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Partigiani salentini in Albania durante la seconda guerra mondiale PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Venerdì 25 Aprile 2014 09:14

Quest’anno ricorre il 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e intendo ricordarlo qui rievocando il contributo che i soldati salentini dettero alla liberazione della vicina Albania, combattendo assieme agli albanesi nel Battaglione “Antonio Gramsci”, una delle prime formazioni partigiane all’estero.

 

Il battaglione "Antonio Gramsci" nella guerra di liberazione dell'Albania

 

Dovrebbero essere sempre alti i sentimenti morali e civili nei confronti dei partigiani italiani che combatterono in Albania contro il nazifascismo nel 1943-44 perché essi, col loro impegno di lotta (che per alcuni significò l’olocausto della vita) riscattarono la vergogna dell’occupazione fascista di quel paese e di quel popolo sin dai tempi antichi amico degli italiani. Per noi pugliesi e salentini c’è poi un motivo in più per essere riconoscenti verso quei soldati partigiani che lottarono per la riconquista della libertà e per la rinascita della democrazia: molti di essi erano nostri corregionali e comprovinciali. Primo fra tutti spicca il nome di un’eroina partigiana leccese, Annunziata Fiore, la più giovane (aveva solo 13 anni) di tutta la resistenza albanese, scomparsa qualche anno fa a Lecce.

Il contributo dato dai partigiani italiani alla liberazione dell’Albania dal nazifascismo è stato importante tanto che, sin dalla prima ora venne riconosciuto dalle istituzioni albanesi, soprattutto da quelle del periodo della Repubblica Popolare Socialista d’Albania.

Una pagina illuminante sulla resistenza partigiana in Albania è stata scritta da Bruno Brunetti, commissario politico del battaglione “Antonio Gramsci”, in Liri popullit. Partigiani italiani in Albania. Un esempio di internazionalismo proletario (Firenze 1978, p. 63), che ricorda come avvenne la nascita della formazione partigiana nel giorni che vanno dall’alba del 24 settembre al 10 ottobre 1943. Occorre sapere che in quel momento, l’esercito italiano era allo sbando, alla mercé dei nazifascisti, e i soldati della Divisione “Firenze”, nella quale era inquadrato il Brunetti, rischiava di essere annientata quando, grazie all’intervento dei partigiani della Prima Brigata dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese, sotto il comando di Mehmet Shehu, trovarono una prima risposta organizzativa al loro sbandamento. Nel suo scritto, Brunetti ricorda quanto ebbe a dire il comandante Shehu agli italiani:

«Voi non avete altra scelta, o arrendervi ai tedeschi, o disperdervi per i villaggi albanesi, o combattere al nostro fianco il comune nemico, il nazifascismo. Il popolo albanese […] ha fatto una netta distinzione tra fascismo e figli del popolo lavoratore, quali voi siete. Se volete cancellare per sempre la vergogna che coloro che vi hanno mandato ad opprimere questo piccolo e generoso popolo vogliono far ricadere su di voi, vi invitiamo a combattere con noi nell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese. Potete costituire un battaglione italiano che verrà a far parte della Prima Brigata d’assalto. Nominerete voi stessi il vostro comandante di battaglione, i comandanti di compagnia, i vostri commissari politici» (p. 62).

Dopo avere dibattuto la proposta del comandante albanese con gli altri soldati della Divisione, Bruno Brunetti, col consenso generale, la mattina del 10 ottobre 1943 prese la decisione di andare a portare la sua adesione e quella dei suoi compagni alla Brigata albanese e lì trovò altri partigiani italiani che, appena il giorno prima, avevano preso la stessa decisione; fra di essi c’erano Tersilio Cardinali, Ermanno Vasari, Silvio Bucciarelli, Oscar Nepi, il sergente maggiore Giuseppe Monti, Osvaldo Chiani, il maresciallo Romeo Carnielutti, Romeo Cicerchia, Leo Dal Ponte, più altri 70. In tutto i primi partigiani italiani che costituirono il primo nucleo della Prima Brigata “Gramsci” furono 79. Così Brunetti ricorda quel giorno:

«Fu così che il 10 ottobre 1943 vidi sventolare una bandiera tricolore gettata nel fango dal fascismo, al centro della quale non campeggiava più l’infame bianca croce sabauda, ma il nome glorioso di un martire antifascista: Antonio Gramsci» (p. 63).

