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Il “più leale tra noi”: la figura di S. Castromediano nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo PDF Stampa E-mail
Sallentina
Giovedì 24 Febbraio 2011 18:20

Noi credevamo è il titolo di un romanzo di Anna Banti pubblicato nel 1967 presso Mondadori e ristampato tre volte, almeno fino a pochissimo tempo fa: lo stesso anno presso il Club degli Editori; nel 1969, sempre con Mondadori, insieme ad Artemisia, l’opera  più nota della scrittrice, col titolo complessivo di Due storie e con una introduzione di Enzo Siciliano; e nel 1978, da solo, negli “Oscar” Mondadori con una prefazione di Giulio Cattaneo. Proprio negli ultimi mesi del 2010 però Noi credevamo è ricomparso sempre in questa collana con la postfazione del compianto Siciliano[1], essendo ritornato improvvisamente d’attualità in seguito alla realizzazione del film omonimo che il regista napoletano Mario Martone ha tratto recentemente dal romanzo. In realtà, il film di Martone, che è stato presentato alla 67° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ed è stato proiettato in anteprima nazionale, lo scorso 19 settembre,  presso il Teatro Ducale di Cavallino di Lecce, è liberamente, assai liberamente, ispirato all’opera della Banti ed è perciò solo in minima parte riconducibile ad essa[2].

Noi credevamo è la storia di Domenico Lopresti, un avo dell’autrice (il cui vero nome era appunto Lucia Lopresti), il quale narra in prima persona gli episodi salienti della propria vita, tutta consacrata alla causa risorgimentale[3]. Si tratta insomma di una sorta di autobiografia apocrifa, in quanto ovviamente è la stessa Banti che, alternando la finzione alla realtà, delinea il profilo di questo indomito patriota, sul quale peraltro è assai scarna la documentazione storica. Di Lopresti infatti, oltre alle citazioni contenute nelle Memorie di Sigismondo Castromediano[4], di cui parleremo più avanti, esistono come fa notare Anna Nozzoli in un saggio dedicato al romanzo, solo pochi riferimenti nei libri di alcuni storici[5]. In particolare, questa studiosa segnala la scheda biografica contenuta nel volume di Attilio Monaco, I galeotti politici napoletani dopo il Quarantotto, edito da Treves-Treccani-Tumminelli nel 1932, che è servita verosimilmente alla scrittrice “per l’intelaiatura storica del romanzo”[6].

Che si sa di certo allora di Domenico Lopresti? Che era nato a Pizzo di Catanzaro nel 1816 (cinque anni quindi dopo Castromediano) e che venne condannato a trent’anni di ferri dalla Gran Corte Speciale dell’Aquila il 14 giugno 1851 per attività antiborbonica. Dal 1851 al 1859 scontò la condanna nei Bagni penali di Procida, Montefusco e Montesarchio, gli stessi dove, negli stessi anni, fu recluso anche il patriota salentino. Nel 1859 la pena residuale gli fu commutata nell’esilio perpetuo dal Regno e successivamente gli venne condonata. Dopo la liberazione, durante un viaggio in vapore, rischiò di cadere nelle mani della polizia papale a Civitavecchia ma riuscì a raggiungere Livorno, minacciando di buttarsi in mare. Nel 1860 venne inviato in Calabria per stringere accordi con i comitati insurrezionali sorti per facilitare la marcia di Garibaldi. Lopresti morì a Torino, dopo essere stato direttore di dogana, il 3 maggio 1887.

Fin qui i dati biografici forniti da Attilio Monaco[7]. A questi e ai pochi altri segnalati dalla Nozzoli si possono aggiungere quelli contenuti in un libro di memorie di un altro patriota meridionale, Nicola Palermo, intitolato Raffinamento della tirannide borbonica, ossia I carcerati in Montefusco[8], derivante da una serie di articoli apparsi su “La Nazione” di Firenze e ben conosciuto anche da Castromediano che lo cita nel Proemio alle sue Memorie[9]. L’autore è stato uno dei detenuti nelle carceri borboniche insieme al duca di Cavallino, a Lopresti, Carlo Poerio, Nicola Nisco, Michele Pironti, Cesare Braico e a tanti altri. Ebbene, Palermo, oltre a menzionarlo un paio di volte, così ne parla in un brano del libro: “Sventura maggiore spettò all’infelice Domenico Lopresti. Egli, graziato, non poté godere di sua libertà. Or ridotto all’estrema miseria geme in un Criminale della prefettura, e presso a perdere, ahimè! la vista. Invano protesta: invano implora d’esser curato in uno ospedale: nulla ottiene; nulla pietà è per lui”[10].

