Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Guglielmo Forges Davanzati risponde a Ferdinando Boero (22 aprile 2014] PDF Stampa E-mail
Economia
Martedì 22 Aprile 2014 08:42

Nell’articolo di martedì 15 aprile, su Quotidiano [L’Italia è in crisi perché è corrotta, o è corrotta perché è in crisi?], Nando Boero imputa la crisi dell’economia italiana alla presenza capillare della criminalità organizzata. Non credo che esista nessuna persona di buon senso (e ovviamente onesta) che possa negare che la presenza di criminalità organizzata sia un rilevantissimo fattore di freno alla crescita economica e, che, anche a prescindere da questo, vada combattuta. Stento quindi a capire per quale ragione l’amico Boero richiama criticamente miei precedenti articoli, non avendo io mai sostenuto che criminalità, corruzione, illegalità sono fenomeni da valutare positivamente.  Boero poi chiede a me di stimare l’impatto economico e sociale della malavita organizzata, regione per regione. Rinvio ad altri, nell’auspicio di chiarire definitivamente il punto in discussione. Un recente contributo di Giuseppe Albanese e Giuseppe Marinelli, pubblicato sulla “Rivista Italiana degli Economisti” (3/2013: 367-394), offre una stima della diffusione della criminalità organizzata su scala regionale. Risulta – dato niente affatto sorprendente - che le Regioni maggiormente interessate sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre la Puglia, con la Basilicata, è classificata come Regione con concentrazione “medio-alta”. Gli autori danno conto anche dei fenomeni c.d. di “migrazione della mafia”, rilevando un’incidenza mafiosa in alcune aree del Nord del Paese non inferiore a quella della Sicilia. Gli autori mostrano che nelle aree nelle quali è più capillare l’incidenza di attività criminali, gli investimenti delle imprese risultano più bassi, risulta più bassa la produttività e più basso è il tasso di crescita. Detto questo – e dunque concordando in pieno con Nando Boero – resta la domanda: il declino italiano dipende esclusivamente (o prevalentemente) dalla criminalità organizzata e dall’illegalità diffusa?  La risposta è no, perché non vi è evidenza del fatto che ci siamo impoveriti perché siamo diventati più disonesti – per certi aspetti, potrebbe valere la direzione di causalità contraria. Nell’analisi di Boero, i processi di finanziarizzazione, di “globalizzazione”, di crescenti diseguaglianze distributive su scala globale e all’interno dei singoli Paesi, di deindustrializzazione risultano assenti. Eppure sono estremamente rilevanti. Può essere qui sufficiente ricordare che, nel Rapporto della commissione europea dell’ottobre 2013, si legge che, in tutti i Paesi dell’eurozona, è in atto un significativo processo di deindustrializzazione, e si auspica un’inversione di rotta tale da portare il tasso di industrializzazione dall’attuale 13% in rapporto al PIL al 20% entro il 2020. L’Italia è, fra i Paesi dell’eurozona, quello maggiormente coinvolto in questo processo. Un’economia deindustrializzata è un’economia condannata alla recessione, con tassi di disoccupazione crescenti, flussi migratori crescenti, elevata disoccupazione giovanile. Avendo definitivamente appurato che la criminalità organizzata frena la crescita, ma che questa non è la causa (o quantomeno non è l’unica o la principale causa) del declino italiano, sarebbe forse più produttivo fare un passo in avanti per individuarne le ragioni più profonde. E, fra queste, porrei in prima istanza il fatto che il tessuto produttivo italiano è estremamente fragile, lo è diventato sempre più negli ultimi decenni, è ormai composto quasi esclusivamente da imprese di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate e soprattutto poco innovative. Per evitare un futuro pre-industriale, occorre almeno che lo Stato si faccia carico di contrastare il “nanismo imprenditoriale” e di finanziare la ricerca scientifica in modo consistente. Nel 1900, Francesco Saverio Nitti scriveva: “Napoli o sarà industriale o non sarà”. Oggi questa frase la si può declinare sostituendo a Napoli “l’Italia”.

 


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