 

Sin da subito si arruolarono nelle file della Prima Brigata partigiana italiana altri partigiani, tra cui il medico Pier Francesco Delle Sedie, di Pisa, che assunse la direzione del settore sanità e lo mantenne fino a Tirana liberata.

Ancora Brunetti, nel libro Liri popullit, ricorda così la nascita della formazione partigiana italiana:

«Il Battaglione “Antonio Gramsci” nacque per volontà di 150 fanti della Divisione “Firenze” che, dopo la battaglia di Kruja risposero all’appello di Mehmet Shehu, comandante della Prima Brigata. Alla sua prima azione di rilevante importanza subisce una netta sconfitta. […] “la disfatta di Berat è stata causata in primo luogo dalla mancanza di esperienza alla lotta partigiana”. Ma i partigiani italiani non solo dovettero imparare la tattica della lotta partigiana ma trasformare radicalmente se stessi e modificare la propria concezione del mondo. Abituati alla gerarchia militare, alla disciplina imposta, ad agire egoisticamente, impararono ad eleggere i propri comandanti, autodisciplinarsi e a ragionare con la propria testa, ad agire ed a rispettarsi reciprocamente, ad accettare ciò che veniva offerto solo dai contadini» (p. 6).

Dopo la sconfitta di Berat, ci furono altre azioni partigiane degli italiani abbastanza pericolose, fra cui questa, di cui Brunetti ci racconta:

«Finalmente la nota frase del comandante Tersilio Cardinali: “Pronti a partire”, si udì e tutti fummo pronti in un attimo. Ci mettemmo in marcia che era quasi scuro. Si dovette attraversare il Devoli: l’acqua era alta e fredda. [..] Questa operazione fu fatta col massimo silenzio e con celerità. Dopo circa sette ore di marcia eccoci a pochi passi dalle sentinelle nemiche. Silenziosi, strisciando a terra ci avviciniamo quanto più possibile al nemico per prenderlo di sorpresa. Ad un tratto un colpo di fucile rompe il silenzio profondo della notte, poi un altro, un altro ancora, poi una raffica di mitraglia. La battaglia incomincia e si fa sempre più violenta; i compagni avanzano, si fanno sempre più sotto al nemico. [Tersilio] Cardinali, che era a pochi metri dalle posizioni nemiche, intimò di arrendersi, di liberare i soldati italiani prigionieri. Una voce gutturale e in pessimo italiano rispose: “Venite avanti per parlamentare”. A questo invito Cardinali si alzò in piedi, ordinò il cessate il fuoco e si diresse verso il luogo da dove era venuto l’invito» (p. 109).

Brunetti ricorda che l’incontro tra Cardinali e l’ufficiale nazista non andò bene e che il comandante della “Gramsci” ritornò sulle sue posizioni quando il conflitto era già ricominciato. Purtroppo però anche questo secondo episodio di combattimento terminò prima della fine, e questo per decisione dei comandanti dello stesso Battaglione “Gramsci” che, per evitare di subire perdite, salirono verso la cima del monte. In questa azione però le perdite dei nazisti furono preponderanti. In un altro momento della sua memoria, Brunetti scrive:

«I propositi [di sconfiggere sul campo i nazisti] non furono vani e non dimenticherò mai la gioia dei compagni quando, pochi giorni dopo, ad Armeni, dopo una perseverante resistenza ed una decisa azione i tedeschi inseguiti da noi, fuggono precipitosamente. […] A Belsh le nostre perdite furono insignificanti in confronto all’azione svolta e alle perdite naziste; alcuni feriti leggeri e uno grave» (p. 110), che purtroppo poi morì.

È ancora il commissario politico Bruno Brunetti a scrivere una pagina indimenticabile riferita al leggendario comandante Tersilio Cardinali, arrestato e processato nel luglio 1943, perché «“in un locale pubblico di Gostivar [aveva] staccato da una parete le fotografie del Cav. Benito Mussolini e del Conte Galeazzo Ciano, ministro fascista degli esteri, e gettatele a terra, le calpestava alla presenza di numerose persone”. Pena richiesta: 16 anni di reclusione».

