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Programma febbraio 2021
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Per Gaetano Minafra PDF Stampa E-mail
Arte
Sabato 10 Maggio 2014 16:22

…..al Salento


Per una corretta lettura della serie di opere, tutte realizzate tra il 2011 e il 2014, che il maestro Gaetano  MINAFRA ha inteso  presentare al pubblico in questa sua personale leccese, bisogna cercare di assumere, almeno per  un istante, il medesimo atteggiamento mentale che l'artista ha impegnato nel corso del processo creativo.

Per la verità, semplici e intuibili appaiono i quattro cardini principali che devono aver guidato l'artista dapprima nell'intento, poi nella realizzazione delle opere, e che si basano essenzialmente su procedimenti di osservazione, ammirazione,  meditazione, dedizione.

Già il titolo tradisce l'attenzione dell'artista verso il suo territorio e svela tutta la profondità del legame, tenuto sopito fino alla rivelazione conclusiva a se stesso e agli altri. Un titolo allusivo che l'artista ha lasciato  incompleto, certo volutamente, allo scopo di suggerire in modo discreto le sue molteplici e intime disposizioni d'animo nel guardare con attenzione al proprio territorio d'origine, quasi con riconoscenza, per aver goduto del privilegio di  trarre  dalla sua  intrinseca bellezza   tante emozioni, sì da sfociare in una dedica sincera quanto accorata.

Dal punto di vista stilistico e tecnico le opere che l'artista presenta si distinguono in maniera abbastanza evidente dalla produzione antecedente, in cui si coglieva senza dubbio una particolare cura per il il tratto grafico, delineato con l'intenzione di perseguire una certa caratterizzazione del personaggio e, con essa, un'immediata leggibilità della sua psicologia e del suo stato d'animo.

A dire il vero, nella parte più recente di questa produzione “precedente” iniziavano ad affiorare già dei simboli iconografici e dei  riferimenti materici, anche se relegati ad una funzione di inquadramento  del campo pittorico, quasi a guisa di passepartout, realizzato grazie all'applicazione di merletti. Ma  ad interessarci di più è il fatto che, da una predilezione grafica iniziale, l'artista abbia ora spostato decisamente il suo campo di ricerca verso un ambito polimaterico, dove, grazie alla tecnica dell'assemblaggio, che fu già dei dadaisti, dei nouveaux-réalistes, nonché di alcuni artisti concettuali attivi particolarmente negli anni sessanta e settanta, sembrano trovare una sublimazione artistica gli oggetti più disparati: frammenti di legno consunti dal tempo e dagli agenti atmosferici (Oltre il tempo, Passato e presente , Campagna-poesia dell'anima), piccoli sassi applicati direttamente sulla tela e sospesi in senso antigravitazionale (Luce nella notte, Mistero) e, ancora, pezzi di plastica rifrangenti, vetri (Magie di una notte d'estate, Cielo, mare, terra, Scenari magici), lembi di stoffa, fili di spago e di cotone, deteriorati anch'essi, a volte rapportati alle fibre vegetali disidratate del fico d'India (Casa rurale, Oltre il buio, Tramonto, Fico d'India), pianta che sembra affascinare alquanto l'artista; fino al recupero del vero e proprio objet trouvé, come il bottone o la spilla di metallo o di stoffa, spesso a motivo zoomorfo in cui ricorrono farfalle e coleotteri (Farfalla in amore, Nostalgia). E quando queste applicazioni riproducono il ragno o la civetta (Note d'estate, Giardino dei sensi, Incertezze e speranze, Dalla mia finestra), inequivocabile appare il riferimento alla propria città natale, Galatina, dal momento che la simbologia tradizionale collega culturalmente il primo agli antichi riti dei tarantolati, in atto nella cittadina salentina durante le festività dei S.S Pietro e Paolo, e la seconda al suo stemma civico.

