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Osservazioni sull’indipendenza PDF Stampa E-mail
Letteratura
Sabato 16 Agosto 2014 10:13

Influenza del pensiero scientifico sulla letteratura moderna e contemporanea: appunti.

 

["Prometeo" anno 32, numero 126 del giugno 2014, pp. 22-33].

 

In un contributo al Boston Colloquium on Philosophy of Science del 1964/66, organizzato dal 1960 da Robert S. Cohen e Marx W. Wartofsky nel Center for Philosophy and History of Science della Boston University, ove è ancora attivo, nonostante Wartofsky sia scomparso nel 1997 e Cohen sia in pensione, Paul Karl Feyerabend discusse la questione della richiesta di indipendenza delle varie discipline. Erano passati pochi anni dalla lamentazione di Charles Percy Snow sulla distanza tra quelle che chiamava due culture, quella scientifica e quella umanistica. La posizione era stata espressa nella Rede Lecture che Snow era stato chiamato a tenere il 7 maggio 1959. Si trattava della conferenza pubblica annuale che l’Università di Cambridge dedica a Sir Robert Rede, una tradizione che risale al Seicento e che dopo una breve interruzione dal 1854 al 1857 è stata ripresa, trasformando l’iniziale cadenza biennale in quella attuale. In un certo senso Snow manifestava il desiderio (una sorta di speranza per il futuro) che uno scienziato avesse una percezione non banale della letteratura e viceversa un letterato avesse elementi non solo di natura divulgativa di concetti basilari in varie porzioni della scienza. Sosteneva, infatti, come il rifiuto del dialogo tra gli studiosi fosse un male per la società. Sviluppare un dialogo cercando basi e linguaggi che possano avere e riconoscere intersezioni sembrava a Snow uno strumento per affrontare e risolvere questioni essenziali per l’essere umano. La posizione era anti-luddista e anche, al contrario, per così dire anti-meccanicista, e conteneva una critica al sistema educativo inglese che, secondo Snow, dava al tempo più attenzione agli aspetti umanistici. La distinzione sia pure piuttosto grossolana tra la cultura umanistica e quella scientifica e il desiderio di qualche forma di commistione tra loro avevano dato luogo a un dibattito piuttosto acceso e ampio (si vedano le osservazioni critiche di Markl, 1994, in proposito). Nella Richmond Lecture del 1962, tenuta nel Downing College dell’Università di Cambridge, Frank Raymond Leavis portò un violento attacco alle posizioni di Snow con toni offensivi (un’edizione critica dell’attacco di Leavis a Snow è stata curata da Stefan Collini; si veda Leavis, 2013). Leavis era un critico letterario più incline – o forse è meglio dire notevolmente incline – a un orgoglioso ignoramus riguardo alle questioni scientifiche, un atteggiamento che richiama la discussione tra Benedetto Croce e Federico Enriques il 6 aprile 1911 nel congresso della Società Filosofica Italiana, quella in cui il primo dei contendenti cercava di rilegare il discorso scientifico a questioni minute, correlate con l’utilità tecnica, più che con quelle connesse alla descrizione e della struttura di ciò che ci pare essere il mondo. L’astio che emergeva dal discorso di Leavis, un esempio di critica inefficace per la sua scompostezza, finiva per allontanare l’attenzione da questioni che invece potevano forse dar luogo ad articolate e successive analisi e semmai attirava interesse piuttosto che distruggere. La Rede Lecture ebbe eco. Snow stesso ampliò e approfondì la sua riflessione in un libro successivo (Snow, 1964).

Questo era un po’ il clima sulla questione dell’indipendenza quando Feyerabend l’affrontò nel suo intervento al seminario di Boston, lungo quella strada che lo avrebbe portato qualche anno dopo a riunire e connettere una serie di suoi articoli in Against Method (Contro il metodo), del 1975, un testo fondamentale della filosofia della scienza (si veda l’edizione italiana del 2008).

Nelle note che si riferiscono al suo intervento a Boston, Feyerabend inizia ricordando che “la specializzazione è stata sempre una marcata caratteristica delle culture altamente sviluppate. Ma uno specialista del passato era cosciente della necessità di mettere in relazione i propri risultati con principi più generali ed era disponibile a prendere in considerazione una critica che mettesse in discussione il valore globale della sua ricerca, mentre ora la pratica della specializzazione è rinforzata aggiungendole una richiesta di autonomia. Non solo siamo in presenza di differenti campi del sapere, ma ognuno di questi è ansioso di difendere i propri confini e si oppone a qualsiasi interferenza dall’esterno. […] Naturalmente non tutti insistono così sull’autonomia, ma stiamo parlando di tendenze, che si sono assai rinforzate negli ultimi due o tre secoli e che hanno contribuito in maniera decisiva alla formazione di quelle istituzioni che hanno con continuità sostenuto l’esistenza della nostra cultura” (Feyerabend, 2012, p. 19).

L’argomento che è istintivamente usato a favore della richiesta di autonomia è che l’estensione e la complessità delle varie discipline richiede un’estesa dedizione da parte di chi si addentra in qualche ambito e desidera averne un controllo non banale che gli permetta di fare nuove scoperte. Non c’è tempo per tutto, si dice, ed è vero, ma qui non si sta parlando di tutto, piuttosto di evitare la chiusura esclusiva, una specie d’integralismo della specializzazione. Quando emerge quest’argomento, serve spesso a poco ricordare che passi avanti rilevanti nella conoscenza umana hanno beneficiato dell’apporto di nozioni e di suggestioni provenienti da settori spesso apparentemente distanti – gli esempi non sono pochi.  Chi usa l’argomento della vastità e del tempo per giustificare il proprio distogliere lo sguardo da ciò che non sia la sua disciplina o più frequentemente da uno specifico sotto-settore di essa, cosa che è ancor più grave, non disconosce di certo la storia delle scoperte ma lascia implicitamente quel modo d’agire ampio a poche persone, eccezioni che sente lontane da sé, preferendo rimanere ancorato al campo che frequenta fin dai suoi primi passi nella ricerca. Non si tratta solo dell’istinto che tende a cercare almeno di conservare la posizione acquisita e soprattutto a non disconoscere i mezzi con cui lo è stata – quest’ultimo aspetto è talvolta fonte di meschinità. Vi è anche un fattore psicologico che è associato alla percezione di sé: il timore di non essere capaci di acquisire nuove conoscenze con vigore paragonabile a quelle che già si possiedono ed è questo anche il timore della stanchezza, ed è questo, infine, il timore per una possibile perdita d’influenza, di quell’effimero potere che lo studioso sente di avere. Forse è proprio quest’aspetto che rese la critica di Leavis a Snow inutilmente virulenta e rancorosa. Il fenomeno ha una frequenza piuttosto alta negli ambienti intellettuali ed è facilmente riconoscibile.