Fu questo il primo atto di un soldato italiano antifascista in terra d’Albania, del quale Brunetti scrive:

Tersilio Cardinali «il 10 ottobre faceva parte di quel gruppo di militari della “Firenze” reduci dalla battaglia di Kruja che volevano continuare la lotta antifascista con i partigiani albanesi. Quel giorno fu costituito un battaglione di partigiani italiani che prese il nome di “Antonio Gramsci”, […] Cardinali, per i suoi meriti antifascisti e per il comportamento eroico durante la battaglia di Kruja, fu nominato all’unanimità dai compagni comandante di battaglione. […Egli] faceva ogni sforzo perché il battaglione dei partigiani italiani si portasse all’altezza dei battaglioni della brigata. […] si adoperava per dare, per primo, l’esempio del rivoluzionario proletario. Ambiva di diventare un giorno comunista. “Ho sempre sognato [– sono parole di Tersilio Cardinali –] di diventare comunista. Ho lavorato undici anni contro il fascismo. Ora vedo che il mio lavoro non è stato nulla a confronto di ciò che ho visto e vedo in Albania. Il vostro partito [rivolto al partito albanese] è un partito eroico, il popolo albanese è un popolo impavido. Voglio imparare ed imparerò molto dai comunisti, dai partigiani albanesi”. Si misurava con loro e di sé diceva: “Sono ancora troppo borghese. Debbo correggermi”.. […] La gioia più grande della vita – come egli stesso andava dicendo – l’ebbe quando, nell’aprile 1944, fu accettato come membro del Partito comunista albanese» (pp. 118-119).

 

Molte altre furono le battaglie che il Battaglione “Gramsci”, sotto il comando di Tersilio Cardinali, sostennero. Significativi furono i combattimenti di:

Belsh – 28 maggio 1944 – tentativo fallito di liberare 400 soldati italiani prigionieri dei nazisti); alcuni feriti ed un morto da parte italiana;

Berat – 15 novembre 1944 – 170 partigiani della “Gramsci”, in un combattimento ravvicinato, tennero per cinque ore testa a ballisti (collaborazionisti albanesi) e nazisti prima di ritirarsi. Quarantotto furono i superstiti del Battaglione “Gramsci”, gli altri 122 partigiani italiani caddero per difendere la città di Berat.

Altri aspri combattimenti si tennero a Sullova, Garda, Armeni, Shemardhen, Qafe Guprer.

 

«L’8 luglio [1944] – scrive ancora Brunetti – fu una giornata fatidica per il Gramsci. Il nemico numeroso e ben appostato opponeva valida resistenza all’avanzata della prima brigata nella zona di Cerenez (Peshkopia). Il combattimento fu accanito e più di una volta fu necessario andare all’assalto per cercare di strappare dalle mani dell’avversario alcune importanti posizioni. [Tersilio] Cardinali in testa alla IV compagnia si contendeva con il nemico una di queste posizioni. Più volte guidò i compagni all’attacco nella battaglia sempre più furibonda. Le munizioni scarseggiavano ma i bravi compagni della IV compagnia stavano per avere ragione del nemico. Cardinali decise l’attacco finale: la posizione venne raggiunta e la vittoria era ormai certa. Il comandante giunse per primo a contatto con le posizioni nemiche, difese da nidi di mitragliatrici sistemate in buche e in trincee campali. Lanciò una bomba a mano e, contemporaneamente, una raffica di mitraglia lo colpì alla fronte e lo inchiodò sul posto. Altri compagni caddero vicino a lui. Altri ancora rimasero feriti. La sua morte fu il più grande incitamento, il più grande esempio che i compagni potessero ricevere. Un grande desiderio sorse nell’animo nostro: vendicarlo e vendicare tutti i compagni caduti. Il giorno dopo il nemico opponeva ancora resistenza. Verso le 15 con un’azione decisa potemmo avere ragione dei nazisti mettendoli in precipitosa fuga. Il 17 marzo 1945, in occasione della visita del Sottosegretario alla guerra, on. Mario Palermo, alla Divisione “Gramsci” in Albania, il nostro primo comandante fu decorato dell’Ordine della Stella Partigiana di prima classe, la massima ricompensa albanese alla memoria di un Caduto per la libertà dei popoli. Nel 1972 anche la Repubblica Italiana ha riconosciuto, decorandolo con la Medaglia d’Oro, l’eroismo e il valore del comandante partigiano Tersilio Cardinali» (pp. 119-120).