Ai dati biografici reali la Banti aggiunge ovviamente tutto il resto, facendo di Lopresti un indomito cospiratore che, ormai avanti negli anni e malato, ripensa agli episodi fondamentali della sua vita manifestando profonda delusione per la sconfitta degli ideali per i quali, lui e quelli della sua generazione, avevano combattuto. Si è già detto, a questo proposito, che il romanzo si inserisce nel filone narrativo del Risorgimento tradito che conta, fra gli altri, sui nomi illustri di Verga, De Roberto e Pirandello, nonché in quello della memorialistica risorgimentale (da Settembrini a De Sanctis fino appunto a Castromediano, Palermo, Braico, ecc.)[11].

Altri elementi per la caratterizzazione del protagonista aggiunti probabilmente dall’autrice sono, ad esempio: l’affiliazione, da giovane, alla setta dei “Figlioli della Giovane Italia” fondata da Benedetto Musolino e la partecipazione alla disfatta garibaldina dell’Aspromonte. Insomma una figura di “rivoluzionario impenitente”[12], come si definisce lo stesso Domenico nel libro, repubblicano e “sincero democratico”[13], una sorta di Che Guevara dell’Ottocento insomma – potremmo dire – tanto per citare uno dei più famosi rivoluzionari dei nostri tempi (ucciso, guarda caso, proprio nel 1967, l’anno di pubblicazione del romanzo!).

In una intervista rilasciata a Grazia Livi, la Banti confessò che per la ricostruzione della vita di questo suo antenato si era basata sulle lettere da lui inviate, le quali peraltro non sono mai state rintracciate[14]. Quello che è certo è che, come scrive la Nozzoli, “la principale fonte storica, almeno per le parti relative alla prigionia del protagonista”[15] è rappresentata dalle Memorie del duca di Cavallino, menzionate nel romanzo e delle quali la scrittrice – ci informa sempre questa studiosa – annota gli estremi bibliografici in una copia delle Ricordanze del Settembrini, conservata nella sua biblioteca presso la Fondazione Roberto Longhi[16].

In effetti, nell’opera di Castromediano, il nome di Domenico Lopresti ricorre in quattro occasioni: nell’elenco dei prigionieri che provenivano dal Bagno di Procida, dove viene definito “benestante, pure calabrese”[17]; in un altro elenco dei trenta detenuti che vengono trasferiti a Montesarchio[18] ; in un brano in cui, col nome sbagliato di Antonio, si informa che era rimasto nel carcere di Campobasso[19] e infine nel passo seguente nel quale si danno ulteriori informazioni che coincidono, grosso modo, con quelle date da Palermo, citate poc’anzi:

E sarebbe anche una colpa non fare almeno un cenno fugace di Domenico Lopresti, giovine anch’egli ben educato, colto e distinto. Uscito di galera, fu ritenuto altri sette mesi nelle più malsane ed oscure prigioni di Napoli, tra gli stenti e le privazioni, e corse pericolo di perdervi gli occhi, senza che gli arrecassero soccorso: malattia che lo aveva minacciato anche a Montefusco[20].

Ma se Lopresti ha un ruolo tutto sommato trascurabile nelle Memorie e il suo nome non compare nemmeno una volta nelle lettere di Castromediano[21], quest’ultimo invece assume una posizione centrale nella narrazione della Banti, al punto che si può considerare una sorta di deuteragonista del romanzo almeno in quella parte riguardante gli anni di detenzione di Domenico e dei suoi compagni nelle carceri borboniche. E proprio la figura di Castromediano mi propongo di analizzare nel presente contributo per vedere in che modo questa figura sia stata rielaborata dalla Banti in Noi credevamo e che funzione essa svolga da un punto di vista narratologico.

S’è detto che le Memorie costituiscono la fonte principale della scrittrice, almeno relativamente agli anni della prigionia. Nessuno però finora ha messo a confronto quest’opera col romanzo. Ebbene la Banti segue passo passo la narrazione del patriota salentino a partire dalla detenzione nel bagno penale di Procida fino al trasferimento prima a Montefusco e poi a Montesarchio, riprendendo vicende, episodi accaduti dentro e fuori queste carceri, a volte anche minimi e trascurabili, descrizioni di luoghi, di fenomeni atmosferici (ad esempio un temporale, un terremoto), riflessioni di carattere politico, ma rielaborando il tutto in maniera originale e funzionale alla rappresentazione del protagonista. Ma su questo confronto mi riprometto di ritornare in un’altra occasione. Ora soffermiamoci sul romanzo e sulla figura del duca di Cavallino (o Caballino, come preferisce scrivere la Banti sulla stessa sua scia).

