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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
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La lanterna di Diogene 20-21 PDF Stampa E-mail
Prosa
Martedì 02 Giugno 2015 05:48

La Chiesa conceda il matrimonio ai divorziati

 

[“Il Galatino” anno XLVIII n. 9 del 15 maggio 2015, p. 5]

 

Sono stato pochi giorni fa ad un matrimonio svoltosi in una chiesa del Salento. Tutto era irreprensibile e curato dalla Parrocchia nei minimi particolari della prassi che le compete.  All’uscita, un amico, che è divorziato e vive con una compagna a sua volta separata, mi ha detto: “Se mi si desse la possibilità di risposarmi in chiesa lo farei subito e ne sarai immensamente felice”. È un tema che su questa testata è stato trattato un po’ di tempo fa anche da me, avendo un contraddittore di estrema sensibilità e competenza. Il problema non è semplice. I motivi per i quali una coppia si separa sono molteplici e ogni caso è un caso a sé. Da quello che so, nella nostra realtà una persona separata non è discriminata dalla Chiesa che, anzi, credo abbia ed eserciti il compito di essere vicina anche a chi ha subìto o, addirittura, prodotto la ferita della separazione. Però, contemporaneamente, credo che nessuno si separi a cuor leggero, soprattutto quando la coppia ha dei figli che sono le prime vittime della fine dell’unità genitoriale. Il problema, quindi, non è quello di ignorare che la condizione importante del matrimonio, cioè di uno dei sette sacramenti della Chiesa, non possa essere come un elastico che assume dimensioni e funzioni diverse, ma che rimane sempre e solo quell’elastico. Si tratta di non far sentire estraneo alla comunità ecclesiale chi ha avuto un percorso esistenziale sbagliato ma anche di non far pesare come discriminazione una scelta di per sé non gioiosa né ludica e comunque dolorosa.

 

La paura e gli strumenti del potere


[“Il Galatino” anno XLVIII n. 10 del 29 maggio 2015, p. 5]

 

L’insicurezza sociale che circola da tempo è un fatto oggettivo, ed è declamata dai vari soggetti istituzionali che hanno il compito di operare sul piano politico, sociale e culturale della popolazione italiana. Ma questa insicurezza, questo tener il cittadino, quantomeno il cittadino medio, sempre appeso ad un filo come se alle porte ci fosse, quando non si dice che sia già arrivata, una tempesta socio-economica che colpirebbe – guarda caso – soprattutto le regioni meridionali dal ceto medio in giù, e non risparmierebbe neanche le zone ritenute “sane” della nazione, nelle loro fasce meno protette. Perché noi accogliamo per oro colato questa comunicazione politica sadica? A qual fine? Naturalmente non si parla qui di tutti i singoli politici, ma delle istituzioni collegiali che decidono percorsi e metodi.

È evidente che si punta prima ad intimorire il cittadino, dai ceti medi in giù, per farlo stare sempre con “timore e tremore”, come direbbe un filosofo a me caro. Una lettura è possibile: tenere i cittadini (non dimentichiamo: sono i loro elettori) sempre in apprensione fa il gioco della classe politica che, dopo avere, con un colpo di spugna, annullato nella sostanza le forme reali e non fittizie di partecipazione popolare dal basso, previste dalla Costituzione repubblicana, si attiva nel momento elettorale quando il singolo cittadino viene circuito con estrema dolcezza da quelle forze politiche, prima assenti o distratte, e poi dai singoli candidati. In quella fase abbondano le promesse dolcissime, quasi come miele e zucchero, all’intera popolazione, alle singole categorie, al singolo cittadino.

Ma non è solo questo. Se notiamo bene, le comunicazioni che giungono dal centro “operativo” della nazione alla periferia territoriale tendono quasi sempre al pessimismo e ciò provoca paura nei cittadini non adusi al gioco politico delle tre-carte. Perché tutto questo? Perché conviene a qualcuno – o a molti – che il singolo soggetto e poi l’intera comunità siano sempre in apprensione e anche spaventati per il futuro prima del singolo e poi della nazione, anche se le due cose interferiscono reciprocamente. E chi può togliere il veleno dalle botti e pulire le stesse se non quelli che lo hanno versato? Chi può eliminare la paura dei cittadini se non coloro stessi che l’hanno inoculata a fini ben precisi? Ecco allora che il cerchio si rompe: io mi sento grato a chi mi dice che sono finalmente sano, dopo che per tanto tempo mi ha detto che avevo la salute in pessime condizioni. Allora: chi mi comunica questa svolta è per me il mio salvatore, in quanto non mi sono accorto che i rottamatori, gli angeli che suonavano le tube della morte erano stati lui e la sua classe.

Naturalmente la mia visione non comprende la totalità della classe politica, ma quella classe politica che dipende dalla comunità e che, per ironia della storia, fa sì che sia la comunità a dipendere da quella classe sociale con tensione e paura permanente instillate da chi ha interesse a tenere sul chi vive i cittadini. Altrimenti come potrebbe presentarsi a loro come amico e come salvatore della situazione acquisendo, secondo la sua logica, ulteriori consensi e confermando i premi istituzionali? La classe politica “deve” prima spaventare il cittadino, per poi presentarsi come salvatrice della patria. Però c’è un vecchio proverbio che dice qualcosa del genere: la cura è riuscita, ma l’ammalato è morto.

Allora, sarebbe importante eliminare dalla politica questa strategia del negativo e della paura che rende subalterno ed etero-dipendente il cittadino comune. Questi, invece, non va trattato come il selvaggio con l’anello al naso, ma come cittadino di pari dignità tanto rispetto al politico che sta nelle istituzioni di quartiere quanto a quello che siede alla Camera o al Senato.


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