del ’91), sotto il peso anche di oggettive responsabilità, ed è addirittura più volte ignorato, umiliato e vilipeso.

Si arrivò perfino, incredibile dictu, ad eleggere una “amministrazione tecnica a tempo determinato”, quella del sindaco Sabato, che nel ’90 era stato eletto consigliere regionale e, come tale,  incompatibile con la carica di sindaco, che comunque rimase in carica per alcuni mesi, tra infinite polemiche ed incertezze e con importanti atti amministrativi messi a rischio di annullamento; lo stesso sindaco Corciulo, che successe a Rigliaco e fu eletto nel gennaio ‘93, si dimise dopo nemmeno due mesi.

Né quei guasti e quelle pessime scuole avrebbero fatto trovare la città pronta e capace di recepire lo spirito della nuova importante legge, la 81/93, che imponeva l’elezione diretta del sindaco come strumento di stabilità amministrativa; tant’è vero che perfino Zeffirino Rizzelli, eletto a giugno di quell’anno come sindaco di una coalizione di centrosinistra, fatto questo che faceva sperare nel rilancio e riscatto della città, pur essendo una figura eminente sul piano politico, morale e culturale, nonchè fortemente radicata, fu costretto, per beghe di potere ed esigenze non corrisposte di “visibilità” reclamate da pezzi della sua maggioranza, a dimettersi nel 1996.

Rizzelli si era insediato nell’estate del ’93, ma clamorosa era stata la vittoria ottenuta contro ogni aspettativa da Silvio Berlusconi con la sua discesa in campo nel ‘94 per sbarrare la strada ai “Progressisti” guidati da Achille Occhetto. Il governo da essa partorito non è stabile: il primo governo Berlusconi, infatti, insediatosi il 10 maggio cade dopo pochi mesi nel dicembre dello stesso anno e viene sostituito, sotto l’attenta regia del presidente Scalfaro,  da un governo tecnico di programma, guidato da Lamberto Dini, che, gagliardamente contrastato da Berlusconi, è costretto alle dimissioni nel gennaio del ’96 e porta il paese alle elezioni del successivo 21 aprile: da esse, a seguito della vittoria del centrosinistra raccolto sotto le insegne dell’Ulivo, sarebbe nato il primo governo Prodi, insediatosi il 17 maggio.

Di fatto, con la imprevista caduta di Berlusconi, si riapre la partita politica in Italia; il ’95, l’anno di pausa tecnica del governo Dini, diventa la stagione di incubazione di un nuovo progetto politico. Nel febbraio del ’95, infatti, Prodi lancia il movimento dell’Ulivo, nel cui seno si ritrovano le forze del centro democratico e della sinistra che, divise, erano state entrambe sconfitte nelle politiche del ’94, dando vita ad un fermento e a un dibattito che scuote ed impegna l’intero paese.

E’ in questa temperie (amministrazione Rizzelli in carica a Galatina, ma ben presto soggetta a fibrillazioni e scossoni e, nel contempo, importanti evoluzioni del quadro politico nazionale) che ricompare sulla scena politica di Galatina la figura di Donato Moro, che dopo le fiammate del periodo ’73-77, sembra non seguire molto la politica locale e comunque non si registrano interventi diretti e pubblici sulle vicende politiche galatinesi, se non quelli legati ad analisi e riflessioni sulla figura del “suo” Aldo o su momenti di storia locale (22).

A riprova di questo maggior distacco vanno letti due fatti: Moro privilegia scritti, note, partecipazione ad iniziative di cultura, sulla scuola e su aspetti e problemi di storia, anche politica; la moglie, la signora Maria, devo dire inopinatamente, accetta, e con pieno compiacimento di De Maria, di candidarsi a consigliere sulla sua lista nel 1988, quando appare, in concorrenza, anche un’altra lista ufficiale di cattolici, che Donato pare abbia inutilmente cercato di riportare all’ovile, a dimostrazione del permanere di rapporti di amicizia, stima e solidarietà con tutti, anche con De Maria, fortemente criticato un po’ di anni prima. Dopo le regionali del 23-4-95, l’attività dei partiti punta alla preparazione delle elezioni politiche dell’anno successivo. Dopo alcuni mesi di studio, dibattito ed approfondimento, il 6 dicembre Romano Prodi presenta le “Tesi per la definizione della piattaforma programmatica dell’Ulivo”, un documento assai articolato composto da 88 Tesi Programmatiche raggruppate nelle tre macroaree “Lo Stato nuovo”, “L’Italia e gli altri” e “Il nuovo patto sociale”, sulla base delle quali i partiti del centrosinistra furono chiamati ad una puntuale discussione e ad una verifica-coniugazione nei territori delle proposte in esse contenute (23).

L’ambito organizzativo per la discussione e la presentazione dei conseguenti lavori nelle realtà locali fu quello dei Collegi per la elezione alla Camera dei deputati, previsti dalla Legge Mattarella, la n° 276 del 4-8-93, che introduceva il sistema uninominale di collegio a seguito del referendum elettorale delll’aprile dello stesso anno, evento che viene considerato come l’inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica”.

Anche nel Collegio Camerale di Galatina, che aveva una conformazione in verità non molto omogenea, essendovi ricompresi, oltre ai centri del comprensorio più prossimo alla città, anche alcuni comuni dell’hinterland leccese come Cavallino, Lizzanello e San Donato, nonché altri ancora posti ad est della Lecce-Maglie come Castrignano, Castrì, Caprarica, Martignano e Calimera, si misero in piedi, sotto il coordinamento di Donato Moro e a seguito di diverse riunioni dei dirigenti delle forze del centrosinistra del Collegio, una serie di gruppi di lavoro sulle diverse sezioni delle Tesi opportunamente raggruppate, al fine di portare dei contributi ragionati alla Assemblea Provinciale di Programma dell’Ulivo, fissata, come per tutte le province italiane, per il 24 e 25 febbraio del 1996. Dette Assemblee provinciali avrebbero poi eletto i propri delegati alla Convenzione Nazionale di Programma dell’Ulivo, che si sarebbe tenuta a Roma nel successivo mese di marzo.

I miei appunti registrano le numerose riunioni preparatorie, gli stimoli sul metodo di lavoro e sui contenuti che venivano da Moro, nel mentre la memoria va alla figura di questo gigante buono, dal fare concreto, dal tratto umanissimo che, in assoluta unità d’intenti e libertà di pensiero,  organizzò cinque gruppi di lavoro che poterono operare in serenità e presentare le loro articolate analisi sulle Tesi in un incontro pubblico, che poi si svolse a Galatina nella bella sala della Società Operaia il 4 febbraio del 1996. Né alcuno che non lo conoscesse, poteva sospettare quale mole di cultura, di studio, di produzione poetica e storiografica si nascondesse sotto quel fare concreto e bonario.

Il sottoscritto curava il gruppo di lavoro “Territorio-Ambiente”, nel quale erano inserite personalità come Gigi Mangia, Totò Fiore, Osvaldo Esposito, Lucio Meleleo, Dino Diso, Giuseppe Botrugno, Fernando Costantini, Angelo Campa; gli altri gruppi erano “Lavoro e Problemi Sociali”, coordinato da Costantino Giovannico, “Attività Produttive” da Angelo Polimeno, “Scuola e Cultura” da Maria Luce Campa e Giuseppe Taurino, “Giustizia ed Istituzioni” da Massimo Manera e Antonio Marra. Nel rileggere quelle carte, in particolare la relazione svolta dal sottoscritto per il gruppo di lavoro di cui faceva parte, la riflessione va da un lato all’entusiasmo e alle speranze che la stagione dell’Ulivo aveva suscitato anche nelle realtà più periferiche del paese, portando tante forze politiche e culturali, che fino a quel momento mai si erano trovate in uno stesso contenitore politico, a studiare, ad osservare insieme, a confrontarsi con spirito nuovo anche sulle problematiche e sulle speranze dei rispettivi territori, legandosi peraltro con vincoli di solidarietà politica ed amicizia personale, dall’altro al clima di fecondo lavoro e proficua discussione che intorno a Donato eravamo riusciti a costruire, seppur per un breve e definito arco temporale.

La caduta dell’amministrazione Rizzelli, che man mano si sfaldava soprattutto per criticità di rapporti con l’area dei Popolari e la componete di “area socialista” facente capo al dr. Antonio Marra, da un lato confermava clamorosamente l’instabilità della politica galatinese, dall’altro riproponeva seri problemi di coabitazione delle forze del centrosinistra, che, a livello nazionale, avevano da poco varato l’ardua sfida del primo governo Prodi, con le speranze da esso suscitate. A Galatina ci si poneva pertanto il problema se ricandidare il dimissionario Rizzelli, puntando sulle sue indubbie capacità e su un prestigio morale e culturale fuori discussione, ma perdendo i pezzi della coalizione coinvolti nella sua caduta, o, privilegiando una quanto più larga possibilità di riaggregazione, puntare su una figura anch’essa di prestigio e credibile, ma in grado soprattutto di ri-tessere e tenere intorno a sé un’intesa tra forze fortemente centrifughe. Si optò, anche sulla spinta delle segreterie provinciali dei partiti, la cui aspirazione e funzione è sempre quella di favorire, ove non impossibile, l’omogeneità del quadro politico locale rispetto a quelli dei livelli più alti, per la seconda di queste ipotesi.

Maturato tale orientamento, da molti sostenitori di Rizzelli accettato obtorto collo, fu naturale individuare nella figura di Donato Moro, coordinatore dell’Ulivo del Collegio di Galatina, la personalità dotata di prestigio, onestà, credibilità politica, disponibilità e apertura caratteriale, che fosse funzionale a detta esigenza di riaggregazione di una coalizione andata in frantumi, anche se l’Ulivo di Moro non riuscì (ma non ci era riuscito nemmeno Rizzelli) a dialogare con l’estrema sinistra e due liste civiche di area, che candidarono a sindaco Franco Romano, e poi di fatto si disimpegnarono  al ballottaggio. Si è detto che Moro abbia accettato la candidatura dopo aver avuto una sorta di via libera da Rizzelli, che però probabilmente sperava di tornare in pista per proseguire nel programma amministrativo lasciato in sospeso; ma su questa ipotesi, pure circolata, si abbatterono rancori e veti anche di organi provinciali, e comunque il clima e il bisogno politico era quello del privilegio di coalizioni quanto più possibile ampie e coerenti col quadro nazionale.

La coalizione ritrovatasi intorno a Moro, che esprime ben cinque liste (Rinnovamento Italiano, Partito Popolare, Alleanza Democratica per Galatina, Partito Democratico della Sinistra, Alleanza popolare), passa al ballottaggio con il candidato della destra Giuseppe Garrisi, di Moro assai più giovane: il distacco di 834 voti al primo turno (Garrisi ne prende 7527 contro i 6693 di Moro) è quasi identico al ballottaggio (824 voti): è il segno evidente che il forte astensionismo in più di quasi 3500 voti, registrato al secondo turno rispetto al primo, aveva penalizzato soprattutto Moro, che teoricamente avrebbe potuto giovarsi di consistenti quote dei ben 2769 voti andati al primo turno alle liste di sinistra di Franco Romano.  Evidentemente il solco scavatosi tra l’Ulivo e la cosiddetta “Consulta”, anche a causa della divaricazione acuitasi nella precedente amministrazione, era incolmabile.