Il primo accenno a Castromediano riguarda proprio l’intenzione da lui manifestata già in carcere di stendere le proprie memorie, che secondo Lopresti è, in generale, un compito assai difficile, in quanto, a suo avviso, il memorialista non può esser sincero fino in fondo:

Esser stato testimone e vittima di soprusi e tirannie non libera da una magari inconscia auto compiacenza e dalla tentazione di tacere le debolezze, le meschinità che ogni uomo, in ogni condizione, inevitabilmente commette. Chi racconta la propria vita non dovrebbe, secondo me, mirare che al proprio meticoloso e spietato ritratto, per riconoscersi e non scendere nella tomba ignoto a se stesso come fu nascendo: deve dunque esser capace di rintracciare minuto per minuto le sue azioni e le reazioni degli altri. È un compito difficile, forse impossibile[22].

E proprio questo egli confessa apertamente al duca durante un colloquio, dal quale emerge il primo lieve dissenso tra i due:

Non mi son mai creduto un tipo fuor del comune, ma sospetto di essere sempre stato una persona imbarazzante e persino irritante. Temo di esserlo stato anche in carcere e rammento l’impaccio del buon Castromediano quando gli dissi che  per parlare di Montefusco e Montesarchio, bisognava raccontar tutto, e non tacere le cose meno onorevoli per noi. Anche lui intendeva scrivere le sue memorie e forse l’ha fatto, sebbene non ne abbia più notizia. Mi chiedeva di aiutarlo a ricordare certe circostanze della comune e disumana cattività: e io gli dichiarai come la pensavo. Chi di noi, aggiunsi, può vantarsi di non aver commesso piccole viltà? Io come gli altri… M’interruppe scuotendo la testa e cambiò discorso[23].

Ma più avanti Lopresti-Banti delinea il ritratto, fisico e spirituale del duca di Cavallino esemplato, come suggerisce la Nozzoli[24], sulle pagine di Paul Bourget, che figurano in calce alle Memorie, ma anche, a mio avviso, su quelle di Nicola Palermo, che forse è un’altra fonte per la scrittrice[25]. Ed è quando si trovano ancora nel Bagno di Procida, la prima tappa del loro lungo peregrinare nelle galere borboniche:

Usciti all’aperto sulla terrazza del castello ci fu comandato di sostare e fu allora che lo sguardo mi cadde su Sigismondo Castromediano. Durante i grigi mesi di Procida lo avevo appena avvicinato, ma non per i motivi che mi distaccavano dagli altri politici. L’antichissimo prestigio della sua casata, l’autenticità del suo titolo, peraltro portato con modesta dignità, mi facevano temere di notare in lui qualche pregiudizio nobiliare che, in un uomo integro, troppo mi sarebbe spiaciuto. Non gli rimproveravo le sue idee di moderato e monarchico: le rispettavo ed ero convinto che, comunque la pensasse, il suo animo era aperto alla più larga giustizia. Ma non osavo di assicurarmene.

Mi è di gran conforto rievocare il suo volto chiaro e deciso, leggermente aquilino, gli occhi pensosi, la bocca sigillata in un interiore discorso. Era la faccia più leale e onesta che mai avessi incontrata, spesso sorridente: adesso era soffusa di una desolata malinconia. Scambiammo un battito di ciglia, e mi bastò per esser certo che nessuno di noi aveva tradito, che tutto quel vociare di libertà e di perdono era un trucco, una beffa. Respirai. Seppi più tardi che il mio amico – tale egli divenne in seguito – era stato avvertito di quel che ci aspettava: gli antri di Montefusco. Di quel segreto avviso aveva fatto cenno a chi gli stava più vicino, ma nessuno gli aveva creduto, quel carcere medioevale era stato chiuso nel ’45 come troppo disumano anche per un Borbone[26].

Già in questo brano emergono i tratti distintivi del personaggio Castromediano così come lo rappresenta la Banti nel romanzo: da un lato la sua onestà, la lealtà, la rettitudine, la generosità, messe sempre in rilievo da Lopresti; dall’altro, le sue idee di moderato e di monarchico che lo dividono da lui e che da un punto di vista narratologico sono funzionali a sottolineare ancora di più, attraverso questa contrapposizione ideologica, la figura del protagonista, strenuo rivoluzionario, come s’è detto, di idee democratiche e repubblicane.

Il duca di Cavallino però, nonostante questa sostanziale diversità di vedute sulla lotta risorgimentale, diventa fin dall’inizio dell’esperienza carceraria, l’amico più caro e fidato di Domenico, il compagno di prigionia a lui più vicino. E qui si potrebbero citare diversi episodi. Sulla “Rondine”, la nave che li porta da Procida a Napoli per essere tradotti poi nel Bagno di Montefusco, Castromediano, passando il braccio sotto il suo, lo conduce a salutare Carlo Poerio, il “ministro costituzionale” di Ferdinando II di Borbone, che era stato prelevato a Ischia.

