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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
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La lettura 33. Così finì il “secolo d’oro” PDF Stampa E-mail
Prosa
Venerdì 11 Settembre 2015 19:11

[“Il Galatino” anno XLVIII, n. 14 dell’11 settembre 2015, p. 4]


“The Second Best Exotic Marigold Hotel” è un bel film parzialmente irrisolto, in cui l’iperbolica allegria delle feste indiane nasconde una delicata, ma profonda e feroce malinconia, quella legata per certi versi all’esperienza che si fa di alcuni degli altri umani e per altri ad alcuni eventi della vita. In una delle sue scene, quella straordinaria attrice che è Maggie Smith, due premi Oscar nella carriera, “Dama della Regina d’Inghilterra”, tra il meglio che la storia del cinema abbia forse visto, parlando al giovane “protagonista” (almeno formalmente) del film, si esprime in maniera lapidaria. “C’è una lunga lista di cose per cui non provo alcun interesse: medici, scottature, le stupide zanzare, le persone troppo invadenti; potrei andare avanti per ore, ma c’è solo una cosa che non riesco a sopportare: l’autocommiserazione; distrugge tutto quello che è intorno.” Così dice nei suoi ottant’anni, sorretta quasi solo dalla dignità, scevra da qualsiasi ostentazione. Così dice e insegna. E, sinceramente, quando l’ho sentita, mi sono detto che mi sarebbe piaciuto arrivarci da solo. Comunque, tant’è. L’autocommiserazione distrugge perché tende a cauterizzare l’impulso a migliorare; trasforma tutto in fiele: è una resa delle armi ed è chiassosa perché punta all’autogratificazione indotta dal desiderio di attenzione altrui, sollecitato dal lamento, una buona scusa per non cercare di operare. In fondo l’autocommiserazione è anche un travestimento di quell’istinto che induce al pomposo lodare i sodali, gratificandoli e limitando attraverso questo ancora una volta lo stimolo a migliorare, ma infine gratificando indirettamente se stessi per l’autocompiacimento.

Per professione mi capita con una certa frequenza di scrivere recensioni sulla Mathematical Reviews (non ho nessun merito in questo), organo della Società Americana di Matematica, che riguardano articoli o libri che sono inviati a me come ad altri dagli uffici preposti, scritti da altri colleghi, talvolta da me mai incontrati, talaltra amici, perfino in qualche circostanza persone con cui avrei preferito non avere mai a che fare. La questione che si pone è quale sia il valore di quanto il recensore legge, non localmente, per la propria università, neanche per la regione che la ospita, neanche per la comunità nazionale pertinente, ma in generale. La questione è anche il valore di chi giudica – chiedetevi che cosa abbia veramente fatto da solo o da sola, senza “particolari aiuti ambientali”, suggerisco ai miei studenti, quando mi domandano come decidere se accettare di lavorare con qualcuno che ha proposto loro un percorso di ricerca. Per questo motivo è per lo meno prudente essere parchi nell’uso degli aggettivi quando si scrive di qualcuno o di qualcosa, se non si è davanti a un dato certo sul grado di qualità (se avete dimostrato la “Congettura di Poincaré”, come ha fatto Grigory Perelman, siete dei geni e potete anche rifiutare la cattedra a Princeton, la Medaglia Fields e un premio da un milione di dollari, come ha fatto il nostro, limitandosi a raccogliere funghi da vendere al mercato di San Pietroburgo; per voi i superlativi si possono sprecare ma poi vi accorgete che non ne avete bisogno; altrimenti … beh!, forse le cose sono psicologicamente diverse). Questo è anche l’indirizzo d’istituto in quell’organo d’informazione, la Mathematical Reviews, stabilito in certo qual modo esplicitamente nelle “regole etiche” del recensore, cui è necessario attenersi (e taluni lo fanno con evidente difficoltà), pena la revoca dell’incarico (non ci sono difese sindacali), soprattutto perché lì il recensito non ha facoltà di replica. Questo è un esempio. Più in generale, il profluvio di aggettivi, soprattutto superlativi, l’autocompiacimento pomposo della frase, può anche disturbare chi ha un senso appena accennato della misura. E comunque sia, al di là di questo aspetto perfino futile, più concretamente l’elogio smodato può recare danno a chi lo riceve, pur sollecitandone la vanità e il desiderio di ricambiare (motivo per cui viene spesso elargito), se costui o costei ha almeno una vaga possibilità di migliorarsi, perché non lo tiene desto, perché non gli fa dire a se stesso: ieri ho fatto qualcosa, oggi cerco di fare un pochino meglio e, se non ci riesco, ciò che importa è la serietà del tentativo. Con questo non voglio dire che non si debbano fare elogi ma che è utile, se non necessario, che siano commisurati alla persona, alla cosa, alla circostanza; debbano cioè essere percepiti almeno come realistici da chi li esterna, da chi li riceve, da chi li ascolta, per lo meno per un fatto di eleganza, anche se questa è qualcosa che difficilmente si acquisisce se non la si ha.