A conferma dell’amarezza con cui Rizzelli abbia probabilmente vissuto questa delicata fase, possono essere citati due fatti:

  • dopo il ballottaggio del 23-6-96, sul numero de Il Galatino del 12 luglio, compare un suo editoriale dal titolo La destra ringrazia, in cui con feroce ironia sottolinea: “La destra… deve ringraziare soprattutto la sinistra che con la sua incapacità a leggere la realtà politica locale, la voglia di assemblare progetti personali contrabbandandoli come intese politiche, le iniziative e le dichiarazioni demagogiche, ha distrutto, d’un colpo quanto aveva costruito faticosamente negli ultimi venti anni…; Ha buttato alle ortiche la bandiera issata contro le clientele, gli accordi strategici, le intese di palazzo, per vestirsi, ipocritamente, di pacifismo e di “buonismo” in nome di una democrazia che è, invece, oligarchia”.  E, proseguendo con l’accusa a Moro di non aver compreso le dinamiche negative sottese alla sua candidatura, rivendica orgogliosamente che proprio quel negativo col quale il progetto Moro era in continuità, la sua amministrazione “aveva respinto…, fino a preferire lo scioglimento del Consiglio Comunale”, pur di non accettarne i ricatti (24);
  • la morte di Donato, avvenuta il 22-12-97, non ebbe alcun cenno o risalto nelle pagine de Il Galatino, diretto dallo stesso Rizzelli, se non con un breve, anonimo, squallido necrologio apparso nel gennaio del 1998; né su di lui, che pure ha illustrato la sua città, ben al di là della pur significativa esperienza politica, con  uno spessore ed un profilo straordinario di uomo di scuola,  poeta, storico, letterato e critico letterario (25), Il Galatino di Rizzelli ha mai scritto, se non per riportare la semplice notizia (n° 8 del 30-4-99, p..2) che a Moro, da parte dell’allora ministro alla P.I. Luigi Berlinguer, era stato conferito, con Decreto 16-2-99,  il Diploma di Benemerenza del Presidente della Repubblica alla memoria per Scuola, Cultura e Arte.

Evidentemente anche gli uomini grandi, e Zeffirino è stato un grande anche in politica, per quanto il suo percorso sia stato apparentemente molto contraddittorio (tornerà ad essere candidato a sindaco con i ds, i Popolari e Rifondazione nel  maggio del 2001, perdendo anche lui al ballottaggio con il sindaco uscente Garrisi, sia perchè questi si era nel mentre rafforzato rispetto al ’96, sia soprattutto per la permanente frattura con altri importanti settori del centro- sinistra), a volte non riescono a volare alto rispetto alle amarezze personali e alle incomprensioni che ogni vicenda politica necessariamente impone di dover vivere.

Sconfitto nella battaglia a sindaco, ma animato dall’antico spirito di servizio, Donato Moro assume il ruolo di capogruppo dell’Ulivo in Consiglio Comunale, distinguendosi per concretezza di contributi, apertura mentale, disponibilità al dialogo e al confronto. Di questa purtroppo breve fase di impegno amministrativo posso documentare, per motivi di spazio,  solo pochi passaggi.

Nel momento forse più importante dei lavori consiliari, cioè l’avvio della nuova amministrazione, egli si caratterizza da subito per essenzialità, pertinenza ed incisività degli  interventi. Già nella prima deliberazione di peso, la n° 10 del 17-7-96, con la quale si sarebbe eletto il presidente del Consiglio nella persona di Carlo Gervasi,  Moro, dopo aver assistito ad uno scontro verbale di alcune ore tra diversi consiglieri impegnati in maratone oratorie, richiama tutti, maggioranza ed opposizione, alla responsabilità istituzionale, al rispetto delle regole e al valore della correttezza delle procedure (26).

Molto più articolato ed incisivo è l’intervento che egli svolge nella deliberazione successiva, la n° 11, sempre del 17 luglio, relativa alla approvazione degli indirizzi generali di governo che il sindaco presentava per l’intera consiliatura. Dopo la relazione di Garrisi, è Moro a prendere per primo la parola e, pur procedendo “per saggi” o “per spulciamento”, cioè andando ai problemi essenziali, individua precisi limiti di metodologia e di merito nella programmazione esposta, definendo il documento del sindaco “implosivo, nel senso che esplode e si annulla dentro di sé”, senza avere alcuna proiezione operativa (27).

Ho scorso la gran massa delle delibere consiliari discusse nelle sedute cui Moro ha partecipato, e sono quasi tutte quelle svoltesi dal 17-7-96 fino a quella del 16-5-97; nel corso di tale seduta, esattamente dopo l’approvazione della delib. n° 40, sulla quale si astiene, egli si allontana dall’aula consiliare per non farvi mai più ritorno.

Dalla disamina dei verbali emerge una sua significativa presenza ed un contributo sugli atti da adottare che spazia e coinvolge l’intero ventaglio dell’azione amministrativa: si conferma competente, appassionato, sobrio ed essenziale, prodigo di consigli e proposte che vogliono parlare alla coscienza degli altri in nome del dialogo volto al bene comune: un esempio, tra i tanti, lo si trova nella delib. n° 14 del 28-2-97, relativa all’approvazione del Bilancio di Previsione ’97, laddove, in un articolato ed accorato intervento ammonisce sulla gravità del fenomeno dei debiti fuori bilancio, che sono sempre frutto di azioni amministrative improvvide e temerarie, sulla necessità, pertanto, di dotarsi di commissioni specifiche di studio anche sugli aspetti finanziari dell’ente e, pur nel rispetto degli amministratori e dei consiglieri, traccia un quadro preciso ed allarmato della decadenza economica e civile della città: temi che aveva già toccato nella delib. n° 59 del 29-11-96, relativa all’assestamento di competenza e cassa e al riequilibrio del bilancio (28).

Purtroppo, a partire dall’estate del ’97, quando gli fu diagnosticata la brutta malattia che lo avrebbe portato a spegnersi dopo pochi mesi, Moro non parteciperà più ai lavori del Consiglio Comunale e dei suoi organi.

La notizia della sua morte, avvenuta nella mattinata del 22 dicembre, scuote la città e il Consiglio Comunale che era stato convocato per il pomeriggio dello stesso giorno; la seduta, subito dopo un minuto di raccoglimento e l’intervento del presidente Gervasi che dà notizia dell’avvenuto decesso con poche sentite parole “…è venuto a mancare un consigliere al quale tutti abbiamo fatto riferimento per la sua serenità e sincerità e schiettezza d’animo…”, viene rinviata, non senza, però, che sia data la parola ai consiglieri che volessero in qualche modo ricordare la figura di Moro. Di particolare valenza, anche emotiva, mi è parso l’intervento di Maria Maglio, molto sentito anche per la comune antica sensibilità politica. Ella così lo ricorda “…un uomo straordinario…; ho apprezzato le doti umane di Donato, che erano poi la sintesi di tutta una vita dedicata ai giovani…; a me personalmente ha molto impressionato il valore cristiano che lui mi ha testimoniato nei lunghi mesi della malattia da lui affrontata con molta serenità…; una lezione di vita importante: era quasi lui che dava coraggio a noi e soprattutto questo rimettersi alla volontà di Dio…; anche il sindaco Garrisi lo sente come un maestro quando di lui richiama “la lealtà, la correttezza, la serenità nell’impostare tanti problemi, nel voler costruire qualcosa… per la città che lui ha tanto amato, ed anche per i giovani. Ci ha insegnato tanto!... e quindi questo modo di affrontare le questioni… deve essere un insegnamento per noi tutti…”.

La cerimonia funebre del giorno successivo, fortemente sentita e partecipata dalla città e da tantissimi amici ed autorità della provincia, fu celebrata dall’allora arcivescovo di Otranto, mons. Cacucci, che pronunciò una sentita e profonda commemorazione, a conferma di un forte, riconosciuto legame di Moro con la città dei martiri; né è casuale che, proprio in questi giorni, nella imminenza della presentazione del volume che ci occupa, quella città, la più orientale di “questa antica terra di Puglia, protesa come una testa di ponte verso il Levante”, come aveva detto Giovanni Paolo II, ha deciso di onorare Donato con la cittadinanza onoraria alla memoria: iniziativa degna e giusta di una comunità capace di cogliere il valore delle persone che hanno illustrato questo estremo lembo di terra.

Nella successiva seduta del Consiglio, che si tenne il 29 dicembre, venne effettuata la “Surroga del cons. prof. Pietro Donato Moro deceduto il 22-12-97”. Il consigliere che gli subentrò,  il primo dei non eletti nella lista del PPI (Partito Popolare Italiano), che aveva avuto il più alto resto tra le liste della coalizione, fu, per ironia della sorte e per gli intrecci della vita, la dr. Maria Chiara De Maria, nipote di colui al quale, suo primo grande riferimento, e non solo politico, Donato, era stato legato da “fraternità di vita e d’intenti”.

Un altro aspetto della personalità di Moro che vorrei sottolineare è la sua straordinaria amicizia e familiarità di rapporti con tutti gli esponenti della cultura della sua città, che fossero o meno impegnati in politica e comunque al di là di qualunque steccato culturale o ideologico, a conferma di un primato che egli attribuiva alla persona umana, ad ogni persona umana e al suo valore. Mi piace che la signora Maria mi abbia confermato un ventaglio di rapporti sinceri, fecondi di esiti culturali con persone che anche io ho conosciuto, diventandone in alcuni casi amico.      Penso all’amicizia e al feeling umano che Moro ebbe con Carlo Caggia, cui fu legato anche da un sodalizio culturale e da tanti interessi di studio; all’amicizia e ai rapporti con Antonio Legno, storica ed esuberante figura della sinistra galatinese; ai suoi rapporti ottimi, come confermatimi, con Lucio Romano, fine poeta e combattivo leader comunista nella Galatina degli anni ’70 e ’80 (sarà candidato con Rifondazione ancora negli anni ’90). Anzi a Lucio, di lui più giovane di 12 anni,  fu sicuramente legato da particolare affetto; i coniugi Moro, infatti, lo conoscevano sin da ragazzo, quando era seminarista e aveva preso delle lezioni private dalla signora Maria, e Donato  ne aveva poi seguito passo passo anche la produzione poetica, presentando, recensendo e pubblicando diverse cose del tormentato poeta. E’ sempre la moglie a ricordare come tra Lucio e Donato “si combinavano i caratteri”, per cui anche se accanite erano le discussioni politiche, l’amicizia aveva la meglio su qualsiasi divergenza. Perfino le “liti storiche” con Palmina De Maria, che sicuramente saranno state numerose ed animate, data la lunga comune militanza e soprattutto il rude carattere e la spigolosa fermezza della signorina, come esigeva essere chiamata, non lasciavano segni, perché Donato “non era capace di serbare odio o rancore nei confronti di nessuno” (29).