Un argomento più generale a supporto dell’indipendenza è che quest’ultima implica una maggiore libertà per il singolo studioso, indipendentemente dalle discipline coinvolte. Eppure, “far riferimento ad una supposta maggior libertà dei singoli campi nasconde in realtà la non diminuita schiavitù degli individui che in essi si muovono. Un individuo che lavora in un certo campo è soggetto a molte restrizioni. […] Così, ad esempio, il fisico medio molto difficilmente metterà in discussione le teorie di base utilizzate nel suo particolare settore di ricerca, ma le darà per buone. Non ha tempo per sottoporle ad esame se vuole risolvere con successo i problemi concreti di calcolo e di progettazione che sorgono nel loro utilizzo. Tuttavia egli potrebbe assumere un atteggiamento più rilassato: potrebbe concedersi un po’ di tempo e unirsi a coloro che sono impegnati nella critica ai fondamenti. Perciò il fatto che egli le dia per buone non limita la sua libertà” (Feyerabend, 2012, pp. 20-21).

L’indipendenza genera ambienti chiusi che si considerano autosufficienti. Voler aderire a tali settori vuol dire in sostanza farsi cooptare – ciò non dipende dalle regole che l’eventuale azione del legislatore pone nella gestione delle strutture accademiche perché le procedure di valutazione non riescono a non essere autoreferenziali. Per ottenere la cooptazione la strada più semplice è quella di farsi accettare aderendo al punto di vista, alle regole non scritte, ai rituali della tribù. Ciò origina l’atteggiamento acritico, essenzialmente supino, di cui parla Feyerabend, quella che chiama, in un certo senso iperbolicamente, schiavitù, intendendola di tipo intellettuale. L’attenzione di Feyerabend è soprattutto alla fisica e in particolare alla sua natura di disciplina basata sull’esperienza. “Nel Medioevo e nell’opera di Aristotele la domanda «Perché l’esperienza?» riceveva una risposta. Non intendo neppure per un momento affermare che la risposta fosse del tutto corretta. Era tuttavia un passo nella giusta direzione e mostrava che le limitazioni alla ricerca che inceppano il ricercatore d’oggi non inceppavano il pensatore medioevale. La richiesta di autonomia e la corrispondente richiesta di escludere ogni metafisica – una richiesta che suona così moderna, e così progressiva – chiude la porta a questioni del genere ed elimina qualsiasi possibilità di fornire una risposta, magari sbagliata. Questo è il primo svantaggio dell’autonomia. C’è poi una seconda ragione per la quale la richiesta di autonomia non può essere accettata senza una critica: l’autonomia, se portata consistentemente avanti, non ci mette in grado di esaminare il valore complessivo di un oggetto di studio. Un tale esame infatti presuppone princìpi che trascendono qualsiasi particolare settore” (Feyerabend, 2012, p. 22).

La questione sottesa è il modo di considerare l’approccio alla descrizione della natura. Le distinzioni che portano a richieste d’indipendenza nascono proprio dalla storia dei modi seguiti dagli esseri umani per investigare i segreti della natura: l’approccio prometeico e quello orfico, nella terminologia di Pierre Hadot, l’uno meccanicistico, l’altro “che punta a scoprire i segreti della natura limitandosi alla percezione, senza l’aiuto di strumenti tecnici, utilizzando solo le risorse del discorso filosofico e poetico o quelle dell’arte pittorica” (Hadot, 2006, p. 151). Le vicende storiche indicano che “le due tradizioni si incrociano e completano a vicenda. Quest’influenza reciproca affiora già nel Timeo di Platone, per precisarsi meglio nelle ricerche sulla natura di uno stoico come Seneca e imporsi con evidenza sempre maggiore negli ingegneri e artisti del Rinascimento come Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer. È del resto un’influenza che continua a farsi sentire anche ai giorni nostri, che si tratti della visione matematica della natura, oppure della definizione di «massime» o di leggi fondamentali del comportamento e del movimento della natura” (Hadot, 2006, p. 151).

Non è tanto cruciale, forse, guardare all’atteggiamento personale dei singoli operatori o delle istituzioni educative, quanto riconoscere se e per quale motivo le varie discipline del sapere condividano aspetti di fondamento, nonostante le diversità di obiettivi, di linguaggi, di modi d’operare. E mi riferisco soprattutto a quelle in cui gli aspetti creativi hanno un ruolo prominente. Un tale tipo di analisi può forse fornire una prospettiva differente dal modo con cui Snow affrontava la questione e dalla discussione che aveva coinvolto in precedenza Croce ed Enriques.

La questione essenziale è, mi pare, che scienza e letteratura, così come le arti figurative e la musica, sono discorsi sul mondo. Ed è proprio perché tutte queste forme di narrazione hanno origine negli esseri umani che esse condividono aspetti comuni nei loro fondamenti.

Non discuto qui quale di tali discorsi sia più appropriato allo scopo di un processo di conoscenza. Comunque sia essi sono rappresentazioni che hanno in vario grado una natura sperimentale e una congetturale.

Pierre-Gilles De Gennes, premio Nobel nel 1991 “per aver scoperto che i metodi sviluppati per lo studio di ordinari fenomeni in sistemi semplici possono essere generalizzati a forme più complesse di materia, in particolare a cristalli liquidi e polimeri”, cito dalla motivazione ufficiale, così annotava su Le Monde del 23 ottobre 2002: “Alcuni filosofi raffigurano i ricercatori come uomini che stabiliscono una verità. Molti di noi però non si riconoscono completamente in questo schema. I ricercatori del nostro tempo non pretendono mai di costruire una verità ultima. Noi costruiamo soltanto, con molte esitazioni e goffaggini, una descrizione approssimativa della natura.”