 

Le vicende e la storia del Battaglione prima, della Divisione “Antonio Gramsci” poi, sono ancora oggi ricordate nei nomi di Giuseppe Monti, Ettore Bonavolta, Pier Francesco Delle Sedie, Alfredo D’Angelo, Severino Gazzelloni, Gian Battista Cavallotti, Domenico Bogataj, Mario Fantacci, Arturo Foschi, Leo Dal Ponte, Romeo Cicerchia, Francesco Baracchi, Ermanno Vasari, Ilio Carrai, Oliviero Bonaventura, Angelo Gatto, Loreto Millucci, Antonio Contadini, Francesco Piccolin, Romeo Carnielutti, e molti altri.

Alfonso Bartolini, capitano di complemento dei bersaglieri, combattente sul fronte greco-albanese e dopo l’8 settembre 1943, partigiano nelle file della Resistenza greca, Medaglia d’Argento al valor militare, nonché fondatore nel 1946 dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) e direttore di «Patria Indipendente» fino alla morte, nel libro Per la patria e la libertà. I soldati italiani nella Resistenza all’estero dopo l’8 settembre (Mursia, 1986), ha dedicato diverse pagine alla Resistenza italiana in Albania. Nel capitolo Nella tradizione popolare garibaldina la divisione Gramsci, così scrive:

«Il 9 ottobre 1943 […] a Lumi Erzen, si costituiva il primo battaglione partigiano italiano. Ne assumeva il comando un sergente toscano: Tersilio Cardinali. Lo componevano 170 sottufficiali e soldati. Nessun ufficiale ne entrò a far parte. […] Per questi uomini il momento della grande crisi era ormai superato. Quella crisi aveva rappresentato una grande lezione e i giovani quadri del battaglione, ignari di teorie e di tattica, avevano acquisito in quei frangenti le prime qualità di ogni combattente: la decisione e la fermezza. […] È vero che il battaglione “Gramsci” sorse per iniziativa e volontà del comando dell’Esercito di Liberazione albanese, ma è anche vero che gli albanesi più che creare seppero scoprire e stimolare il fermento di quei combattenti che potenzialmente era forse in ogni soldato sorpreso dall’armistizio in terra straniera. E fu questo un grande merito degli albanesi, una prova di sensibilità politica. […] Il battaglione “Gramsci” ebbe una sua accentuata caratterizzazione politica che ne fece l’espressione più avanzata dell’antifascismo che era esploso tra i soldati italiani. Lo stesso nome che l’unità aveva assunto era un simbolo che rappresentava un legame sia con l’antifascismo militante italiano sia con il carattere preminentemente comunista del Governo di Liberazione nazionale» (p. 190 e 197).

 

Bartolini descrive non pochi episodi di eroismo partigiano degli italiani, affermando che:

«Una valutazione dell’apporto italiano alla Resistenza in Albania […] sarebbe incompleta se si considerassero soltanto i reparti organicamente costituiti senza ricordare anche i moltissimi ufficiali e soldati che isolatamente o a gruppi combatterono inquadrati in reparti albanesi. […] Mario Palermo, recatosi in Albania nel marzo 1945 in rappresentanza del Governo italiano, sulla base di dati raccolti nei suoi molti contatti ufficiali in una sua relazione diede queste cifre: 2.000 partigiani combattenti inquadrati in unità italiane; 10.000 militari sparsi nel Paese in reparti albanesi e in località montane controllate da Comandi partigiani; 8.000 civili, in genere lavoratori al servizio di ditte e imprese italiane impiantate in Albania fin dal 1939» (p. 194).

