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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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Università è traino, non rimorchio – (25 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Lunedì 26 Gennaio 2015 07:46

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 25 gennaio 2015]

 

Tra poco saranno 60 anni dall’istituzione dell’Università degli Studi di Lecce, poi Università del Salento. Ricordiamolo: l’Università fu fortemente voluta dai contadini, che volevano un futuro diverso per i propri figli. Un futuro da insegnanti, per esempio. E infatti cominciammo con Magistero, e anche quando arrivarono le Scienze, con Matematica e Fisica, i maggiori sbocchi professionali per i nostri laureati erano soprattutto di tipo didattico. Dopo aver fatto i maestri, facciamo i professori. E così Lettere e Filosofia. Poi arrivò la Biologia e le cose cambiarono solo un poco, perché anche molti biologi trovarono sbocco nella scuola. E poi Economia, Giurisprudenza, Beni Culturali, Scienze della Comunicazione. E Ingegneria. Con le riforme, i nomi delle facoltà cambiarono, e anche quelli dei corsi di laurea. Oggi l’offerta è molto più variegata.

Antonio Errico dice che l’Università deve dare opportunità di lavoro, e si deve collegare con il mondo del lavoro. Giusto, approvo. Ma l’Università deve anche contribuire al progresso culturale del territorio. Se l’ambiente viene devastato (e da noi lo è stato e continua ad esserlo) è sacrosanto proporre corsi di laurea che siano dedicati all’ambiente. Se il patrimonio culturale è enorme, e merita molte cure, è bene dare gli strumenti per proteggerlo e valorizzarlo. Lo stesso dicasi per l’agricoltura.

Ora vi svelo un segreto: il territorio apparentemente non sa che farsene di chi si intende di ambiente e di beni culturali. Chi si laurea in queste discipline ha sì occasioni di lavoro, ma non tante quante la logica vorrebbe. Siamo ancora alla concezione di Tremonti: la cultura non si mangia. E chiediamo all’Università di adattarsi alle esigenze del territorio. Ma se un territorio è vocato alle truffe all’Unione Europea noi che facciamo? Formiamo specialisti in truffe? Se vengono qui a seppellire rifiuti, forse è bene preparare persone che potrebbero affrontare e risolvere questo problema. E non bastano i magistrati che lo scoprono. Se chi potrebbe svolgere questi ruoli, necessari al bene comune, non trova lavoro che facciamo? Smettiamo? Se il patrimonio culturale salentino, e non solo, è enorme e fragile e ha bisogno di cure e di valorizzazione, che facciamo se chi dovrebbe pensare a queste cose non ci pensa? Abbiamo una quantità ineguagliabile di beni culturali e li facciamo andare in malora. Visto che chi potrebbe lavorare alla loro valorizzazione trova lavoro con difficoltà, noi che facciamo, non ne produciamo più?

L’Università deve essere il traino di una società e non il rimorchio. Produrre tanti laureati aumenta il livello intellettuale della popolazione, i problemi si comprendono meglio, le scelte politiche evolvono, e magari un giorno ci renderemo conto che le nostre ricchezze sono l’ambiente, la cultura, la roba buona da mangiare e da bere. Ci renderemo conto che costruire industrie che inquinano ci porta vantaggi immediati, nel breve termine, ma nel lungo termine ci distrugge e ci impoverisce. Come ci impoverisce dilapidare i soldi pubblici truffando, truccando gli appalti, trovando cavilli e scappatoie legali per far diventare legale l’illegale.

Come servitore civile, che presta servizio in una struttura pubblica, l’Università, non voglio fare l’ammortizzatore sociale, e tenere occupati i giovani che altrimenti sarebbero disoccupati, ma non voglio neppure fare da rimorchio a richieste dal territorio che considero miopi e dannose. Non posso certo inventare io un lavoro per tutti i miei studenti che si laureano. Non è questo il mio compito. Vedo che i più motivati e i più bravi, e sono tanti, trovano facilmente lavoro all’estero (non a caso abbiamo cominciato a fare i corsi magistrali in inglese), mentre qui è più difficile. Saranno scemi, all’estero, a prenderli? Se li prendono significa che abbiamo fatto bene il nostro dovere. Se qui non trovano lavoro significa che il territorio non riesce a valorizzare la cultura prodotta localmente. E’ qui che deve intervenire la politica. Gli uffici comunali, e provinciali, e regionali sono pieni di burocrati. Ma non ci sono mai, ma proprio mai, esperti di ambiente, di beni culturali. Parlo di questo perché è il campo in cui ne so di più, ma sono certo che lo stesso avviene negli altri campi. Se dovessimo fare Agraria, siamo certi che poi il territorio assorbirebbe laureati in Agraria? O è meglio assumere specialisti che gestiscono richieste di sovvenzione all’Unione Europea? Ma ci sono poi esperti in bandi europei, per prendere i soldi dove stanno? E per gestirli davvero? Perché non basta prenderli e spenderli, bisogna anche farli fruttare. In termini di crescita del territorio.

Si può sempre migliorare, io sono il primissimo a dire che la ricerca non è sufficientemente valorizzata nella nostra Università e che corriamo il rischio di diventare un superliceo. Ma per favore, non diteci che ci dobbiamo adeguare al mercato del lavoro. Non lo meritiamo. Perché, lo voglio ripetere, se i nostri laureati riescono a trovare lavoro altrove e non qui, significa che c’è qualcosa che non va, e questo qualcosa non è nelle strutture di formazione, è nella struttura politica, economica e sociale del territorio. Qualunque corso di laurea, se tenuto da gente in gamba, con un ottimo curriculum, ha un valore di crescita per il territorio. Il valore di un’Università si misura dalla dimensione scientifica di chi ci insegna. E quando parlo di dimensione scientifica mi riferisco a chi studia i bacarozzi o le poesie medievali. Con tutto quello che c’è in mezzo. Perché Università implica il concetto di sapere universale. Questo ci dovete chiedere: di fare un’Università in cui i docenti siano dei luminari, delle autorità assolute nel campo in cui operano. Questo dovrebbe essere il nostro obiettivo. Passati 60 anni, forse potremmo trarre un bilancio. Si chiama valutazione. Per capire dove gli obiettivi di eccellenza sono stati raggiunti, quasi raggiunti, falliti. E disegnare su questo i prossimi 60 anni.


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