D’altra parte, il tema dell’attività conoscitiva del mondo come discorso sulla natura è antico. “Ecco perché il Timeo si presenta come una poiesis, cioè come un discorso e pure come un poema, come un gioco artistico che imita il gioco artistico di quel poeta dell’universo che è la divinità. […] C’imbattiamo qui per la prima volta in un tema che giocherà un ruolo importante nel nostro racconto, il tema dell’opera d’arte, discorso o poema, che è una forma di conoscenza della Natura – una conoscenza (connaissance) che, seguendo Paul Claudel, non è altro che una co-nascita (co-naissance), dal momento che l’artista sposa il movimento creatore della Natura e l’evento della nascita dell’opera d’arte è a conti fatti solo un momento dell’evento della nascita della Natura” (Hadot, 2006, p. 152).

È su queste basi che si può porre la questione dell’influenza del pensiero scientifico sulla letteratura moderna e contemporanea, e forse inquisire in che senso ci si possa chiedere se c’è un viceversa.

Non voglio qui riferirmi alla letteratura di genere. Sarebbe istintivo, infatti, pensare alla fantascienza. Se la includessi nel suo complesso nel discorso successivo, però, l’enfasi che in quegli scritti è generalmente data all’influenza della tecnologia sulla trama rischierebbe di allontanare l’attenzione dal tentativo di individuare invece influenze per così dire sotterranee nella letteratura non propriamente di genere. Naturalmente con ciò non voglio escludere (e d’altronde non ci sarebbe ragione di farlo) che tra gli autori di fantascienza ci siano scrittori di livello. Ray Bradbury, Philip Kindred Dick e Roger Zelazny lo sono stati, per fare qualche esempio tra chi non c’è più. Del terzo ricordo l’epica di This Immortal del 1966 (Zelazny, 2007), che trasferisce in un futuro post-atomico il mito di Pan e dei Kallikantzaroi (Kallikantzaroi) con misurato ritmo epico, o il racconto A Rose for Ecclesiastes del 1963 (Una rosa per l’Ecclesiaste, apparso in italiano in varie raccolte e riviste specialistiche). Dick ha invece una più larga fama dovuta all’adattamento cinematografico in Blade Runner del suo Do Androids Dream of Electric Sheep? del 1968 (Dick, 2000) o ad altri adattamenti, quali, ad esempio, Minority Report, tratto dall’omonimo racconto del 1956, Paycheck, che si basa su un altro racconto del 1953, o Total Recall, che ricalca We can remember it for you wholesale, racconto del 1966. È forse bene, però, che la fama cinematografica non faccia dimenticare la struttura letteraria con cui Dick presenta un differente (ucronico) destino della seconda guerra mondiale, in The Man in the High Castle, del 1962 (Dick, 2005), un tema ripreso da Philip Roth in The Plot against America del 2004 (Roth, 2006), o comunque le articolate strutture narrative di altre opere di Dick, quella riflessione sulla realtà e sulla sua dissimulazione, affrontata con un palpabile fondo di disperazione esistenziale, peraltro riconducibile alle vicende biografiche in aggiunta al tentativo di riflessione ontologica a esso correlato. Quando infine si pensa a Bradbury è quasi istintivo citare Farenheit 451 del 1953 (Bradbury, 1999), la descrizione di un futuro distopico dove i libri vengono bruciati perché fonte di possibile spirito critico per il loro stesso essere simboli di conoscenza – un’avversione, si sa, non nuova nelle vicende storiche, talvolta evidente, talaltra sotterranea (al romanzo si è ispirato Fraiçois Truffault per l’omonimo film del 1966). Ed è proprio in quel rogo costante di libri che la lettura di un frammento non ancora lambito dalle fiamme cambia lo sguardo sul mondo del protagonista, un po’ come accade all’uomo della pressa di Bohumil Hrabal nel suo Una solitudine troppo rumorosa del 1965 (Hrabal, 2014). “Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà non so neppure quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io in realtà quando leggo non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.” Così comincia Hrabal. E i temi, si sa, non sono tutto. La letteratura è veicolo di valore estetico attraverso il linguaggio, il ritmo, il suono stesso della frase. In proposito, per Bradbury forse è meglio fare riferimento a qualche sua prova fuori dai confini del genere che generalmente lo riguarda. “Era una mattina tranquilla e la città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che questo era il primo giorno di libertà e di vita, il primo mattino d’estate” (Bradbury, 1985). È questo l’inizio di Dandelion Wine del 1957, il primo volume della trilogia non fantascientifica di Green Town, e serve a riconoscere lo scrittore, dopo essersi assicurati che non sia solo un casuale inizio felice, ma che si riproponga nel seguito, com’è infatti, il prosare ritmico e cadenzato, soprattutto nella scelta degli aggettivi (“il respiro del mondo era lungo, caldo e lento”).

Se si guarda quindi al di fuori del genere, quindi, come qui mi propongo, penso si possano intravedere nella letteratura influenze del pensiero scientifico sui temi, sullo stile, sulla struttura narrativa, e infine influenze per rifiuto.

Per tali forme di influenza la formazione culturale propria del singolo autore ha un ruolo non secondario ma non del tutto decisivo. Ognuno, infatti, scrive attraverso se stesso e se anche le vicende che egli/ella narra sono lontane dalla sua biografia, il punto di vista che ha su di esse dipende strettamente da quello che egli/ella è, dalle sue idiosincrasie, dalle sue simpatie, dalla sua cultura. In ogni caso l’autore emerge dalla sua scrittura, è sempre nel suo scritto. La questione letteraria essenziale, quella collegata con il valore estetico, è la capacità di chi scrive di estrarre da vicende particolari, se siano personali o estranee importa poco, quegli elementi che sono generali e che si riferiscono all’essenza dell’essere umano e del suo vivere, non a un essere umano particolare e alle sue personalissime sensazioni, siano esse angosciose o felici. Non si tratta quindi di ostentare le proprie emozioni o le proprie vicende ma di cogliere – se ci si riesce – ciò che di esse attiene ad aspetti universali della natura umana.