 

Molti dei partigiani che parteciparono al Battaglione prima e alla Divisione “Gramsci” erano pugliesi. Questi i dati: dei 1776 partigiani della “Gramsci” censiti, 206 erano pugliesi, di cui 78 baresi, 17 brindisini, 34 foggiani, 60 leccesi, 17 tarantini. Questi i nomi dei leccesi: BENTIVEGNA Antonio, CALAMAIO Francesco, CALI’ Salvatore, CALO’ Giuseppe, CALOSSO Vittorio, CARDOSI Aldo, CARROZZO salvatore, CASSILI Oronzo, CASSIGLI, Oronzo, CATINO Francesco, CISTERNINO Pantaleo, CIULLO Domenico, CONTE Salvatore, CONTE Santo, CUNA Pantaleo, DECIMO Angelo, DE LORENZI Vito, DE LORENZIS Guido, DEMETRIO Giovanni, DE PASCA Filomeno, DE SANTIS Ippazio, DONATEI Antonio, FALCONIERI Egidio, FINA Salvatore, FIORE Annunziata, FRISENDA Salvatore, GABBALLO Paolino, GARRAPA Luigi, GHETTA Pompeo, GRECO Donato, IANNE Giuseppe, MACARATO Antonio, MARCHI Vito, MARGARITO Antonio, MICELI Oronzo, PACELLA Salvatore, PALADINI Antonio, PALMENTE Antonio, PASCA Arturo, PERSANO Rocco, PICCINNI Carmine, PISCOPO Pantaleo, PROTOPAPA Cosimo, PROVENZANO Gino, PUROSO Luigi, RIA Rosario, RIZZO Antonio, RUBINO Antonio, RUSSO Cosimo, SALVATORE Rocco, SCAPPALDI Romolo, SCHITO Vito, SERRA Nicola, SERGI Luigi, SERGIO Oronzo, SPENGA Antonio, TOTARO Francesco, TORALDO Pasquale, TURE Donato.

 

Fra tutti i nomi spicca quello della giovane partigiana Annunziata Fiore, nata nel 1930 a Lauro di Nola (Avellino) e poi con la famiglia trasferitasi a Lecce. Il suo commissario politico, Bruno Brunetti, così la ricorda:

«Figlia minore di una famiglia di contadini poveri della provincia di Lecce. La famiglia Fiore fu mandata in Albania in quegli anni in cui il fascismo intendeva risolvere la miseria dei braccianti agricoli, costretti a vivere con salari di fame in cambio di innumerevoli ore di lavoro stagionale […] In Albania la famiglia Fiore ebbe un appezzamento di terreno da coltivare in cambio dell’assoluta fedeltà al fascismo, come colonizzatori e messaggeri di “civiltà romana”. I Fiore furono indubbiamente dei bravi coloni, ma una volta a contatto di quelle popolazioni semplici e generose, nacque un sincero affetto verso quella gente che essi avrebbero dovuto colonizzare e sottomettere al fascismo./ Come la grande maggioranza degli italiani, i Fiore dovettero fare, giocoforza, buon viso e cattiva sorte, mentre nella loro coscienza di persone oneste si faceva strada la grande speranza della libertà dei popoli./ Con la capitolazione dell’Esercito italiano, essi imboccarono la strada che rappresentava la realizzazione dei loro intimi desideri e si prodigarono in mille maniere per aiutare i connazionali mitari che non vollero più combattere a fianco dei nazifascisti e con maggiore entusiasmo quelli che volontariamente combattevano nell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese. / ANNUNZIATA FIORE, ancora poco che tredicenne, volle combattere con le armi alla mano il fascismo che aveva imparato ad odiare dai genitori, per aver loro negato un lavoro nel loro paese natale. Si arruolò nella prima Brigata d’Assalto, con la quale prese parte ai combattimenti per la liberazione di Tirana. Durante le operazioni militari nella provincia di Scutari per la liberazione totale del paese, Annunziata venne ferita in combattimento e trasportata all’ospedale di Tirana per esservi curata. Dimessa dall’ospedale completamente guarita, dopo una convalescenza di alcune settimane, rientrò al suo reparto, da dove venne trasferita a Miloti dove era il comando del Battaglione “Gramsci” che si stava trasformando in Brigata».

Personalmente ho conosciuto, negli anni ’80, la sorella di Annunziata, Giuseppina Fiore e il marito Vittorio Colosso, di Gallipoli, quest’ultimo partigiano anche lui in Albania. Giuseppina mi disse che lei ricordava due azioni di combattimento della sorella: La prima fu l’assalto con conseguente distruzione del deposito carburanti Agip di Tirana, dentro al quale i nazisti avevano rinchiuso dei prigionieri sovietici. La seconda azione fu invece l’annientamento della guarnigione nazista alla Radio-trasmittente di Tirana. In questo secondo attacco, Annunziata Fiore svolse un ruolo di primo piano perché conosceva bene la zona per averci abitato durante l’infanzia.