Queste testimonianze raccolte oggi, a 15 anni esatti dalla morte di Moro, si legano a doppio filo, integrandolo e confermandolo, al profilo essenziale che Moro traccia di se stesso in una missiva destinata a Piero Manni, ma mai trasmessagli, datata 12 settembre 1997, cioè due mesi e dieci giorni prima della sua morte; compiegato in detta lettera, come assai meritoriamente rivela Gino Pisanò, l’amico a cui egli prima di morire aveva affidato molte carte, vi era il testo di due poesie, Il fulmine affila coltelli e Riscatto. Questa seconda poesia, emblematica nel titolo, era stata elaborata il 18-19 novembre del ’56 e, nel formulare dopo più di quarant’anni la lettera d’accompagno mai mandata a Manni, Donato ripensa le sue esperienze del primo periodo e ci lascia, forse consapevolmente, una sorta di testamento politico e morale, in cui la questione sociale, evidentemente centrale nel suo pensiero politico già nel ’56, andava a fondersi con i suoi valori religiosi in una proposta che egli chiama, riferendosi a quella lontana fase, umanesimo integrale cristiano; forse per il Moro degli ultimi anni e delle ultime sue esperienze potremmo parlare di umanesimo integrale e basta, che è concetto più universale, inclusivo, assoluto (30).

Ritengo che questa lettera, che purtroppo leggo solo in stralci, sia la sintesi straordinaria di un’intera vita. In essa, infatti, a pochi giorni dalla morte, Donato stabilisce un ponte tra il ’56 e il ’97; nel rivendicare lo spirito critico e la autonomia di pensiero come cifra del suo impegno in politica, rammenta la centralità (già per il Moro del ’56) della questione sociale, che lo accomunava al Partito Comunista Italiano, ma sulla quale era impegnato per soluzioni diverse, in nome di un umanesimo cristiano, che però è integrale, e quindi inclusivo. E la pregnanza dell’espressione questione sociale è stata riproposta proprio e ancora oggi dal presidente Napolitano nel suo messaggio di fine 2012. Se poi pensiamo che già allora egli prevedeva il crollo di una grande civiltà, che per noi salentini era quella contadina, di cui egli stesso era e si sentiva figlio, e l’emergere di un disordine, oltre tutto, anche morale,  quelle righe valgono non solo come straordinaria sintesi di vita e pensiero, ma anche come un’amara profezia lanciata per l’avvenire.

Rimane in chi scrive, a quasi vent’anni dalle frequentazioni del periodo dell’Ulivo, il bel ricordo di un uomo vero, aperto, sempre curioso di persone e cose, un sincero democratico, portatore di principi e valori; uno di questi, forse il più grande, Donato trasmetteva a  pelle, senza parole, come un alto insegnamento: che anche gli uomini colti e grandi sono tali solo se riescono ad essere umili, pari ed uguali agli altri e che la vita vale la pena di essere vissuta solo se, pur grandi, riusciamo a batterci insieme ed accanto agli altri per le cose piccole nelle quali crediamo.

 

 

 

Note

1  Così Vittorio Zacchino riporta stralci della lettera in: Donato Moro e la Cultura in… Comune, ne Il Galatino-Anno XLV, n° 9 del 11-05-2012: “Per nove anni dal 1956 ad oggi credo di aver servito il prossimo con abnegazione e con spirito di sacrificio. Non presumo di aver svolto alla perfezione i miei compiti, né di aver soddisfatto tutto e tutti, ma so di aver offerto al servizio del partito e dell’elettorato le mie giornate, il mio tempo, le mie capacità pratiche e intellettive. Oggi, che sto per toccare il limite dei 40 anni, ho la ferma volontà di tornare agli studi, alla mia preminente e tuttora prepotente vocazione […] non con l’atteggiamento di chi crede di aver perduto degli anni in sterili vagabondaggi, ma di chi si sente accresciuto di una vasta e salutare esperienza di uomini e cose, di chi si sente più ricco e provveduto su un piano pratico e culturale”. E concludeva: “Sono convinto che, ad un certo posto, ad una certa carica nessuno di noi è estremamente indispensabile. Ho sempre aspirato ad una vita politica democratica, in cui ognuno di noi concedesse al bene comune ed al rafforzamento delle istituzioni, quel tempo e quegli anni che in coscienza reputasse necessari, pronto poi a ritirarsi dalla scena col massimo disinteresse e insieme sicuro che altri, forse più degni e preparati di lui, potessero succedergli”.

 

2.. Data la fortunata circostanza che tutto il patrimonio librario di Moro, compresi periodici e riviste, donato dalla sig.ra Moro-Marinari alla Biblioteca Comunale, è disponibile presso la bella sala che lo accoglie, si può notare come egli, nel corso di ogni lettura, amasse di frequente sottolineare, correggere anche errori e refusi di stampa, marcare concetti con linee verticali accanto alle colonne, stigmatizzare interi periodi o passaggi con enormi punti interrogativi vergati spesso con penna rossa, ad evidenziare cose banali, errate o non condivise; ma la cosa più interessante è che spesso, su quello che leggeva, annotava d’istinto qualche riflessione, a volte di lungo respiro e molte anche firmate.  E’ così che, in quell’articolo, in cui Rizzelli non fa nessun cenno alla presenza di Donato Moro tra i cattolici galatinesi impegnati nel sociale e nella politica, nel mentre cita diversi nomi più o meno conosciuti, si legge, accanto al titolo, e con giusto risentimento,: “Rizzelli mi ha ignorato volutamente: tra l’altro dal 1956 al 1964 sono consigliere provinciale e sono nella D.C. dal tempo del Comitato di Liberazione”.  E, alla quarta colonna, laddove Rizzelli scrive che “la borghesia locale, coadiuvata da alcuni professionisti, prende l’iniziativa di ricostruire i partiti politici, compresa la Democrazia Cristiana che trova nell’avv. Achille Fedele il suo primo segretario.”, Donato, accanto al punto, apre una “V” di aggiunta e annota: “io e Ninì Lazari facciamo parte della segreteria”.  Rizzelli, poi, così prosegue: “Nasce il Comitato Nazionale di Liberazione che si insedia come Giunta comunale di nomina prefettizia il 30 giugno 1944. I cattolici non si sentono ben rappresentati e decidono, per consiglio e guida del parroco don Salvatore Podo, di chiamare a raccolta gli uomini di A.C. appena rientrati dai vari fronti. Beniamino De Maria viene individuato come possibile rappresentante ufficiale. Entrano nella DC i fratelli De Maria, Carlo, Renato ed Aldo Stasi, Angelo (Gino Tundo), e tanti altri; in una arroventata assemblea del gennaio 1945 costringono alle dimissioni il segretario di sezione Achille Fedele ed eleggono, in sua vece, Beniamino De Maria. La borghesia lascia la DC e questa trova la sua vocazione popolare”.

Donato conferma nella sostanza questa ultima ricostruzione in una bella lettera pubblicata su Il Corriere di Galatina del 15-6-76, dove, andando però più indietro nel tempo, già al settembre ’43, corregge, integra e chiarisce quanto scritto sullo stesso Corriere del 4 marzo da Giuseppe Virgilio nell’articolo “L’8 settembre 1943 a Galatina”. Virgilio aveva visto nella sostituzione di Fedele una sorta di improvviso ed imprevisto colpo di mano confessionale dei dc a favore di De Maria. Moro invece che, pur giovanissimo e a differenza di Rizzelli, ha partecipato a quelle vicende, nel dire che Virgilio aveva voluto drammatizzare una sorpresa, che invero non vi era stata, spiega che la DC galatinese                                                                                                 sorse, “in forma embrionale verso la fine del settembre ’43 in casa dell’assistente spirituale della FUCI, don Antonio Dimitri, per espressa volontà di un gruppo di studenti universitari, tra i quali il sottoscritto, Paolo Congedo, Donatello Sabato, Antonio e Mario Chirivì,… “; aggiunge che, nel mentre aderivano altri universitari, si avviarono nel gruppo “dibattiti d’informazione sociale e politica, con commenti pubblici, sia di testi di dottrina sociale cattolica, sia di documenti di altre ideologie politiche, …tenuti da don Antonio Antonaci, nella sede della FUCI, allora in piazza Alighieri…”;   chiarisce che nel frattempo ci fu una sorta di “spartizione delle “titolarità”, diciamo,  dei partiti d’ordine …avvenuta nel novembre ’43, auspice Augusto Vallone. L’emblema della D.C toccò ad Achille Fedele fu Vincenzo, assistito da Antonio e Carlo Venturi e a questi via via si aggregarono Giovanni Micheli e tutti gli altri ex popolari, abbienti o poveri che fossero. I fucini, un po’ risentiti perché non informati della cosa, furono poi consigliati e persuasi a presentarsi al “titolare” Fedele, cosa che fecero, affiancandoglisi. “Si trattò indubbiamente -prosegue Moro- di una ingenuità, dovuta ad inesperienza di questi giovani, della quale essi, però, non tardarono ad accorgersi”. Così si spiega benissimo per Moro come mai, rientrato Beniamino De Maria dal servizio militare, egli, nel ’45, per consenso maggioritario prendesse la guida della D.C. locale. In lui si vedeva il filone autentico dell’Azione Cattolica, che doveva poi caratterizzare in tanta parte la fisionomia della D.C. galatinese… e che doveva sempre conservarle una connotazione di integralismo confessionale, a volte addirittura esasperato”.

E’ una ricognizione ed un giudizio di straordinaria importanza, che disegna il profilo di un partito ancorato non tanto alla vecchia borghesia dominante che dal giolittismo, attraverso il fascismo, era in fase di ricollocazione, quanto piuttosto al mondo cattolico, e quindi con una forte base popolare, ma sotto la guida della intellighenzia di quel mondo che, presente nella FUCI, nell’Azione Cattolica, nelle parrocchie, viene chiamata a raccolta sotto l’ala protettiva del parroco e della curia e chiede a De Maria di essere guida di un progetto, che egli avverte da subito come “missione”, cui partecipano tanti giovani intellettuali cattolici militanti tra cui Moro, cosa che poi farà dire orgogliosamente a Rizzelli che, con la “cacciata” di Fedele, “la borghesia lascia la dc che così trova la sua vocazione popolare”, e quindi antiborghese, antivalloniana e anticlientelare; ma Donato, questo carattere così prettamente popolare e antiborghese della DC galatinese non lo condivide in pieno, tanto che, accanto a concetti di questo tipo, spesso presenti nelle carte che legge, tira linee verticali di dissenso e, a pag. 27 del volume su De Maria, pubblicato nel ’96 e di cui alla successiva nota 8, dopo aver sottolineato l’affermazione dei curatori che nella DC degli inizi erano “del tutto assenti le grandi famiglie della città”, annota: “non è del tutto vero!”. Notevole anche l’accusa di “integralismo confessionale, a volte addirittura esasperato”, che aveva segnato la nascita della DC in Galatina, “connotazione” che il partito aveva sempre conservato: parole tipiche dello stile di Moro, semplici, chiare e nette!