Poco prima di scrivere queste note arruffate ho terminato la lettura de “L’Africano” di Jean-Marie-Gustave Le Clézio, Instar edizioni 2007, premio Nobel per la letteratura 2008. È un libro che illustra indirettamente ma in profondità e in breve la questione africana – ciò che porta infine alla pressione odierna ai nostri confini nazionali – molto più di quanto politici d’accatto e intellettuali da salotto riescano a scrivere sui giornali o a cianciare in televisione. Soprattutto è colmo di misura, di eleganza e di profonda levità. Un esempio di quanto possa essere auspicabile nello stile. Se dopo aver letto Le Clézio, o d’Ormesson, o Enzensberger, o Mariàs, o Bloom, o Coetzee, o Pamuk, tanto per citare alcuni viventi e quindi evitare le conseguenze sulla valutazione che la creazione nel tempo del mito determina, se, ripeto, leggessi quest’articolo che non fosse mio e lo volessi lodare in un momento di offuscamento della ragione, usando per questo superlativi, cosa mi rimarrebbe per quegli altri? Forse lo potrei fare se non avessi letto quegli autori maggiori. Forse lo potrei fare se lo ritenessi allo stesso livello. In questo caso avrei probabilmente un bel coraggio o forse un’inusitata capacità critica ma allora dovrei ricordarmi che sarebbe strano scoprire un autore che può essere considerato maggiore ogni giorno, o più d’uno nello stesso giorno, perché sono rari per definizione.

La questione potrebbe continuare a lungo e così perderebbe il già evanescente interesse giornalistico che i temi che propongo in genere hanno. È, però, una questione non banale, perché autocommiserazione e pomposità sono tratti psicologici che influenzano la stagnazione e la mancanza di crescita di una società. Così finì il “secolo d’oro” in Spagna: todos caballeros – tutti cavalieri compiaciuti e “nessuno” che si rimboccasse le maniche cercando di lavorare e di far meglio.

Basta così, comunque, ma non è sufficiente per terminare quest’articolo.

Siamo al numero 1000 de Il Galatino e mi sembra opportuno augurarne almeno altri mille e poi mille. Che il giornale sia sempre più prospero è un augurio sincero. Mi sembra essenziale che ci sia una voce locale d’informazione che sia anche un luogo di dibattito culturale che progressivamente guardi oltre i confini cittadini. Un giornale è l’espressione di chi ci scrive, quindi muta le sue caratteristiche nel tempo in dipendenza dalle persone che ne sono coinvolte. L’indirizzo editoriale attuale è di renderlo una sentinella cittadina. Condivido. Non sempre il giornale ha avuto una linea univoca, come spesso accade negli organi d’informazione. Per esempio, ricordo vagamente – allora ero studente – che per la vicenda del Turbogas ci furono articoli come quello dell’ingegner Piero Piscopo, che, utilizzando le conoscenze della sua laurea in chimica, che si aggiungeva a quella in ingegneria, indicava dati di pericolosità dell’impianto che si voleva costruire e che non fu edificato per l’azione cittadina di molti (mi vengono in mente almeno un intervento pubblico dell’avvocato Matilde Bidetti, allora studentessa liceale, e l’appello mosso da tutti gli abitanti della via di Sogliano). Ricordo, però, anche almeno un editoriale di questo giornale in cui si diceva che “non si può fermare il progresso”, che fu esposto nella sala dei professori del Liceo Classico Pietro Colonna. Non ho la possibilità di controllare nelle annate del giornale, e mi augurerei sinceramente di essere smentito.

Oggi si pubblica un Cahier de Doléances per tenere vispa la memoria dell’amministrazione. Mi auguro che così si continui. Nel leggerlo mi verrebbe istintivo aggiungere un paio di punti: (1) le piazzole di sosta della circonvallazione che incrocia ortogonalmente la via di San Vito, per il tratto da Noha al cementificio, sono diventate discariche a cielo aperto a causa dell’educazione e della sensibilità di alcuni; (2) il vecchio ospedale, utilizzato come edificio per uffici dalla ASL, ha una cappella di stile neoclassico che è utilizzata come deposito e che, con un restauro minimo, potrebbe essere una tappa del percorso turistico cittadino. Mi verrebbe anche di fare una domanda alla redazione del giornale: lo scorso anno il Ministero della Sanità ha indicato (se non sbaglio) un anomalo incremento dei tumori al polmone in una zona che ha centro Sogliano, include Galatina e si estende sino al mare Ionio; come mai nessuno ha approfondito la natura di quest’allarme e le cause che lo provocano? Ci conviene rimanerne indifferenti?

Questo è, però, un numero festoso: il numero 1000. È bene per me concludere e farlo qui.


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