Soffermandoci su questi ultimi aspetti,  appare non di secondaria importanza nella ricerca di Minafra il ri-affioramento,  prorompente e incontenibile, di un interesse di tipo antropologico,   della cui emersione,  atavica e ancestrale, non sono di certo estranee  le sue radici galatinesi. La ricorrenza del simbolo della tarantola in una serie di opere è probabilmente legata ad una finalità  apotropaica, quasi taumaturgica, come se il nostro intendesse aggiungere alla musica, alla danza, alla psicologia e, naturalmente, alla fede religiosa anche l'arte tra le pratiche in grado di liberare dalle conseguenze devastanti del morso del ragno,

Non manca, insistendo sull'argomento del tarantismo, una vena ironica nell'atteggiamento di Minafra, come nell'opera Frammenti pubblicitari, in cui l'artista ricorre alle applicazioni di lattine di birra e altre bevande di marca per sottolineare la speculazione consumistica che si continua a perpetrare attorno ad un fenomeno che richiederebbe ben altre attenzioni e studi  sotto il profilo antropologico-culturale. Solo in quest'opera, a dire il vero, sussistono larvati quanto inevitabili richiami all'esaltazione della griffe operata dalla pop-art, mentre in innumerevoli altre opere appaiono preponderanti gli aspetti antropologici, presi a prestito addirittura dalla paleontologia e dall'archeologia, come nel caso dei segni grafici richiamanti i graffiti e le incisioni rupestri di  mandrie in movimento (Pensieri, Nostalgia), riferimento indiretto alla Grotta dei cervi di Porto Badisco, del fossile di una farfalla incastonato in una scheggia di pietra (Natura meravigliosa) o, ancora, dei segni di un alfabeto arcaico impressi su scagliette di pietra (Fascino arcaico), assimilabili alle antiche iscrizioni messapiche.

E' chiara, in questi esempi, l'evocazione  di un ritorno alle origini, sorretta da  una riflessione quasi nostalgica e suggerita all'artista da un'attenta osservazione della storia più antica del nostro territorio.

Il lento passaggio del tempo è messo in evidenza in maniera interessante dal confronto di diversi gradi di consunzione delle ramificazioni del fico d'India, metafora dei diversi passaggi di crescita dell'individuo.

Al di là di queste opere a più netto significato antropologico,  altre opere sono dotate di un lirismo descrittivo volto ad un'esaltazione più esplicita della bellezza della natura e del territorio salentino. In questo caso, ferma restando la presenza dei piccoli oggetti reali, dotati di un proprio vissuto quotidiano,  l'intento dell'artista è quello di soffermarsi sull'osservazione reale o mentale, a volte sognante ed estatica, del tramonto, della notte salentina, della campagna, del mare.

Anche i titoli di questo genere di opere rivelano come lo spostamento del campo di osservazione operato dall'artista sia in effetti uno spostamento di stato d'animo, che dall'oggetto viene deviato verso il soggetto. In pratica, mentre con la serie antecedente di opere,  avente come tema la figura femminile, il volto di bambini o i  ritratti di artisti galatinesi del passato, la volontà di Minafra era quella di mettere in risalto lo stato d'animo dell'uomo colto in quel particolare attimo, con le opere di oggi l'artista cerca di trasmettere quello che è invece il proprio stato d'animo, la propria disposizione emozionale.

E per attuare pienamente questo procedimento di transfer emotivo l'artista si giova dell'esaltazione del colore, del rosa, dell'azzurro, per lo più, che colpisce a volte per la sua vivacità e irruenza, ma che è di indiscutibile  efficacia per rappresentare la limpidezza e la luminosità del cielo salentino, la trasparenza dei mari e dei fondali del Mediterraneo, dalle cui profondità  pietre triangolari emergono in superficie per  tramutarsi in vele leggere lungo l'orizzonte. Così le plastiche e i vetri iridescenti hanno una valenza polifunzionale nell'essere interpretabili soggettivamente alle volte come stelle della via lattea nella notte di S.Lorenzo,  in altre occasioni come riflessi dei raggi del sole sulle onde del mare. Non mancano i toni cangianti ocra o verdi tipici dei campi e degli ulivi, come anche le tonalità pastello delle facciate delle cittadine costiere, ancora pitturate a tempera e calce.

Lirismo, quindi, un po' nostalgico, come tutte le riflessioni che emergono nella stagione matura dell'esistenza umana, ma che sorprende per le impennate di vivacità, vena ottimistica e gioia di vivere, sentimenti per i quali  Minafra opta decisamente, in alternativa al ripiegamento malinconico, e  con i quali non può che contagiare anche il fruitore.

 


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