Sulla Rondine tutti gli si affollavano intorno – racconta Domenico – ma io non osavo mescolarmi al gruppo: fu Castromediano, rimasto anche lui in disparte, che passando il braccio sotto il mio, mi ci condusse. Più che dall’accoglienza di Poerio fui commosso da quel gesto di amicizia che annullava la costrizione dei ferri e stabiliva un contatto spontaneo, una libera scelta[27].

All’alba, dopo la prima notte passata a Montefusco, lo assiste premurosamente mentre è in preda alla febbre e al delirio:

Mi svegliarono i brividi, tremavo come una foglia, Castromediano mi sollevava per le spalle chiamandomi a nome. La torcia era consumata e dalle alte feritoie entrava una luce beffarda. L’eterno giorno di Montefusco era incominciato[28].

Diventa il suo confidente, premuroso e generoso, e solo a lui Domenico rivela la malattia agli occhi di cui soffriva:

Pure non mutai la decisione di non rivelare la mia infermità. Era superbia? Non credo, mi sapeva male aggiungere la mia miseria alle tante che ci affliggevano. Solo a Castromediano me ne aprii, col patto di conservarmi il segreto. Non mancò: ma era così ansioso e sconsolato che stentava a trattenersi e le mille premure di cui mi circondava talvolta mi irritavano. “Ho un cattivo carattere” gli dicevo poi, scusandomi di qualche scatto: una sua stretta di mano era la generosa risposta[29].

Lo invita ripetutamente a pranzare con lui e con i suoi nobili amici (Poerio, Nisco, Palermo), anche se Lopresti accetta una sola volta:

Io mi ero allogato avendo a compagni artigiani costumati ma poverissimi, giacché povero anch’io, pochi conforti potevo procurarmi. Come loro mi contentavo dunque del rancio carcerario, ed era una dura lotta quella che sostenevo per ricusare cortesemente gli inviti a mensa di Castromediano, sprovvisto com’ero dei mezzi per contribuire alle spese. Dopo aver molto insistito, a malincuore cedeva e si ritirava coi suoi a consumare semplici ma costosi pasti […]. Una sola volta accettai il loro invito e lo ricordo perché fu origine di un episodio grottescamente odioso[30].

Lo va a visitare nell’infermeria del carcere quando si ammala di bronchite:

Più tardi, durante la bronchite che mi buscai per la mia bravata, spiavo l’occasione di spiegare l’animo mio a Castromediano che rimaneva per me il paragone della dirittura morale. Almeno lui mi avrebbe capito. Venne infatti al mio letto, nell’infermeria dove mi avevano trasportato di autorità: lo accompagnava Poerio e ambedue dividevano le loro premure fra me e il paziente Pironti. Cordiale, fraterno, ma soprattutto indulgente, mi trattava come un bambino irrequieto e capriccioso[31].

Ma questo stretto rapporto di amicizia tra i due – occorre chiarire – nasce non perché Lopresti gradisca particolarmente la compagnia degli aristocratici, alla quale pure apparteneva per nascita – come fa capire in un brano[32] – ma proprio per le qualità umane del duca che sono sottolineate, come abbiamo visto, in varie occasioni. Il suo spirito sinceramente democratico anzi gli fa stigmatizzare quella divisione in classi tra i cinquanta detenuti che si protrae anche in carcere, a Procida come a Montefusco e a Montesarchio, come fa notare nei seguenti brani dal tono fortemente polemico:

Pochi erano, fra noi, i sinceri democratici, quelli per cui la rivoluzione non aveva senso quando non riuscisse a liberare il popolo dalla miseria e dalla ignoranza. Più numerosi i moderati che, pur fraternizzando nell’azione con la minuta gente, a Procida non tardarono ad appartarsi in conventicole esclusive, e, per esempio, a brigare per dividere i ceppi con un compagno scelto nel loro stesso ceto sociale. Se non ci riuscivano, se rimanevano appaiati con un poveraccio, poco nascondevano il loro fastidio e lo dissimulavano sotto una benignità padronale[33];

E tuttavia mai avvenne che per l’assidua convivenza cadessero le barriere della disuguaglianza sociale fra i cinquanta condannati: che appartenevano a classi diverse, dalla più modesta alla più cospicua. Sembrava, al contrario, che esse si rafforzassero in virtù di una familiarità da un lato rispettosa, dall’altro benevolmente protettiva. Non eravamo più incatenati a coppia come a Procida, ma via via che la nostra vita infelice si andava organizzando, quella comunità forzosa si divideva, come già s’era visto a Procida, in padroni e servi[34].

