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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 126 - (21 maggio 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Mercoledì 21 Maggio 2014 16:13

Che cosa accadrebbe se abbandonassimo l'euro

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 21 maggio 2014]

 

Uno dei principali argomenti utilizzati dai sostenitori della fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’Unione Monetaria Europea è che, così facendo, si recupererebbe sovranità monetaria e si riprenderebbe un percorso di crescita guidato dalle esportazioni mediante la svalutazione del tasso di cambio. Si aggiunge che l’abbandono dell’euro si assocerebbe all’attuazione di politiche fiscali espansive, ovvero all’abbandono delle misure di austerità, consentendo misure di ridistribuzione del reddito. Nel primo caso, è stato fatto osservare che la svalutazione del tasso di cambio ha effetti inflazionistici, derivanti dall’aumento dei prezzi dei beni importati, con conseguente riduzione dei salari reali, così che l’abbandono dell’euro potrebbe avere effetti di segno negativo sulla distribuzione del reddito, a meno di non (re)introdurre meccanismi di indicizzazione dei salari nominali ai prezzi.

In merito al secondo argomento, occorre preliminarmente sgombrare il campo da un duplice equivoco. Il primo: la recessione italiana dipende dai vincoli imposti dall’Unione Monetaria Europea e dalle politiche di austerità imposte dalla Germania. Secondo: nel caso di uscita unilaterale dell’Italia dall’UME, vi sarebbe spazio per l’attuazione di politiche fiscali espansive.

Il primo equivoco nasce dal fatto che il c.d. declino italiano data ben prima dell’ingresso nell’UME ed è sostanzialmente imputabile all’assenza di politiche industriali e, dunque, alla progressiva desertificazione produttiva della nostra economia. La retorica del “piccolo è bello” ha giocato un ruolo rilevante nel preservare il ‘nanismo’ imprenditoriale italiano, che è il primo fattore che spiega la scarsa propensione all’innovazione delle nostre imprese. E, d’altra parte, i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno accettato i vincoli europei senza minima opposizione, talvolta con favore: l’esperienza del Governo Monti, in tal senso, è emblematica. Il secondo equivoco nasce da un’interpretazione – fuorviante – del funzionamento della politica economica basata su (presunti) automatismi, per la quale l’”exit” porterebbe pressoché automaticamente a una radicale revisione delle politiche economiche in Italia. E’ ovvio, per contro, che nulla assicura che ciò accada, peraltro in uno scenario del tutto imprevedibile, e cioè che nulla assicura che l’abbandono della moneta unica si associ a scelte di politica economica che vadano in direzione contraria a quelle ora dominanti.

Si può anche considerare che l’abbandono dell’euro da parte italiana non avrebbe effetti sull’economia “reale”, lasciando inalterata una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale. E, d’altra parte, il capitale tedesco non ha molto da perdere dal ritorno al marco, anche nella peggiore delle ipotesi, ovvero anche se gli altri Paesi europei dovessero mettere in atto misure protezionistiche. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che una quota consistente delle esportazioni tedesche è già indirizzata altrove: la quota delle esportazioni tedesche intra-UE si è ridotta negli ultimi anni, a vantaggio di altre aree, Cina in primis. Stando così le cose, e considerando gli elevati margini di incertezza che aleggiano sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea, si può ragionevolmente ritenere che la tenuta dell’Unione dipende, in larga misura, dalla capacità dell’industria tedesca di accrescere ulteriormente la propria quota di esportazioni in Paesi extra-UE, e che è semmai la Germania, non l’Italia, a poter ottenere i maggiori vantaggi dall’abbandono dell’euro. Se si accetta questa analisi, occorre semmai riformare radicalmente l’assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea e gli orientamenti di politica economica dominanti negli ultimi anni.

Con ogni evidenza, gli scenari economici e politici che si produrrebbero in caso di un ritorno alla Lira sono del tutto imprevedibili, e lo studio di ciò che è accaduto in casi passati di break-up di unioni monetarie può aiutare, ma ovviamente non è dirimente, se non altro perché – soprattutto perché i casi di unioni monetarie sono stati molto rari e con proprie specificità – è pressoché impossibile rinvenire regolarità storiche. Neppure aiuta calcolare i costi associati alla permanenza dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea, giacché si rischia di identificare l’adozione della moneta comune con l’attuazione di linee di politica economica che non discendono in quanto tali dall’unificazione monetaria.

E, tuttavia, è possibile proporre alcune congetture sugli eventuali effetti redistributivi derivanti da questa scelta. Partiamo da un dato. I tassi di interesse sui titoli del debito pubblico si sono ridotti a seguito dell’adozione della moneta unica. Lo spread fra titoli di stato italiani e tedeschi, a fine anni novanta, era in media intorno ai 500 punti, a fronte dei circa 150 punti base della prima metà del 2014. Anche i sostenitori della convenienza dell’uscita dall’euro riconoscono che il ritorno alla Lira genererebbe un’impennata dei tassi di interesse. Il che – a parità di altre condizioni – accrescerebbe il debito pubblico, avendo come conseguenza, nell’impossibilità di monetizzarlo (a meno di non immaginare un nuovo “matrimonio” fra Tesoro e Banca d’Italia), un ulteriore aumento della pressione fiscale. E poiché (anche in questo caso) non vi è alcun automatismo che stabilisca che l’uscita dall’euro segni un plebiscito per forze politiche con un indirizzo di policy fortemente redistributivo, non vi è alcun automatismo che ci consente di dedurre che l’accresciuto carico fiscale vada a gravare sulle fasce di reddito più alte. Potrebbe, per contro, accadere che l’abbandono dell’euro peggiori ulteriormente la distribuzione del reddito.


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