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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
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La lettura 16. Noblesse PDF Stampa E-mail
Prosa
Lunedì 03 Novembre 2014 21:10

["Il Galatino" anno XLVII n. 17 del 31 ottobre 2014, p. 5]


Tra le carte di Marc Bloch, in mezzo a tanti suoi essenziali contributi alla teoria storiografica e alla ricerca storica stessa, si trova anche la definizione, la catalogazione in un certo senso, di quella che consideriamo nobiltà per titolo, ed è una sorta di corollario marginale nell’enormità della sua opera di storico. Seguendo Bloch, s’indica con nobiltà (quella per titolo, intendo) la classe dominante in un dato sistema sociale, una classe dotata di uno statuto giuridico proprio, perpetuato per via ereditaria, attraverso il quale si esprima nei fatti lo stato di “superiorità” che tale classe pretende di avere. A questa definizione appartengono la nobiltà di spada e quella di toga o più propriamente di servizio, quest’ultima creata in età moderna, nella costituzione degli Stati, per contrapporre chi aveva una funzione amministrativa – di servizio appunto – alla nobiltà di origine cavalleresco-feudale (quella detta di spada) che non era propensa all’istituzione di un potere centrale. La distinzione fu oggetto di discussione soprattutto in Francia dove, intorno alla metà del XVI secolo, si cominciò ad affermare con vigoria che l’unica nobiltà da considerarsi fosse quella dei gentilhommes de race, i “gentiluomini di razza” discendenti dai guerrieri franchi con discendenza verificata dal “giudice d’armi”, istituito nel 1615. La discussione non fu (per così dire) indolore, e lo testimonia la Fronda dei principi dal 1649 al 1653, avversa al potere assunto progressivamente dalla nobiltà di servizio. La questione dei titoli nobiliari corrispondeva quindi a una concreta interazione con la gestione quotidiana del potere.

Nella nostra contemporaneità, l’articolo 3 della Costituzione italiana e la connessa XVI disposizione transitoria e finale sanciscono la perdita di significato fattuale dei titoli nobiliari che per il dettato costituzionale “non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna rilevanza” (in merito si esprime la sentenza 101 del 26 giugno 1967 della Corte Costituzionale). Nell’ordinamento italiano, ai titoli nobiliari è demandata solo funzione decorativa del cognome di cui possono essere considerati predicati con semplice funzione d’individuazione della persona che li porta. Nulla che abbia quindi storicamente a che fare con quanto ha evidenziato Marc Bloch e, con lui, tutto il lavoro di quegli storici che affrontano con dignità il proprio mestiere.

La realtà storica documentale contrasta con la psicologia dei singoli nei casi in cui quest’ultima spinge a ostentare titoli nobiliari (derivanti da reale discendenza di famiglia o presunti che siano) nel presentare alcune persone agli altri. È questo un uso che non deriva da una concreta utilità sociale, quanto esprime la necessità psicologica di addobbare di “eccezionalità” chi si vuol introdurre in un dato ambiente sociale in cui si vuole assumere funzione dominante o per il quale si ritiene il presentando probabilmente inadatto. Di converso, è anche il presentatore che vuole addobbare se stesso dell’aver scoperto cotanta “eccellenza”. Si vuole trasferire su se stessi un qualche onore (vero o presunto che sia, troppo spesso presunto) pertinente a qualcuno che è vissuto in altre epoche, nell’illusione che la sola contiguità di famiglia possa assicurare il possesso di qualità altrui, sempre che queste ci siano state. Si fa questo perché si vuole ostentare e altro non si ha o (ancora più tragicamente) si è convinti di non avere quelle qualità che si vorrebbero. Anzi, se quelle qualità desiderate fossero possedute in piena coscienza, non ci sarebbe necessità di ostentarle perché apparirebbero da sole nei fatti e non nelle dichiarazioni.

L’ostentazione e il desiderio di supremazia hanno una profonda radice nell’insicurezza personale: sono una debolezza psicologica che può diventare una deviazione patologica. Somigliano a una valanga che s’ingrossa cadendo.

Altro è la nobiltà dello spirito, quella su cui insisteva Goethe, quella associata a una concezione della vita che contempli l’affrancamento dal timore, o meglio la capacità di affrontare il timore di vivere e di allontanarsi dal desiderio di possesso ferino, la generosità, lo stile, la finezza nell’educazione, soprattutto il rispetto, preteso perché dato e dato, o meglio offerto come dono, molto più di quanto sia preteso. La nobiltà di titolo ha ancora oggi un qualche senso quando fa da ancella alla nobiltà di spirito. La nobiltà di spirito, invece, è solida di per sé; non ha bisogno di titoli, di riconoscimenti giuridici, soprattutto di ostentazione.

Spesso dimentichiamo – la critica non mi esclude – di studiare la Storia o la guardiamo solo per le necessità scolastiche, evitando di approfondire non tanto le vicende specifiche quanto le ragioni del modo con cui le società mutano. In mancanza di studio, dominano concetti orecchiati e poi storpiati per soddisfare in genere proprie ragioni psicologiche, soprattutto le debolezze: i quarti di narcisismo (che nelle sue espressioni enfatiche è classificato come patologia, non bisogna mai dimenticare), non tanto quelli di nobiltà. Domina l’arroganza. L’approfondimento della Storia, invece, invita all’umiltà, quella dell’intelligenza, quella che porta a percepire la caducità e la miseria intrinseca all’essere umano che da essa si solleva – quando la boria non lo frena – per lo stile, per il gusto, per il garbo, per quella nobiltà d’animo che accompagnò Marc Bloch nei campi di Les Roussellies, ad accogliere nel 1944 con altre ventinove persone le pallottole del plotone di esecuzione nazista, mentre a voce alta, ma senza strepito, invocava vive la France. Era entrato nella Resistenza due anni prima e si era adoprato in maniera attiva, già egli reduce della Prima Guerra Mondiale, decorato, e della Seconda, nella quale non aveva preteso alcun avanzamento di grado che gli spettava per il servizio nella Prima. Era stato torturato dalla Gestapo e non aveva fornito le informazioni che gli si chiedevano. Anche in prigione aveva lavorato alla sua ultima opera, l’Apologia della Storia o il Mestiere di Storico, un capolavoro inevitabile della teoria storiografica, un capolavoro purtroppo incompleto. Nobiltà d’animo la sua, un esempio tra altri, che è altro da quella burocratica, mostrata oggidì per inutile e troppo spesso millantato titolo.

 

 


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