A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
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Le parole giuste tra padre e figlio PDF Stampa E-mail
Recensioni
Venerdì 17 Aprile 2015 11:29

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 16 aprile 2015]


E’ una storia sulla bellezza: su quella bellezza che conforma l’esistenza, che decide il destino, che talvolta meraviglia, stordisce, prima ancora di farsi conoscenza e coscienza, che si annida nella profondità di un’emozione, nel lampeggiare di un’intuizione, in una sensazione, una percezione, uno stupore.

Il mercante di luce (Einaudi) di Roberto Vecchioni è una storia sulla bellezza: sulla bellezza del principio e della fine – di ogni principio e di ogni fine - sulla bellezza della rabbia e dell’illusione, su quella dei pensieri che si agitano nella testa “fino a prendere la forma di quel che chiamava parolamento”, su quella bellezza che “è oltre, non di dietro, non di fianco, e si plasma e si riplasma”, ed è bellezza vera.

E’ una storia sulla bellezza di una lingua antica, che qualcuno incautamente, approssimativamente chiama lingua morta, e che invece può diventare la misura e lo specchio dei giorni, che costruisce un’armonia regolatrice del mondo, che mette insieme, unisce, collega, connette, esclude ogni particolare improprio, intruso, stridente.

Poi la bellezza della felicità indicibile di un bambino di otto anni nel freddo di un giorno di gennaio, a San Siro. Mancano quattro minuti e l’Inter sta perdendo con la Sampdoria per 2 a 0. In quattro minuti che si sbriciolano istante dopo istante, l’Inter riesce a rivoltare la sorte che gli dei o il caso hanno già deciso. Solo gli eroi di Omero riescono a vincere o a perdere in un modo così assoluto. A vincere 3 a 2 con la Sampdoria azzannando gli ultimi trenta secondi per un goal che mette fine alla battaglia, o ad abbandonarsi, a lasciarsi andare, forse anche a cercare la sconfitta senza scampo per poterne sentire il sapore: come quando l’Inter perse con il Milan per 6 a 0. Solo i grandi sanno perdere in una maniera così esaltante.

 

Un padre, un figlio. Il “ragazzo” che guarda il suo ragazzo, e fra loro il racconto: la bellezza del racconto. Non i racconti, ma il racconto: solo uno: perché il racconto non può essere che uno soltanto. Che si frastaglia, s’interrompe, ricomincia, si sventaglia in digressioni, si rifugia nel silenzio, si esprime con uno sguardo, una carezza. Il racconto non è sempre parola; talvolta è anche un sentire comune, una implicita comunione. Il racconto è solo uno, e riguarda la vita, la sua bellezza.

Un padre, un figlio, e fra loro la bellezza della felicità e anche del dolore, dell’amore o del disamore, quella della casualità sbalordente del nascere e morire, la bellezza di una melodia che ci portiamo dentro e che supera il confine del tempo che ci è dato in prestito, “ perché non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere”.

Mentre leggevo questo libro di Vecchioni, mi tornava in mente quel passo delle “Memorie di Adriano” della Yourcenar in cui l’imperatore dice che colui che ama il bello finisce per trovarne ovunque, come un filone d’oro che scorre anche nella ganga più ignobile.

Forse per Roberto Vecchioni non c’è nessuna cosa che non abbia una relazione con la bellezza, che non possa rivelare una bellezza.

Allora Stefano Quandam non vuole fare altro che insegnare a comprendere il linguaggio della bellezza, oppure a contagiarne il senso e il sentimento.

Stefano Quondam sa perfettamente, come lo sapeva Keats, che c’è un nesso tra bellezza e verità, una relazione strutturale, un intreccio sostanziale. Sa che la verità e la bellezza sono condizioni che stanno tra natura e cultura, nel brillare lontano di una stella e in un frammento di Alcmane che stringe la realtà, “ l’identità non tradita del creato”. Nel pensiero di Quondam/Vecchioni il senso della bellezza appartiene ad ogni espressione dell’essere, si spande in ogni luogo che vive. Stefano Quondam sa che la bellezza ha una relazione sostanziale ed essenziale con la dignità e la libertà dell’uomo, si contrappone alla miseria, alla schiavitù, alla superficialità, alla fugacità, alla ricchezza ostentata e volgare.

C’è tutto Roberto Vecchioni in questo libro. Con la sua sensibilità affiorante, con le sue passioni per le creature e per i libri, con il suo buttarsi nella mischia della vita ad occhi chiusi, con la sua memoria e gli incantesimi delle sue parole.


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