D’altra parte, gli altri componenti di questo “gruppo privilegiato”[35], a parte Carlo Poerio, “un nome universalmente amato e spesso venerato”[36], non gli ispirano particolare simpatia. Il barone Nisco è definito “altezzoso”[37], e in un altro brano, sempre riferendosi a lui, confessa esplicitamente: “d’altronde non era un segreto che non corresse fra noi nessuna simpatia”[38]. Un altro, ancora, che preferisce non nominare (“scriverne il nome mi è penoso”[39], afferma) viene addirittura schiaffeggiato da Lopresti, che per questo gesto impulsivo viene rampognato proprio dal duca di Cavallino, quando costui prospetta l’ipotesi di chiedere in comune la grazia al sovrano.

Nonostante però l’amicizia sincera che si stabilisce tra Lopresti e Castromediano, permangono le differenze ideologiche tra i due, che costituiscono, come s’è detto, l’altro motivo caratterizzante delle pagine del romanzo dedicate all’esperienza carceraria. Domenico e Sigismondo hanno una visione diversa della lotta antiborbonica. Il primo, fervente repubblicano e democratico, vorrebbe che il movimento d’indipendenza fosse legato a un programma di rivoluzione sociale: per questo si sente vicino non tanto alle idee di Mazzini quanto a quelle, più radicali ed estreme, di Musolino e di Pisacane, ha a cuore il “riscatto” delle “plebi del sud”[40], tanto è vero che ritiene le idee sue e quelle dei democratici del ’48 e del ’60 non dissimili da quelle di una “nuova setta (o partito – come oggi la chiamano)”[41], quella dei socialisti. “Che si voleva, in sostanza? – commenta il protagonista – Lavoro e pane per tutti, istruzione al popolo basso, distribuzione delle terre ai contadini: e non ci parevano cose ingiuste, anzi accettabili da qualunque patriota, per moderato che fosse”[42].

Castromediano, monarchico e moderato, apprezza invece l’azione di Cavour e ha fiducia nell’alleanza di Napoleone III contro l’Austria. Respinge ovviamente le idee mazziniane al punto che a Londra rifiuta di incontrare Mazzini, “scandalizzando” Domenico quando questi lo viene a sapere[43], e resta fedele ai Savoia.

Ma così lo stesso Lopresti in un brano riassume le differenze con lui:

Parlargli delle mie convinzioni, delle cose in cui credevo, discutere la sua fede in un progresso che lasciasse intatti i privilegi di sangue, mi parve inutile e persino crudele. A confortarmi egli si diffondeva nelle solite lodi sull’abilità di Cavour, riuscito ad allearsi con Napoleone, in vista di una prossima guerra con l’Austria. Perché turbarlo rivelandogli quanto dissentissi dalle sue speranze? Scoraggiato riflettevo che di me non conosceva che la mia costanza di liberale e patriota e la mia partecipazione ai fatti del ’48: non me la sentivo di rinunziare alla sua amicizia. I francesi, dopotutto, erano ancora quelli dell’89, chissà che dalla loro alleanza non scaturisse per tutti un nuovo impeto rivoluzionario. Cullandomi in tali illusioni, mi limitavo a stringere quella sua mano asciutta di aristocratico e nelle insonnie della febbre, farneticavo di convertirlo, un giorno, alla mia causa[44].

Entrambi gli elementi principali di questa parte del libro emergono nell’episodio centrale del libro, uno dei più riusciti ed emozionanti del romanzo della Banti, come d’altra parte delle Memorie di Castromediano: l’episodio relativo alla richiesta di grazia da parte di sei detenuti in cui è coinvolto direttamente e involontariamente il duca, che parla di esso come dell’”ora più perigliosa della sua vita”[45]. Questa vicenda è ben nota agli studiosi ma qui la riassumo sinteticamente.

Nel carcere di Montefusco nell’agosto del 1855 si infiltrano degli agenti provocatori che cercano di convincere i detenuti a chiedere la grazia al sovrano. Sei popolani accettano, ma ben presto, in mezzo allo stupore generale, tra quelli che avevano chiesto clemenza al re, si diffonde pure il nome del duca. Questi protesta la sua estraneità a simile richiesta ma viene condotto ugualmente a Napoli con gli altri sei. Un mese dopo però, avendo confermato il suo proposito di rifiutare la grazia, egli ritorna tra i suoi compagni nel carcere.