A proposito di vicende personali, l’elenco di poeti e di narratori che ebbero una formazione scientifica non è esiguo in significanza. Gottfried Benn, il poeta della Morgue, per il quale l’atmosfera dei caffè berlinesi fu galeotta con la frizzante e talvolta disperata Else Lasker-Schüler da lui tanto apparentemente lontana, era un medico di formazione. Così era anche Arthur Schnitzler e forse non è del tutto vacuo chiedersi se non risenta proprio di quella formazione medica il tipo di attenzione nel suo teatro a temi che appartengono a quell’ambito cui a quel tempo Freud cercava di dare un’analisi sistematica. Ingegneri erano Fëdor Dostoevskji, Carlo Emilio Gadda, Robert Musil, medico era Alfred Döblin.

Ciò che mi pare invece avere sempre un ruolo decisivo è lo spirito del tempo – lo Zeitgeist per ricorrere alla sintesi che, nello specifico, la lingua tedesca permette – perché è ciò che generalmente si infila sotterraneo tra le righe di un autore e contribuisce anche in maniera determinante alla costruzione di un’opera. Il tempo storico presente è caratterizzato, come quello del secolo ventesimo, da una sempre più alta densità di manifestazioni tecnologiche. Purtuttavia, al di fuori degli ambienti popolati dagli addetti ai lavori, il pensiero scientifico diffuso è precedente a quella stessa tecnologia, proprio per la difficoltà di trasmettere in maniera significativa le speculazioni teoriche di confine che hanno raggiunto la matematica e la fisica, ove qualcuno riesca e abbia interesse nell’impresa. È invece più immediato raccontare quanto emerge dai laboratori di biologia e di chimica, e spesso la narrazione è irragionevolmente enfatica. D’altra parte, ciò che forse importa, non è propriamente il cercare l’influenza di specifiche teorie avanzate sullo spirito del tempo, influenza che si può esercitare attraverso la divulgazione cui è sempre bene guardare con la stessa prudenza che è necessaria nei riguardi di qualsiasi semplificazione acritica così come di qualsiasi complicazione non necessaria, sempre che sia chiaro il senso della necessità ogni volta. È invece quell’indicibile atmosfera che d’un tratto si rende percepibile e scaturisce da varie e inaspettate sorgenti, determinando un modo di pensare, la necessità di una prospettiva sul mondo perfino. È sempre molto difficile prevedere questi fenomeni e comunque dare indicazioni su quali siano le condizioni per cui essi si presentano. Per questo, più che esporre una teoria sistematica dell’influenza a vario grado del pensiero scientifico sulla letteratura moderna e contemporanea è forse più appropriato indicare alcuni esempi che, pur non essendo forse immediatamente evidenti, proprio per questo possono forse essere indicativi in modo più incisivo.

 

Influenza per rifiuto. Per tutti, un esempio d’influenza per rifiuto è espresso da Czeslaw Milosz in La testimonianza della poesia del 1983, un saggio sulla poesia che ha di per sé valore letterario, come tutta la saggistica di Milosz, in fondo. Milosz si oppone all’educazione scientifica perché la vede come limitazione all’immaginazione, alla poesia quindi, e qui è dichiaratamente in accordo con William Blake. “La poesia moderna ha adottato varie tattiche in relazione a questo problema, e forse qualcuno un giorno ne scriverà la storia. Se quel qualcuno fossi io (ma non intendo esserlo),” – ma poi, anche se solo in modo schematico, Milosz tratteggia linee di quella storia a cui si riferisce – “prenderei in esame i programmi scolastici di ciascun decennio, sapendo a priori che vi troverei una dose sempre maggiore di biologia a scapito di materie umanistiche come le lingue o la storia; dopodiché cercherei le possibili correlazioni tra questa educazione improntata alle scienze naturali e la filosofia che trapela dai componimenti poetici. Ho l’impressione che in un simile esperimento la scuola americana e la poesia americana risulterebbero quelle maggiormente plasmate dalle scienze naturali. Ma anche altri paesi non sarebbero molto distanti nella graduatoria. […] La posta in gioco, come aveva ben capito Blake, era la salvezza dell’uomo dalle immagini di un mondo freddo, indifferente, assolutamente «oggettivo», in cui sia bandita la «Divina Immaginazione». […] Mezzo secolo dopo la sua morte proprio la rapida erosione della fede in un mondo diverso da quello soggetto al determinismo matematico si trova al centro dell’opera di Dostoevskji e di Nietzsche. E si delinea perfino la possibilità che l’erosione di tutti i valori che non rientrano nella visione scientifica tocchi l’idea stessa di verità, ossia che i suoi criteri siano riconosciuti validi solo entro un sistema di riferimenti arbitrariamente accettato” (Milosz, 2013, pp. 66 e 71). Nello scrivere queste righe che avrebbero trovato l’approvazione di Croce, presumo, Milosz, che era un magnifico scrittore – scrivo “era” perché oggi egli non c’è più –, dimenticava forse che l’attività dello scienziato è guidata dall’immaginazione. La stessa fisica che il senso comune associa istintivamente all’esperimento ha natura congetturale nel suo sviluppo teorico. Si fanno modelli che sono solo rappresentazioni dei fenomeni. Quelli che hanno maggiore efficacia sono i modelli matematici perché sono al contempo qualitativi e quantitativi. Questi modelli sono quindi alla fine un insieme di relazioni basate su una visione necessariamente incompleta del fenomeno che chi li formula ha osservato. L’analisi di tali relazioni spesso richiede strumenti matematici non banali il cui uso non è sempre “automatico”, anzi necessità l’ausilio dell’immaginazione per superare le difficoltà, generando talvolta perfino l’apertura di nuove e forse più eleganti formulazioni matematiche che possono anche prescindere dal loro interesse fisico.

La questione sollevata da Milosz è per nulla banale – in un certo senso egli si pone in antitesi alle tesi di Snow – ma è forse più intricata di quanto possa apparire al suo primo udirla o leggerla.