 

3. Così nel saggio, poi pubblicato da Moro per l’Editrice Salentina, senza data, alle pp. 15-16: “La catastrofe nazionale era piombata improvvisa sulla maggioranza degli intellettuali italiani che non aveva aderito al regime o aveva aderito solo formalmente, bruciando il suo grano d’incenso sull’altare della dittatura, che aveva stimato di salvare la cultura insieme alla propria anima, rifugiandosi in un’arte o in una scienza lontana dalla vita e dai suoi problemi realiLa mancanza di una vera cultura aderente alla vita nazionale si rivelò allora in tutta la sua gravità.” E più avanti: ” Se pure in questo quadro si può scorgere qualche esagerazione o, almeno, la pretesa di un fervido militante di partito, è tuttavia vero che la maggior parte degli intellettuali e degli scrittori italiani, con l’armistizio dell’8 settembre, si trovò in una posizione di smarrimento o riluttante retroguardia rispetto a quelle forze politico-sociali (specie gli operai) che si preparavano, con l’animo disposto ad ogni esito, ad un’azione di forza e di resistenza contro i tedeschi ed i fascisti” . Va sottolineato in questa disamina il leale riconoscimento del cattolico Moro del ruolo della classe operaia nell’avvio della fase della resistenza armata, nonchè un qualche riflesso di letture gramsciane, laddove individua nella separatezza tra intellettuali e popolo uno dei caratteri regressivi della storia italiana; se questo non è, c’è una precisa consonanza di analisi col grande pensatore dei “Quaderni…”.

 

4. Sulla figura del martire dell’antifascismo si legga utilmente: L. Romano, Carlo Mauro, testimonianze di Giuseppe Baldari, Giuseppe Calasso, Biagio Chirenti, Paolo Congedo, Pantaleo Ingusci, Pietro Spagna, II Edizione nel primo centenario della CGIL, Galatina, ottobre 2006; la biografia di Mauro ivi contenuta è a cura del nipote, il compianto Carlo Caggia, bella figura della cultura e della politica galatinese, custode e divulgatore appassionato della memoria di Mauro.

 

5. Sulle vicende degli studenti pisani di quegli anni, si veda: M. Mondini, Generazioni Intellettuali – Storia sociale degli allievi della Scuola Normale Superiore di Pisa nel Novecento (1918-1946), Edizioni della Normale, Pisa 2010, in cui alle pp. 290-291 si illustrano le traversie dello studente Donato Moro, “anche lui classe 1924, ma parte del gruppo rimasto a sud del fronte bellico. Isolato dopo l’8 settembre in Puglia, Moro si iscrisse a Bari…; (ma gli esami dati nel capoluogo pugliese la “severa” Normale di Pisa non li avrebbe validati, nda). Anche la circostanza che Donato fu costretto in Puglia almeno sino alla fine del ’45 è elemento di conferma di un certo suo impegno nella fase di nascita della DC galatinese.

 

6. Luigi Vallone, nato nel 1907, nominato commissario prefettizio il 21-3-44 e poi sindaco nelle elezioni amministrative del marzo 1946, fu egli pure eletto all’Assemblea Costituente e deputato nella legislatura 1948-53, ma con posizioni politiche ben diverse rispetto al padre; sarà di nuovo sindaco nel ’57 e nei periodi 1962-66 e 1970-72. Muore, da sindaco in carica, il 14-11-72, pochi giorni prima delle elezioni comunali fissate per il 26 dello stesso mese, lasciando un ricordo indelebile nella storia politica della sua città. Su di lui segnalo G. VIRGILIO, Ricordo di Gino Vallone –Una pagina di storia galatinese, ne Il Galatino del 21-12-72; sul di lui padre Antonio, C: Caggia, Gli aspetti politici più salienti della vita di Antonio Vallone –In uno studio del prof. Aldo Vallone-, ne Il Galatino dell’8-3-73.

 

 

7. Uno dei temi oggetto della contesa politica era stato per decenni il controllo della gestione dell’antico ospedale di Galatina, che nel 1941 era stato ufficialmente intitolato all’on. Antonio Vallone, morto improvvisamente nel 1925, la cui famiglia aveva comunque ab antiquo sostenuto in varie forme la nobile Istituzione. Sulla complessiva vicenda storica della struttura si rimanda a: P. Congedo, L’ospedale di Galatina dal XIV al XX secolo, Torgraf Galatina, 2009. Si tratta di un lavoro assai utile non solo per la massa di documenti riportati e studiati, ma anche per un’analisi frutto di partecipazione e osservazione diretta esplicate dall’autore a partire dai primi anni ’50.

Nella nuova fase che si apre nel ’72, la DC dovrà fare i conti con un PSI che compie un balzo in avanti clamoroso conquistando, al pari della DC, ben nove seggi; la città, invero, aveva conosciuto un tentativo di stabilire un accordo di centro-sinistra tra DC e PSI, che aveva portato a sindaco l’industriale Giovanni Fedele e a vicesindaco il socialista Paolo Spoti; ma questo tentativo, che era in linea con il quadro nazionale, era durato assai poco, dal gennaio ’68 all’estate del ’70, spazzato via con una mozione di sfiducia presentata dalla stessa DC, preoccupata  dai voto che i socialisti, fino ad allora assenti dalla scena, avevano ottenuto nel ’67 e comunque refrattaria a qualunque forma di contaminazione a sinistra; subito dopo, infatti, come riporta la stampa locale, Luigi Vallone, “umilmente pregato dai maggiori responsabili della politica cittadina (e non solo dc) di salvare l’imbarcazione che stava per affondare”, sarà rieletto sindaco con un’ampia maggioranza DC-Civica-PRI per chiudere la consiliatura; le elezioni del ’72, che diedero nove seggi alla dc e nove al psi, saranno lette da Donato Moro e da molti osservatori come la chiara volontà dei cittadini di farsi governare da una nuova coalizione di centrosinistra finalmente solida ed al passo coi tempi; ma la DC, che aveva sanzionato come dannosi ed improduttivi i due anni e mezzo della giunta Fedele-Spoti, preferì fare sindaco il senatore liberale Mario Finizzi, che non aveva conservato il suo seggio al Senato nelle precedenti elezioni politiche del maggio dello stesso ’72, con una risicatissima maggioranza di “centralità democratica” composta dai nove dc, i tre liberali di Finizzi,  un transfuga socialista e i tre missini. Zeffirino Rizzelli, eletto vicesindaco, si dimetterà nel settembre successivo, a qualche mese di distanza dalla sua elezione a segretario provinciale della DC. Nonostante i numeri, la giunta Finizzi, sotto l’ala protettiva di De Maria che siede anche in Consiglio, concluse il suo mandato, il più lungo quinquennio amministrativo della città.

La torsione a destra della DC viene confermata con le elezioni del maggio ’78, a seguito delle quali De Maria, candidato ma non più eletto nelle politiche del ’76, diviene sindaco con i voti dei quindici DC, dei tre liberali e, ad abundantiam, dei due missini. Il vecchio leader stravincerà le successive amministrative del giugno dell’83 (la DC avrà 17 seggi), sarà rieletto sindaco con 22 voti su trenta sempre sulla linea politica della “centralità democratica”, e concluderà il suo mandato; ma, a partire dalla fine del 1980, quando cominceranno i convulsi balletti per la nomina degli organi della USL previsti dalla legge di riforma sanitaria, tutta la sua vita politica, che di fatto finirà con la morte che lo coglie nel ’94 (fu consigliere comunale fino al ’93), sarà avvelenata dalle lotte di partiti, gruppi e correnti per il controllo delle strutture sanitarie, formidabili leve per sbrigative carriere politiche; anzi, proprio la conquista della maggioranza assoluta da parte della dc nel 1983 aprirà una guerra per bande nel partito che il suo carisma non riuscirà a controllare e, in mancanza di un successore riconosciuto, porterà la città ad un lungo periodo di instabilità e di declino, che si acuirà con la terza elezione a sindaco di De Maria del 1988, sempre con la maggioranza assoluta alla DC e con in più i voti socialisti, preludio dello sfacelo degli anni ’89-93..

 

8.  Rizzelli così ne inquadra il profilo in uno scritto su De Maria contenuto in: De Maria –Profilo di un padre della Repubblica attraverso i suoi diari-, a cura di A. Liguori e P. Catalano, Galatina, Editrice Comunicazione 1996. Chiamato dai curatori del bel volume ad una testimonianza, illustra da par suo il nesso inscindibile, in De Maria, tra politica e fede, anzi tra politica, fede e Chiesa, quando aggiunge alle pp. 189-190: “Ci volle tutta la capacità persuasiva del Parroco, Mons. Salvatore Podo e dell’arcivescovo, Mons. Sebastiano Cuccarollo, per convincere il cattolico, l’uomo di Azione Cattolica ad accettare l’invito che partiva dai cattolici galatinesi. Fu praticamente una “chiamata” ad un impegno di apostolato in un campo diverso dall’usuale: quello della politica. E l’accettazione fu una “risposta” totale ad una “missione”;…Il suo anticomunismo era lotta ad oltranza non ai comunisti e nemmeno al PCI, ma all’ateismo che l’ideologia marxista aveva portato con il socialismo nella vita politica…; quando elencava i dati che testimoniavano le persecuzioni, le epurazioni, le violenze nei Paesi comunisti, diventava incapibile perché, per lui, era come elevare un’accorata preghiera a quei “martiri della fede”. Ogni voto sottratto al comunismo ed al socialismo aveva valore di conquista perché era la dimostrazione del “ravvedimento” di un’anima che stava per perdersi”. Che abisso nell’approccio alla politica tra De Maria e Moro! L’uno, “missionario a vita della politica e della fede”, sacerdote laico che, aderente all’Istituto secolare Missionari della Regalità di N.S. Gesù Cristo fondato dal suo amico e mentore padre Agostino Gemelli, aveva abbracciato i voti  di povertà, castità ed obbedienza; l’altro, profondamente cattolico anche lui, ha invece già maturato nel ’64 (ma la riflessione e i “distinguo” sono sicuramente già negli anni ’50, come poi ci farà capire Rizzelli) una visione laica, civile, aperta e democratica della politica, come impegno utile, anzi necessario, ma temporaneo, non totalizzante né provvidenzialistico.

 

9. In verità, già nella famosa lettera del ’64, viene certificata una qualche divergenza con De Maria: infatti, nel rifiutare la candidatura, Moro ricorda al segretario provinciale della DC che aveva dovuto “respingere le affettuose insistenze dell’amico Ninì De Maria”, cui lo legavano “fraternità di vita e di intenti, pur nella libera e franca manifestazione dei diversi punti di vista”, che talvolta avevano “generato qualche dissenso passeggero”. Ma sarà negli anni successivi che il vero pensiero politico di Moro, libero da vincoli istituzionali, potrà venir fuori con assoluta franchezza e libertà.

