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Lo sguardo su Taranto dei grandi viaggiatori PDF Stampa E-mail
Recensioni
Lunedì 12 Ottobre 2015 19:59

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 10 ottobre 2015]


L’amor di patria, in questo caso della piccola patria, ha forse spinto Angelo Semeraro ad abbandonare i recinti dell’orto coltivato per più di quarant’anni, la storia della scuola e delle istituzioni educative, per richiamare l’attenzione su Taranto, città natale appunto, a cui ha dedicato un corposo volume ( Viaggiatori europei a Taranto, Schena Editore, 2015, pp. 356).

L’interesse di Semeraro non nasce però dalla nostalgia per la grandezza culturale o per la bellezza sfigurata e neanche dalla ricerca di un’identità originaria offuscata o sommersa dai violenti processi di modernizzazione. A interessarlo è il punto di vista ‘altro’, quello dei grandi viaggiatori europei, in cui cercare un confronto per riflettere sulla condizione presente della città, che ha più i tratti della tragedia che del problema economico-sociale. Com’è noto la letteratura dei viaggiatori in Italia,  e in particolare nel Sud, è enorme, come testimonia proprio la collana prestigiosa in cui appare questo volume. Ma Semeraro ha voluto fare una selezione di testi relativi esclusivamente alla città di Taranto. Testi considerarti non di ‘stranieri’ bensì di ‘europei’. E quindi non meraviglia di trovare accanto al filosofo George Berkeley e a Ferdinand Gregorovius anche Piovene e Pasolini. Ma la scelta fatta è veramente ampia, sia in senso temporale, si va dall’inizio del ‘700 alla metà del ‘900, sia per la provenienza dei viaggiatori e, non ultimo, per la loro formazione e per i loro interessi. In effetti, non si può qui neanche accennare alla ricchezza e varietà di osservazioni contenute nei testi.

La lettura, tuttavia, stimola almeno due notazioni. La prima riguarda la reazione degli intellettuali italiani ai giudizi negativi dei viaggiatori. Come aveva osservato più di quarant’anni fa F. Venturi, essa non fu né di risentimento né di rivalsa, ma di emulazione, almeno sul piano culturale. Un giudizio che la vicenda salentina può confermare pienamente. Nel dicembre del 1875 F. Gregorovius tenne all’Accademia di Berlino una conferenza su Gli studi storici in Terra d’Otranto, immediatamente tradotta da L. Stampacchia e pubblicata ad aprile su “Il Cittadino Leccese”, che suscitò la notevole attenzione di S. Castromediano. In effetti, proprio l’interesse e le straordinarie conoscenze degli ‘stranieri’, insieme ai rilievi per la mancanza di musei e biblioteche in grado di accogliere e custodire le testimonianze del passato, e la denuncia dell’indifferenza per la propria storia, come qui mostrano le pagine di Gregorovius, divennero un acuto stimolo alla costruzione di istituzioni e per l’avvio della conoscenza del territorio. Una lezione sicuramente ancora valida sotto molti punti di vista.

La seconda è di carattere politico. Il fatto che la gran parte dei testi rifletta interessi storici, filologici, archeologici, con la sola eccezione di un report militare voluto da Giuseppe Bonaparte, non deve trarre in errore. Perché quei viaggi, quali che fossero le motivazioni più esplicite, avevano comunque un’importanza politica, per il semplice fatto che fornivano informazioni su un territorio di crescente interesse per le grandi potenze. Il progressivo sgretolamento dell’impero ottomano, durato due secoli, e il simmetrico conflitto tra Austria e Russia per il controllo dei Balcani e quello tra Francia e Inghilterra per il dominio sul Mediterraneo rendevano la penisola pugliese di ineguagliabile valenza strategica. Di questa nuova realtà geopolitica alcuni studiosi locali avevano piena consapevolezza.  Nel 1831, a pochi mesi dall’ascesa al trono di Ferdinando II, gli scienziati brindisini G. Monticelli e B. Marzolla pubblicarono una Difesa della città e dei porti di Brindisi e, indicando il distacco della Grecia dalla Turchia, peroravano interventi sul porto di Brindisi anziché su Gallipoli.

Forse, proprio nella straordinaria collocazione geografica della Puglia c’è il punto di partenza di ogni ragionamento che punti alla rinascita di Taranto come di ogni altra sua città grande o piccola. Ma occorre rompere la bolla che impedisce di elaborare la distanza critica rispetto a un presente che, come diceva un grande storico, restringe la base dell’esperienza e abbassa l’orizzonte delle attese. Allargare la conoscenza del passato e aprirsi al confronto con gli ‘altri’ costituiscono la via maestra, come auspica Semeraro, affinché Taranto, e non solo, possa risorgere.

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