 

Influenza sulla struttura narrativa e sullo stile. “Credo nella prosa scarna.” Questo afferma John Mawell Coetzee in un’intervista del 1990 fattagli da David Attwell. “Più scarna di quella praticata da Ford. Una prosa scarna e un mondo scarno, frugale. È un elemento poco attraente del mio carattere che ha esasperato le persone con le quali mi sono trovato a condividere la vita. D’altra parte poco tempo fa leggevo George Bourne sull’Inghilterra rurale precedente al 1914: la parola chiave per Bourne, parola complessa e carica di valori con una lunga storia alle spalle, è parsimonia” (Coetzee, 2011, p. 6). La scelta stilistica dipende anche dal proprio sentire, che determina le propensioni, come quella giovanile di Coetzee per Beckett, la cui analisi stilistica, sviluppata tramite l’uso di programmi computerizzati (dal 1962 al 1965 Coetzee lavorò come programmatore IBM), fu oggetto della sua tesi di dottorato in linguistica a Austin, Texas. Beckett è stato quindi fonte di influenza “con le sue metafore matematiche e le sue ossessioni tecniche” (Coetzee, 2011, p. 8). “Secondo il matematico Richard Dedekind se si riesce a giustificare la segmentazione di partenza di una serie nei sottoinsiemi X e non-X, l’intera struttura matematica seguirà come una gigantesca nota a piè di pagina. Beckett conosce la matematica abbastanza per coglierne la lezione: da un’unica affermazione certa, con un po’ di pazienza e un po’ di impegno, si può dedurre tutto un mondo contingente di biciclette e pastrani” (ib., p. 17). E la prosa scarna, essenziale, è anche quella del testo scientifico. Ma si può parlare di aspetti letterari negli articoli scientifici? Non si tratta di relazioni scritte senza avere un rapporto profondo con il linguaggio, o comunque da chi non si pone questioni letterarie nella prosa? In realtà in genere è così, anche se non sempre – le similitudini, le spiegazioni di un modello possono in casi abbastanza rari essere espresse con una prosa letterariamente non trascurabile. Anche tra gli scienziati c’è chi scrive bene e chi male (c’è anche chi pubblica raccolte di poesie come Philip Holmes), indipendentemente dal contenuto dello scritto. Non è questo, però, il punto focale della faccenda, quanto la necessità di essenzialità che ha, per esempio, l’espressione e la narrazione dei risultati della matematica, quella la cui influenza Coetzee individua in Beckett ma che e riscontrabile anche sul suo stile non solo attraverso Beckett stesso ma per l’avere avuto una formazione matematica e informatica prima che linguistica e letteraria. E questo tipo di influenza si può anche intravedere sulla struttura dell’opera narrativa di Coetzee. L’esempio che mi pare paradigmatico è la decomposizione a tre voci della pagina nel suo Diary of a bad year del 2007 (Coetzee, 2009), che un po’ ricorda la decomposizione in lemmi, note, commenti, teoremi, dimostrazioni della pagina di un articolo di matematica.

A proposito, un altro caso d’indiretta influenza della matematica, o meglio delle modalità di pensiero strutturato che la matematica promuove, credo si possa riscontrare in Italo Calvino, soprattutto nella propensione combinatoria (quasi una fantasmagoria) che emerge ne Il castello dei destini incrociati del 1973, in Se una notte d’inverno un viaggiatore del 1979 o ne Le città invisibili del 1972. Anche qui vi è il retaggio della formazione: il padre agronomo, la madre laureata in matematica e in scienze naturali e infine docente di botanica nell’Università di Cagliari. Per Calvino l’influenza del pensiero scientifico è dichiarata, quasi programmatica, come lo è l’atteggiamento combinatorio. “L'atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono: entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione” scrive in Una pietra sopra, raccolta di articoli del 1980 (si veda l’edizione più recente del 1995) tra i quali uno s’intitola Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio).

Non vi è alcuna dichiarazione analoga a quella di Calvino che si possa attribuire a Herta Müller, almeno a mia conoscenza. Eppure vi è quella prosa essenziale, che quasi scarnifica ciò che descrive. “D’estate i ramoscelli di saggina erano alti e fitti. Sovrastavano la casa con i loro steli. Quando arrivava il vento, non trovava più la fine del giardino. Si smarriva, e quando voleva svincolarsi si spezzava. […] L’orto nel suo vuoto era come una grande cavità. Le scarpe del fabbricante di scope non riuscivano più a trovare l’uscita. Camminando i ginocchi sbattevano l’uno contro l’altro. I piedi inciampavano l’uno nell’altro. Vedeva molte scarpe davanti a lui e non aveva niente da spartire con quelle, e a ogni passo posava a terra scarpe con cui aveva altrettanto poco da spartire. Nessuna di queste molte scarpe era la sua scarpa e nessuna di queste molte gambe era la sua gamba” (Müller, 2013, pp. 68-69). Cito aprendo a caso il suo Niederungen del 1984 per suggerire almeno un’idea. Non è che lo stile essenziale e scarno sia necessariamente sintomo dell’influenza del pensiero scientifico ma non è forse impossibile pensare che i tre anni di lavoro di Herta Müller come traduttrice in una società di ingegneria – quindi a contatto con testi tecnici – abbiano avuto un’influenza. La questione forse sta nel valutare se tale influenza sia stata marginale oppure no. Forse un’influenza si potrebbe rilevare nella propensione alla descrizione di dettaglio ma al contempo essenziale del mondo vegetale, anche se quest’atteggiamento è ancora abbastanza lontano dalla spiccata propensione naturalistica di Wilfrid Georg Sebald che più propriamente sembra ispirato dall’atteggiamento di Humboldt verso l’osservazione della natura. Sebald camminava (anche questa volta il tempo del verbo indica l’assenza, peraltro a soli cinquantasette anni nel 2001) e osservava. Si fermava da qualche parte e scriveva o scattava quelle fotografie in bianco e nero che sono contrappunto alla sua prosa, oppure scriveva dopo il cammino, facendo commistione dei ricordi personali e di quello che emerge dai documenti d’archivio, dalla memoria dei frammenti – una pagina scarabocchiata della propria agenda o il conto di una pizzeria a Verona in Schwindel. Gefüle del 1990 (Sebald, 2003, pp. 61 e 77, rispettivamente) –, da immagini minime ma significative – la rete nel vetro di una finestra d’ospedale o un pennuto che guarda una rete analoga, questa volta di una gabbia in Die Ringe des Saturn del 1995 (Sebald, 2010, pp. 14 e 47, rispettivamente), o in Luftkrieg und Literature del 1999 perfino la spalliera del letto in ordine dei genitori, foto con sveglia e olografia “raffigurante, sullo sfondo dell’orto del Getsemani illuminato dal fievole chiarore della luna, un Cristo di nazarena bellezza immerso nei suoi pensieri la notte che precede la Passione” (Sebald, 2004, pp. 76 e 77). Lì si può vedere l’influenza dell’atteggiamento scientifico. Per il resto la prosa di Sebald è fluviale e le sue diramazioni sono legione, e nel procedere culla chi legge ma scava rivoli carsici. Ci si ferma d’un tratto durante la lettura, sfiorati da quella malinconia che è un po’ caratteristica di certo spirito tedesco, chiedendosi stupiti come si è giunti fin lì, senza avere più la netta percezione dell’esatta concatenazione dei ricordi ma risentendo delle loro tracce. Questa caratteristica fluviale rende l’opera di Sebald unitaria ed è uno dei motivi per cui vale la pena di leggerla (e anche rileggerla) per intero.