 

10. E’ ancora Rizzelli a soccorrerci, per capire quanto De Maria fosse, sì anticomunista e antisocialista, ma nello stesso tempo altrettanto antiliberale e antivalloniano, in: De Maria –Profilo…, op. cit., p. 90: “La lotta sul fronte della “destra” liberale e repubblicana era rivolta all’anticlericalismo che  quei Partiti, nella Storia, avevano politicamente rappresentato. Si aggiungeva la lotta alla politica clientelare che la destra economica galatinese esercitava anche pesantemente. E, di conseguenza, per De Maria, la lotta si personificava in un antagonismo senza quartiere verso Luigi Vallone.;….la D.C. galatinese si trovò spesso, a Galatina (e quindi per volontà di De Maria, nda), a compiere scelte diverse da quelle attuate in sede nazionale (sempre ad opera di De Maria, nda). Malagodi era al governo con De Gasperi, Vallone, non poteva amministrare Galatina con De Maria o altro democratico-cristiano”. Si noti la finissima sottigliezza linguistica con la quale Rizzelli descrive la “doppia impostazione” della DC cittadina del decennio 1946-56 (ma non solo), nel mentre -aggiunge subito dopo- :“…all’interno della D.C. galatinese maturavano lentamente altre valutazioni e si andavano delineando posizioni diverse nei confronti della destra e nei confronti della sinistra” E’ ovvio che questo travaglio riguarda anche Moro e Rizzelli; quest’ultimo, dopo le elezioni del ’56, le prime col sistema proporzionale, alle quali però non si candida (mentre in quell’anno Moro è eletto sia alla Provincia che al Comune con pochi voti di distacco dalla capolista Palmina De Maria) e che avevano dato 9 seggi ai valloniani e alla DC, otto ai comunisti, 3 ai missini e uno ai socialdemocratici, era stato incaricato di sondare i valloniani tra i quali vi era suo zio Alberto Rizzelli, poi divenuto sindaco tra il ’59 e il ’61, nel mentre Paolo Congedo sondava i comunisti, sempre con colloqui “riservatissimi e segretissimi”.

A seguito di questi colloqui -prosegue  Rizzelli a p. 91-,  “…L’orientamento era, in prevalenza, per una Giunta monocolore D.C. sostenuta dai voti del PCI e del MSI. Avevamo appena concluso una riunione senza decidere nulla di definito, quando giunse in casa De Maria una telefonata: l’Arcivescovo voleva parlare con l’Onorevole: E partimmo in delegazione (sicuramente c’era anche Moro, appena eletto consigliere provinciale, nda) alla volta di Otranto. Era quasi mezzanotte. Il tema del colloquio fu, naturalmente, quello della situazione politico-amministrativa di Galatina. L’arcivescovo, Mons. Raffaele Calabria, dopo due ore di argomentazioni varie, impose (sic!) l’alleanza col gruppo Vallone. La risposta di Beniamino De Maria fu un no secco ed alto”. “Io ebbi -confessa Rizzelli- un travaso di bile. Era quasi l’alba quando lasciammo Otranto….; Per la prima volta, e a mia memoria per l’unica, Beniamino De Maria per “obbedienza” disubbidì al suo Arcivescovo. Il 1 luglio 1956 il colonnello Pietro Gaballo, democratico cristiano, fu eletto sindaco di Galatina con venti voti a favore (9 DC, 8 PCI, 3 MSI) e dieci contrari (9 valloniani, 1 socialdemocratico). Per la prima volta le destre (anche qui: sic!) si trovarono all’opposizione”.

 

 

10bis. Dalla delibera del CdA n° 1 del 15-5-61, rip. in: P. Congedo, op. cit., p. 211. Sta di fatto che la nomina a presidente della De Maria, che nel periodo 1957-61 aveva a tamburo battente gettato le basi per il nuovo imponente complesso ospedaliero, la cui prima pietra sarà posata già nel luglio del ’59, chiude definitivamente la contesa per la gestione della struttura tra le forze politiche della città;  Palmina De Maria, con accanto il fratello come nume tutelare, guiderà con mano sicura e decisa i destini del nuovo ospedale, da cui non a caso scompare l’intitolazione ad Antonio Vallone per lasciare il posto a quella di “Santa Caterina Novella” di netta impronta demariana. Ella era stata confermata, pur con tre voti contrari, dopo la nomina del nuovo CdA dell’ECA, effettuata con fortunata (per i De Maria) coincidenza dal commissario prefettizio dott. Gabriele Monetti nel marzo del 1961, dopo la fine dell’amministrazione del valloniano Alberto Rizzelli, zio di Zeffirino e dopo che dalle elezioni del ’60, che avevano dato 13 seggi a Vallone, 11 alla DC e 6 al PCI, non era scaturita nessuna possibile maggioranza. L’energica Palmina, spesso candidata anche al Comune ed eletta con straordinari consensi (nel ’60 ella fu prima con 2261 preferenze e Moro secondo con 1883), ne sarà presidente fino al 1981, ma anche dopo l’entrata in vigore degli organi previsti per le U.S.L. dalla legge 833/78 (l’Assemblea, il Comitato di Gestione col suo presidente e il Collegio dei Revisori), ella sarà ancora presente nella vita e negli organi della sua creatura. Morì nel 1990, quattro anni prima di Beniamino, lasciando un ricordo ancora oggi molto vivo nella sua città e, pur tra giudizi assai controversi per i suoi metodi di gestione, non pochi rimpianti per come poi l’Ospedale di Galatina, dotato di strutture di edilizia sanitaria tra le più imponenti del Salento, abbia man mano perduto punti in ambito provinciale e regionale.

 

11. Del resto, De Maria aveva combattuto da sempre sul tema, utilizzando anche la sua dottrina medico-scientifica, con articoli, conferenze, seminari già da quando si era aperto il dibattito sul divorzio, esitato poi nella proposta di legge Fortuna-Baslini, approvata definitivamente il 1-12-70; egli, proprio nel corso del dibattito finale alla Camera, nella seduta del 16 novembre, tenne un lunghissimo, appassionato intervento contro la legge, nutrito di dottrina scientifica e politica, ma i numeri di quello “schieramento polimorfo e multicolore” che aveva respinto perfino  “alcuni emendamenti sostanziali che…avrebbero reso meno disumano il volto di questo divorzio”  non davano scampo.  L’amarezza della sconfitta fu assoluta: “Per noi D.C. -scrive nel suo diario alla data del 1 dicembre ’74- questa è giornata di lutto: non è amarezza sentimentale, è spirituale! Ci tocca l’anima, scontiamo una serie di errori;…questo fatto scuote l’equilibrio su cui si regge la D.C. e la democrazia del nostro paese“. Credo che, data l’importanza vitale, anche sul piano emotivo, della vicenda “divorzio”, egli abbia molto apprezzato che il suo concittadino Mario Finizzi fosse stato l’unico senatore liberale italiano a votare contro la legge (Finizzi avrebbe detto che lui era liberale in politica, ma cattolicissimo nella vita personale e familiare), cosa che sicuramente fu determinante nell’orientare De Maria a promuovere a sindaco Finizzi dopo le elezioni del ’72 e in attesa di quel referendum abrogativo che egli aveva già preannunciato alla Camera nel suo intervento del 16-11-’70, ove la legge malauguratamente fosse passata e nella cui campagna impegnò titanicamente ogni sua energia. Tra le cose utili su questo aspetto, segnalo anche B. De Maria, Divorzio e Referendum,  corposo ed analitico articolo apparso su Il Galatino del 28-3-74, in piena campagna referendaria.

 

12. Stranamente (forse era fuori Galatina) non vi compare il nome di Donato, che, però, la signora Maria ricorda si fosse apertamente e combattivamente pronunciato per il no; e infatti, sempre su Il Corriere, al successivo numero 6 del 24-5-74, subito dopo l’esito della consultazione, egli (ce lo immaginiamo sornione e compiaciuto, come se finalmente potesse dare sfogo a qualche pulsione a lungo controllata) firma un entusiastico editoriale dal titolo E’ fallita la “Crociata”, in cui così scrive: “Il popolo ha risposto in maniera inequivocabile che l’Italia è matura per governarsi da sé…; La lezione è altissima…, essa dice che gli italiani vogliono uno Stato veramente indipendente e sovrano nel suo ordine…“; e sottolinea che, tra i corollari, la vittoria del no, per la quale egli esultava, reclamava “il senso dello Stato…, il dovere della giustizia..., la fondazione di rapporti civili su valori che finora sono stati più che maltrattati -e non certo dagli umili-, cioè la parità di tutti di fronte alle leggi…“; e così proseguiva: “per quanto riguarda i risultati del responso elettorale a Galatina, i sostenitori della legge sul divorzio hanno toccato un traguardo fino alla vigilia insperato, sicchè, senza stupide iattanze, è confortevole constatare come 6342 elettori, su un totale di 15354 voti (il 41.3% sulla somma dei voti validi) abbiano saputo liberarsi da suggestioni di ogni genere, per manifestare razionalmente e serenamente il loro NO. Essi sono al passo coi tempi. Le Vandee non hanno mai dato avanzamenti né politici, né sociali, né religiosi”. E’ una dichiarazione alta e forte di laicità e senso dello Stato, che in nulla inficia -rimarca Moro- i valori della fede e della religione. Esattamente agli antipodi rispetto a De Maria e allo stesso Rizzelli, anche lui convintamente antidivorzista!

A proposito della battaglia referendaria è sintomatico che anche un grande leader nazionale della DC come Aldo Moro si sia di fatto defilato dallo scontro (c’è chi sostiene che abbia addirittura votato per il no); di certo, tra il ’68 e il ’70,  era stato costretto ad una difficilissima mediazione, pagando anche pesanti prezzi politici, per evitare una vera e propria crisi diplomatica tra lo Stato e la Chiesa a causa del pressing scoperto del Vaticano e di Paolo VI in persona sul governo e sul parlamento, cui reagiva non solo lo schieramento delle forze favorevoli alla legge, ma anche, e con giustificata animosità, il “sanguigno” presidente Saragat; a Galatina De Maria, pur nominalmente moroteo in qualche momento delle sue varie collocazioni politiche (su Il Corriere di Galatina del 30-9-79 Giuseppe Virgilio, con beffarda ironia, prende atto che De Maria, dopo “lo spostamento rapsodico tra le correnti democristiane in 30 anni di vita parlamentare, approda al sindacato di Palazzo Orsini come alleato dei fascisti galalinesi”), è assolutamente incompatibile con la politica pur cauta ma progressivamente aperta a sinistra di Moro, e, con le sue certezze tinte d’assoluto, è assai lontano anche dalla sensibilità sempre dubbiosa e problematica del grande statista; si sarebbe perciò esaltato, in una con le strutture del cattolicesimo militante, nella battaglia antidivorzista.

Non è un caso, infatti, che il riferimento politico più omogeneo (una vera e propria affinità elettiva) De Maria lo avesse trovato in Oscar Luigi Scalfaro; costituente egli pure, col quale il deputato salentino rimase sempre legato sul piano politico in nome di una adesione assoluta a principi e valori cattolici e sul piano umano nel segno di un comune vissuto di integrità morale e di una profonda amicizia fraternamente coltivata. Scalfaro sarà sempre di casa a Galatina, non mancherà né ai funerali della madre di Beniamino, né a quelli di Palmina, né allo scoprimento della sua lapide nell’atrio dell’ospedale; da Presidente della Repubblica vi tornerà nel marzo del ’94 per i funerali dell’amico e il 23-9-98 per consegnare a mons. Antonio Antonaci il premio “Città di Galatina-Beniamino De Maria”; né era mancato presso l’Università di Lecce quando il 20-5-95 a De Maria veniva intitolata la sala riunioni del Palazzo Codacci-Pisanelli; parlando in quello stesso giorno a Galatina, nel piazzale della Fiera, anche a tante scolaresche ivi riunite (tra le tante anche le mie classi), ebbe a certificare con Beniamino un’amicizia ben più intensa e profonda di quella che si può avere con un fratello di sangue.