 

La guerra di liberazione nazionale albanese è costata molte perdite. Su un popolo di appena 800 mila persone vi furono: «28.000 combattenti e civili uccisi, 12.600 invalidi, 62.475 case incendiate, migliaia di capi di bestiame abbattuti, l’agricoltura devastata, la maggior parte dei ponti, centrali elettriche, miniere e tutti i porti incendiati o distrutti». I nazifascisti però non uscirono indenni. L’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese «inflisse ai fascisti italiani e ai nazisti tedeschi delle perdite considerevoli: 26.594 morti, 21.245 feriti, 20.800 prigionieri, 5 aerei abbattuti, 4.000 cannoni, mortai e mitragliatrici presi, 216 depositi di materiale bellico distrutti».

A fine guerra, il comandante in capo dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese, Enver Hoxha, inviò ai partigiani italiani il seguente testo:

«Comandanti commissari e partigiani!/ La vostra divisione si allontana dalla terra Albanese, nella quale è stata creata, ha combattuto, si è rafforzata./ Sono passati 20 mesi da quando l’Italia fascista ha capitolato, da quando voi soldati italiani vi siete trovati abbandonati in terra straniera, dove i fascisti vi avevano trascinati contro la vostra volontà per opprimere i popoli ed imporre loro la schiavitù./ Il fascismo, crudele nemico dei popoli, è insieme anche vostro nemico. Il fascismo non era morto e per gli italiani era necessario entrare nella strada dei popoli amanti della libertà per continuare la guerra contro il fascismo./ Un grande numero di soldati italiani in Albania videro chiaramente l’abisso dove venivano condotti dai capi fascisti, e animati dalla volontà di vendicarsi contro il fascismo, entrarono nelle file dei partigiani albanesi./ A fianco della Prima Brigata d’Assalto venne creato un battaglione di partigiani italiani il quale venne battezzato col nome “Antonio Gramsci”./ Da quel giorno il battaglione, con tutta la fiducia dei dirigenti dell’Esercito Nazionale di Liberazione Albanese, iniziò la vita di lotta contro i tedeschi. Nella guerra a fianco dei partigiani albanesi un grande numero di partigiani italiani hanno versato il loro sangue./ Ispirati dall’ideale santo della libertà, dai sentimenti di odio e di vendetta contro il fascismo, cadde alla testa del suo battaglione in un’aspra mischia contro i traditori nazisti il coraggioso comandante Tersilio Cardinali./ A fianco dei partigiani albanesi in Berat, Skrapar, Tomorice, Gore, Opar, Mocher, Dumre, Sulive, Cermeniche, Dibra, Mart e Tirana, i partigiani della “Antonio Gramsci” hanno dato prova di coraggio nella lotta contro il fascismo./ Nella loro guerra i partigiani italiani hanno mostrato al mondo che il fascismo è il loro nemico. Con la guerra e il sangue è stata creata la fratellanza dei partigiani italiani ed albanesi./ Il battaglione “Antonio Gramsci” rimarrà eterno nella storia del popolo italiano, così come rimarrà eterno nel cuore dei compagni di lotta albanesi./ Il battaglione Gramsci ricorderà a noi ed a voi la vera fratellanza di due popoli, fratellanza nata dalla guerra contro il fascismo./ Con l’unità di tutti i partigiani italiani che hanno combattuto a fianco dei combattenti albanesi, il battaglione è arrivato a formare la divisione “Antonio Gramsci”./ Comandanti, commissari, partigiani!/ Voi andrete nella vostra terra, dove darete ovunque esempio di sacrificio, di abnegazione, dove vi ispirerete sempre ai sentimenti della vera libertà del popolo italiano./ Siate orgogliosi e salvaguardate il nome che ricorda i vostri sacrifici e il vostro sangue, adempite con zelo i doveri che vi affiderà il popolo italiano, così come l’hanno compiuto i vostri compagni che hanno dato la vita, continuate fino in fondo la guerra contro i residui del fascismo./ Voi sarete sempre nel fronte della lotta per la difesa degli interessi del popolo italiano./ Innalzate quanto più alto il nome della vostra divisione “Antonio Gramsci”» (da “Liri Popullit”, pp. 180-181).


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