 

Influenza sui temi. La Recherche di Marcel Proust è il romanzo del tempo e fu scritto proprio in quel periodo dell’inizio Novecento in cui la riflessione sulla natura del tempo apriva prospettive estranee al recinto classico. Proust immagina che il rapporto dell’essere umano con il tempo sia di qualcuno che è appollaiato su trampoli che crescono e diventano più alti di grattacieli. Il tempo assume per Proust una natura spaziale che perfino deforma gli eventi. È Thibaut Damour, un fisico teorico, un esperto di relatività eisteniana che lavora dal 1989 all’Istitut des Haute Études Scientifiques, che riflette sulla connessione di Proust con i risultati di Einstein. “Proust, peraltro, era consapevole dell’affinità tra le sue idee sul tempo e quelle ricavabili dai lavori scientifici di Einstein. In una lettera del dicembre 1921 all’amico fisico Armand de la Guiche, scrive «Come mi piacerebbe parlarvi di Einstein! Si ha un bel dire che io derivo da lui, o lui da me; io, che non so l’algebra, non capisco una sola parola delle sue teorie. E dubito che lui, a sua volta, abbia letto i miei romanzi. Sembra che noi due abbiamo una maniera analoga di deformare il Tempo. Ma, per quel che mi riguarda, non so se ciò sia vero, certo per colpa mia e non sua; non ci conosciamo; lui è un grande scienziato, si muove in ambiti a me ignoti, mentre io sin dalla prima riga sono bloccato da misteriosi segni che non conosco.» In alcuni manoscritti preparatori di All’ombra delle fanciulle in fiore, egli cita esplicitamente il nome di Einstein: «Il volto di queste fanciulle (molto Einstein, ma non dirlo, non farebbe che confondere le cose) non occupa nello spazio una grandezza, una forma permanente». Infine, in una lettera del 1922 a Benjamin Crémieux, dice di un intervallo di tempo tra il secondo soggiorno a Balbec e la matinée Guermantes di cui si appresta a cambiare la lunghezza: «Einsteinizziamolo»; poi mostra che alcuni anacronismi apparenti all’inizio della Ricerca avevano luogo «a causa della forma piatta che assumono le mie creature rivoltate dal tempo»” (Damour, 2009, pp. 48 e 49).

Altri esempi, disconnessi da quello di Proust, ma sempre pertinenti alla questione dell’influenza sui temi, si possono proporre. Penso per esempio a John Banville di Doctor Copernicus: a novel del 1976, di Kepler (Banville, 2009) o di The Newton letter del 1982 (Banville, 2010). All’influenza esplicita sui temi, però, non corrisponde una così decisa influenza sullo stile, talvolta forse affetto da un leggero compiacimento nell’aggettivazione; un notevole scrittore, purtuttavia. “Keplero fece settanta tentativi. Alla fine, da novecento pagine di calcoli fitti fitti, emerse una serie di valori che fornivano, con un errore di soli due primi d’arco, la corretta posizione di Marte secondo i dati raccolti da Tycho. Risalì da spaventose profondità per annunciare, a chiunque gli prestasse orecchio, il suo successo” (Banville, 2009, p. 87).

Un altro esempio d’influenza sui temi è palese in Atlante occidentale di Daniele del Giudice, un romanzo del 1985 (si veda Del Giudice, 2009) che sarebbe piaciuto a Snow non solo per la qualità della scrittura ma per la descrizione dello svilupparsi naturale del dialogo tra Pietro Brahe, giovane fisico del CERN ginevrino, e Ira Epstein, scrittore. L’incontro è fortuito perché sono accomunati dall’interesse per il volo sportivo – un altro tema caro a Del Giudice – ma dal caso scaturisce l’interesse per i rispettivi punti d’osservazione sul dipanarsi del mondo. E la traccia rimane forse di più nel giovane fisico delle particelle quando discutono nella villa di Epstein dove un giardiniere impegnato nella cura delle piante informerà alla fine che il proprietario è partito perché ha preso un premio importante, il premio forse – non ha sentito alla radio?