C’è da dire, però, che De Maria, chiuso nel suo integralismo, non aveva quei germi da cui si sviluppò la parabola politica che avrebbe portato Scalfaro, uomo sostanzialmente al di fuori delle correnti democristiane, ad incarnare, negli anni della deriva populistica di Berlusconi, e dal suo posto di massimo garante della Repubblica, un formidabile richiamo alle regole democratiche e ai valori “progressivi” della costituzione antifascista, tanto che, da senatore a vita, sarebbe poi stato sempre organico all’area di centrosinistra.

 

13.  Nel sottolineare il grandissimo valore politico, civile e morale del discorso di Donato di cui alla nota 2, che invito a leggere e meditare, ho l’obbligo di dire che un utile contributo sulle origini salentine dei Moro, che però contrasta con le  ricche e documentate “memorie” di Donato, è in: Z. Rizzelli, Le origini salentine di Aldo Moro, ne Il Galatino del 15-5-98, p. 3; dato che Donato era già venuto a mancare e Rizzelli insisterà, anche in seguito, nel negare qualunque legame di Aldo Moro e della sua famiglia con Galatina, sarebbe utile  su tale questione un’ulteriore ed esaustiva ricerca.

Molto interessanti per capire l’assoluta divergenza di giudizio su Aldo Moro tra De Maria e Donato sono le note scritte a margine del discorso tenuto da De Maria il 6-4-71 presso il gruppo della DC alla Camera e riportato in: De Maria Profilo di…, op. cit., pp. 143-150. Alcuni deputati, tra cui De Maria, insofferenti del PSI e preoccupatissimi di alcune avvisaglie di dialogo con il PCI, avevano richiesto ad Andreotti, presidente del gruppo (Colombo è capo del Governo, Forlani segretario e Moro “relegato” agli Esteri), una riunione formale per discutere della situazione politica. Il deputato salentino, nel richiamare puntigliosamente tutto il suo classico repertorio anticomunista, e nel rilevare come “nell’interno di casa nostra e dei nostri alleati di governo (i socialisti) si alzano cortine fumogene, vi sono atteggiamenti non chiari, o altre volte pericolosamente chiari..”, con possibili “conseguenze funeste per l’avvenire delle istituzioni democratiche” rivolge espliciti attacchi a Moro, ma senza mai citarlo: “…quando alcuni amici, anche autorevoli, parlano di confronti dialettici con l’opposizione di estrema sinistra, vorremmo sapere quale significato politico vogliono dare a tali propositi,…; la collusione di una parte di noi, o di nostri colleghi che sono al Governo, con i partiti di opposizione, contrattando tali voti o mettendo una parte della D.C., forse la più fedele, in minoranza, …è venir meno ai principi,…è scollamento della maggioranza, è lavorare alla liquidazione del centro-sinistra;…si tratterà di giocare, se non si sta attenti,…l’avvenire della libertà e della democrazia nel nostro Paese”. Lo scritto, pubblicato nel dicembre del ’96, è letto da Donato nel corso del ’97, quando ogni cosa, data la distanza del tempo, gli appare più chiara: accanto alle righe che riportano il classico repertorio anticomunista di De Maria scrive “erano per lui slogan”, e, più avanti, : “soliti slogan”; alla fine di pag. 145, accanto alle righe sopra riportate in cui si parla di “alcuni amici, anche autorevoli…”, stigmatizza con linea verticale e scrive: “Moro”, e, appena più giù,: “…analisi meschine basate su ipotesi... piccinerie”. A p. 147, accanto al capoverso in cui l’allarmatissimo De Maria dice: “…Ho la decisa impressione che molti dei nostri amici, anche autorevoli (e dalli!, sembra dire Donato con una linea), ragionino a tavolino, teorizzando formule politiche, astratti dalla realtà dell’elettorato e del Paese. Io ho girato molto in questi giorni; gli elettori nostri, con cui ho avuto contatti diretti, hanno giustamente dei gravi complessi di frustrazione e d’angoscia”., Donato scrive: “Moro pensava…  lui girava a rilevare angosce e frustrazioni”. Poche efficacissime parole, che marcano la grandezza del suo Aldo, che si tormentava alla ricerca di una politica nuova per l’Italia del futuro e la piccolezza, in confronto a lui,  dell’amico e concittadino Ninì, notaio di angosce e frustrazioni. De Maria proseguiva attaccando a testa bassa anche i socialisti, e prefigurando una prospettiva catastrofica per la DC, la libertà del paese e dello Stato e il futuro delle giovani generazioni. In effetti, le fibrillazioni e le divaricazioni all’interno della DC, sottese alle cose di cui sopra, faranno cadere il governo Colombo-De Martino e, attraverso il monocolore dc di Andreotti, porteranno il paese al primo scioglimento anticipato delle Camere e alle elezioni del ’72.

 

14. Un atteggiamento polemico e risentito, in verità, lo si trova già nella bella ricognizione storica di Moro pubblicata su Il Galatino dell’11-2-71 col titolo a tutta prima pagina “Galatina e il suo Ospedale”, nella quale, col corredo delle fonti storiche attentamente ricercate ed interpretate, critica l’amministrazione dell’epoca (ancora Vallone, con De Maria) incerta su un ricorso dei Frati Minori della provincia, che avanzavano un diritto di nomina di loro rappresentanti nel CdA del “S. Caterina Novella”; Moro vi denuncia, invece, e con spiritosa ironia, l’assurdità di “mortificare l’intera cittadinanza che, nell’anno di grazia 1971, cioè ad oltre cento anni dall’unità d’Italia, potrebbe chiedersi se è sicura sotto l’egida dello Stato unitario o se corre il rischio di veder rituffare la propria amministrazione fra presunti diritti di origine medievale e rivendicazioni (non si sa mai!) di natura feudale”.

 

15.  Nel corso del resoconto si legge: “Il prof. Moro, dopo aver condannato l’efferato delitto di chiara marca fascista, ha detto che… tutti devono comprendere che la Resistenza rimane l’unica matrice della vera democrazia”; e più avanti: “L’indignazione dei democratici -ha detto il prof. Moro- di fronte ad una così evidente e sciagurata trama eversiva non ha limiti. Galatina civile e democratica resti vigile e pronta a respingere ogni tentativo di attacco alle istituzioni, anche se molti farisei, mentre parlano di democrazia e di libertà, mantengono legami con il M.S.I.;…..la trama nera che da cinque anni insanguina il nostro paese ha propaggini, complicità, adesioni morali e materiali in molte, troppe parti della comunità nazionale;…Il prof. Moro ha chiesto infine che Galatina abbia una amministrazione veramente democratica, aperta alle forze autenticamente popolari e antifasciste”. Ci si riferisce ad una pagina importante della storia politica della città: le elezioni comunali del 26-11-72 avevano consegnato alla DC la maggioranza relativa e 9 seggi, altrettanti ne aveva ottenuto il psi, 4 erano andati al PCI, 3 ai liberali di Finizzi, 3 al MSI e 2 a liste di centro, di cui una civica. La DC, invece di perseguire una naturale alleanza di centro-sinistra che era in linea con gli indirizzi nazionali e regionali e che avrebbe comunque assicurato una solida maggioranza all’amministrazione, seguì invece la linea di De Maria, nel caso di specie condivisa e avallata dal futuro segretario provinciale Zeffirino Rizzelli, e si imbarcò in una coalizione di centro-destra col partito liberale, che espresse addirittura il sindaco, con l’appoggio esplicito del MSI: soluzione questa, che offendeva sensibilità assai diffuse nella DC, che, come quella di Donato Moro, si sarebbero fatte sentire con sempre maggiore forza negli anni successivi, di fronte al dispiegarsi della strategia della tensione di stampo fascista, e a seguito della riscossa civile innescata dal referendum sul divorzio e dalla avanzata impetuosa del PCI alle elezioni regionali ed amministrative del ’75 e alle politiche del ’76; fatti questi che avrebbero accentuato la crisi del centrosinistra, imponendo la ricerca di quegli equilibri più avanzati, realizzatisi poi con i governi di solidarietà nazionale. Galatina, invece, rimaneva ferma in una situazione fossilizzata, da eterna guerra fredda nei rapporti politici.

 

16. Il Corriere di Galatina, del 7-12-74, così titola su quattro colonne a pag. 1: La Direzione Regionale DC sconfessa De Maria e Rizzelli; nel corpo dell’articolo si riporta il testo di un documento da poco approvato dalla Direzione Regionale della DC, in cui, tra le altre cose, si legge: “Constatato che in quella provincia (cioè Lecce) alcune Amministrazioni Comunali (il riferimento è a Galatina e Leverano) e la stessa Amministrazione Provinciale si reggono con maggioranza in contrasto stridente con la linea antifascista del Partito invita il Comitato Provinciale di Lecce a provvedere, con tutta urgenza, a rimuovere una situazione non più tollerabile instaurando un colloquio immediato con i Partiti nostri tradizionali alleati per pervenire alla costituzione di amministrazioni d centro-sinistra”. Informa che il formarsi della giunta Finizzi a Galatina aveva sollevato severe condanne in ambito provinciale, compresa una ferma iniziativa dell’allora segretario provinciale Campanelli, che non aveva sortito effetti; dopo la messa in crisi di Campanelli si insedia una nuova segreteria con alla testa il galatinese Rizzelli, il quale, pur essendo stato “il principale responsabile della giunta di Galatina”, di fronte alla sua segreteria assume formale impegno che la situazione “sarebbe stata normalizzata non appena si fossero appianate alcune divergenze di carattere personale”. Ma le promesse fatte, nonostante “le insistenti richieste in questo senso,…determinate da un crescente stato di disagio morale e politico dei maggiori responsabili della D.C. leccese”, non furono mai mantenute. Entrata poi in crisi la segreteria Rizzelli anche per la vicenda galatinese, con la successiva nomina di Codacci-Pisanelli a commissario provinciale, un gruppo di democristiani di Galatina, “che a questa giunta si erano opposti con coraggiosa fermezza sin dall’atto della sua costituzione,… rompono gli indugi e deferiscono al Collegio dei Probiviri i responsabili della D.C. di Galatina e Leverano”. E l’articolista chiude chiedendosi: “Che cosa succederà ora? De Maria e i suoi aderiscono all’invito degli organi superiori, oppure dovranno subire il giudizio del Collegio dei Probiviri e…rischiare di essere espulsi dal Partito?”. Nei fatti, però, la giunta Finizzi, pur con la debolezza numerica e tra contrasti e polemiche di cui la cronaca, come si vede, fu ricca, completò bellamente il suo mandato.