Nell’invenzione romanzesca della Banti, anche in questa occasione Domenico è colui che resta più vicino a Castromediano. Infatti, nonostante i sospetti che si addensano sul duca da parte degli altri detenuti, continua ad avere piena fiducia in lui e a  manifestargli la sua amicizia e solidarietà. Al tempo stesso però – ecco l’altro motivo che scorre sempre parallelamente in queste pagine del romanzo – non può fare a meno di notare il suo atteggiamento di condanna netta e senza appello nei confronti dei sei popolani che invece egli cerca di giustificare. Così si legge infatti in un brano del romanzo: “Eppure, fu proprio il Castromediano, così saggio e temperato, a bollare inesorabilmente col marchio dei traditori i pochi popolani che in seguito cedettero alle lusinghe delle spie”[46]. E in effetti nelle Memorie l’autore usa proprio il termine di “traditori” riferendosi ad essi[47].

Da qui nasce il dissenso di Domenico col “più degno”, col “più leale” tra loro, dissenso riguardante proprio il loro “diverso modo di concepire l’ordine sociale”[48]. Per questo,  pur “avvilito e schifato per quella defezione”, cerca di mettersi “nei panni dei disgraziati” e si persuade che, in fondo, “non era umano coprirli di un disprezzo così assoluto”[49]. E nel seguente, intenso brano del libro riflette proprio su ciò che significa il carcere per un popolano e su ciò che significa per un aristocratico o un borghese:

La mia pena maggiore fu, in quella occasione, scoprire la differenza che mi divideva dal più degno, dal più leale fra noi; e insomma cosa significasse per me la fede democratica e per don Sigismondo il pensiero moderato e monarchico. Mai ci saremmo intesi, la nostra simpatia reciproca non avrebbe resistito di fronte al nostro diverso modo di concepire l’ordine sociale. Erano, i “traditori”, poverissimi uomini ignoranti, incapaci di soffrire più a lungo nel loro corpo e nel pensiero assillante delle famiglie in miseria. Avevano creduto nella nostra rivoluzione fidando in un riscatto del proprio stato. Adesso, dopo anni di fame e di busse, non capivano più nulla e risorgeva in loro l’antico prestigio del monarca benigno, protettore del povero e nemico del barone prepotente. L’artigiano, il bracciante, il contadino lavorano più all’aperto che al chiuso, la privazione di aria sole e moto contano il doppio per loro, il loro ozio è mortale. Frugando nella memoria noi potevamo ritrovare il conforto di remote letture, la compagnia di grandi poeti e pensatori: per loro, invece, i ricordi della vita libera si restringevano a un campo, alla famiglia perduta, al lavoro irrecuperabile. La tentazione di riottenerli era stata troppo forte per la loro disperazione. Li avevamo veduti occupati per ore e ore a filare la canapa dei carcerati per qualche fagiolo in più nella minestra e non avevamo pensato a spartire con loro un po’ dei nostri beni gelosi, quelli del pensiero. Come potevamo adesso condannarli?[50].

Subito dopo però arriva la notizia che un altro prigioniero avrebbe accompagnato i sei e stavolta “si trattava, nientemeno, del duca di Caballino”. “Il più sbigottito fu lui, povero amico. – continua – Protestò, chiese imperiosamente di veder il comandante: per la prima volta lo vidi sul punto di perdere il controllo di sé”[51]. Immediatamente si diffondono sospetti su di lui non soltanto da parte dei popolani ma anche dei “galantuomini”. Domenico è sicuro invece dell’amico e pensa subito a una trappola, ma prova anche il gusto della rivincita in quanto vede in questa ambigua situazione “una specie di condanna della sua intransigenza nei confronti dei sei disgraziati” e così commenta:

Vedi, avrei voluto dirgli, com’è difficile leggere nell’animo altrui. La tua fama di patriota inflessibile e di uomo superiore non ti ha salvato dai sospetti di chi pur ti ammirava. Ma tu, per primo, hai rifiutato di penetrare nel cuore solitario e affamato dei nostri compagni più deboli. E chi può asserire che essi non abbiano, nella loro miseria, qualche giustificazione?[52]

Anche qui dunque la Banti sottolinea questa sostanziale differenza tra i due per caratterizzare ancora meglio la figura di Domenico Lopresti, il quale è animato da una sensibilità di natura sociale che manca invece a  Castromediano.