Vari sono gli esempi che si possono ancora fare. Vorrei riferirmi solo a due ultimi che riguardano i temi ma non propriamente (o evidentemente) lo stile. Penso al ricco manager che abbandona tutto per darsi per intero all’astronomia partendo dai testi in latino, per com’è descritto con levità e attenzione al ritmo da Jon Kalman Stefánsson in Luce d’estate ed è subito notte del 2005 (si veda l’edizione italiana del 2013). Non la stessa levità s’incontra in Friedrich Dürrenmatt, nel suo Der Auftrag del 1986, dove lo scrittore svizzero si costringe a scrivere una novella in venticinque frasi, ciascuna che copre un capitolo di alcune pagine, una scelta dichiarata fin dal sottotitolo oder Vom Beobachten des Beobachters der Beobachter – Novelle in vierundzwanzig Sätzen, ma forse una scelta inutilmente forzata perché quelle frasi sembrano forse desiderare di essere interrotte e frammentate in proposizioni più contenute in lunghezza. Una di esse, però, risente piuttosto chiaramente delle discussioni sul ruolo dell’osservatore sia in meccanica classica sia in quella quantistica. Rileva un personaggio di Dürrenmatt, un logico, che “per ogni osservato ci vuole un osservatore, il quale, se viene a sua volta osservato da un’altra persona osservata, diventa egli stesso un osservato, una banale interazione logica, che tuttavia, trasposta nella realtà, sortisce effetti allarmanti, […] comunque ciò che avveniva tra quanti lo osservavano e lui, che osservava i suoi osservatori, era sintomatico del nostro tempo, in cui tutti si sentono osservati da tutti e osservano tutti, […] inoltre l’uomo osserva come non mai la natura, ideando strumenti sempre più sofisticati per osservarla: […] mai fino a oggi l’uomo ha osservato così tanti aspetti della natura, che gli sta dinanzi in un certo senso nuda, priva di qualsiasi segreto, e sfruttata, delle sue risorse si fa scempio, per questo a lui, D., sembrava talora che la natura osservi a sua volta l’uomo che la osserva e diventi aggressiva […]” (Dürrenmatt, 2012).

 

Conoscenza del contesto. Che un autore, romanziere o poeta che sia, risenta in qualche modo del pensiero scientifico nella sua opera letteraria dipende in parte rilevante dallo spirito del tempo, ho già sostenuto. Il grado con cui tale influenza si esercita, però, dipende dalla qualità e dal tipo della conoscenza personale. Non è escluso che si possa rilevare un’influenza distorta, nel senso che si accolgano notizie e/o interpretazioni false e imprecise, soprattutto che si risenta delle loro conseguenze. Ciò è ovvio e vale, naturalmente, per tutti gli aspetti dell’opera letteraria. Anche senza pensare alla questione dell’influenza del pensiero scientifico sulla letteratura, se pure di questa questione non ci si vuole curare e si desidera scrivere e basta, la conoscenza della letteratura pregressa si accosta al talento personale innato, lo educa, sebbene ci si debba sforzare d’evitare che essa lo limiti. Parlando delle sorelle Brontë, Giuseppe Tomasi di Lampedusa osservava che “i miracoli letterari sono i più gradevoli, ma, come tutte le cose gradevoli, rari al massimo punto. Chiunque è capace di estrarre conigli da un cappello … Ma è assai più raro (è, anzi, quasi unico) che tre ragazze senza cultura, rinchiuse in un presbiterio sperduto in una landa selvaggia, sottomesse ad un fratello prepotente ed un padre ubriacone, si mettano a scrivere ciascuna un romanzo, e che tutti questi romanzi siano eccellenti e significativi, e che uno di essi sia un capolavoro assoluto” (Tomasi di Lampedusa, 2011, p. 1103). Da questa consapevolezza forse comincia tutta la discussione sulle influenze che tanto appassiona Bloom.

 

Commistioni dichiarate. Chi ha insistito sul superamento della divisione tra una formazione umanistica e una scientifica, testimoniando la sua posizione con tutta la sua opera, che è decisamente significativa, è Edgar Morin. Il padre, sefardita di Salonicco, aveva il sogno di Parigi e lì riuscì ad andare a fare il commerciante, e lì il figlio Edgar nacque l’8 luglio 1921, in rue Meyran, nel nono arrondissement, ai piedi della butte Montmatre, e da lì le strade del padre e del figlio si divisero, almeno nello spirito, alla scomparsa della madre quando il bimbo aveva dieci anni, per poi ricongiungersi quando il tempo del padre ormai declinava nella vecchiaia. Morin attraversa la guerra nella resistenza, una sorta di ufficiale di collegamento. È quello il tempo in cui cambia nome e documenti varie volte per le esigenze belliche. Alla fine il suo nome proprio rimane, Edgar, ma il cognome da Nahoum diventa Morin (nome di battaglia). Le ragioni della decisione del cambio e la circostanza sono lasciate sfumate nei pensieri biografici che Morin ha raccolto nel 2013 nel suo Mon Paris, ma mémoire (Morin, 2013). Chiaro è invece il motivo del suo iniziale rifiuto, dopo la seconda guerra mondiale, di intraprendere la carriera dell’insegnamento per il fastidio provato al pensiero di dover rifare lo stesso corso per trent’anni. Accetterà il ruolo di addetto allo Stato Maggiore francese, nel 1944, e di Capo Ufficio Propaganda del governo militare, nel 1946, così passerà tempo a Berlino, trovando materiale per il suo primo libro, L'an zéro de l'Allemagne, che gli permetterà, una volta rientrato a Parigi, di cominciare a scrivere per riviste e giornali. Nel 1950 entra nel CNRS, nella sezione di antropologia sociale, e comincia la sua carriera di sociologo e filosofo, accompagnata da un’intensa attività pubblicistica. È da qui che comincia un percorso che lo porterà a sostenere quello che chiama pensiero complesso e che nasce dal desiderio di cercare una visione globale delle variazioni della (o delle) civiltà, nella convinzione che la frammentazione della conoscenza e, in fondo, la connessa richiesta d’indipendenza dei settori indeboliscano il senso di responsabilità anche del solo agire nel settore, se non s’intende quest’ultimo come elemento strutturale che contribuisce all’architettura della società. Questa convinzione l’ha portato a esprimere critiche sostenute sia alla politica sia verso le tendenze culturali. In merito è indicativo il pensiero sullo strutturalismo: «Nell’antropologia lévi-straussiana, nel marxismo althusseriano, nella psicoanalisi lacaniana, nella semiotica barthesiana, nel primo Foucault, l’uomo è abolito in quanto illusione, la nozione di Soggetto sembra arretrata e dà persino la nausea a François Wahl, editore di queste nuove correnti a Seuil, e, quanto alla Storia, essa è volatilizzata. Per Lévi-Strauss, lo scopo delle scienze dell’uomo è non di rivelare l’uomo, ma di dissolverlo. Beninteso, l’opera dei pensatori strutturalisti brulica di raffinatezze e di sottigliezze ma prospera su fondamenti grossolani o inconsistenti. Così, durante quella che ai suoi ammiratori e accoliti sembra una nuova era dei Lumi, planò sull’Intelligenza francese un grandissimo cretinismo e da lì si diffuse in gran parte del mondo» (Morin, 2013, pp. 161 e 162). Di là dalla perentorietà della critica, s’intuiscono tracce di come le varie “tribù” difendono il loro territorio intellettuale. E questo può creare problemi. “Io non sono uno scienziato per gli scienziati, né un sociologo per i sociologi, né un filosofo per i filosofi, né uno scrittore per gli scrittori. È solo ai miei occhi che io sono tutto questo nello stesso tempo” (Morin, 2013, p. 181). Nonostante i possibili problemi ambientali, però, è concettualmente utile tentare di mantenere viva l’interdisciplinarietà degli studi, spingere ad avere visioni ampie, perché almeno questo è avvincente e non invita al sonno dell’immaginazione e dello spirito critico e, soprattutto, può rinvigorire l’onestà intellettuale per vie anche misteriose.