 

17. L’episodio riferito dalla stampa locale è nello stesso tempo gustoso ed emblematico del clima politico di quei tempi. Il Corriere di Galatina, nel numero del 20-2-75 (era il periodo della famosa “centrale a turbogas”), dà conto, con un titolo ad effetto Gino Di Napoli schiaffeggiato nella sezione democristiana e con il sottotitolo Telegramma dell’on. Aldo Moro – La solidarietà del Centro <> e di esponenti del partito, di quanto successo nella sezione della DC di Galatina la sera dell’8-2-75 nel corso di un’affollata assemblea convocata in vista della prima elezione degli Organi Collegiali della Scuola (erano davvero ancora tempi eroici per la politica con la p maiuscola!). Dopo l’introduzione del segretario Legittimo, che qualificava “anticristiane” le liste unitarie che si era cercato di fare e dopo l’intervento sulle procedure di voto fatto dal prof. Benegiamo, -così riferisce l’articolo- “faceva seguito l’intervento del prof. Donato Moro che, durante il suo discorso, veniva ripetutamente interrotto dalla sig.na De Maria. All’ennesimo invito da parte del rappresentante della Consulta regionale Scuola, Di Napoli, di evitare di interrompere chi avesse la parola, il sig. Salvatore Romano colpiva Gino Di Napoli con uno schiaffo al viso…” E più avanti: “…invece di una pubblica sconfessione (come ci si aspettava da parte del Comitato Direttivo del Partito) dell’incivile gesto, la sig.na  De Maria, prendendo la parola, affermava che <>. … E stata, invece, la parte lesa, Gino Di Napoli, che ha dato prova di vero cristianesimo, tendendo la mano in segno di perdono al sig. Romano e invitando i presenti al superamento dei dissidi…;…Grazie a ciò, gli interventi del prof. Donato Moro, del prof. Rino Antonica e prof. Mario Signore si son potuti svolgere con assoluta tranquillità senza però che la sig.na De Maria rinunciasse al suo vezzo di interrompere continuamente”. Sarà alla fine l’on. De Maria, come prassi, a concludere l’assemblea, ma “con atteggiamenti più concilianti”. La vicenda, ricordata anche dalla signora Moro nella veste di testimone diretta, dovette avere un certo risalto, se subito dopo si registra una vibrata protesta del Centro Studi “Don Sturzo”, un telegramma di solidarietà a Gino Di Napoli da Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio,  e di tanti altri dirigenti dc, tra cui Maria Maglio, allora dirigente giovanile nazionale, Pino Leccisi, Tonio Tondo, Cosimo dell’Anna, Cosimo Ferilli, Elio Spagnolo. Lo stesso on Codacci-Pisanelli, commissario provinciale del partito, “dopo aver espresso la sua solidarietà al presidente del Centro Studi, ed aver deprecato il grave episodio di teppismo politico, ha assicurato che avrebbe predisposto una rigorosa e severissima inchiesta”. “Era ora! -chiosa Il Corriere- D’altra parte non è la prima volta (purtroppo) che nella sezione d.c. si manifestano episodi di intolleranza politica nei confronti dello stesso Gino Di Napoli, impegnato ormai da lungo tempo nella sua coraggiosa battaglia contro le involuzioni a destra della d.c. galatinese”.

 

18. “Gli attuali amministratori della nostra città, -scrive Moro- nelle loro fumose e improduttive alchimie di vertice, guardano indietro, sempre più indietro; si collocano come notabili pre-giolittiani, mentre il tempo cammina. Questo è feudalesimo, ed è tale involuzione politica che deve finire, se si vuole veramente bene a Galatina”; ad esso rimando chi voglia approfondire quella fase, nella quale Donato, in qualche modo sorretto ed incoraggiato dalla vittoria referendaria e dalla ventata di rinnovamento che in Italia diffusamente si avvertiva, sente il bisogno di essere quanto mai esplicito e pungente, togliendosi anche qualche pietruzza dalla scarpa; la sua accusa alla DC galatinese di aver nella sostanza tradito il voto dei cittadini, che avevano espresso una larga maggioranza di centrosinistra, sollevò anche la reazione del  consigliere regionale dc Marcello Rizzo, cutrofianese, che, forse per compiacere De Maria, con una lettera apparsa su Il Galatino del 6-2-75, aveva “rimproverato” l’impostazione di Moro, scrivendo per di più cose che gli erano sembrate una “lezione su che cos’è fascismo e su che cos’è Resistenza”. Al Rizzo, Donato oppone una secca e polemica risposta con un articolo, su Il Corriere di Galatina del 20-2-75, in cui ribadisce le sue posizioni politiche di centrosinistra, accusa beffardamente Rizzo di aver giocato con le parole e, invitandolo a non “buttarsi, forse per stimoli eteronomi, nel greve impasto reazionario e qualunquistico che “Il Galatino” sta lavorando con decisione da alcuni numeri a questa parte”. si lancia infine in una vibrante denuncia del ruolo nefasto che Il periodico  svolgeva nella città, usando -a dire di Moro- una “terminologia volgare e rozza,..” ed un “sovrabbondare nelle definizioni contumeliose lanciate a vanvera”. E’ obiettivamente un Moro gagliardamente, volutamente ed entusiasticamente polemico!

 

19.  I partecipanti al Convegno di Stresa si dicono amareggiati e delusi dalla situazione italiana, ma “decisi a non arrendersi”; denunciano la “carenza di studio e di ispirazione ideale nella attività di partito e di governo, negli ultimi anni, della Democrazia cristiana”, nonché il rischio della “perdita della identità cristiana della D.C., …con l’incombente pericolo del crollo delle istituzioni democratiche nel Paese e conseguente perdita della libertà”, reclamando con forza la “decisa ripresa della funzione di guida della D.C., resistendo ai tentativi di ricatto, cessando di essere succubi di altri partiti…; (è chiaro il riferimento al PSI, che, ringalluzzito dall’esito referendario, tentava di alzare il prezzo politico della collaborazione con la DC).

 

20.  Mi pare doveroso riportare la rivisitazione storico-emozionale con cui Donato filtra e fissa, lì, su quella lapide, cinque secoli di memoria della cristianità e delle genti salentine: “DA QUESTA PIANA DI TERRA E MARE / NELL’ANNO CINQUECENTESIMO DEL MARTIRIO DI OTRANTO / VIOLENZA DI TURCHI OTTOMANI / MANO BENEDICENTE NEL SOLE / GIOVANNI PAOLO II PAPA / LEVO’ / MESSAGGIO DI PACE E GIUSTIZIA / AI POPOLI D’ORIENTE / AL MONDO INTERO      DONATO MORO      NEL PRIMO ANNIVERSARIO OTRANTO POSE / 5-10-1981

 

21. Scorrendo la stampa locale, anche Il Galatino, su cui Rizzelli e anche Vallone nell’ultima fase intervengono puntualmente con resoconti ed analisi di alto livello (Rizzelli si firma sia per esteso che con la sigla Ze.Ri), si nota che i titoli di prima pagina sono spesso dei bollettini di guerra, già a partire da quando, il 27-12-80, De Maria venne eletto anche presidente dell’assemblea della USL; per non parlare dell’intreccio perverso e destabilizzante tra postazioni al Comune e nel Comitato di gestione; la stessa legge che abolisce il CdG delle USL e determina la nomina di un Commissario produce effetti tardivi, con in aggiunta lo scatenarsi da parte dei politici scalzati di attacchi nei confronti degli amministratori nominati dalla Regione. E’ praticamente impossibile seguire, nel groviglio di infinite polemiche e di continui cambi di scena, la sequela di nomine e contro-nomine, alleanze e contro-alleanze, dimissioni, ricorsi, delibere annullate dal Coreco e poi magari resuscitate dal TAR, con un’impressionante  massa di incarichi legali e consulenze che aggravano i bilanci senza alcun beneficio per la qualità dei servizi. I titoli della stampa regionale e locale riletti oggi danno il senso di una brutta stagione nella sanità e nella politica, che, soprattutto per la mole delle risorse pubbliche “movimentate”,  non differisce molto da quella dei nostri ultimi anni, anche se, riguardo alla USL di Galatina, va ricordata la assai controversa, ma importante fase di attivismo decisionale di Giovanni Sabato, che ne fu a lungo presidente.

Sul periodo 1989-93, ma solo come esempio della capacità di analisi di Rizzelli (ma anche Vallone da consigliere scrive ed analizza acutamente sullo stesso periodico), indico l’articolo “Seconda tappa cade De Maria”, ne Il Galatino del 15-9-89, in cui Rizzelli così annota. “L’alleanza DC-PSI per la , pur portando De Maria nuovamente sulla poltrona di primo cittadino, non lasciava dubbi. Bisognava costruire la scena per la pubblica condanna sulla base del peggiore immobilismo e per il tempo della primavera dell’89 (poi diventata primavera del ’90). Ed è quanto puntualmente avvenuto. Tutto questo l’on. De Maria lo sapeva e sarebbe assurdo per un uomo della sua statura se così non fosse”. Analisi lucidissima, poi purtroppo confermata dai fatti. De Maria, sindaco-parafulmini, al momento giusto fu costretto a dimettersi, dopo che tra l’altro aveva ripetutamente, ma vanamente, denunciato la gravissima situazione politica e il malcostume correntizio imperante nello stesso suo partito, per lui ormai irriconoscibile; presentò e poi ripresentò nel corso dell’89 le dimissioni anche da consigliere comunale, ma il Consiglio Comunale, ipocritamente, come si scrisse, le respinse, ed egli, per inerzia, vi rimase; intervenne per l’ultima volta nella seduta del 2-3-93, per avvertire, “nell’indifferenza generale” per la forte “tensione presente nell’aula”, contro il pericolo di invadenza della magistratura e per invitare il sindaco Corciulo a ritirare le sue dimissioni ed evitare il commissariamento del Comune, avvertito dal leader, ormai quasi ottanduenne, come un’ulteriore gravissima onta per lui e per la sua città. Il 19 dicembre ’93 inaugura, insieme con l’allora assessore regionale Alberto Tedesco, il padiglione Malattie Infettive del suo Ospedale. Sarebbe morto l’8 marzo successivo..

 

22. Dico “sembra”, perché in effetti, scorrendo le sue raccolte di stampa locale, si nota che egli seguiva minutamente, con la tecnica delle evidenziature e dei commenti in rosso di cui alla nota 2, non solo le cose sue che spesso venivano pubblicate, ma anche molti scritti su momenti di letteratura, cultura e storia galatinese e salentina di cui quei benemeriti periodici sono ricchi. Sono molte anche le pagine di cronaca od analisi di politica locale soggette ad annotazioni in rosso, segno di sorpresa e di non condivisione, che la dicono lunga sul suo magari ostentato “distacco”. Comunque, dopo il ’78, pare trattenersi dallo scendere direttamente in campo, credo anche condizionato dai sempre più impegnativi compiti presso il Ministero.

Non cessa, però, che un giudizio sull’ultimo De Maria (e che giudizio!) lo si ricava dalle solite note scritte in rosso nel ’97, sempre sul volume di Liguori e Catalano: nelle pagine 176-183 vengono riportate, in successione, un’intervista a Radio Orizzonti Activity, data da De Maria allo stesso Liguori nella campagna elettorale dell’88 (il titolo è “A Roma non si vive più per le bustarelle”), una parte del suo ultimo intervento in Consiglio del marzo del ’93 e l’orazione funebre di Rizzelli, allora sindaco, ai suoi funerali. Molti passi Donato rimarca con le linee verticali,  come quando, a p. 178, De Maria dice nell’intervista, di fatto profetizzando la fine della DC, : ”… tutti noi abbiamo bisogno di una ripresa morale prima che politica; …il degrado morale  non è soltanto riferibile alla classe dirigente, ma anche a chi elegge quella classe dirigente; …l’elettore dovrebbe verificare se la persona che intende votare è degna della sua fiducia. Solo così la DC si salverà….”; e, nel ricordare, da testimone, che “…Don Sturzo non voleva la proporzionale, che invece nel ’48 fu sostenuta da Saragat, perché diceva che bisogna legare l’eletto all’elettore e voleva il collegio uninominale anche per la Camera” affermava, anche qui con profetica acutezza politica,: “Io ritengo che bisogna andare a queste riforme, perché oggi l‘eletto è lontano dall’elettore…”.