Ma, come s’è detto, accanto al motivo della diversità ideologica, anche in queste pagine c’è sempre quello dell’amicizia, del rispetto da parte del protagonista del romanzo che non viene mai meno, nemmeno in una circostanza ambigua e “perigliosa” come questa. Nella finzione narrativa della scrittrice, che non ha alcun riscontro nelle Memorie, Lopresti infatti trascorre tutta la notte prima della partenza del duca per Napoli accanto a lui e lo assiste, insieme a Poerio, mentre si agita e smania nel sonno. All’alba, Sigismondo vuole che sia proprio Domenico ad accompagnarlo all’uscita dal carcere e anzi lo rincuora sorridendo lievemente e dicendogli: “Non fate quella faccia, amico mio, ci rivedremo presto”[53]. E infatti, come s’è detto, dopo un mese Castromediano fa il suo rientro nel bagno penale di Montefusco, accolto festosamente dagli altri detenuti che fanno un brindisi, con grande sofferenza di Domenico che pure vi partecipa, al Piemonte e a Vittorio Emanuele.

L’ultima volta che Lopresti vede Castromediano in carcere è quando questi lo informa della sfortunata impresa di Carlo Pisacane a Sapri e ancora una volta emergono i contrasti ideologici tra i due, perché mentre il duca se la prende con “l’eterno Mazzini, fautore e complice di ogni inutile sacrificio”, Domenico dà un’altra lettura del sacrificio di Pisacane, ritenendo invece che egli, “stanco di prudenti riserve, di contrasti dottrinali, di alterne indecisioni, convinto di esser rimasto solo, […] aveva organizzato un suicidio che scuotesse gli animi torpidi. Esser riuscito a scomparire – continua – era sempre un successo, per lui”[54].

Ma c’è ancora un altro, memorabile brano del romanzo che non posso non citare per terminare ed è quello relativo a un incontro tra i due a Torino, l’ultimo narrato nel libro. Nel capoluogo piemontese, che in quel periodo era anche la capitale d’Italia, vivevano sia Lopresti, dopo essersi sposato, che Castromediano il quale era deputato al Parlamento. E qui ancora una volta ricompaiono gli elementi principali del rapporto tra questi due personaggi del romanzo: l’amicizia, la stima da un lato e, ancora una volta, la differenza ideologica. Ma qui c’è anche qualcosa di diverso e di nuovo rispetto a prima:

Quando c’incontrammo a Torino (lui usciva dal Parlamento) il suo volto, sotto la capigliatura candidissima, era segnato, più che dalla vecchiezza, da un fiero disgusto. “Torno a casa” mi disse “nulla più mi trattiene quassù.” E fu allora che, annunciandomi il proposito di scrivere le sue memorie carcerarie, mi pregò di aiutarlo: al che risposi come di sopra ho notato, scoraggiandolo con acri osservazioni. Ero, in quel tempo, angustiato all’eccesso, senza futuro e il passato mi ripugnava. Non so se egli conoscesse o intuisse le mie ragioni: ma della mia asprezza non ho mai finito di pentirmi. Così ci lasciammo. Vive ancora, il nobile amico, e lo immagino nel suo progetto, in fondo assai simile al vano sfogo che mi sto permettendo. Questa circostanza mi commuove, ma temo che, purtroppo, solo la nostra tristezza si assomigli [55].

Entrambi ormai, per motivi diversi, sono profondamente delusi dal corso degli avvenimenti succedutisi all’Unità d’Italia. Gli ideali, ai quali avevano fortemente creduto (“Noi credevamo”), per i quali avevano combattuto e sofferto, sono in buona parte crollati e al loro posto c’è una realtà assai lontana da quelli. Il sogno di un’Italia diversa è ormai irrimediabilmente tramontato.

 

 

 

 


[1] Su questa riedizione cfr. S. Pent, I rivoluzionari senza gloria, in “La Stampa – Tuttolibri”, 6 novembre 2010, p. III.

[2] Cfr, a questo proposito, M. Martone, Una guerra che non è finita.” Noi credevamo” di Anna Banti dal libro al film, in “Paragone”, a. LX, terza seria, n. 81-82-83, febbraio-giugno 2009, pp. 44-51.

[3] Sul romanzo cfr. E. Biagini, Anna Banti, Milano, Mursia, 1978, pp. 137-141; M. Forti, Lo storico presente di Anna Banti, in Id., Prosatori e narratori nel Novecento italiano, Milano, Mursia, 1984, pp. 89-97; A. Nozzoli, Anna Banti e il Risorgimento senza eroi, in Ead., Voci di un secolo. Da D’Annunzio a Cristina Campo, Roma, Bulzoni, 2000, pp. 385-402; C. Garboli, Anna Banti e il tempo, in Id., Pianura proibita, Milano, Adelphi, 2002, pp. 79-95.

[4] S. Castromediano, Carceri e galere politiche. Memorie, Lecce, R. Tipografia Salentina, 1895-96.