 

Ci può essere un’influenza inversa? In altri termini, è possibile parlare di un’influenza della letteratura sul pensiero scientifico? La domanda ha carattere accademico. La risposta che mi sembra ragionevole dare ha carattere etico. Dietro lo scienziato c’è, infatti, la persona. La letteratura esprime uno sguardo sul mondo che aiuta a costruire la persona. L’apporto è quindi principalmente etico. Riguarda l’allargamento dell’orizzonte. Suggerisce, nella valutazione di persone e di cose, distacco dall’io, dall’interesse personale e dalla paura della possibile propria conseguente marginalizzazione. Evita (o meglio, può evitare) che ciascuno rimanga solo con la propria miseria e danneggi gli altri sia nella gestione del processo di ricerca scientifica e dei ricercatori in esso impegnati sia nell’uso dei risultati della ricerca. La pressante urgenza di ciò sembra purtroppo mai sopirsi del tutto.

 

Una qual solare indifferenza. Per alcuni autori, la questione dell’influenza del pensiero scientifico sulla letteratura pare apparire e sparire in dipendenza dell’ispirazione. Penso a Thomas Bernhard in Korrektur (Bernhard, 2013) e in Alte Meister del 1985 (Bernhard, 1992). “Pubblicato nel 1975, Korrektur […] è uno dei capolavori poco conosciuti della letteratura europea moderna. Neanche un commento filosofico specialistico riesce a fornire una lettura più persuasiva dell’«ingegnere-matematico austriaco, ex ebreo o post-ebreo» che noi sappiamo essere l’autore del Tractatus. La mente di Roithamer […]” – il protagonista, l’alter ego di Wittgenstein – “è spinta sull’orlo della follia dalle esigenze di integrità, dal disgusto di fronte all’ipocrisia sociale, da processi di pensiero disordinati e da emozioni che si tramutano in fatuità. È sul Wittgenstein architetto, il virtuoso dell’artigianato minuzioso, l’ingegnere aereonautico e l’algebrista che Bernhard fa ruotare il suo romanzo intrecciando filamenti biografici di quella che è stata l’«anti-carriera» del filosofo a Vienna, a Manchester e a Cambridge. Bernhard riconosce che la prosa di Wittgenstein e le forme di indagine filosofica in cui essa si cimenta sono un tutt’uno con la dramatis persona che il filosofo costruì per se stesso” (Steiner, 2012, pp. 174-175). E qui l’influenza può essere rilevata, sebbene solo attraverso la persona e il pensiero di Wittgenstein. D’altra parte, invece, essa sembra assente in Alte Meister. Lì ci sono essenzialmente quattro personaggi. Uno è il narratore: di lui poco si sa. L’altro è un quadro: Uomo con la barba bianca di Tintoretto, esposto nella Sala Bordone del Kunsthistorisches Museum, Vienna. Ogni due giorni davanti al quadro si siede il terzo personaggio: Reger, il critico musicale inviso alla patria austriaca, un uomo corpulento, avanti con gli anni, vedovo, che giustifica con quella visita periodica il suo stare al mondo ora che il suo tempo gli appare infame. Il quarto è Irsigler, la guardia del museo, il premuroso Irsigler che è come Sancho Panza per quella specie di Don Chisciotte stanziale che siede davanti al Tintoretto. Reger si scaglia in maniera pervicace contro carattere, usi e costumi austriaci con quelle ripetizioni pervicaci che si rincorrono nello stile di Bernhard. Qui non appare traccia evidente dell’influenza del pensiero scientifico. Così come questa influenza non appare evidente (può darsi che sia sotterranea ma non so giudicare) nell’opera intera di tanti altri autori di maggiore o di minore significanza. Pensando a quelli rilevanti, esempi si possono evidenziare citando Enrique Vila-Matas, dall’inatteso Bartleby y compañía edito da Anagrama nel 2001 (Vial-Matas, 2009) ad Aire de Dylan del 2012 (Vila-Matas, 2012), o Sándor Márai. Per quest’ultimo penso, in particolare, al magnifico Sindbad torna a casa del 1940, l’immaginato pellegrinaggio di Sindbad per una Budapest sonnacchiosa. Sindbad è uno scrittore, e il nome è lo pseudonimo di Gyula Krúdy. Il suo è un vagare nella memoria e nei luoghi, ripercorrendo il tempo accompagnato dalla malinconia. “La candela bruciò fino in fondo, e con la sua ultima vampata illuminò il volto di Sindbad. Ora quel volto, con gli occhi chiusi, era saggio, indifferente e severo. Solo in Oriente i gentiluomini sono capaci di avere un aspetto così dignitoso e indifferente, quando qualcosa è finito” (Marai, 2013, p. 182).

 

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