Ma quando subito dopo De Maria afferma: ”Spesso la politica non riesce a dare speranza. L’uomo politico non nasce tale, lo diventa col tempo. Però occorre che ci sia una vera e propria vocazione per la politica. L’uomo politico deve imparare innanzi tutto a correggere se stesso e fare tutto per amore degli altri e al servizio degli altri. L’aberrazione… si verifica perché oggi si guarda alla politica come strumento di potere e non di servizio”, accanto a queste righe Donato scrive: “Ma da Sindaco perché tollerò i Sabato e i Sabella?”. Anche qui, un’analisi fulminante che riguarda l’ultima fase di De Maria sindaco, che è la stessa che Rizzelli sviluppa da protagonista in Consiglio Comunale e sulla stampa, e, in fondo, è anche quella dello stesso De Maria, osservatore acuto e giudice severo della degenerazione, ma nello stesso tempo vittima di essa ed incapace di porvi un qualche rimedio.

 

23. Una pregevole sintesi delle Tesi, accompagnata da una lucida analisi di quell’importante passaggio della storia politica italiana, la si trova in: D. Moro, Progetto politico dell’”Ulivo” –Cosa significa aderire, in Piupolitica, anno VIII, n° 1-gennaio 1996 Nuova Serie, Lecce, pp. 1 e 7, dove egli esprime in ispirate parole la speranza in un’Italia migliore: “Di fronte a tanto scadimento del costume politico, la scelta di Romano Prodi è stata felicissima perché attesa da ogni cittadino preoccupato delle sorti della democrazia e della libertà: si è trattato di contrapporre alla chiacchiera la cultura; alla prepotenza il rispetto dell’uomo, del cittadino, del’altro, in cui riposa il diritto; all’interesse del capitalismo i diritti dell’intera comunità; all’affarismo sfrenato la preoccupazione per il bene comune”. Quanto siano attuali queste parole lascio al lettore giudicare.

 

24. Invero l’articolo prosegue con una accurata analisi, accompagnata da note di forte risentimento nei confronti di Moro, senza peraltro mai nominarlo: “Il candidato Sindaco dell’Ulivo… non si è accorto, o non ha voluto accorgersi, che durante la campagna elettorale intorno a lui vi era solo il clamore e l’interesse dei gruppi e dei candidati che parlavano lingue diverse…; si è fatto prigioniero di propositi e metodi di restaurazione di una classe politica già bocciata dall’elettorato e non una, ma più volte; ha scelto consiglieri decisamente sbagliati e si è arroccato nell’idea che bastava cambiare il Sindaco per  riportare la sinistra al governo della città”. Analisi lucida ed appassionata, ma forse anche un po’ malevola ed ingenerosa, che, se valutata insieme alle tante “cattiverie” registrate dallo stesso Moro nelle sue “note”, dà conto di una certa antica ruggine tra i due grandi cattolici galatinesi..

 

25. Del Moro critico letterario mi ha particolarmente toccato la finissima ed assai dotta Introduzione a G. F. Romano, Superstite, io rammento, Manni Editore, Lecce 1993, che egli dedicò al poeta galatinese, suo caro amico, scomparso nel 1989 all’età di settantuno anni. Mi piace ricordare che Giovanni Francesco Romano ebbi modo di conoscerlo presso la scuola media di Cutrofiano verso il 1960, ove mi fu docente di lettere solo per un anno, lasciandomi però un ricordo indelebile di cultura, dedizione ed umanità.

 

 

26. Così espone nel suo breve intervento: “Dovremmo cercare di comportarci non come fossimo nel Consiglio Comunale del Burundi, ma rispettando le regole…” e, rivolgendosi a Gervasi, “ lei, come Consigliere anziano, poteva presiedere tranquillamente e nessuno le avrebbe fatto obiezioni, poi, ad un certo punto, ci sarebbe stata la proposta del suo passaggio a presidente del Consiglio…; dopo di ciò si poteva benissimo distribuire questo documento (ci si riferisce ad un documento fatto circolare da Gervasi come presidente del Consiglio, prima che detta elezione fosse avvenuta), che ha una sua legittimità in un certo momento, non prima…; e il fatto che Gervasi abbia già dato alla stampa la notizia che egli era il Presidente del Consiglio non toglie nulla, però, ala correttezza della procedura”. Si tratta del primo intervento dopo tanti anni di assenza dal consesso politico della sua città: è facile intuire lo smarrimento, il disagio e lo sconcerto del vecchio amministratore dinanzi ad una polemica sterile, inutile, su pur aspetti formalistici, che era andata avanti per ore intere, e al clima di complessivo degrado dei lavori del Consiglio.

 

27. La lettura dell’intervento e della successiva replica si fanno apprezzare non solo per le questioni specifiche di merito (opere, scuola, ambiente, territorio ed attività economiche, patti territoriali e linee di sviluppo, etc.), ma soprattutto per la lungimiranza sulle problematiche istituzionali e sul nuovo profilo dell’ente locale come già allora si configurava, laddove Moro rimarca: “Com’è possibile oggi delineare indirizzi generali di azione amministrativa, che non prevedano coordinamenti intercomunali per aree o distretti, al fine di realizzazioni consorziate? E’ una tendenza, questa, cui nessun saggio reggitore di un comune può sottrarsi. Basta allungare lo sguardo di qualche chilometro da Galatina per rilevare che Sogliano, Cutrofiano, Aradeo e così via, mirano a creare consorzi per risolvere  problemi amministrativi, i cui costi diventano più accessibili…”  E ancora: “Ma come non lanciare lo sguardo da Galatina per avvertire i tempi nuovi, ormai prossimi, di un federalismo che, oltre alle regioni, darà compiti nuovi agli enti locali, ed in particolare un’autonomia che richiederà comuni ed aziende non solo erogative, ma produttive con maggiori responsabilità per gli operatori politico-amministrativi e, però, con più ampie possibilità di azione?”. Né manca, nella chiusura di quello intervento, una fulminea sintesi sullo stato della città: “Signor Sindaco, Galatina è in Europa. Non bastava ricordarsene citando soltanto i fondi disponibili, soprattutto a livello comunitario, per la ristrutturazione e il recupero del centro antico della nostra città: ben più ampie sono le prospettive di rilancio di Galatina, entro e per effetto dei piani comunitari: Ma il cielo blu e le stelle della bandiera dell’Unione Europea non hanno illuminato la sua relazione programmatica: ella è rimasta chiusa entro le mura di questa nostra Città attualmente in declino”.

 

28. A più di quindici anni di distanza è facile credere al valore profetico di quelle analisi: in particolare, vorrei sottolineare l’assoluta mancanza di interesse della politica galatinese a percorrere le strade, ormai obbligate -esattamente come già allora Moro evidenziava- verso forme di integrazione territoriale e  collaborazione istituzionale; tanto più oggi -mi permetto di attualizzare quel suo pensiero- bisognerebbe procedere speditamente verso strutture intercomunali permanenti finalizzate non solo all’ottenimento di finanziamenti, coerenti però con linee di sviluppo strategiche e di area vasta (e purtroppo questo non è successo, pur essendosi disperse a pioggia masse enormi di risorse), ma anche e soprattutto alla messa in rete degli uffici e dei servizi, alle economie di scala su personale, dirigenze  e fornitura di beni e prestazioni,  alla proiezione in Italia e nel mondo delle identità e delle risorse integrate di interi e complessivi  comprensori. Galatina, purtroppo, è rimasta ferma e chiusa nella sua antica, ma inattuale, dannosa autoreferenzialità, nel mentre, seppur in grave ritardo, bisognerebbe che essa diventasse protagonista di nuove politiche e aggregazioni che sono attese da tutta l’area del Salento centrale, di cui nella storia la città è stata indiscusso e riconosciuto riferimento.

I risultati, assai positivi, seppur ancora parziali, di quanto avviene nella Grecia Salentina, alla cui Unione hanno aderito, pur in tempi diversi, anche Carpignano, Cutrofiano e Sogliano, dovrebbero imporre alla politica e alla cultura galatinese una serissima riflessione sui  processi di ri-aggregazione territoriale che, tra gli obblighi ormai in capo ai piccoli comuni e lo sfacelo del dibattito istituzionale sulle province, vanno coniugati dal basso, riscoprendo motivi culturali ed identitari, coinvolgimento delle comunità sui destini dei territori e nuove, conseguenti opportunità politico-amministrative. Su questi temi si veda: L. Sergio, Le Unioni di Comuni fra attuazione e prospettiva di riforma, Manni Editori, San Cesario 2012.

 

29.  Il profilo di Moro grande uomo e grande democratico credo sia un dato condiviso da tutti quelli che lo hanno conosciuto nelle diverse fasi della sua vita; per i contributi che mi hanno dato su di lui, ringrazio Giuseppe Taurino, per tanti anni consigliere e capogruppo del PCI-PDS-DS di Galatina, nonchè combattivo componente dell’Assemblea della USL nella stagione di De Maria e, in tempi più recenti, presidente del C.C. della città; ringrazio anche don Salvatore Bello, fine poeta e narratore, critico letterario, custode appassionato di memorie, persone e cose della sua città e Pietro Congedo, bella figura di storico locale ed intellettuale civilmente impegnato.

 

30.. Si vada, con religioso rispetto, alla Introduzione di Gino Pisanò’ in: D. Moro, Antologia poetica, Congedo Editore, Galatina 2004, in cui, alle pp 7-8, così si dà un assaggio della lettera per l’editore Manni:

“Caro Piero, quando scrissi la poesia [Riscatto] che ti mando (con la segreta intenzione che possa dar vita a un dibattito su ), ero, eletto da poco, assessore [l’anno è il ‘56] alla Pubblica Istruzione […] in seno alla Giunta […] provinciale di Terra d’Otranto […]. Sempre salvaguardai spirito critico e autonomia di pensiero, sensibile com’ero […] alle problematiche poste dalla questione sociale, tra rivendicazioni a tratti violente del P.C.I. e ricerche di soluzioni alternative che trovassero giustificazione in un umanesimo integrale cristiano. Come si può rilevare, io ero per questa seconda via. Ho ritrovato, dunque, questi vecchi versi senza titolo che oggi ho intitolato Riscatto […]”.

E Pisanò così prosegue sempre a p. 8: “Il documento sviluppa, poi, riflessioni di poetica e altre di ispirazione sociale (<>) per interrompersi bruscamente proprio sul filo di quest’ultima profezia”. L’ultima considerazione che vorrei fare è che, sul finire della vita, Donato orgogliosamente rivendica come costante di quella vita lo spirito critico e l’autonomia di pensiero: di questi valori, oggi così rari, sento, per quel poco che l’ho conosciuto di persona e per tutto quello che su di lui ho attinto, di dovergli, in tutta coscienza, dare atto.

Spero che questo modesto contributo sul suo impegno civile possa dare conto anche agli amici lettori di tale mia profonda convinzione.

 

 

 

 

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