[5] Cfr. A. Nozzoli, Anna Banti e il Risorgimento senza eroi, cit., pp. 394-396.

 

[6] Ivi, p. 395.

[7] Cfr. ivi, p. 397.

[8] Reggio [Calabria], Tipografia Adamo D’Andrea, 1862.

[9] Cfr. S. Castromediano, Memorie, cit., pp. 13-14.

[10] N. Palermo, Raffinamento della tirannide borbonica ossia i carcerati in Montefusco, cit., p. 182.

[11] Su questo aspetto cfr. E. Biagini, Anna Banti, cit., p. 138.

[12] A. Banti, Noi credevamo, Milano, Mondadori, 1967, p. 428.

[13] Ivi, p. 71.

[14] Cfr. A. Nozzoli, Anna Banti e il Risorgimento senza eroi, cit., p. 391.

[15] Ivi, p.395.

[16] Ibid.

[17] S. Castromediano, Memorie, vol. I, cit., p. 285.

[18] Ivi, vol. II, p. 73.

[19] Ivi, vol. II, p. 119.

[20] Ivi, vol. I, p. 351.

[21] Cfr. S. Castromediano, Lettere dal carcere, a cura di G. Barletta e M. Paone, con prefazioni di G. Gorgoni e L. Ria, Galatina, Editrice Salentina, 1995 e F. D’Astore, “Mi scriva, mi scriva sempre…”. Regesto delle lettere edite ed inedite di Sigismondo Castromediano, Lecce, Edizioni Pensa MultiMedia, 1998.

[22] A. Banti, Noi credevamo, cit., p. 51.

 

[23] Ivi, p. 61.

[24] Cfr. A. Nozzoli, Anna Banti e il Risorgimento senza eroi, cit., pp. 399-340.

[25] Cfr.: “Ed in vero: dalla nobile e distinta fisonomia e da’ gentili modi del duca di Caballino tal dolce natura si legge, che colui il quale non sia veramente conoscitore d’uomini, scambiala per pieghevole ed anche debole; ma quella melanconica tinta di che va cosparso il suo gentile aspetto è piuttosto segno di dignità” (N. Palermo, Raffinamento della tirannide borbonica ossia i carcerati in Montefusco, cit., p. 112).

[26] A. Banti, Noi credevamo, cit., p. 124.

[27] Ivi, p. 125.

[28] Ivi, p. 135.

[29] Ivi, p. 149.

[30] Ivi, p. 153.

[31] Ivi, p. 190.

[32] Cfr: “Non appartenevo al popolo e neppure alla borghesia dei medici e degli avvocati. Era sottinteso ch’io fossi un ‘galantuomo’, come si dice da noi, ma della mia famiglia non mi piaceva parlare e raramente ne ricevevo lettere: avevo studiato privatamente, non avevo lauree o attestati. Al titolo che si dava generalmente a mia madre mi guardavo bene dal pretendere, sebbene i miei fratelli lo facessero senza alcuno scrupolo”,  ivi, p. 152.

[33] Ivi, p. 71.

[34] Ivi, p. 150.

[35] Ivi, p. 152.

[36] Ivi, p. 125.

[37] Ivi, p. 152.

[38] Ivi, p. 189.

[39] Ivi, p. 159.

[40] Ivi, p. 208.

[41] Ivi, p. 97.

[42] Ivi, p. 98.

[43] “Non ero mazziniano, ma via, che a Londra Poerio e Castromediano avessero rifiutato di incontrare Mazzini, mi scandalizzava. Il partito preso li aveva accecati, i fatti avrebbero dimostrato il loro errore”, ivi, p. 238.

[44] Ivi, p. 190.

[45] L’ora più perigliosa della mia vita è appunto il titolo del capitolo XXIII delle Memorie di Castromediano, vol. II, cit.,  pp. 39-66.

[46] A. Banti, Noi credevamo, cit., p. 159.

[47] “Il connubio tra la polizia e i sei traditori, l’impegno assunto dai secondi, di rendersi cioè benemeriti col disonore, si spinsero agli eccessi, procurando così, a noi loro vittime, nuove ambasce, nuove ristrettezze ed una sequela di visite improvvise, insidiose, ributtanti, moleste ed assai più aspre delle antecedenti”.  (S. Castromediano, Memorie, cit., vol. II, p. 44).

[48] A. Banti, Noi credevamo, cit., p. 160.

[49] Ivi, p. 159.

[50] Ivi, p. 160.

[51] Ivi, p. 161.

[52] Ivi, p. 163.

[53] Ivi, p. 167.

[54] Ivi, p. 193.

[55] Ivi, p. 170.


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